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L’amante
Sirio lo vide entrare, trascinandosi
dietro la nebbia di Bologna e l’oscurità precoce di gennaio. Si guardava
intorno nell’enoteca in penombra e Sirio richiamò la sua attenzione con un
gesto. Si alzò per abbracciarlo.
«Non sei
cambiato,» disse Vittorio, fissandolo e trattenendolo per le spalle.
Vittorio
era il primo della classe al liceo scientifico in via delle Sette Sale, a Roma.
Passava i pomeriggi sui libri, non
aveva amici e non andava dietro alle ragazze. Si riusciva a trascinarlo in
pizzeria soltanto per la cena di fine anno. Era magrissimo; il taglio dei
capelli e l’abbigliamento non seguivano le mode e portava occhiali neri dalle
lenti spesse.
Dopo il
diploma si erano persi di vista.
Adesso, appesantito,
quasi calvo e con gli occhiali senza montatura, Sirio non l’avrebbe mai
riconosciuto incontrandolo per strada.
Sere
prima, Vittorio si era messo in contatto con lui tramite Facebook; avevano
scambiato qualche ricordo in chat e si erano dati appuntamento nell’enoteca di
piazza Salmastra.
«Dunque,
informatico presso la Kore Systems di Bologna,» avviò un discorso da rimpatrio
di ex studenti Sirio.
«E tu,
docente di criminologia. Vent’anni fa, chi avrebbe detto che saremmo finiti
così.»
Il tono
era mesto. Sirio si rese conto che l’amico non aveva mai sorriso.
«Rimpianti?»
gli chiese.
Vennero
interrotti dalla cameriera spigliata sorridente che si avvicinò col tablet già
pronto. Porse la lista dei vini e, da brava sommelier, prese a declamarli. Si
stancò presto della serietà con cui la fissava Vittorio e si rivolse a Sirio,
che le dava soddisfazione con espressioni ammirate.
Entrambi
optarono per un Barbera.
«Fino a
poco fa nessun rimpianto,» Vittorio scuoteva la testa. «Ma adesso…»
«Adesso
cosa?»
Invece di
rispondere, Vittorio disse: «Ho letto di te sul web, sei bravo nel tuo campo.»
«È solo
un lavoro,» minimizzò Sirio. «Starai cercando i vecchi compagni per una
rimpatriata, immagino».
«Cosa?»
si sorprese Vittorio. «No, no, cercavo espressamente te, in verità.»
Arrivò la
ragazza spigliata col vassoio. “Lucia”, annunciava il ricamo sul taschino della
divisa azzurra. Appoggiò calici e stuzzichini, fece l’occhiolino a Sirio e si
ritirò.
Vittorio
scuoteva la testa: «È sposata».
«Come
dici?»
«Ha la
fede, è sposata.»
Sirio
lasciò correre: «Parlami di te. Mi hai cercato per un motivo preciso, dicevi».
«Sei
sposato?» aveva gli occhi sbarrati dietro le lenti.
«Sposato?
Io? No… perché me lo chiedi?»
«Elena, mia
moglie, mi tradisce,» si protese Vittorio sul tavolo, con la voce del
cospiratore sul patibolo.
Buttata
lì, la frase diceva tutto e niente.
«Spiegami
meglio.»
«Siamo
sposati da cinque anni. Finché stavamo a Roma, tutto ok. Poi, quando un anno fa
sono stato assunto dalla Kore e ci siamo trasferiti, lei è cambiata.»
Occhi
fissi sbarrati. Il massimo della chiarezza, secondo lui.
«In che
senso, cambiata?»
«Distratta,
apatica, nessuna effusione, non vuole più… intimità,» agitò le mani.
«Le donne
attraversano periodi difficili… strappata al suo mondo, città diversa,
abitudini nuove…»
«No, so
quel che dico,» gli afferrò il polso. «Sirio, devi farla tornare da me.»
«Cosa? Ma
se nemmeno la conosco.»
Tutto il
discorso non aveva alcun senso.
«È il tuo
lavoro. Ho letto del caso Pestinelli, di come l’hai fatto confessare. Sei
bravo. Devi farlo per me, un amico!»
Sirio si
appoggiò alla panca, mandò giù a fatica un piccolo sorso.
«Ma non è
affatto il mio lavoro. Io insegno all’università e firmo perizie per i
tribunali. I giornali travisano. Tu, se vuoi salvare il tuo matrimonio,
rivolgiti a un consulente di coppia. Oppure consulta un avvocato divorzista.»
«Ma io mi
sto distruggendo, non mi vedi?»
Sirio
scosse la testa: «Mi dispiace».
«Ho
capito. Allora farò a modo mio. Ma sappi, qualsiasi conseguenza ricadrà su di
te.»
Si alzò
di scatto, gettò una banconota sul tavolo e uscì senza salutare.
*
Circa un mese dopo, Sirio
ricevette una telefonata di Vittorio.
«Ti devo
parlare!»
Aveva
risposto di malavoglia, e cercava una scusa per scantonare.
Ma
Vittorio aggiunse: «Per favore».
Lo
disarmò.
Arrivarono
davanti all’enoteca nello stesso momento, alle sette di sera di un febbraio
fosco di pioggia. Entrarono assieme. Lucia, accorsa a riceverli, davanti a quei
musi lunghi, indicò la sala pressoché vuota e si ritirò.
Vittorio
scelse l’ultimo separé. Scivolò sulla panca fino ad accostarsi al muro.
Il
paralume rosso gli dava un aspetto un po’ inquietante.
«Ho fatto
come mi hai consigliato,» esordì. «Mi sono rivolto a un investigatore privato.»
Sirio non
gli aveva suggerito nulla di simile, ma non replicò.
«Mi è costato
parecchi soldi, che avrei voluto risparmiare.»
Non c’era
di che controbattere e Sirio non lo fece.
«Si è
innamorata di un mascalzone e criminale.»
Sirio,
con i palmi appoggiati al bordo del tavolo, attese.
«L’investigatore
mi ha fornito un dossier completo. Truffe, sfruttamento.»
«Dossier?»
«Ritagli
di giornali, interviste a chi lo conosce.»
Pettegolezzi! considerò Sirio, ma lo tenne per sé.
«L’investigatore
mi ha fornito fotografie di mia moglie col mascalzone per strada. Né baci né
atteggiamenti equivoci, solo camminare vicini o parlarsi a poca distanza.
Gliele ho mostrate e lei, in principio, ha negato. Non provano niente,
ha detto. Allora le ho mostrato l’altro dossier, le ho sbattuto in faccia che
bestia sia quell’uomo. Lei ha risposto che è gentile e cortese e la rispetta e
non le farebbe mai del male. Ha detto che sono io il mostro, il bruto, il
geloso d’altri tempi che non capisce il vero amore.»
«Si è
allontanata dal tetto coniugale?»
«No. Ma dopo
quella discussione ha iniziato a evitarmi. Si chiude a chiave in camera quando sono
in casa. Un inferno, credimi. E non so come andrà a finire.»
Quell’uomo
gli faceva pena, ma non aveva medicine per il suo male.
Lucia, da
lontano, indicò il tablet. Sirio le fece segno di avvicinarsi.
Nessun
sorriso, questa volta. Lei appuntò tutto e volò via.
«Perché
hai voluto incontrarmi?» chiese Sirio a Vittorio.
«Se
questa storia finirà in tragedia, la responsabilità sarà tua.»
«Perché
parli di tragedia?»
«Quell’uomo
è un criminale e può succedere di tutto.»
«Vuoi
dire che potrebbe fare del male a Elena? Hai notato segni di maltrattamenti, su
di lei? Ti ha confessato brutalità?»
«No, a
suo dire la tratta bene. L’altra sera è rientrata dopo di me. Era tranquilla. Anzi,
direi felice. Ci siamo ritrovati in una situazione che non mi sarei mai
aspettato. Seduti al tavolo di cucina, testa a testa. Quasi speravo che tutto
fosse passato, che volesse, con quella vicinanza, riappacificarsi. Invece ha
preso a parlarmi come se fossi un amico, un confidente. Mi ha rivelato
tranquillamente di aver passato il pomeriggio con lui, Ruggero, così si chiama
il mascalzone. Ha detto che non c’era stato niente di quello che immaginavo io
– mai, nemmeno un bacio, mai – e dovevo crederle. E confesso che in quel
momento le credevo. Le ho chiesto che cosa sarebbe stato di noi – di me e di
lei, intendevo. Ha risposto che mi voleva bene come a un fratello, e come
fratello e sorella potevamo restare nella stessa casa. Lei mi avrebbe accudito
e voluto bene.»
Arrivò
Lucia, lasciò calici e ciotole e si dileguò.
Lui
riprese: «Tutto quel ragionamento mi faceva sperare che fosse una scusa per non
ammettere l’errore. Forse la storia con quel Ruggero era finita e l’orgoglio le
impediva di confessarlo. Che importa? mi dicevo, purché rimanga con
me.»
«Ma
allora, da che deriva la tua preoccupazione?»
«Non l’ha
lasciato. Continua a vederlo, e me lo dice con una calma atroce. È una
situazione torbida, Sirio, e tutto può succedere, in una situazione così.»
*
Marzo faceva capricci
quell’anno a Bologna. L’SMS che Sirio ricevette da Vittorio alle quattro del
mattino, lo sorprese fino a un certo punto. Se l’aspettava. Non riceverlo
avrebbe significato che Vittorio, in un modo o nell’altro, aveva risolto i suoi
problemi coniugali. Invece eccolo lì, perentorio.
“Urgente.
Ti devo parlare. Stasera. Stesso luogo. Stessa ora”.
Sirio era
arrivato in piazza Salmastra qualche minuto dopo le sette, Lucia l’aveva
ignorato vedendolo entrare e Vittorio era nell’ultimo separé sotto il lume
rosso.
Non si
alzò, non gli porse la mano. Aspettò che togliesse il cappotto e si sedesse.
«Mia
moglie se n’è andata col suo amante.»
«Ah… spiegami.»
«Ieri
pomeriggio, tornato dal lavoro, ho trovato questo. Guarda.»
Foglio strappato
da un quaderno a quadretti.
“Vado via
con Ruggero. Mi renderà felice come tu non hai saputo fare. Mi spiace se
soffrirai, ma non posso rimanere con te. Ti ho voluto bene, adesso non più.
“PS.: Non
cercarmi, non mi troveresti. Riceverai mie notizie per il divorzio”.
Sirio
glielo restituì. Vittorio lo ripiegò con cura e lo ripose nel portafogli.
«Ho
telefonato subito a Roma ai suoi genitori e alla sorella, non ne sanno niente. O
così dicono. Sono andato anche in commissariato, ho mostrato il biglietto e
spiegato ogni cosa. Hanno risposto che Elena è maggiorenne e libera di fare
quello che vuole. Ho passato la notte a maledirla e a maledirmi. Mi rimani solo
tu, amico, dammi un consiglio, tu che hai studiato queste cose.»
Sirio
sapeva che non esisteva un rimedio al suo male.
«La cosa
migliore è prendere atto che ha scelto una vita senza di te. Prima lo accetti,
meglio starai.»
Vittorio
colpì il tavolo col palmo della mano: «Ma è di mia moglie che stiamo parlando».
Sirio
scosse la testa: «In questo momento, per te, lei è una vittima da salvare. Ma
per la legge… e anche per lei stessa, è una donna adulta che ha preso una
decisione Non è stata rapita. Quel biglietto è una
dichiarazione di volontà. Ha scelto una vita senza di te e l'ha fatto
lucidamente. Se provi a
giocare all'eroe che la strappa al cattivo, otterrai solo un'ordinanza di
restrizione o una denuncia per stalking. Prima ne prendi atto, prima
inizierai a sopravvivere. Ogni tentativo di inseguirla non farà che confermarle
che sei tu il "mostro" da cui scappare. Vuoi finire così?»
«E io dovrei starmene tranquillo ad
aspettare una busta dell'avvocato?»
«Sì,» rispose Sirio. «Perché se
intervieni ora, diventi il suo nemico e l’alibi per ogni ritorsione. Devi
aspettare. Se quell’uomo è il soggetto che dici, prima o poi mostrerà la vera
natura. Solo allora Elena potrebbe voltarsi indietro. Ma se tu la insegui ora,
lei guarderà avanti, verso di lui, per scappare da te. Purtroppo, devi
abituarti all’idea di gestire la fine del matrimonio come un affare legale, non
come una tragedia.»
Vittorio scosse la testa.
«Non posso. Non ce la faccio a
stare fermo. Ogni secondo che passa me la immagino con quel verme... in qualche
posto sporco… a ridere di me. E non farmi sentire un illuso anche tu. Se per te
l’amicizia vale qualcosa, aiutami a
riportarla a casa.»
Supplicava
Vittorio, sordo a ogni ragionamento.
«Non è
possibile…»
«Non
resterò a guardare mentre un criminale le mangia la vita. E tutto il sangue
ricadrà su di te.»
«Sangue?
Che intendi?»
Capì
quando Vittorio era già uscito.
L’investigatore
doveva avergli fornito l’indirizzo dell’amante.
Non
poteva essere altrimenti.
*
Sirio, subito dopo, aveva
chiamato il suo amico Aldo Crescenti in questura e gli aveva spiegato i fatti.
«Un groomer,
dici?» aveva chiesto il poliziotto.
«Il
profilo psicologico di Ruggero, sulla base del report dell’investigatore
privato e per l’excursus dei fatti, mi induce in questo sospetto: che l’amante,
cioè, abbia manipolato Elena per sottrarla al marito. L’amore, non c’entra.»
«A che
scopo?»
«Questo
ancora non lo so. Ma al momento attuale non escludo un epilogo cruento.»
Lo inducevano
a questo sospetto lo stato di eccitazione di Vittorio e la torbida situazione
in cui si dibatteva. Una quasi certezza, in verità – aveva spiegato all’amico
poliziotto.
«Vedrò
che posso fare,» l’aveva rassicurato Crescenti.
Vittorio
era stato rintracciato da una volante, l’investigatore interrogato, una
pattuglia aveva spento le sirene davanti al domicilio di Ruggero. Nessuno aveva
aperto. I vicini avevano testimoniato che non lo vedevano da giorni. A domanda,
avevano risposto: «Sì, ultimamente veniva qui con una donna…»
«Elena?»
aveva chiesto l’agente Crescenti.
«Sì,
Elena, abbiamo sentito che la chiamava così.»
«E sono
partiti assieme?»
«Sì, con
la macchina… una Renault…» diceva uno.
«No,
un’Opel rossa…» correggeva un altro.
«Hanno
caricato le valigie,» precisava un terzo.
*
Sirio aveva deciso di
trascorrere in riviera la terza domenica di aprile. La primavera era in
anticipo, le previsioni meteo promettevano alta pressione, temperature al
disopra della media stagionale, la possibilità di crogiolarsi un po’ al sole. I
notiziari sulla viabilità riferivano di traffico intenso in direzione del
litorale già dal primo mattino.
Il
cellulare annunciò “Vittorio” e Sirio fu tentato di lasciarlo squillare.
Invece –
non riusciva a farsi violenza e non rispondere a una richiesta d’aiuto – premette
il pulsante verde.
«L’ho
trovata,» quasi rantolò l’amico. «Vediamoci al solito posto a mezzogiorno, ti
offro il pranzo.»
Solo una
mente sovreccitata può esprimersi così e avanzare pretese simili. E Sirio
sapeva a quali eccessi può portare una mente sovreccitata.
«Va
bene,» rispose, quando l’altro aveva già chiuso.
La
serranda dell’enoteca in piazza Salmastra era abbassata.
«Andiamo
dal Greco,» Vittorio afferrò Sirio per la manica e quasi lo trascinò
verso via del Condotto.
«Tavolo
per due.»
Vittorio
si muoveva a scatti, parlava con tono di comando, gli brillavano gli occhi.
La
giornata aveva richiamato turisti, gli venne apparecchiato in un cantone,
stretti fra due coppie sui sessanta che festeggiavano qualche loro ricorrenza e
una tavolata numerosa.
«Guarda,»
spianò il cellulare Vittorio davanti al naso di Sirio.
Il
cameriere era accaldato, aveva fretta, pretese che ordinassero subito.
«Tortellini
in brodo di carne,» rispose Vittorio sbrigativo.
«Lo
stesso per me,» aggiunse Sirio.
Il
cameriere chiese: «Vino della casa?»
«Sì.»
Il
cameriere sparì.
La foto
di Elena seminuda tornò a pararsi davanti agli occhi di Sirio.
«Sai come
ho fatto?» domandò Vittorio.
«Come?»
«Un’app.»
Sirio
sapeva che esistono programmi per il riconoscimento facciale, ma qui si era
andati oltre.
«Spiegami,»
chiese.
«Non la
trovi sugli store. Ho realizzato un motore di ricerca neurale, come quelli che
usano i servizi di sicurezza per dare la caccia ai terroristi. Quindi ho preso
delle fotografie di Elena e le ho convertite in una serie di coordinate
matematiche, come la distanza tra gli occhi, la curva della mandibola, la
lunghezza degli arti eccetera, e le ho passate al software perché li
confrontasse con ogni dannato volto che appare sui siti di streaming hard.
Sono partito dall’Italia, poi sono passato alla Russia e all’Albania, dove il
mercato della pornografia è significativo. Il programma gira H24 su vari server,
non guarda i video come un uomo, legge i pixel, analizza le stringhe di codice.
L’ho fatto girare per tre notti di fila e alla fine mi ha dato un alert.»
Indicò lo
schermo con l'unghia. «Novantotto per cento di compatibilità. È lei. È a Tirana.
Non volevo crederci. All’inizio ho sperato di essere incappato in un deepfake
– sai cos’è, il volto di Elena incollato su un altro corpo – ma poi ho
analizzato i metadati e le ombre. È lei. E me lo conferma un altro particolare,
guarda, ha un neo sotto il seno destro. Nemmeno l'algoritmo l'aveva visto, l'ho
riconosciuto io, quando ho ingrandito il fermo immagine.»
Sirio
sollevò gli occhi dal display: «Non dirmi che hai anche l'indirizzo».
«Il segnale rimbalza su un server di Tirana,
ma è un appartamento, non un set professionale. Potrebbe essere ovunque in
quella maledetta città. Ma la troverò. Un centimetro alla volta, io la
troverò.»
Sirio
considerò la cinesica dell’amico: mostrava soddisfazione per la riuscita della
ricerca, non dispiacere o sofferenza per la condizione di sua moglie. E poi un
altro sentimento, che espresse chiaramente.
«Colpa
tua, Sirio, se siamo a questo punto. Tutto si sarebbe evitato, se mi avessi
dato aiuto quando te l’ho chiesto.»
Sirio
sorvolò sulle accuse: «Come intendi muoverti?»
«Ho
portato il video al commissariato di zona.»
Sirio
sapeva cosa gli avevano risposto.
«Mi hanno
detto che non nega il libero arbitrio di Elena, cioè che abbia posato
liberamente. In tal caso, la semplice accusa di pornografia non
giustificherebbe un intervento diretto delle forze dell’ordine. Hanno aggiunto
che Elena può aver posato per un video privato, e che poi qualcun altro lo
abbia immesso in rete a sua insaputa. Anche in questo caso, senza una denuncia
di parte, nessun organo di polizia può intervenire.»
«Interesseranno
la polizia locale?»
«Sì, il
poliziotto mi ha confermato che lo faranno. Ha aggiunto di non farmi troppe
illusioni.»
Sirio, di
più non poteva fare, assentiva.
«A questo
punto, perché non lasci fare a loro e ricominci a vivere?»
«No. Devo
andare fino in fondo. Sono tentato di prendere l’aereo e andare laggiù. Ho
anche una pistola.»
La luce
della follia gli brillava negli occhi.
«Una
pistola? Dove l’hai presa?»
«L’ho
comprata, mercato nero.»
«Devi
consegnarla subito alla polizia, ti accompagno, anche adesso. E poi devi
toglierti dalla testa queste idee sanguinarie, portano solo guai. Tua moglie ha
scelto la sua strada. Giusta o sbagliata che sia, lo ha fatto liberamente. Tu,
adesso, devi pensare a te stesso.»
Arrivarono
i tortellini, Vittorio prese a immergere il cucchiaio con voracità nervosa.
«Scherzavo,»
sollevò gli occhi un momento. «Dai mangia, che freddi non sono buoni.»
«Meglio
così,» finse di credergli Sirio. «Ragiona a mente fredda. Dopotutto il filmato
è solo uno spogliarello. Difficile da accettare, d'accordo, ma non è una prova
di prigionia. Potrebbe essere stato fatto per gioco, non è un motivo per
sporcarsi le mani di sangue. Se le vuoi bene come dici, lasciale vivere la vita
che ha scelto.»
«Uhm,»
mugugnò Vittorio senza rallentare.
«E poi
c'è la realtà dei fatti. Sono a Tirana. Pensi davvero di poter atterrare là e
trovarli bussando alle porte?»
Vittorio
aprì la bocca per ribattere, ma Sirio lo anticipò.
«Va bene,
mettiamo anche che da bravo informatico riesci a trovarli. Ruggero non è un
impiegato che si spaventa per un ringhio. È un malavitoso, davvero pensi di
sorprenderlo e sopraffarlo? E considera un’altra cosa. Elena non ha mandato
segnali di fumo, non si è fatta viva con i suoi e con te. Fino a prova
contraria ha scelto di stare con quell’uomo. Non puoi riportare a casa una
donna che ha deciso di non volerci stare. Vuoi uccidere anche lei? Io penso che
con ogni probabilità finiresti morto tu, oppure rimarresti in una prigione
albanese per il resto dei tuoi giorni. Ne vale la pena?»
Vittorio
fissò il fondo del piatto, dove restava un velo di brodo. Il suo silenzio non
era di resa, ma l’atteggiamento di chi sta elaborando informazioni.
«Va
bene,» disse alla fine.
«E la
pistola?»
«Non c’è
nessuna pistola, ti ripeto.»
Il
cameriere si era avvicinato.
«Il
conto,» chiese Vittorio.
E poi a
Sirio: «Non sei un buon amico. Non sei mai stato dalla mia parte».
Non ci
furono saluti né strette di mano.
*
A metà maggio Sirio
ricevette una telefonata di Vittorio: «Mi ha chiamato!»
Erano le
sette di sera, si trovava nella biblioteca della facoltà. Faceva una ricerca
sulla recrudescenza dei crimini: materiale per una conferenza cui doveva
partecipare in qualità di relatore. Una coppietta di studenti si scambiavano
carezze sotto il tavolo coi computer; ogni tanto un bacio, nascosti dietro gli
schermi. I dati del secondo semestre portavano incrementi percentuali
preoccupanti su quasi tutti i delitti in esame: femminicidio, violenza
domestica, accoltellamenti, spaccio di stupefacenti, rapina…
Sulle
tabelle diventavano numeri freddi, invece riflettevano il paradosso del nuovo
millennio. Nell'epoca del massimo comfort, dell’accesso immediato a ogni bene
di consumo, nella generazione più appagata della storia si risvegliava
l’istinto alla sopraffazione e alla rabbia.
«Mi ha
chiamato,» disse Vittorio.
Gli
studenti uscirono mano nella mano. Passandogli accanto, lo seguirono con la
coda dell’occhio.
«Ah,
Vittorio,» si interessò Sirio. «Dimmi.»
«Lui la
fa spogliare e vende i video su internet.»
«Solo
questo?»
«Così ha
detto lei. Non so se crederle.»
Forse
c’era di più, ma per Elena, confessarlo, sarebbe significato chiudersi
qualsiasi porta.
«Perché
ha chiamato te e non la polizia?»
«Forse
l’ha fatto. Oppure no, per paura, immagino. Non deve trovarsi in una situazione
piacevole. Infatti subito dopo ho sentito delle voci, delle urla. Credo che le
abbiano dato uno schiaffo… il rumore era quello. Poi è caduta la linea.»
«Ti
compariva il numero?»
«No. Sconosciuto.
E sul computer la loro posizione non è più Tirana. Sono riusciti a pulire i
metadati e a criptare il segnale della chiamata. Se provo a inseguirli, il
segnale sembra arrivare una volta dal Canada, un’altra da Bruxelles.»
La
frustrazione di Sirio risiedeva nell’impotenza.
Vittorio
riprese a parlare: «Ti avevo detto che finiva male, e la responsabilità è solo
tua. Se prima potevo raggiungerli, adesso non più. Elena è sola.»
«Devi
rivolgerti alle forze dell’ordine.»
«Sono già
andato dal solito commissario. Indagheranno.»
Aveva
spento il telefono.
*
Lo schermo del PC
baluginava. Numeri e percentuali sostenevano lo sguardo desolato di Sirio.
L’ultima
riga diceva: “Smuggling” – Traffico di migranti.
Sirio ne
aggiunse un’altra: “Trafficking” – Tratta di esseri umani”.
Quante
volte avveniva in senso inverso, ragionò. Donne straniere trascinate in Italia
e gettate sul marciapiede. Questa volta l’occasione, il caso, l’imponderabile avevano
agito al contrario. Quel Ruggero doveva aver colto all’istante la fragilità di
Elena e ne aveva approfittato.
Il “grooming"
– dall’inglese to groom, “curare, lisciare” – è una tecnica di
manipolazione psicologica finalizzata all'adescamento. Non è un atto violento
immediato, ma un processo lento e calcolato. Il predatore "liscia" la
vittima, ne studia i punti deboli, le insicurezze, i bisogni insoddisfatti. Nel
caso di Elena, forse, un matrimonio diventato routine o una noia esistenziale,
o forse un bisogno d’affetto inappagato. Il groomer si presenta come
l'unico in grado di capire davvero la vittima, e si adopera di isolarla
emotivamente dal proprio mondo. Una volta ottenuto il controllo totale, passa
allo sfruttamento: sessuale, economico… oppure, in questo caso, la tratta
internazionale.
Le vittime
si lasciano andare fiduciose, convinte di rivolgersi a una vita migliore.
Scopriranno
l'orrore solo quando il confine sarà superato.
Sirio
spense il PC. Dalle finestre scorgeva l’oscurità. Aveva saltato il pranzo, quel
giorno. Per arrivare all’ascensore doveva passare davanti ai bagni. Si fermò a
respirare. La nausea lo sopraffece.
*
Il TG annunciava sbarchi,
quella sera di dicembre. Sirio, nel suo monolocale mansardato, con i piedi sul
tavolino davanti al divano, masticava distrattamente verdure surgelate passate
al microonde. La telecamera inquadrava barconi stracarichi e relitti sulle
spiagge, commentatori in cravatta e facce nere disperate.
«Gli
sbarchi sono aumentati del…»
La
telecronista, la voce impostata, aveva l’espressione giusta: seria, riflessiva,
ponderata.
Lo
smartphone vibrò sul vetro del tavolo, lanciò la musichetta, mostrò “Vittorio”.
Sirio
tolse l’audio alla televisione e rispose.
«Mi ha
chiamato da Lampedusa. È scappata. Si è imbarcata non so dove e non so quando.
Era disperata. Non ha più i documenti. Mi ha chiesto di andare.»
«Certo,
devi farlo subito.»
«Non so.
Dopo tutto questo tempo… dopo tutto quello che è successo. Andranno i suoi,
credo. Oppure la sorella.»
Chiuse.


