domenica 22 dicembre 2024

L'intrusa - racconto - nuova edizione (Anteprima)

 





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Anteprima:

L’INTRUSA

 

Era il 25 di aprile e Sirio ragionava che la soluzione di quel caso singolarissimo era custodita nei ricordi di Alessandro Pastone, il giovane imputato. Uscì dalla Mercedes dell’avvocato Girovenale e discesero anche il professor Anselmo Urbani, stimato criminologo e consulente della difesa, e Duilio Pastone, padre dell’imputato.

La caserma dei carabinieri era una palazzina a due piani, circondata da un cortile recintato. Al primo piano, il maresciallo Luigi Indaga guardò fuori dalla finestra.

«Il legale e i periti di parte sono arrivati,» annunciò a Matteo Orripilante, il giudice per le indagini preliminari.

Andò direttamente alla porta.

«L’una precisa, che puntualità,» sorrise ai nuovi venuti.

«Lamartana, non c'è?» chiese l’avvocato guardandosi attorno.

«Il pubblico ministero,» rispose il GIP, «è stato trattenuto da precedenti impegni. Ma possiamo procedere ugualmente, in fin dei conti si tratta solo di un interrogatorio informale.»

Il giudice rivolse un rapido sguardo al padre dell’imputato.

«Ho qualche perplessità, circa la presenza del signor Pastone,» disse.

«È indispensabile,» reagì l’avvocato, col suo vocione abituato alle arringhe in tribunale, «ai fini procedurali lo consideri un incidente probatorio. Mi spiego, l’imputato è affetto da ritardo mentale lieve…»

«Non ne so niente. Agli atti non risulta…» si guardava attorno, il GIP.

«Si tratta, ripeto, di patologia cognitiva di lieve entità, e la presenza del padre non può che risultare utile ai fini dell’interrogatorio. Lo consideri un testimone, se preferisce. Sono certo che il Senatore…»

Aveva caricato di sottintesi l’ultima parola.

«Va bene, va bene, ho capito,» tagliò corto il giudice, «procediamo. Ma ricordi, avvocato, che effettueremo una registrazione audiovisiva.»

Sembrava una minaccia.

«Certamente,» Girovenale non si lasciò intimidire.

In fila indiana dietro al maresciallo Indaga, si avviarono lungo il corridoio fino alla stanza degli interrogatori. Prima di entrare, attraverso il cristallo unidirezionale, osservarono l’imputato. Era seduto a un tavolo al centro della stanza, ammanettato. Un brigadiere, in piedi accanto alla porta, lo sorvegliava.

Il giovane Alessandro, barbona scura folta e capelli crespi, aveva la stessa corporatura esile del padre. A testa china, immobile, fissava il ripiano del tavolo.

«Perché ha le manette?» chiese l’avvocato.

«Ve l’ho detto, ha scatti d’ira improvvisi. È una precauzione necessaria.»

Il padre, Duilio Pastone, si torceva le mani.

L’avvocato si rivolse al magistrato: «Sarebbe opportuno toglierle».

Orripilante fece un cenno affermativo al maresciallo, che si avvicinò al microfono e impartì l’ordine al brigadiere nella stanza di là dal cristallo.

Appena Pastone padre varcò la soglia, suo figlio gli si gettò tra le braccia. Un ventenne con la barba folta che piangeva come un bambino di undici anni.

Con parole e carezze, Duilio riuscì a calmarlo e sedette accanto a lui.

Gli altri occuparono delle sedie attorno al tavolo, Sirio si mise di fianco ad Alessandro.

«Questi signori,» disse Duilio al figlio, «ti devono fare delle domande.»

Alessandro, a occhi bassi, si guardò attorno imbronciato, con la testa appoggiata alla spalla del suo papà:

«Perché?»

 

Tutto era cominciato con la dipartita della signora Annamaria Siniboldi Castigliano in Ramino, che si era spenta serenamente nel proprio letto all’età di centodue anni, alle prime ore dell’alba del 20 di aprile, giorno della Pasqua di Resurrezione.

Le due badanti di nazionalità romena che l’accudivano amorevolmente da svariati anni, Alina e Catinca, giurarono in lacrime che fosse ancora calda quando erano entrate. Con le loro urla disperate, avevano svegliato il marito, il senatore Mario Ramino, che si era precipitato in pigiama. A questo punto, benché la notizia non fosse giunta del tutto inattesa, stante l’età della Siniboldi, si innescarono un susseguirsi di eventi, alcuni sì pianificati secondo il buon senso e l’uso comune, altri del tutto imprevedibili, per non dire sconvolgenti.

La signora Siniboldi Castigliano, nata nel 1912, era stata donna bellissima, di nobili natali, dalla vita intensa, dinamica, per certi versi frenetica. Il suo primo marito, il pittore francese Jean Philippe Christianne, di vent’anni più grande, durante un soggiorno a Forlì l’aveva notata e voluta, procace sedicenne, dapprima come modella, subito dopo in moglie. Matrimonio felice ma breve il loro. La primogenita Corinne aveva cinque anni e il piccolo Gabriel era ancora in fasce quando Jean Philippe se n’era andato, portato via da una polmonite fulminante.

Annamaria aveva amato intensamente Jean Philippe; e la sua natura romantica l’aveva indotta a considerare, malgrado all’epoca avesse appena ventiquattro anni, che quando fosse giunto il suo momento avrebbe voluto riposargli accanto. Così aveva avviato le procedure per la costruzione di una cappella funeraria e conosciuto Ettore Vianotti, architetto giovane ma ambizioso, dotato di indubbia genialità. Commissionatogli l’incarico, si era messo alacremente al lavoro.

Il Vianotti aveva suggerito più soluzioni, tutte assai valide, per il futuro monumento funebre, e il susseguirsi degli incontri per discutere il progetto era sfociato – quasi come le acque di un placido fiume in quelle burrascose dell’oceano – in una passione incontrollabile. Ettore e Annamaria convolarono a nozze nel 1939, giusto in tempo per mettere al mondo Benito e Rosa, prima che lui venisse chiamato a combattere sul fronte russo.

La costruzione della cappella – un monumento elegante, col tetto a falde e sul frontone il bassorilievo di un angelo che scende in volo a confortare le anime dei trapassati – venne completata in tempo per accogliere il corpo di Ettore alla fine del conflitto mondiale.

Dal suo terzo e attuale marito, il senatore Mario Ramino, di ben vent’anni più giovane, l’Annamaria Siniboldi non ebbe figli, accogliendo comunque amorevolmente Marco, nato dal primo matrimonio del senatore.

Ora, il 20 di aprile, giorno di Pasqua, alla sua morte, la Siniboldi Castigliano lasciava un patrimonio considerevole in immobili locati e titoli di Stato, oltre all’appartamento di pregio che abitava nel centro di Forlì; patrimonio equamente ripartito fra tutti gli aventi diritto così come disposto da documento testamentario redatto innanzi a notaio in piena facoltà di intendere e volere.

Le peripezie, anche drammatiche, che sopravvennero alla sua dipartita, non furono quindi da imputare a incuria o negligenza, ma a una casualità sconcertante e del tutto fortuita.

 

L’ottantaduenne senatore dormiva nella stanza attigua. Si svegliava ogni mattina intorno alle sei, ma si attardava ad ascoltare i rumori e le voci delle due badanti che accudivano sua moglie, filtrate dai muri. Poi l’andava a trovare, poiché la lucidità di pensiero non aveva abbandonato la Siniboldi Castigliano, e parlottavano un po’.

Quella mattina, le grida e i pianti che gli pervennero attraverso la parete divisoria, furono più che eloquenti. In pantofole e pigiama entrò nella stanza accanto. Annamaria, era ormai trapassata. Pallida e serena aveva infine trovato riposo dalla sua lunga intensa esistenza terrena. Ora bisognava attivare tutte quelle procedure che tante volte avevano pianificato assieme, quelle che fra loro avevano sempre chiamato le tre telefonate.

Il senatore aveva baciato sua moglie sulla fronte e si era ritirato nello studio.

Per primo aveva informato don Pasquino Bonsangue, parroco della chiesa di santa Lucia in Forlì, affinché intervenisse per l’ultimo Sacramento; poi suo figlio Marco perché estendesse la notizia ai figlioli di Annamaria e parenti tutti; infine la premiata ditta F.lli Taburri, con la quale erano stati presi accordi, Annamaria vivente, circa l’ultima cerimonia e l’allestimento della dimora finale.

 

Daniel Mihalake, cinquantatre anni, nativo di Slobozia, Romania, trasferitosi a Forlì da clandestino nel 1996, era un uomo felice. Faceva parte di quella schiera dell’umanità che, dopo averne passate tante e trovata infine una certa tranquillità, ebbene… questa tranquillità la apprezza. Lavorava per la Zanzini Marmi e il 22 aprile, insieme al giovane Florin, suo compaesano, ma immigrato in tempi recenti, avevano l’incarico di rimuovere la lastra provvisoria del loculo vuoto.

Daniel conosceva perfettamente il cimitero e non ebbe difficoltà a trovare la cappella con l’angelo a volo radente scolpito sul prospetto. Appoggiarono le borse con gli attrezzi e si accomodarono sui gradini, illuminati da un gradevole solicello. Erano le dieci, e i due, a quell’ora, facevano colazione. Scartarono i panini imbottiti e stapparono le birre.

Fra loro parlavano rumeno.

«Lo senti questo odore?» disse Florin dopo aver dato il primo morso, arricciando il naso.

Daniel annusò l’aria: «Non sento niente».

Florin disse: «Di cadavere».

Anche Daniel l’individuò. E gli venne da pensare che nel cimitero quell’odore mai l’aveva avvertito. 

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Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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