*
Grazie a te, Anna,
*
Grazie a te, Anna,
Grande Conan
(Il metodo
deduttivo nel genere giallo)
Nella narrativa di indagine,
quella che poi verrà definita il “genere giallo”, la dote principale dell’investigatore
è l’arguzia, la capacità cioè del protagonista di arrivare alla verità per una concatenazione
di passaggi logico-deduttivi.
L’autore più noto è sir Arthur
Conan Doyle, che assegnando al suo protagonista la qualità specifica del “metodo
deduttivo”, viene ritenuto il precursore del genere.
Ecco come ne “Il segno dei
quattro” (1890) presenta Sherlock Holmes al suo pubblico:
«Qui c'è del materiale di
prima mano», dissi – è Watson
che parla –, porgendogli il foglio. «Che ne pensa?»
Sherlock Holmes lo
esaminò un istante con gli occhi socchiusi, poi lo gettò sul tavolo.
«Inchiostro di pessima
qualità», mormorò. «Il fabbricante ha cercato di risparmiare sul nerofumo. La
carta è comune, di fabbricazione scadente, e mostra la filigrana di una
cartiera della valle del Rodano. Ma c'è dell'altro, Watson. Il mittente è un
uomo di legge, o comunque uno che ha a che fare col diritto, e che scrive in
fretta, con una penna d'acciaio che graffia la carta in tre punti diversi. Ha
un temperino economico con cui si taglia le unghie, usa un fermaglio di ottone
per i fogli... Insomma, amico mio, c'è parecchio materiale su cui lavorare,
purché uno sappia come guardare.»
Io scoppiai a ridere.
«Stai scherzando, Sherlock», dissi.
«Mio caro Watson, ti assicuro che sono
serissimo. Del resto, è la cosa più semplice del mondo. Guarda qui in basso a
sinistra: c'è una macchia d'inchiostro viola scuro, proprio dove il polsino
della manica sinistra deve aver premuto il foglio prima che fosse asciutto.
Ora, l'unico uomo che conosco che usa quel tipo d'inchiostro da cancelleria e
che ha quel vizio di macchiarsi i polsini è il giovane procuratore legale che
abita al pianterreno...»”
Umberto Eco, in “Il nome della rosa”, nel
presentare fratel Guglielmo da Baskerville gli assegna la stessa identica
abilità deduttiva (rendendo omaggio sia a Conan Doyle che allo "Zadig o il
destino" di Voltaire) facendolo dissertare sulla scomparsa del cavallo
Brunello.
«Il cavallo non è passato
di qui, ma sulla pista di sinistra, e che sia Brunello, il bellissimo palafreno
del cellerario, non v'è dubbio», disse il maestro fermandosi sull'orlo del
sentiero.
Severino lo guardò
sbalordito. «Ma... com'è possibile, maestro? Non avete visto passare nessuno!»
«Frate Severino», disse sorridendo
Guglielmo, «durante il nostro viaggio ho cercato di insegnarvi a leggere le
grandi tracce con cui la natura ci parla, come un libro aperto. Sulle tracce
fresche della neve a sinistra, gli zoccoli impressi erano piccoli e rotondi, e
la distanza tra l'una e l'altra impronta del galoppo rivelava la taglia corta
dell'animale. La coda, nello scodinzolare, ha spazzato la neve proprio sulla
sinistra, lasciando un segno netto che denota crini lunghi e curati, quali solo
i cavalli di razza del nostro cellerario possiedono. Inoltre, al secondo
tornante, un ramo basso di mora ha trattenuto tre o quattro peli nerissimi e
lucidi, della lunghezza esatta della criniera di Brunello. Quanto al fatto che
non sia passato di qui, le impronte vanno verso il bosco, non verso la
scuderia.»”
Può essere rilevante osservare
come Eco, oltre che a Conan Doyle, abbia voluto rendere omaggio a Voltaire e al
suo racconto filosofico "Zadig o il destino" (1747), che in
definitiva rappresenta il vero e proprio archetipo letterario da cui discendono
sia il metodo Holmes sia la scena del cavallo Brunello in Il nome della rosa.
Nel capitolo
terzo di Zadig, intitolato significativamente Il cane e il cavallo,
il protagonista incontra le guardie del regno, che stanno cercando
disperatamente due animali smarriti: la cagna della regina e il cavallo del re.
Pur non
avendoli mai visti, Zadig descrive i due animali con una precisione assoluta basandosi
unicamente sulle tracce lasciate lungo la strada.
Per il cavallo,
deduce che ha corso al galoppo leggero, che ha gli zoccoli ferrati, che la sua
coda è lunga tre piedi e mezzo, che i ferri sono sottili e via dicendo, notando
minuscoli dettagli sul terreno, sui ciottoli e persino sui rami degli alberi
bassi.
La deduzione
sulla cagna della regina è altrettanto spettacolare e si basa su tracce persino
più minute. Osservando le impronte leggere e ravvicinate impresse nella sabbia
tra i cespugli, deduce che si tratta di un animale di piccolissima taglia, una
cagnolina spaniel. Nota le tracce superficiali provocate dalle mammelle
strusciate leggermente al suolo, deducendo che ha partorito da poco tempo. Vede
che le impronte delle zampe anteriori e posteriori mostrano l'usura irregolare
dei cuscinetti e intuisce che l'animale zoppica leggermente. Deduce perfino la razza
notando i piccoli solchi lineari ai lati delle tracce principali, causati dalle
orecchie lunghe e pendenti che sfioravano la polvere mentre l'animale camminava
con la testa bassa.
Già prima di Eco,
Agatha Christie, regina del giallo inglese, aveva ripreso la genialità
analitica di Holmes e l'aveva trasferita nella psicologia e nella mania per la
precisione geometrica di Hercule Poirot. In “Assassinio sull'Orient Express”, gliene
rende anche indiretto ironico omaggio. Infatti Poirot ripete spesso che non ha
bisogno di strisciare per terra con una lente d'ingrandimento a cercare
mozziconi o fango (ecco la leggera frecciata al metodo fisico di Holmes),
perché a lui (Poirot) bastano "le sue piccole cellule grigie". Eppure
la struttura mentale fra i due investigatori rimane la stessa: isolare il dettaglio
impercettibile (un fazzoletto macchiato, un orario sballato, un pezzetto di
carta bruciato) per smontare gli alibi di tutti i sospettati e individuare il
colpevole.
Nel panorama americano, Rex Stout crea
un erede spirituale di Sherlock Holmes decisamente sui generis: Nero Wolfe,
geniale, obeso, pigro, amante delle orchidee, che non si muove mai dalla sua
casa di New York e manda in giro il fedele assistente Archie Goodwin (il
perfetto alter ego del Dottor Watson). Grazie alla sua arguzia Wolfe risolve i
casi rimanendo seduto alla scrivania, ricevendo i sospettati e lasciando che
sia Archie a raccogliere i dati empirici all'esterno. La deduzione pura di
Wolfe si basa sull'analisi logica delle dichiarazioni e delle
micro-contraddizioni verbali, un'evoluzione raffinata del metodo analitico applicato
alla società americana del Novecento.
Per venire ai giorni nostri, Lee Child ha
dichiarato apertamente che nel primo romanzo dedicato all’ex poliziotto
militare Jack Reacher (“Zona Pericolosa”,1997), ha voluto fare un omaggio deliberato
e consapevole a Sherlock Holmes. In un
passaggio, Reacher smonta la vita del capo della polizia locale, il detective
Finlay, deducendo che è divorziato e che ha smesso di fumare da pochi mesi
semplicemente osservando dettagli minimi (i segni dell'anello nuziale e le
gomme alla nicotina), esattamente come avrebbe fatto Holmes.
Lo stesso Conan Doyle, però, ammise di essersi ispirato a sua volta ad Auguste Dupin, il detective creato da Edgar Allan Poe, personaggio dotato di quel celebre "ragionamento per associatività" che Doyle riprenderà quasi fotocopiato nella scena in cui Holmes indovina a cosa sta pensando Watson guardando semplicemente la sua espressione.
Per alcune delle storie che
compongono questa raccolta ho tentato l’esperimento di ispirarmi a fatti di
cronaca. Il risultato, per me stesso prima che per il lettore, è stato la
conferma di quanto appaiano assurdi certi eventi estremi se inseriti in un
testo romanzesco. Ho dovuto cercare mediazioni per ricondurre entro limiti
tollerabili le crudeltà – che riconoscerete – del nostro quotidiano. Eppure la
realtà, come in un gioco di specchi, proprio attraverso la trasposizione
letteraria è tornata a mostrarsi nella sua spaventosa nudità.
Quasi mai, in questi
racconti, c’è la vista del sangue. Appare però chiara la mia volontà di
evidenziare come le nuove droghe e l’evoluzione informatica siano armi
mutilanti e letali tanto quanto quelle da taglio e da fuoco, potendo infliggere
ferite ugualmente dolorose e una morte, sia pure non fisica, altrettanto
definitiva.
Piccole considerazioni di retorica spicciola.
Non ricordavo “A Silvia” di Leopardi e l’ho cercata su internet. Mi è
comparsa una bozza a mano dell’autore. Inizia con: “Silvia, sovvienti…”
Trovo naturale che al poeta sia venuto di getto questo vocabolo
(sovvienti, ti sovviene). È una allitterazione del nome che precede (Silvia); la
consonante iniziale, la “esse”, ha un suono soffice, soave, seducente, spinge a proseguire. Io, e molti con me, l’avrei confermato. Allora
perché, mi sono chiesto, il ripensamento nel definitivo “rimembri”? E
ragionando ho capito la grandezza del genio. Su una singola parola? Sì, anche
per questo. “Rimembri” contiene due “erre”, la consonante dura di rude, rompere,
ruggire; eppure…
Be’, rileggiamo la prima stesura: “Silvia, sovvienti…” quel “ti” finale
suona quasi come una chiusa, blocca. Il termine stesso, “sovvienti”, richiede
una pausa, sia pur minima, per decifrarlo.
Veniamo adesso alla forma definitiva: “Silvia, rimembri…” la parola
scivola via, evoca in maniera naturale in chi legge una nostalgia; le due “emme”
intermedie, simmetriche, accompagnano la voce verso la seconda “erre “, che non
chiude, anzi prepara al seguito.
Ecco il genio, capace di sovvertire il già visto e sentito nel nuovo,
di trasmutare il forte in lieve, il gravoso in etereo. Quello che nell’uso
comune è un baluardo robusto scorre via, scivola; e scopri, straniandoti, che gli
opposti si scambiano di ruolo.
Chi come me legge e scrive, si ferma, a volte, a cercare significati, a
confrontare termini, a studiare suoni e modulazioni di suoni. Il genio lo fa in
maniera naturale e spontanea; noi, piccolini, dobbiamo fermarci a sentirlo
parlare.
Dietro le quinte della scrittura: il viaggio è
compiuto, "Una collina sospesa" è in porto.
Breve storia di un racconto.
Scrissi di getto questo racconto nell’estate del 1991. Avevo tutt’altri
impegni lavorativi e scrivere era un hobby domenicale. Lo pubblicai poi nel
2018 in self publishing con Youcaprint ed è lì invenduto a tutt’oggi. Nel 2021,
raccogliendo vari miei lavori degli anni novanta, mi ricapitò per le mani anche
questo. Non era adatto alla raccolta che avevo in animo: “Piccoli crimini
innocenti”, incentrato sul giovane, acerbo, criminologo Sirio: andava rielaborato;
fatica – non sgradevole – che affrontai. Il racconto a me piace, a ogni
rilettura mi coinvolge. Protagonista vero, al di là del più o meno scontato triangolo
amoroso, è, non tanto l’amore, ma l’aspirazione, l’aspettativa dei tre
comprimari, all’amore. Potevo non adattarlo all’altra mia raccolta “Frammenti
di adesso” che di sentimenti parla?
Tre versioni, dunque, dello stesso racconto (ma l’una differente dall’altra,
intendiamoci), di cui l’originaria invenduta e sconosciuta, letta soltanto da
me.
Ho voluto finalmente rimediare: rieditato completamente, da oggi il
racconto è pubblicato a sé stante su Amazon, solo in formato Kindle, al prezzo
simbolico di 0,99.
Leggetelo, se vi va: fatemi sapere se vi coinvolge quanto me nel
destino di Ester, Nanni e Toni.
Se vi va, lo trovate
Dietro le quinte della scrittura:
l'evoluzione di "Una collina sospesa".
Ho riferito nel post precedente di come
“idea” e “trama” (apparentemente così lontane fra loro) abbiano portato al mio
racconto “Una collina sospesa”. Premetto, prima di proseguire, che sono molto
affezionato a questo lavoro (succede a ogni autore di amare un testo più di un
altro, così come ai genitori per i figli – ma se i genitori non possono, noi lo
confessiamo impunemente!). Niente di strano quindi che alla prima stesura del
2018 – Edizione Youcanprint – ne siano seguite altre due, rielaborate quanto
basta per adeguare la voce narrante, il punto di vista e il contesto alle raccolte
di cui entrarono a far parte.
Riporto di seguito i tre incipit, la cover che vedete è quella della prima edizione pubblicata con Youcanprint, che potete raggiungere facendo Clik
Una collina sospesa
Ester spinse le persiane e il
giorno dilagò nella stanza.
«Finalmente il giorno» disse Ester.
Avevano viaggiato tutta la notte, arrivati col buio.
Ester spinse le persiane. L’azzurro
del mare ammiccò guizzi di luce lontana, riflessi bianchi concentrati di luce
fra gli infiniti toni di azzurro cangiante del mare. Più prossime, sotto la
finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini oscillavano sopra i tetti in
declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa.
Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando fra i vicoli.
«Che meraviglia» disse Ester «Nanni
vieni a vedere.»
Dal letto Nanni la fissava come si
ammira la luna dalla cima dell’Everest. Toccò il lenzuolo vicino a sé: «Torna
qui» le disse.
Ester fece un risolino e tornò a
sdraiarsi accanto a lui. Gli passò un braccio sul petto e lui l’attrasse più
vicina. Sulle pareti e il soffitto, l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri
chi sa quanto distanti producevano movimenti incompiuti, luminelli incostanti
di chiarore impalpabile.
Nanni l’attrasse e la baciò. Poi
rimasero supini a fissare oltre il soffitto, le teste che si toccavano, i
capelli confusi. E da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica, e la risacca
del mare, e richiami offuscati di ragazzi lontani.
Ester sospirò: «Poter stare sempre
così, noi due soli in un guscio tutto nostro. A lui non gli voglio male, e non
vorrei mai fargli del male, ma con te è un amore diverso».
Accanto a lei Nanni ebbe come un
fremito immobile: «Non ci pensare adesso» le disse «non lasciargli spazio fra
noi, l’unica cosa importante è che siamo insieme. Voglio una giornata
memorabile». Poi vivace si sollevò sul gomito: «Allora, che programmi per
oggi?»
Ester volle sorridergli,
assecondare il suo entusiasmo: «È quasi mezzogiorno. Subito abbondante
colazione in compagnia dell’uomo che amo, poi, giocoforza, violino. Tu,
invece?»
«Meravigliosa luculliana colazione
insieme alla mia bella violinista» le sorrise «poi, purtroppo, tela e
pennelli.»
«Dove?» Chiese Ester.
«Forse qui. Soggetto: una musicista
bellissima che suona il violino. O forse fuori, ancora non so.»
«Fuori è bellissimo, devi vedere.
Ieri, col buio, chi l’immaginava.» Gli si strinse addosso, ne assaporò il
profumo della pelle, strofinò la guancia contro il suo petto nudo. Da quanto
sognava momenti come questi, di poter stare con lui così come adesso. All’improvviso
pensò che aveva finora vissuto unicamente in funzione di questo momento.
Nanni si riscosse e si tirò su:
«Fame da lupi» disse ridendo. Poi ebbe un ripensamento e si chinò per baciarla.
E mentre la baciava, donne presero a cantare con voce acuta in un dialetto
gutturale sulle note della fisarmonica, e qualcuno le accompagnava battendo le
mani, e qualcuno rideva. Ester rise nella bocca di Nanni e si staccò.
«Scusa» disse, perché la guardava
stranito «deformazione professionale, ascoltavo l’armonico disaccordo del
concertino là fuori.» Ridendo si buttò di spalle sul letto e distese le
braccia. «Voluttuosa beatitudine» sospirò serrando i pugni e inarcando il bacino.
«Be’» disse Nanni «devo fare la
solita telefonatina di routine, il mio piccolo dovere coniugale. Poi scendiamo
a colazione.»
Mentre Nanni si girava per prendere
il cellulare dal comodino, Ester si rotolò sul letto e si alzò. «Sono pronta in
un attimo» disse, e andò a chiudersi in bagno.
«Gabriella… i bambini?» Sentì la
voce di Nanni prima di serrare la porta, poi la coprì con lo scroscio del
rubinetto.
*
Ora l’edizione inserita nella raccolta "Piccoli crimini innocenti", raggiungibile
Una collina sospesa
Sirio sospettava ci fosse del dolo negli attentati del
professor Urbani alla santità di don Pasquino. Erano le sei di sera del giovedì
prima di Natale e Sirio, in piedi accanto alla finestra col giaccone già
addosso, aspettava che il professore terminasse di dissigillare la bottiglia
del Vecchia Romagna, ne versasse senza riempirlo in un bicchiere – che appoggiò
nella credenza con un’espressione di rimpianto – e rimettesse il tappo.
Uscirono portandosi dietro la bottiglia. Il cielo notturno era chiaro come se
trattenesse la neve prima di lasciarla cadere. Della neve caduta il giorno
precedente, invece, restavano pochi cumuli in qualche angolo, dove il sole non
l’aveva raggiunta, nel prato all’inglese del professore. Ma le strade erano
sgombere, così si avviarono a piedi, come facevano di solito. Il professore
tratteneva per il collo la bottiglia avvoltolata in un sacchetto del
supermarket, facendola oscillare un po’, mentre camminava di fianco a Sirio.
Don Pasquino abitava dirimpetto alla chiesa di Santa
Caterina, di cui era parroco da pochi mesi, al primo piano di una palazzina
d’epoca col tetto di tegole e senza balconi. Il giovedì pomeriggio, se nessun
impegno pressante lo tratteneva in parrocchia, e se anche il professore era
libero, lo dedicavano al gioco degli scacchi, di cui erano entrambi
appassionati. Sirio, che all’epoca era al terzo anno, volentieri accompagnava
il professore; poi magari si ritirava a studiare per qualche suo esame in una
poltrona; indisturbato, visto che i contendenti duellavano nella massima,
silenziosa concentrazione.
Don Pasquino, se la bottiglia fosse stata sigillata e
nuova, l’avrebbe rifiutata – era già successo – per cui il professore aveva
escogitato quell’imbroglio della bottiglia dimenticata in casa che tanto valeva
consumare!
E dunque, mentre don Pasquino sistemava i pezzi sulla
scacchiera, il professore provvedeva a riempire i bicchieri.
I due contendenti si concessero un sorso, prima di
procedere al sorteggio di chi avrebbe giocato con i pezzi bianchi. L’uno, il
professore, con esplicito piacere, sottolineato da uno schiocco delle labbra;
don Pasquino, che da parte di madre era triestino e di padre napoletano, con
piccoli sorsi quasi di nascosto, come per un ritegno a concedersi quel piccolo
peccato. Sirio abbandonò il bicchiere sul tavolino da tè senza assaggiarlo e
aprì il libro che voleva studiare, “Meccanismi di induzione psicologica”.
La partita era avviata, i contendenti avevano dato
fondo alla bottiglia più volte; ogni tanto si scambiavano qualche commento a
bassa voce, e don Pasquino dovette sorprendere l’interessamento di Sirio, o
meglio lo sguardo che stava rivolgendo a un quadro sulla parete di fronte. Lo
aveva notato nelle visite precedenti, e anzi avrebbe potuto affermare che il
quadro avesse preteso la sua attenzione.
L’arredamento della canonica era antiquato ed
eterogeneo. Mobili donati da parrocchiani in epoche diverse, immaginava Sirio.
Altri oggetti, soprammobili, ma anche altri dipinti, sia pur nel loro
arbitrario accostamento di stili ed epoche, gli apparivano comunque coerenti.
Il quadro invece strideva, quasi urlava. E l’assenza della cornice non poteva
essere l’unico motivo.
«Ti piace?» chiese don Pasquino.
Il professore si distrasse dalle riflessioni sul gioco
e si voltò verso il quadro, seguendo i loro occhi.
Don Pasquino era sui sessanta, fisico da montanaro,
capelli ormai bianchi ma folti. Adesso, in casa, indossava dei calzoni due
taglie più larghi e un maglione logoro sui gomiti; un rossore improvviso gli
colorava le gote scarne, come trasparendo dalla pelle sottile ripresa dalla
madre triestina.
«Quel quadro è lì per ricordarmi la decisione della
tonaca.»
Il professore aggrottò la fronte; Sirio, imbarazzato,
distolse lo sguardo.
Il tono era stato quasi aspro, e il parroco dovette
pentirsene: «Se ve la sentite di ascoltarla, vi racconterò la sua storia».
Accostò il bicchiere alle labbra, e questa volta il
brandy gli provocò dei colpi stizzosi di tosse.
«Vedete» riprese «ascolto confessioni ogni giorno. Le
persone si alzano dall’inginocchiatoio con l’animo leggero. Forse è colpa di
questo» mostrò il bicchiere «forse è la neve, forse l’atmosfera che porta il
Natale. Mi farebbe piacere raccontarvela, confessarmi con voi, se volete.»
Il professore si accomodò sulla sedia e accavallò le
gambe, Sirio chiuse il libro e lo posò sul tavolino accanto al bicchiere ancora
pieno.
«Una premessa indispensabile: i sacerdoti, lo sapete,
non sono tenuti a cambiare il proprio nome; io ho scelto di farlo. Al secolo… è
così che si dice, vero professore? mi chiamo Giovanni, ma ho scelto Pasquino:
una buona coperta sotto cui nascondermi. Comunque, per tornare al quadro, tutto
ebbe inizio, e purtroppo anche fine, in una giornata di principio estate,
eravamo nel 1991 – più di vent’anni… Dio quant’ero giovane. Era il tempo dei
primi telefonini, ricordate? con l’antenna estraibile e il coperchio che si
ribaltava; e tutto ebbe inizio e fine in una località di vacanze lungo la
riviera di Levante, vicino a Genova. Noi… non vi meravigliate… non sono nato
prete, sono nato uomo…»
Don Pasquino sollevò il bicchiere. Sembrò studiare,
nella trasparenza del vetro, il brandy che sciabordava lievemente. Sembrò una
specie di brindisi rivolto al quadro senza cornice e ai suoi colori violenti.
Lo vuotò d’un sorso e cominciò il suo racconto:
«Noi, io ed Ester, avevamo viaggiato tutta la notte,
eravamo arrivati che ancora era buio. E l’indomani mattina, appena svegli,
Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza. “Finalmente il
giorno” si voltò verso di me. Mi avvicinai alla finestra e la cinsi alla vita.
L’azzurro del mare si accendeva di riflessi lontani, mentre più prossime, sotto
la finestra dell’albergo, le cime dei pini coprivano in parte i tetti in
declivio. Nubi sfilacciate stazionavano sospese, i rondoni si rincorrevano e giocavano
nell’aria per poi precipitare fra i vicoli.
“Nanni, che meraviglia” mi disse Ester.
*
Ecco infine la versione entrata a far parte di "Frammenti di adesso" - che firmo con l'altro mio pseudonimo Marcello Melis – raggiungibile
QUI.
UNA COLLINA SOSPESA
Avevamo viaggiato a lungo ed eravamo arrivati col
buio. Impazienti c’eravamo amati per ore. Poi, al mattino, appena ho spinto le
persiane, il giorno è dilagato nella stanza.
«Finalmente il giorno,» ho sussurrato a Nanni, che
stava ancora a letto.
L’azzurro del mare ammiccava con guizzi di luce
lontana, riflessi bianchi di luce tra infiniti toni di azzurro. Più prossime,
sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini si protendevano sopra
i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come
un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando tra i
vicoli.
«Che meraviglia, Nanni, vieni a vedere.»
Lui mi fissava con quell’ammirazione che rende una
donna felice.
«Torna qui,» ha toccato il lenzuolo accanto a sé.
Sono andata a sdraiarmi vicino a lui. Mi ha passato il
braccio dietro la nuca e si è chinato per baciarmi sulla fronte, poi si è
lasciato ricadere supino.
Sulle pareti e il soffitto l’ombra chiara dei pini e
riflessi di vetri chi sa quanto lontani producevano movimenti incostanti di un
chiarore impalpabile. Siamo rimasti a fissare oltre il soffitto, con le teste
che si toccavano, i capelli confusi. Da fuori veniva una nostalgia di
fisarmonica e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzini lontani.
Ho sospirato.
«Se si potesse rimanere così per sempre, io e te da
soli, in un guscio tutto nostro. A lui non voglio male, e non vorrei mai fargli
del male, perché non se lo merita, ma con te è un amore diverso».
Accanto a me, Nanni ha avuto come un fremito immobile,
quella ribellione nascosta che percepisci.
«Non ci pensare,» ha detto, «non lasciargli spazio fra
noi. Conta solo che stiamo insieme.»
*
Quale delle tre versioni senti più calzante al tuo
sentire un incontro, sia pure clandestino, ma intriso di intenso amore? Che ne
sarebbe di questo amore se l’epilogo fosse quello descritto nel racconto?
Dimmi la tua opinione nei commenti.
Dietro le quinte della scrittura
Nel 1990, in occasione dei mondiali
di calcio, venne annunciato l’ingresso ufficiale dei telefoni cellulari nella
vita degli italiani, infatti venne diffusa la notizia che erano stati offerti
in omaggio ai cronisti accreditati all’evento sportivo. Ben presto l’uso si
diffuse in un crescendo esponenziale fra la popolazione, passando da bene d’élite
a strumento alla portata di tutti.
In quel periodo, preso da altri
impegni lavorativi, non esercitavo l’attività di autore in maniera continuativa,
ma la passione mi induceva ad approfittare dei fine settimana e dei periodi di
ferie per mettere su carta opere brevi.
La rivoluzione culturale indotta
dal telefono portatile mise in moto la mia fantasia. Tutto, da quel momento in
poi, sarebbe avvenuto “in tempo reale”, chiunque, in qualsiasi momento, avrebbe
potuto apprendere informazioni per eventi che accadevano in qualsiasi parte del
mondo; cosa che è realmente accaduta, basti pensare all’attentato alle torri gemelle,
seguito praticamente “in diretta”.
Il “tema”, l’impulso motore per il racconto
“Una collina sospesa” era dunque, ancor prima di scriverlo, questa possibilità
fino ad allora impossibile, di “assistere” anche alla morte – Dio ne scampi –
di una persona a cui si è affezionati.
Questa l’idea, a lungo gestita, in
maniera più o meno conscia. La “trama”, invece, fu un fiume improvviso
materializzatosi della mia testa con l’impeto di una cascata.
Percorrevo in automobile la
litoranea che costeggia il parco naturale di “Porto Selvaggio” (è nel
territorio di Nardò, chi non lo conoscesse deve rimediare al più presto), il
panorama è piatto ma la strada, in quel punto, affronta una lieve salita. Avvicinandomi,
nel riverbero di agosto, quella semplice visione trasformò la mia “idea” latente
nel racconto completo: non dovetti far altro che “copiarlo” sul personal.
Come questo sia possibile non so
spiegare, ma so di altri autori cui è capitato di “vedere” il capitolo,
paragrafo o un intero racconto, parola dopo parola e completo di virgole in un
solo momento.
Colleghi scrittori, avete mai avuto
simili esperienze?
Amici lettori, davvero, come dice Calvino,
la fantasia è un luogo dove ci piove dentro?
Aspetto le vostre opinioni nei commenti.
Nota: La cover che vedete è dell'edizione Youcanprint, non più disponibile.
Attenzione...
libro in offerta, solo su Pay Hip:
Breve presentazione:
Studiati sui libri, i delitti più efferati sono materia didattica, nozioni di analisi psicologica, fenomeni da indagare. Nella realtà, sono incubi; con l’aggravante che nessun risveglio li può cancellare.
Sirio insegna criminologia e psicologia investigativa in una prestigiosa università italiana. Quando scopre che la sorella è stata aggredita da un folle e ridotta in fin di vita, decide di avviare un’indagine personale per smascherarlo.
Privo di una Sezione Scientifica a supporto, senza il potere di isolare scene del crimine o interrogare sospettati, Sirio può contare solo sulla propria preparazione accademica e su un’attitudine innata: percepire l'invisibile. La sua indagine lo porterà a uno scontro frontale con un criminale che non ha alcuna intenzione di fermarsi.
Anteprima:
Emma, gli occhi chiusi, è
immersa nel buio assoluto che precede la morte. Non ha paura, non può più
averne. La sua coscienza sopita si trova al centro di imponderabili abissi
siderali, in un nulla che si estende vuoto e assoluto in ogni direzione; densa oscurità
che schiaccia il respiro, liquido amniotico senza colori.
Non suoni
né luci, né pensieri o istinto in quel nulla senza contorni.
La
lampada della stanza è spenta. Il flebile chiarore del monitor illumina appena
il suo corpo disteso nel letto di degenza. La linea della vita è un filo verde
tremolante, i Bip intermittenti, i
LED che ammiccano a intervalli equidistanti sono per lei, ma la sua coscienza
sopita non può saperlo. Se avesse coscienza e ricordi, saprebbe che dell’uomo
nudo incombente sopra di lei conosceva soltanto il nome: Enzo. Era stato molto
gentile, quando l’aveva incontrato, e loquace e simpatico. Se avesse memoria
saprebbe che l’ultima immagine, prima che le incollasse il cerotto sulle
palpebre, era stata di un viso premuroso. Dopo, le lacrime erano rimaste
compresse, gonfiandosi e premendo dolorose sotto quel nastro; e l’altro, che le
serrava la bocca, le aveva tolto oltre alla voce anche il respiro. Aveva avuto
mani e piedi legati alle spalliere sopra e sotto del letto e dall’oscurità le
erano giunte parole rantolanti dalle intonazioni infantili, mentre quell’uomo
scriveva. Forse gli avrebbe parlato, se avesse potuto. Se avesse potuto gli
avrebbe accarezzato la mano, per fermarlo.
Ma la
voce dell’uomo e la lama che scorreva sulla sua pelle sono ormai lontane,
sfumate al di là del ricordo. Adesso, trascorsi giorni, la coscienza sopita di
Emma rimane in bilico sull’orlo di un baratro vuoto e impensabile, un
precipizio senza ciglio né fondo.
Fuori di
lei, la linea della vita è una traccia verde sottile tremolante su un monitor.
Un filino di ragnatela che la trattiene sospesa sul terribile abisso.
1
Forlì – Lunedì 12 ottobre
Sirio,
affascinami ancora.
Il naso storto di Sirio
roteò come la punta di un trapano… e Gianna spalancò gli occhi. Impiegò qualche
istante a distinguere la realtà dal sogno. Si era addormentata con la testa di
traverso e le doleva il collo. Le cifre sul comò indicavano le quattro e
qualche minuto. Era intirizzita, nuda, fuori dalla trapunta, con la schiena
reclinata sulla spalliera. Sirio la cingeva col braccio attorno alla vita.
Facendo piano, si spostò per
mettersi comoda e coprirsi. Forlì, a metà ottobre, era la Siberia.
Fra poco l’attendeva un
altro giorno pieno di niente. Intanto, anche questa notte se n’era andata. Ma è
così, per scoprire che cambia qualcosa devi voltarti indietro e guardare
lontano. Allora vedi che eri bambina, poi ragazza e insomma crescevi. Sulle brevi
distanze invece, tutto è piatto. Ti alzi, più o meno alla stessa ora, spicci le
solite cose, marito che rientra, ti racconta del capo reparto che è un fetente,
poi se ne va a dormire perché ha passato la notte a guidare il treno. Si
sveglia all’una, pranzo e poi, se gli va, ti trascina dentro il letto, per la
sua personale razione di sesso.
Un paio di volte al mese
c’è Sirio. È sempre lei che lo cerca. Non perché sia un tipo sulle sue, anzi, è
sempre disponibile: è la disponibilità assoluta quest’uomo. Ha la capacità di
ascoltare e percepire anche ciò che non gli dici. Incredibile, con lui ti apri
e racconti, anche quello che non vorresti, e lui è sempre un passo avanti, già
sa cosa stai per dire. Ha le antenne, per capire le cose.
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Cinque Storie di Crimine e Psicologia
Genere: Giallo / Thriller / Racconti
🔎 CINQUE MISTERI. UN SOLO FILO CONDUTTORE:
L'INGANNO UMANO.
La memoria della carta è una raccolta di storie poliziesche che
esplorano le zone d'ombra della psiche umana, dove il crimine non è solo un
atto, ma il risultato di traumi storici, ossessioni private e fredde geometrie
di potere. Protagonista è il criminologo Sirio, un analista meticoloso,
consapevole che la verità è raramente in bianco e nero.
Estratto da:
Sirio
e Mariele, in due sdraio sulla spiaggia, osservavano il crepuscolo che avanzava
dal mare. In febbraio, alle sei del pomeriggio, il sole era tramontato dietro
le case di Cervia, alle loro spalle. Il lido era deserto, l’ombrellone
abbassato, il vento era fresco nella sera imminente.
Mariele, stringendosi addosso il giaccone, si sporse
verso di lui per appoggiargli la mano sul braccio.
I suoi occhi erano di un verde unico. A volte si
incupivano, disegnandole impercettibili rughe sulla pelle chiara e fresca.
«Devo ringraziarti,» disse, «è stata una settimana
intensa, meravigliosa. E debbo chiederti un favore…»
Dalla borsa di tela appoggiata accanto alla sdraio
estrasse una piccola confezione in carta da regalo, sigillata sui lembi con
l’adesivo di un cuore.
Poteva essere un libro.
«Quando sarà il momento, dovrai darlo a Rodolfo.»
«Quando sarà il momento?»
«Sì. Lo capirai. Succederà una cosa talmente fuori dal
comune che… insomma, lo capirai. Adesso toglilo per favore, Rodolfo sta
tornando.»
Estratto da:
Sirio
notò che il modo di camminare era cambiato. Marta era scesa dal SUV
metallizzato della Mercedes e veniva verso i tavolini del bar, sul marciapiede
ingombro di turisti.
Sirio sapeva che al primo contatto il
cervello registra automaticamente dei dettagli rilevanti e si concentrò a
focalizzarli. L’energia con cui Marta spingeva avanti le gambe, come se
camminasse decisa e sicura sopra un asse di equilibrio, cancellò di colpo il
ricordo della ragazza dagli occhi brillanti e i modi festosi che era stata al
primo anno di università.
Sirio si alzò per andarle incontro. Nello
sguardo, appena si sfilò gli occhiali da sole, sorprese la stessa tristezza che
le aveva velato la voce la sera precedente, quando l’aveva chiamato al
telefono. Marta gli porse la mano e Sirio la trattenne fra le sue, mentre si
protendeva per baciarla su entrambe le guance.
«Ciao Marta.»
«Sirio… ciao. Mi osservavi, sono cambiata
molto?»
«Sì, in meglio.»
«Anche tu sei cambiato, hai un’aria…
efficiente.»
Due lievissime rughe d’espressione a lato
della bocca le rattristavano il sorriso.
Sirio le chiese: «È passato un mucchio di
tempo… come mi hai trovato?»
«Ho chiesto in facoltà. Così ho anche
scoperto che sei diventato un professore… docente in criminologia… E così ce
l’hai fatta. D’altro canto chi più di te poteva meritarlo?»
Il loro era stato un amore giovanile,
peraltro molto breve. Marta aveva scoperto di non essere tagliata per sondare
le menti criminali e aveva cambiato facoltà e città. Si erano persi di vista.
Sirio la guidò sul marciapiede del
lungomare fino al tavolino del bar prendendola sottobraccio, l’invitò ad
accomodarsi, fece un cenno di richiamo a un cameriere.
Intorno a loro Cervia si crogiolava
dell’animazione di una domenica assolata di fine giugno, assaggio delle ferie.
Ordinarono degli analcolici.
«Così,» disse Sirio, «ti sei sposata, hai
una figlia e un nuovo marito: mi accennavi al telefono.»
«Troppe cose per una di trentasette anni…
vero?»
«Be’, no, sembrerebbe una situazione
ideale.»
«Sembrerebbe… avrebbe potuto esserlo… se
non ci fosse il sospetto…»
Si bloccò, l’espressione imbarazzata; e
Sirio la sollecitò:
«Ti va di raccontarmi dall’inizio?»
Marta abbassò gli occhi, prese a
giocherellare con le stanghette degli occhiali sul tavolino. Poi si riscosse
con un piccolo fremito.
«Ecco, l’inizio.»
Adesso sembrava distratta da quelli che
passavano sul marciapiede e dalla musica che proveniva dai chioschi di bevande
sul lido.
«C’è mai un inizio? Si tratta di
proporzioni semmai. Da uno stato di felicità si passa all’infelicità, cedendo
ogni giorno un po’ di sorrisi a favore di maggiori incertezze e preoccupazioni…
e anche dolori. È così lento il processo, che nemmeno te ne accorgi. Ma hai
ragione, ti ho cercato per parlarti di me e chiederti aiuto e dunque da un
punto qualsiasi devo pur incominciare.»
Abbandonò gli occhiali sul tavolo e disse:
«Martina… sì l’ho chiamata col mio stesso
nome, piccola Marta… a undici anni, ancora bambina, non ride più. Io alla sua
età ancora ridevo, i bambini devono ridere, non credi anche tu?»
Sirio non rispose e Marta riprese:
«È cambiata all’improvviso quando il mio
nuovo marito è venuto a vivere con noi».
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