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Identità Zero
Sirio, sprofondato nella sua
poltrona preferita, guardava svogliatamente i bagliori bluastri del
telegiornale della sera. Da giorni si dava risalto a quello che i cronisti, col
solito estro per i titoli, avevano battezzato lo Scandalo della Sanità vs AI.
In pratica diceva tutto senza spiegare nulla, per chi non avesse seguito le
vicende fin dall’inizio.
Le
notizie che promettono scandalo fanno audience, così, in breve, ai TG si erano
accodati talkshow e programmi d’intrattenimento a vario titolo. Si erano
avvicendati personaggi politici di ogni colore, direttori di testate editoriali
e tuttologi di ogni genere. Avevano sciorinato opinioni e teorie, tanto
variegate quanto confuse, inducendo nell’opinione pubblica più smarrimento che
chiarezza.
Rosanna
Vidor, bioetica di fama internazionale, nota per la sua moralità e considerata incorruttibile,
aveva ricevuto l’incarico di istituire e condurre una commissione governativa finalizzata
alla regolamentazione e all’utilizzo dell'intelligenza artificiale nella
medicina di base. Il suo compito era tracciare il confine tra il diritto alla
cura e il calcolo algoritmico. Poi, con la precisione di un attacco mirato, un
video era emerso dai bassifondi del web ed era esploso nei palinsesti della
cronaca, travolgendo la sua vita, la sua identità e il suo lavoro.
Nel
filmato, Rosanna Vidor era in piedi, indossava una giacca azzurra dal taglio
maschile e una camicia grigia aperta. Dal colletto si scorgeva la collana col
crocifisso che portava sempre. Si scorgeva alle sue spalle una parete tinteggiata
di grigio e soffusa nella penombra. Stampe di nature morte sulla parete. Era
evidente un’espressione ingorda, vorace, della donna, che fissava un punto
preciso davanti a sé, leggermente in basso, all’altezza del petto o delle mani
di chi le stava di fronte.
Una voce
d’uomo, greve, profonda, diceva: «Allora, d’accordo?»
Il tono
era molto basso e le parole non si afferravano subito. Chi aveva immesso il
video in rete aveva eseguito un montaggio, per cui la scena si replicava:
espressione golosa, occhi attenti, voce dell’uomo che ripeteva in crescendo:
«Allora, d’accordo… allora
d’accordo?»
L’uomo, che
probabilmente aveva nascosto su di sé una microcamera, rimaneva fuori dall’inquadratura.
Nel video,
Rosanna Vidor rispondeva chiaramente: «Va bene».
Gesticolava
e aggiungeva: «Adesso».
Compariva
la mano dell’uomo nell’atto di porgerle una mazzetta di banconote, che la donna
afferrava e nascondeva subito nella tasca della giacca.
Questa
ripresa sarebbe fors’anche passata inosservata, se Antonella Sordoni,
telecronista di Canale Surprise non avesse deciso di ricavarne uno scoop.
Aveva
fatto accomodare l’ospite nella poltrona eccessiva di pelle bianca e l’aveva
brevemente presentata ai telespettatori e al pubblico in sala.
Poi le
aveva chiesto: «Dottoressa Vidor, ci parli più nel dettaglio del suo incarico,
quali sono le finalità, i passi che intende intraprendere?»
Rosanna,
per l’occasione, indossava un tailleur giacca e gonna grigio. Aveva toccato con
gesto automatico il crocifisso al collo e aveva spiegato, rivolgendosi alla
telecamera.
«Le nuove
frontiere della tecnologia informatica aprono opportunità eccezionali per
quanto riguarda i servizi sanitari. L’integrazione dell’intelligenza
artificiale deve diventare lo strumento per garantire il diritto all’accesso
tempestivo alle cure. Attraverso la modellazione dei dati, potremo gestire le
liste d’attesa con precisione, velocizzando lo smistamento verso le visite
specialistiche e i ricoveri. Il nostro obiettivo è eliminare quegli
appesantimenti burocratici e le aree di discrezionalità che spesso favoriscono
i clientelismi. Stiamo lavorando per trasformare la sanità in un sistema a
trasparenza totale, dove l'efficienza non sia un calcolo matematico a freddo,
ma un servizio reale al cittadino. Il nostro impegno è finalizzato a una
migliore funzionalità e trasparenza ei servizi al cittadino.»
«Spieghi
bene ai telespettatori. Vi rivolgerete al mercato esterno, per individuare lo
sviluppatore delle tecnologie di intelligenza artificiale necessarie?»
«Certo, e
non potrebbe essere altrimenti. Vi sono oggi realtà private, le cosiddette
Società di Gestione Algoritmica, che detengono il monopolio della potenza di
calcolo e dei brevetti sui modelli generativi più avanzati. Lo Stato non ha le
infrastrutture per competere con lo sviluppo dei loro codici, ma ha il dovere
di governarli. Queste aziende non vendono solo software; offrono architetture
decisionali capaci di elaborare miliardi di dati in pochi millisecondi.
Tuttavia, il punto critico non è l'efficienza tecnologica, ma la Black Box…»
«Mi
perdoni,» l’aveva interrotta la telecronista. «Può essere più chiara, per gli
spettatori?»
Rosanna
aveva sospirato: «Certamente. Black Box, che significa scatola nera, è un
termine tecnico reale, in informatica. Indica quando un'AI prende decisioni
senza che gli umani possano capirne esattamente le motivazioni. Il compito
della commissione è assicurarsi di scegliere e utilizzare algoritmi che svolgano
criteri di selezione dei pazienti basati sul diritto alla salute e non su
variabili di profitto o, peggio, di valore produttivo dell'individuo. La
commissione è finalizzata a questo: garantire che la macchina resti uno
strumento, non che diventi un giudice indipendente.»
«Quindi,
se capisco bene, la commissione… per meglio dire lei, che la dirige, è titolata
a individuare un’azienda del settore di Gestione Algoritmica cui affidare
l’elaborazione e installazione sui server della Sanità di un software di
intelligenza artificiale che serva allo scopo.»
«Per
semplificare, sì.»
«Può
farci i nomi di queste aziende?»
«Perché
no. Esistono diversi attori globali che hanno presentato protocolli
d'interesse. Parliamo di colossi come la Omnia Logics, che gestisce già sistemi
predittivi per il mercato assicurativo asiatico, o la Neural Path Solutions,
specializzata in bio-informatica applicata. C'è poi la Kratos-Med, che punta
molto sull'integrazione tra dati genomici e cartelle cliniche.»
«La Sintesis
SpA?»
«Anche.
Ha sede a Milano. La conosco.»
«Non l’ha
citata, però.»
Rosanna,
inquadrata in primo piano, aveva sollevato di poco le spalle, con
un’espressione che significava: Non ci ho pensato. Non credo sia grave.
La
conduttrice si era sporta in avanti, riducendo lo spazio fisico tra sé e
l’ospite; la voce si era fatta pressante.
«Dottoressa
Vidor, restiamo con i piedi per terra. Stiamo parlando di un progetto che
sposta equilibri miliardari. Non teme che l’entità economica in gioco possa
innescare tentativi di manipolazione, di pressioni indebite volte a favorire
un’azienda specifica a scapito della concorrenza?»
L’ospite
aveva spostato leggermente il peso sulla poltrona dello studio.
Era tesa
e si vedeva.
«Lo
escludo.»
«È
sicura?»
«Nella
maniera più categorica.»
La
conduttrice aveva il sorriso di chi sta per sferrare un colpo violento.
«Prima di
lanciare la pubblicità, vorrei mostrarle un filmato.»
*
Tutto questo e altro ancora,
tagliato, ricucito e adattato ai vari palinsesti, era stato divulgato e
replicato più e più volte negli ultimi giorni. Sirio vi aveva prestato
un’attenzione distratta da spettatore passivo.
Squillò
il telefono. Fissando il display, si sorprese.
Il suo
padrone di casa, che abitava nell’appartamento sottostante, lo chiamava alle
dieci di sera.
Non era mai
successo prima. Immaginò un’emergenza e rispose.
«Perdonami,»
esordì Luigi Fronziani. «Vedo che hai la luce accesa. Se non ti disturbo troppo
avrei urgenza di parlarti.»
Sirio gli
era andato incontro per le scale: «Che succede?»
«Ti
chiedo ancora scusa, ho bisogno di un tuo parere.»
Erano
risaliti assieme e si erano accomodati sulle poltrone.
«Avrai
sentito il caso di Rosanna Vidor.»
«Quasi
non si parla d’altro,» Sirio accennò alla TV senza volume.
«Forse
non sai, non ti ho mai detto, che Rosanna è stata mia moglie. Confesso subito,
perché sia chiaro quanto sto per dire, che la rottura del nostro matrimonio è
dipesa da me. Mi ero innamorato di Anastasia, la donna con cui convivo.»
C’era
imbarazzo nel modo in cui muoveva gli occhi senza mai sollevarli.
Riprese:
«Nessuno conosce Rosanna meglio di me. Non farebbe ciò di cui l’accusano.»
«Uhm. Spiegami
meglio.»
«Il
filmato è falso. Rosanna lo ha affermato in vari ambiti e io le credo.»
Rosso in
viso, si passava le dita nel colletto del golf.
Sirio
andò a prendergli un bicchiere d’acqua.
«Stai
calmo, se c’è una soluzione, la troveremo.»
Luigi si
bagnò le labbra, respirò a fondo.
«Sirio,
devi aiutarla. Solo tu puoi farlo. Gli avvocati a cui mi sono rivolto vedono le
solite vie d’uscita, le solite procedure, non saprebbero andare oltre. Io ti
conosco ormai da anni e sono convinto che solo tu possa scorgere l’invisibile.»
Sirio
sorrise.
«Calma,
non anticipiamo. Riassumi i fatti. Cos’è successo durante la trasmissione e subito
dopo?»
«Dunque, dopo
che quella iena della Sordoni ha lanciato la pubblicità, le ha teso un secondo
agguato. Rosanna ha perso il controllo, e non immaginava che le telecamere continuassero
a riprenderla. Ha urlato che il filmato era un falso e le sono sfuggite invettive
contro la conduttrice. La Sordoni non l’ha riammessa in trasmissione, negandole
di fatto la possibilità di una replica pubblica e, carogna fino in fondo, nelle
trasmissioni successive ha mandato in onda vari frammenti di quanto accaduto
dietro le quinte, stravolgendone la continuità temporale e utilizzandoli per
denunciare Rosanna anche di diffamazione.»
Sirio non
aveva incrociato la trasmissione di Canale Surprise, ma immaginò facilmente la
scena.
«Capisco,»
disse soltanto, in attesa che l’altro proseguisse.
«Ho una
registrazione,» Luigi tese una pennetta USB. «Ne ho parlato con l’avvocato di
Rosanna. Mi ha suggerito lui di mostrartela, quando l’ho informato che ti
conosco; sembra che vi siate incontrati, in passato.»
«Chi è?»
«Arturo
Difalco.»
Erano
stati su sponde opposte, tempo prima; eppure si era fatto l’opinione che dietro
la sua rigidezza professionale ci fosse una persona corretta.
«Sì, mi
ricordo di lui.»
Luigi
tornò ad allentarsi il colletto. «Ci aiuterai?»
Sirio si
protese in avanti, si stropicciò il naso sbilenco.
«Voglio
prima conoscere meglio Rosanna Vidor. Cominciamo da questi files.»
*
Andato via Luigi, Sirio
prese posto davanti al computer. Era quasi mezzanotte.
La
memoria flash conteneva sia il video scaricato dal web, sia le registrazioni di
varie trasmissioni televisive.
Sirio
partì proprio dal fuori onda, perché lì c’era la vera Rosanna Vidor.
La
telecamera la inquadrava in piedi ancora nello studio, gli occhi scintillanti,
il volto contratto.
«Siete in
pausa,» giunse la voce di qualcuno della regia. «Pubblicità per dieci minuti.»
«Quel
filmato è falso,» urlò Rosanna. «Sembro io, potrei essere io, se non sapessi
con certezza che non sono io.»
Sirio
fermò il fotogramma. Tornò indietro. Rallentò la velocità al 25%.
Il volto
umano dispone di circa diecimila espressioni, molte delle quali involontarie. Vengono
comandate da quarantatré muscoli mimici. In un momento di rabbia autentica, le
pupille reagiscono alla luce, i corrugatori della fronte si attivano, la
mascella si contrae in un guizzo improvviso sotto la pelle della guancia.
L’ira più
genuina era su quel volto.
Sirio
fece scorrere i singoli frame, concentrandosi su dettagli impossibili da individuare
a velocità normale. Notò che la palpebra destra reagiva in ritardo di un
millisecondo rispetto al ringhio del labbro. Quando era davvero fuori di sé,
tendeva a immobilizzare il lato destro del volto – retaggio di una vecchia
nevralgia o forse di un’abitudine nervosa.
La
natura non è mai simmetrica,
considerò.
Tutti
elementi, quelli che individuava, del dialetto emotivo di Rosanna Vidor.
Sirio studiò
a lungo la registrazione, poi passò alla trasmissione di Canale Surprise. L’espressione
iniziale dell’intervistata era distesa. Toccava distrattamente il crocifisso
con la punta delle dita: un gesto inconscio, legato forse a un vecchio bisogno auto
consolatorio. Prima di replicare, mostrava una leggera tensione della fronte,
che esprimeva la normale concentrazione per cercare risposte appropriate. Niente
di più. Ma poi, quando l’atteggiamento dell’intervistatrice era diventato,
dapprima insinuante e poi aggressivo, l’espressione era divenuta guardinga, le
dita erano sbiancate per la pressione sul metallo del ciondolo, il busto era
arretrato in un riflesso difensivo di chiusura posturale.
Tutto
molto umano.
Sirio
passò al film recuperato dal web.
Analizzandolo
fotogramma per fotogramma, notò che le reazioni facciali di Rosanna non
corrispondevano. Nello studio televisivo, irritata, sollevava l'angolo sinistro
della bocca, mentre nel film del web, sotto analogo stress, non avveniva. E poi
c’era il gesto che lei ripeteva inconsciamente, quasi un tic, di accarezzare il
crocifisso. Nel fuori onda si vedeva come il sangue affluisse in maniera
diversa alle dita stringendolo, nel video della mazzetta non succedeva.
Quel
filmato era un falso, un rendering algoritmico generato da un’applicazione di
intelligenza artificiale. Un Deepfake di sostituzione, dove il volto di Rosanna
Vidor era stato giustapposto sul corpo di un’altra donna o addirittura generato
artificialmente. La maschera digitale non aveva la nevralgia della persona
umana: l’intelligenza artificiale non era stata istruita a replicare le sue
asimmetrie e i tic specifici.
Sirio non
aveva dubbi. Non si trattava di pixel, ma di emozioni. Ogni individuo è un unicum,
mentre la macchina aveva ignorato il dialetto emotivo della vittima per assegnarle
delle espressioni standard.
Il
software l'aveva fatta recitare come un’attrice da sceneggiato.
Alle quattro
del mattino, spegnendo il PC, Sirio aveva raggiunto questa certezza e delineato
le sue strategie.
*
Sirio aveva conosciuto
l’avvocato Arturo Difalco in occasione di una causa civile; dove si erano trovati
su banchi opposti.
Maria Carringi,
cinquantacinque anni, vedova da due, era stata travolta e uccisa da un
autotreno. L'autista non si era accorto di nulla. Aveva proseguito la marcia finché,
molti metri più avanti, i gesti frenetici dei passanti non l’avevano indotto a
fermarsi. L'investimento era stato ripreso dalla telecamera installata in un
distributore di carburante.
La
compagnia assicuratrice, per ricusare il risarcimento, aveva eccepito in sede
di giudizio il difetto di responsabilità del proprio assicurato, sostenendo
l'esclusiva condotta colposa (o volontaria) della vittima. Secondo la difesa,
lo stato depressivo di cui soffriva la donna avrebbe configurato la volontà del
suicidio, interrompendo così il nesso di causalità tra la guida del mezzo e
l'evento morte. Il tribunale, a fronte di molteplici testimonianze discordanti
e non ravvisando elementi sufficienti per emettere la sentenza, aveva disposto
la presentazione di consulenze tecniche d’ufficio.
*
TRIBUNALE DI
BOLOGNA
Procedimento
n. 4243 / RGNR
Eredi Maria
Carringi c/ Assicurazioni ZPN-Alfa.
OGGETTO:
Relazione di Consulenza Tecnica di Parte (CTP)
CONSULENTE EX
ART. 233 C.P.P.: Dott. Sirio Bonanni.
CASO: Sinistro
Mortale, Vittima: Maria Carringi.
QUESITO
TECNICO: Analisi della dinamica dell'impatto tra il veicolo industriale
(autoarticolato) e il pedone (Sig.ra Maria Carringi) al fine di accertare
l'eventuale volontarietà dell'atto (ipotesi di suicidio sostenuta dalla difesa)
o la natura accidentale dell'evento.
METODOLOGIA DI
ANALISI: Analisi comparativa tra la dinamica d'impatto e la risposta
neuromuscolare riflessa della persona investita.
L’analisi biomeccanica
delle emozioni non si è limitata alla cinematica del veicolo, ma si è estesa
alla scomposizione micro-espressiva e posturale del comportamento non verbale tramite
scansione dei file video estratti dalla telecamera di sorveglianza presente
nella "Stazione Servizio Nord". I video sono stati analizzati a 1/100
di secondo.
RILIEVI
CRITICI ED EVIDENZE:
A. L'Assenza
del "Set-up Suicidario".
In letteratura
forense e psichiatrica, l'atto suicidario per investimento è preceduto da una
fase di "abbandono motorio": il soggetto riduce la tensione
muscolare, inclina il baricentro in avanti e spesso chiude gli occhi o china il
capo.
• Rilievo sul video (Frame 452-460): La Sig.ra Carringi
mantiene lo sguardo fisso sull'asse stradale opposto al camion. Il suo
baricentro è arretrato. Non c'è "intenzione" verso il mezzo, ma
"allontanamento" dal punto di partenza.
B. Il Riflesso
di Difesa e di Trasalimento.
L'evidenza più
schiacciante risiede nel Frame 468. Un istante prima dell'impatto, la vittima
solleva il braccio destro verso il parabrezza del camion e volta di scatto la
testa verso il veicolo.
Osservazione:
Il sollevamento dell'arto superiore a protezione del volto (arco riflesso
tronco-encefalico) è incompatibile con la volontà di autodistruzione. Il
cervello di chi vuole morire inibisce le reazioni di difesa; qui, il sistema
nervoso della vittima ha lottato per la sopravvivenza fino all'ultimo
millisecondo. L’evidente trasalimento nega l’intenzionalità all’atto
preordinato.
C.
L'Incongruenza dei Tempi (L'errore del software).
La perizia di
controparte sosteneva un "balzo improvviso". Tuttavia, l'analisi
vettoriale dimostra che la velocità di spostamento laterale della donna è
costante (4,2 km/h). La sensazione di "balzo" nel video originale è
un artefatto ottico causato dalla mancanza di tre fotogrammi intermedi,
probabilmente persi durante la compressione del file effettuata dalla Compagnia
Assicurativa. Ripristinando la fluidità originale, si nota chiaramente un
cedimento della caviglia sinistra.
CONCLUSIONI: La
Sig.ra Carringi non si è gettata sotto il veicolo. È scivolata mentre
attraversava con passo rapido, come si evidenzia nel Frame 465-468 (si vedano
ingrandimenti delle immagini). Il tentativo estremo di proteggersi il volto con
le braccia nega categoricamente ogni ipotesi di volontarietà. La versione del
"suicidio" è da considerarsi un'ipotesi costruita su lacune tecniche
e suggestioni psicologiche indotte.
*
L’avvocato Difalco era un
uomo di statura modesta. Seduto dietro la scrivania del suo studio, esibiva
baffetti sottili, fuori moda, e indossava un abito gessato completo di gilet.
Le labbra inclinate verso il basso conferivano ai suoi sorrisi un che di mesto.
Di fronte a lui, Sirio e Fronziani occupavano le poltrone per gli ospiti,
immersi nell’ambiente poco illuminato e nel silenzio pesante di quell'ufficio
d'altri tempi.
«In casi
come questo, i giudici tendono sempre a favore della vittima,» concluse la sua
ricostruzione, quasi a voler giustificare il fallimento del precedente incontro
con Sirio. «E devo riconoscere che lei è stato molto abile a individuare i fotogrammi
mancanti, suggerendo, senza accusare apertamente nessuno, che il video fosse
stato manipolato per avvalorare la tesi del suicidio.»
Difalco
appoggiò i gomiti sullo scrittoio. Fissò con quel suo triste sorriso prima
Fronziani, poi Sirio: «Be’, questa volta siamo dallo stesso lato della
barricata. Ma in questo caso il giudice, di fronte a un reperto video, non
accetterà una semplice perizia stragiudiziale che ne contesti l’autenticità. Se
vogliamo ottenere la revoca della misura cautelare della dottoressa Vidor,
dobbiamo fornirgli di più».
«Devo parlare con la dottoressa al più
presto,» Sirio cambiò posizione sulla poltrona. «Il primo passo è la mia nomina
a Consulente Tecnico di Parte. Lei dovrebbe depositare già domattina un’istanza
al Pubblico Ministero e al GIP. La motivazione è l’esigenza della difesa di
procedere a un’analisi tecnica del materiale probatorio. Se non la vedo di
persona, non potrò mai provare che quella raffazzonatura di pixel apparsa sul
web è un falso.»
«Uhm. È
agli arresti domiciliari. Il monitoraggio è stretto e il GIP ha imposto il
divieto di comunicazione assoluto. Ma vedrò cosa posso fare.»
*
Aveva aperto un poliziotto.
Ritirate le credenziali che Difalco gli porgeva, li aveva lasciati entrare.
Rosanna Vidor, in una poltrona del soggiorno, appoggiò il libro che stava
leggendo e si alzò per stringere la mano a Sirio e all’avvocato. Occhiaie
profonde e capelli trascurati, appariva smagrita e invecchiata, rispetto ai
video girati non molto tempo prima. Si accomodarono.
«La
immaginavo diverso,» si rivolse a Sirio. «Più austero e meno giovane.»
«Colpa
del pomposo termine Professore,» sorrise Sirio.
L’avvocato
si intromise: «Veniamo a noi, Bonanni…»
«Chiamatemi
Sirio… meno formale.»
«Sirio –
dunque – studiando le espressioni e la prossemica dei filmati, ha concluso che
è stato realizzato un deepfake di sostituzione facciale della sua immagine.»
Rosanna
si illuminò: «Questo mi scagiona?»
«Purtroppo
non è sufficiente, in sede stragiudiziale,» precisò Difalco.
«Quindi?»
«Però è
un primo traguardo, importante per noi,» Sirio si protese in avanti. «A questo
punto si tratta di stabilire chi aveva interesse a screditarla e farla
rimuovere dalla commissione. Ho letto, fra gli atti che l’avvocato mi ha messo
a disposizione, che lei ha informato il pubblico ministero, in fase di
interrogatorio, di aver subito un tentativo di corruzione. Vorrei che me ne
parlasse.»
La donna
sospirò: «Che potrei dire, oltre quanto ho riferito al magistrato?»
«È
diverso l’approccio dell’ascoltatore. Per il PM potrebbe trattarsi di un suo
tentativo di spostare il focus delle responsabilità, oppure, quand’anche le
credesse, un elemento inutile, perché impossibile da provare. Dal nostro punto
di vista, invece, può fornire spunti di riflessione, nonché di indagine.»
«Be’,»
Rosanna corrugò la fronte. «Due uomini mi hanno avvicinata.»
«Dove, in
che modo?»
«Nel bar
sotto il mio ufficio, in via Sestriere.»
«Un luogo
pubblico, quindi, dove lei è conosciuta. Può essere un motivo per cui il
filmato riprende un ambiente estraneo: parete bianca e quadri anonimi. Chi l’ha
contattata, in quella occasione?»
«Due
uomini, che non avevo mai visto prima. Non si sono presentati, hanno esordito
con: La Sintesis…»
«Saprebbe
riconoscerli?»
«Certamente.»
«Saprebbe
ricavarne un identikit, se le mettiamo a disposizione un ritrattista forense?»
«Immagino
di sì.»
«Le hanno
porto materialmente del denaro, come si vede nel video?»
«No. In
pratica si è trattato di un monologo, probabilmente preparato, di uno dei due.
Più o meno il succo era che l’azienda possedeva tutti i requisiti richiesti.»
«Uhm. E
avevano questi requisiti?»
«No.
Avevo messo al lavoro il mio staff tecnico, per questa come per le altre
società partecipanti. Il sistema di Intelligenza Artificiale presentato dalla
Sintesis è progettato per decidere in maniera autonoma chi avviare a cure
mediche costose e chi no, e questo in base al valore potenziale del
cittadino.»
«Un
momento,» Sirio agitò la mano. «Mi spieghi meglio.»
«L'algoritmo
discrimina sistematicamente le persone in base a criteri prefissati. In pratica
è una banca dati che cataloga gli individui secondo criteri prestabiliti. Se ricevesse
il via libera, frammenterebbe la popolazione in base a censo, ideologie e
razza, riducendo tutti noi a una semplice variabile di calcolo. In pratica, pagando
la Sintesis, chiunque potrebbe trarne profitti enormi. Per esempio, all’algoritmo
basterebbe declassare uno, dieci, cento pazienti a favore di altrettanti coperti
dalla compagnia d’assicurazioni X, per garantirle un’economia sistematica sugli
esborsi per le coperture sanitarie.»
«Capisco.
Dopo, cos’è successo nel bar?»
Rosanna
sollevò le spalle: «Se io avessi avuto un occhio di riguardo, mi avrebbero
ringraziato in maniera tangibile. Facessi pure io il prezzo. Li ho scacciati
prima che potessero aggiungere un’altra parola».
«Ha
alzato la voce?»
«Lo credo
bene.»
«Qualcuno
potrebbe testimoniare?»
Lei
rifletté qualche istante: «Non credo, c’era una festicciola, non credo
badassero a noi».
Il
poliziotto si piazzò sulla porta e Difalco controllò l’orologio: «Dobbiamo
andare, il tempo concesso dal GIP è scaduto».
«Solo un
istante,» Sirio sollevò l’indice. «Dottoressa… Rosanna, nel suo staff ha
sicuramente dei tecnici informatici qualificati. Mi serve il recapito di
qualcuno di cui abbia piena fiducia.»
«Non
capisco…»
«Le
spiegherò,» mosse un attimo gli occhi verso il poliziotto alle sue spalle.
«Deve fidarsi di me.»
«Sandro
Sometin,» abbassò la voce la donna.
«Ho io i
recapiti,» precisò Difalco.
Si
stavano alzando, quando Rosanna chiese; «E adesso?»
Sirio si
costrinse a sorriderle: «Abbia fiducia».
*
L’autostrada verso Forlì era
una striscia d'asfalto grigia che emergeva dall’oscurità man mano che i fari la
illuminavano. Sirio guidava senza fretta, lasciando che la monotonia del
viaggio mettesse in ordine lo schifo di tutta quella faccenda. Poche ore prima
aveva raccomandato fiducia a Rosanna Vidor, le aveva rivolto sorrisi
rassicuranti, pur essendo consapevole di aver raggiunto il muro alto e liscio
di un vicolo cieco.
Il quadro
era chiaro. La presidente della Commissione, a un certo momento, aveva
rappresentato l'unico granello di sabbia in un ingranaggio da miliardi di euro.
In un mondo di furbi, le avevano offerto dei soldi per trasformare la sanità in
un business per ricchi. Lei aveva opposto
la sua moralità, tanto solida da apparire ingenua a un meccanismo che non
conosceva sentimenti. Così
l'avevano annullata. Non con la violenza del sangue, che dopotutto conserva una
sua dignità umana, ma creando una seconda Rosanna, una maschera che le
somigliava in modo insultante, e l'avevano lanciata in pasto alla folla.
Qualcuno – e ogni indizio puntava dritto alla Sintesis SpA – davanti al suo
rifiuto secco e incorruttibile, era ricorso a un omicidio dell’identità
pianificato in ogni dettaglio e celebrato con la fredda eleganza di
un'equazione matematica. Il prezzo dell’onestà era stato la privazione della
reputazione, del lavoro e della libertà individuale. L’arma del delitto era un algoritmo
infame, usato per sostituire la donna reale con un fantoccio meschino.
Un
omicidio perfetto, dunque, pulito. Un assassinio dell’anima e del nome,
altrettanto definitivo di uno di sangue. Adesso
lei si trovava ridotta in una stanza, mentre fuori qualcuno della Sintesis SpA
brindava al traguardo raggiunto e a un bottino miliardario.
Sirio,
sprofondato nel sedile dell’auto, era consapevole di trovarsi con le spalle al
muro. Aveva la verità,
sentiva di aver colto ogni asimmetria del video, ogni battito di ciglia che non
apparteneva a Rosanna, bensì a un ladro d’identità meccanico istruito dalla
Sintesis. Eppure, con la stessa sicurezza, era consapevole che la verità, in
quel caso, era una moneta leggerissima, senza alcun valore di scambio. Il
Pubblico Ministero e il GIP erano in possesso di un filmato, e un filmato è un
fatto. Per loro l’opinione di un criminologo sarebbe stata un esercizio
accademico da cestinare con un sorriso di scherno, un parere soggettivo
contrapposto a una prova oggettiva.
Era una
partita truccata.
La
giustizia cammina col bastone, ha bisogno di passi cauti e tempi lenti; il male
informatico ha invece i riflessi pronti e scattanti di un giovane yuppie. In
un’aula di tribunale la verità nuda sarebbe morta di freddo, davanti a quella
menzogna così ben vestita. Da quel groviglio di codici e algoritmi non si
usciva con le buone maniere. Se voleva salvare la Vidor, Sirio doveva smettere
di fare il professore.
Guardò lo
specchietto retrovisore. Nessuno lo seguiva, se non i suoi stessi pensieri, intenti
a studiare come vincere contro una maschera digitale, contro un nemico privo di
volto umano.
Ma forse
un modo c’era.
E forse
l’aveva trovato.
A
volte, per far uscire un ratto dalla fogna, può essere utile un pezzo di
formaggio. Gli venne
un’idea. Meglio se avvelenato.
Guardò
l’orologio sul cruscotto: le nove di sera.
Avviò il
numero di Sandro Sometin, il tecnico informatico nello staff della Vidor.
*
Alle dieci del mattino Sirio
chiamò Canale Surprise e chiese di Antonella Sordoni.
«Chi la
desidera?» domandò una voce femminile, cortese e blandamente apatica.
Sirio
scandì nome e cognome, lasciando che il peso della sua qualifica sedimentasse
dall’altra parte del filo.
«Ho
comunicazioni decisive sul caso di Rosanna Vidor,» aggiunse.
«La
dottoressa è fuori sede, riferirò.»
La
dottoressa – che doveva essere rientrata in tutta fretta da qualsiasi fuori
sede si trovasse – aveva richiamato dopo dieci minuti.
«Lei è il
professor Sirio Bonanni del caso Carringi contro ZPN-Alfa?»
«Tra le
altre cose,» sorrise Sirio, pur sapendo che non poteva vederlo.
«E avrebbe
importanti comunicazioni sulla Vidor?»
«Esatto.»
«Nello
specifico, di che si tratta?»
Tono
perentorio da cronista d’assalto.
«È complicato,
per telefono. Incontriamoci e gliene parlo.»
Ci fu una
lunga pausa meditativa. Poi: «Guardi, professore, qui è un continuo di
telefonate sulla faccenda. Con tutto il rispetto, se dovessi dedicare un incontro
a chiunque sostiene di avere uno scoop…»
«Come
preferisce. Chissà se a TV Romagna & Affini sono meno impegnati.»
Altra
pausa, più breve e meno meditativa: «D’accordo, domani in serata potrei…»
«Meglio
oggi all’ora di pranzo al ristorante Delizie Nostrane. È a due passi dalla
vostra sede. Diciamo all’una.»
Nessuna
pausa, meditativa o d’altro genere. Solo un sospiro: «Va bene».
*
Sirio arrivò con dieci
minuti d’anticipo, scelse un tavolo nell'angolo più riparato e appoggiò il
tablet. Antonella Sordoni entrò all'una precisa, l’assenza di trucco rivelava
una stanchezza da frenesia che in trasmissione veniva nascosta.
«Spero
che la notizia valga la trasferta,» esordì.
«Si accomodi,
Sordoni,» Sirio esibì per lei il sorriso più sfacciato del proprio repertorio. «Qui
fanno dei passatelli che riconciliano col mondo.»
Lei
sbuffò e prese posto: «Guardi che non ho molto tempo».
«Oh, ha
un aspetto stressato, si rilassi,» Fece un gesto al cameriere. «Siamo di
fretta. Per me passatelli. Per te, Sordoni?»
«Lo
stesso,» fece un gesto della mano.
Poi,
quando il cameriere si fu allontanato, aggiunse: «Se proprio dobbiamo darci del
tu, chiamami Antonella».
Molto
telegenica, Antonella Sordoni. Addirittura più bella di persona che in video.
Per un
momento, l’ammirazione doveva essere trasparsa e lei l’aveva colta.
«Perché
mi fissi così?»
«Oh,»
Sirio fece Sciò con la mano. «L’hai capito benissimo.»
«Non
siamo in una situazione da corteggiamenti. Veniamo a noi, cos’hai da propormi?»
«Hai
distrutto Rosanna Vidor.»
«Ho fatto
solo il mio lavoro. C’era una notizia, l’ho messa a disposizione del pubblico.
Se la magistratura ha ravvisato un reato nel comportamento della Vidor, dipende
da lei, non da me.»
«Anche se
quel filmato risultasse costruito in un laboratorio informatico?»
«Hai le
prove?»
«Ho
esaminato con la massima attenzione ogni frame…»
«Come
avevi fatto per il caso Carringi?»
«Esattamente.
E posso assicurarti che non mi sbaglio.»
«Perché
lo dici a me? Vai dal giudice.»
«Sai bene
che non ne terrebbe conto, in sede stragiudiziale. E conosci altrettanto bene i
tempi processuali del nostro Paese.»
«Senti,
io pubblico notizie, e la tua opinione su quel video non lo è. O perlomeno non
è una notizia appetibile per i miei telespettatori.»
«Guarda
questo filmato e poi dimmi se è appetibile,» avviò il tablet e glielo porse.
*
Rosanna Vidor veniva
incontro alla telecamera lungo un corridoio stretto in penombra. Quando fu
vicina, si portò istintivamente la mano al crocifisso che aveva al collo.
«Vorrei
parlarle.»
La voce
di un uomo fuori campo doveva appartenere a chi effettuava la ripresa.
Con una
microcamera nascosta su di sé, evidentemente.
«A che
proposito?»
L’espressione
della donna mostrava in successione allarme, meraviglia, sospetto. Alle sue
spalle, stampe di nature morte su una parete grigia.
La
risposta dell’interlocutore era confusa. Si capiva solo la parola:
«Incontrarla».
«Nel mio
ufficio,» rispondeva Rosanna.
Nuovo
borbottio dello sconosciuto e le parole: «Allora, d’accordo?»
«Va
bene.»
La donna
faceva un gesto per indicare il corridoio e aggiungeva: «Adesso mi lascia
passare?»
Nuovo
borbottio. Nell’inquadratura compariva la mano dell’uomo nell’atto di porgerle
una mazzetta di banconote.
La donna
sbarrava gli occhi. Frustava con la mano la mano dell’altro. Le banconote
svolazzavano. Rosanna si voltava di scatto e si allontanava a passo affrettato
nella direzione da cui era venuta.
*
Erano arrivati i passatelli.
Sirio aveva aspettato che Sordoni finisse col tablet.
«Buon
appetito,» si era dedicato ad arrotolare la forchetta.
Invece
Sordoni li ignorava: «Chi mi dice che non sia questo il falso?»
«Infatti
lo è. L’ha realizzato un tecnico dello staff di Rosanna Vidor. Vedi quant’è
facile?»
«A me non
interessa. Quel che m’importa è l’audience, e quanto mi stai proponendo non
alzerebbe l’indice degli ascolti di una sola unità.»
Sirio
deglutì.
«Non
mangi?» le sorrise.
«Non ho
tempo per le stupidaggini.»
Sirio si
appoggiò alla spalliera. Esibì il sorriso più beffardo che gli riuscì.
Sorrideva
e taceva.
Taceva e
sorrideva in maniera spudorata.
Sordoni
lo fissò a lungo, prima di decifrare quell’espressione nella maniera giusta.
«Ho
capito. Non ti permetterò di portarlo alla concorrenza. Avrai la tua
intervista, anche se non vedo a che servirebbe.»
«A te
eviterebbe la figuraccia di aver pubblicato una notizia senza accertarne la
fonte e l’autenticità. Reato grave nel giornalismo, specie d’assalto. Fuga di
audience? Direi molto probabile. A Rosanna Vidor una parziale riabilitazione dal
linciaggio mediatico che le hai causato. In generale il diritto al beneficio
del dubbio.»
«Basta
così, ho capito,» la giornalista si alzò. «Adesso scusa ma devo scappare.
Contatta la mia segreteria per i dettagli.»
Si
allontanò senza perdere tempo a porgere mani.
Sirio
vuotò il suo piatto nel proprio e infilzò un boccone abbondante di passatelli.
*
Lo studio televisivo, quando
non era in uso da Canale Surprise, era un teatro di media grandezza nella
semiperiferia di Bologna. Normalmente il pubblico era formato da teatranti e
gente presa dalla strada, cui veniva corrisposto un gettone di presenza. Un
tabellone si illuminava per sollecitare gli applausi.
Ultimamente,
dopo lo scoop della Sordoni, veniva riempito da un pubblico pagante. Il
tabellone rimaneva spento e gli applausi erano spontanei. Per l’occasione,
preannunciata da giorni con spot mirati, erano state aggiunte delle sedute
supplementari lungo i corridoi.
Sul plateau
troneggiava la poltrona bianca per l’ospite e lo sgabello per la conduttrice,
alto, scelto strategicamente per sovrastare l’ospite e dare autorevolezza alla
conduttrice. Il fondale, realizzato con pannelli di plexiglass retroilluminati
di blu elettrico, dava l'illusione di uno spazio infinito. Il pavimento di linoleum imitava il
marmo. Una superficie nera così lucida da sembrare liquida.
Il
pubblico in sala cercava i posti. Sirio si accomodò nella poltrona. Un tecnico
accorse per sistemargli il microfono. Davanti a lui, Antonella Sordoni in un
tailleur giacca pantaloni color avorio, controllava con occhio competente tutti
i preparativi.
Un
altoparlante chiese il silenzio. Le persone in sala si voltarono verso il
palco. Sordoni si appoggiò allo sgabello, rassettò il tailleur.
Un
assistente di studio, con le cuffie calzate e il fare sbrigativo, fece un
cenno.
«Siamo in
onda tra cinque, quattro, tre...» l'uomo abbassava le dita una alla volta, poi
puntò l'indice verso la conduttrice.
Antonella
cambiò espressione in un microsecondo, illuminandosi a favore della Camera 1.
«Buonasera
e bentornati. Continuiamo a occuparci del caso che sta scuotendo i palazzi
della sanità e l'opinione pubblica: lo scandalo Rosanna Vidor. Un clip, che vi
abbiamo mostrato in esclusiva, sembrava aver chiuso ogni dubbio. Ma stasera
abbiamo qui con noi un ospite che sostiene una tesi controcorrente, una tesi
che, se confermata, rimetterebbe in discussione ogni certezza.»
Fece una
pausa drammatica.
«È con
noi il professor Sirio Bonanni, criminologo, esperto di analisi comportamentale
e consulente tecnico degli organi giudiziari,» rivolse a Sirio un sorriso di
plastica. «Professore, lei stasera è qui per sostenere che quello che abbiamo
visto non è ciò che sembra. È esatto?»
Sirio non
rispose subito. I suoi occhi cercarono la Camera 2, quella che stava stringendo
su di lui per il primo piano. La riconobbe dal piccolo led rosso acceso, che
segnalava la messa in onda.
Sotto
l'obiettivo, vide il gobbo elettronico col testo predisposto dai collaboratori
della conduttrice. Accanto alla telecamera, un monitor di servizio gli
rimandava la sua stessa immagine. La sua pelle risultava quasi diafana, sotto i
riflettori da cinquemila watt.
Appariva
calmo, leggermente concentrato. Distese la fronte, sorrise.
Poteva
vedere la propria immagine riflessa anche nel monitor Preview ai piedi
della Sordoni.
Raddrizzò
la schiena.
Non
guardò Antonella. Guardò dritto nell'obiettivo della Camera 2, come se volesse
parlare personalmente a ogni singolo spettatore.
«In
sintesi… s.»
Notò lo
scatto della testa di Sordoni. La ignorò.
La prima
volta aveva aggiunto una esse prolungata alla parola. Ripetette più
fluidamente: «In sintesi, qualcuno deve cominciare a preoccuparsi. I nostri esperti
informatici stanno esaminando al microscopio ogni file video. Per chi non è un
esperto del campo, preciso che ogni prodotto informatico porta con sé un DNA
invisibile: i metadati di compilazione, le tracce lasciate dai codec di
esportazione e, soprattutto, l'impronta del kernel del sistema operativo che ha
generato il rendering».
Fissò il
centro dell’obiettivo, rivolgendosi direttamente alla persona o alle poche
persone cui il messaggio era veramente rivolto. Fece una pausa, affinché i
termini tecnici pesassero nell'aria, suonassero come una minaccia mirata.
«Siamo
riusciti a isolare la stringa identificativa dell'hardware. Attraverso
un’analisi forense dei pacchetti di rete, stiamo risalendo a ritroso lungo i
nodi di scambio. Ogni passaggio lascia un log di sistema, e quindi non importa
quanti server proxy o VPN siano stati usati per mascherare l'origine: ci
arriveremo. Intanto siamo a un passo dal mappare il server sorgente e, di
conseguenza, il terminale fisico da cui è partito l’input… in sintesi…s.»
Sordoni,
incerta se interromperlo o lasciargli corda lo fissava.
Sirio non
le diede spazio.
«A chi è
meno aduso del gergo informatico voglio spiegare che qualsiasi software ha una
vulnerabilità nota, che genera un ID univoco, nel flusso dei bit. Quel codice è
ora nelle mani di specialisti che sanno come interrogarlo. Per usare un esempio:
abbiamo la targa della macchina che ha investito la reputazione della
dottoressa Vidor. È solo questione di tempo, prima di arrivare al garage.»
«Benissimo,
professore,» l’interruppe Sordoni, cercando di riprendere il controllo. «Ma lei
– scoop nello scoop – ci ha portato anche una prova della facilità di
manipolazione. Vediamo questo contributo video.»
Sul
monitor gigantesco ad uso degli spettatori, Rosanna Vidor veniva incontro alla
telecamera lungo un corridoio stretto in penombra. La qualità era granulosa, tipica di una
camera spia. Rosanna appariva tesa, si toccava il crocifisso. Un uomo fuori
campo le si avvicinava, mormorava qualcosa. Poi il gesto: una mano porgeva del
denaro. Rosanna, con un movimento secco, lo respingeva facendo volare le
banconote.
«Quello
che vedete sembra il negativo del video che ha incastrato la Vidor,» commentava
Sordoni sopra le immagini. «Qui la vediamo rifiutare la mazzetta con sdegno. Ma
questo filmato è stato creato in laboratorio. Non è vero, professore?»
«Il
filmato appena visto è stato realizzato utilizzando l’intelligenza
artificiale,» Sirio rispose, la voce ferma. «Sono state impiegate sia elementi
reali – il volto della dottoressa Vidor, le sue espressioni facciali, le
intonazioni della voce – che immagini generate elettronicamente. Osservando bene
lo sfocato del fondo e la fluidità dei movimenti della dottoressa, si nota un
leggero ghosting intorno alla figura. Questo video è un falso totale, è una esercitazione
realizzata in poche ore al computer. Eppure, se lo trasmettessi senza
spiegazioni, metà del Paese griderebbe al complotto.»
Sordoni
si voltò verso di lui, sullo sgabello scomodo.
«Quindi, lei
sta dicendo che la verità è diventata una questione di software?»
«Dico che
l'autore del falso originale ha commesso degli errori di rendering, e che li stiamo
decriptando. Ha lasciato delle impronte digitali nel codice sorgente. In
estrema sintesi: chi ha fabbricato quella menzogna ha le ore contate. Stiamo
isolando il server di provenienza e incrociando i dati della frequenza di
campionamento audio. La tecnologia che hanno usato per distruggere Rosanna
Vidor sarà la stessa che li smaschererà.»
Fece una
pausa, fissando di nuovo la Camera 2. Voleva che il tecnico della Sintesis,
ovunque fosse, sentisse il sudore freddo colargli lungo la schiena.
«L’autore
del falso farebbe bene a preoccuparsi. Ha peccato di presunzione, pensava di
aver cancellato le tracce informatiche, invece ha lasciato una porta aperta nel
back-end del file. Chi ha fabbricato quella menzogna farebbe bene a smettere di
dormire sonni tranquilli. Perché, in estrema sintesi, chi di spada ferisce di
spada perisce.»
*
Sirio, intorno alle dieci di
sera, lasciò la poltrona per andare a prepararsi uno spuntino. Il suo frigo da
scapolo offriva desolazione. Trovò un pacchetto di burro. La data scaduta
prometteva striature verdognole di muffa e affini; invece, scartatolo, aspetto
e profumo sembravano asserire: Botulino zero.
Lo spalmò
su qualche fetta biscottata e se le portò davanti alla TV.
Squillò
il cellulare. Fissando il display, questa volta non si sorprese che fosse il
padrone di casa a chiamarlo. Senza individuare subito il perché di quella
certezza, Ci siamo, si disse.
«Sirio,
perdona l’orario,» esordì Luigi Fronziani. «È venuto adesso qui da me un
signore che vorrebbe parlarti.»
«Va bene,
salite.»
Il signore
poteva avere venticinque anni, forse meno; indossava un giaccone troppo largo e
scarpe da running. Precocemente stempiato e col naso affilato, si chiamava Gianni
Santrelli. Qualifica: tecnico informatico presso Sintesis SpA.
Gettata
in un unico fiato questa presentazione ancora sulla soglia, tacque, occhi a
terra.
Sirio
l’aiutò a togliere il giaccone e invitò lui e Fronziani ad accomodarsi. La
televisione trasmetteva l’ennesimo gruppo di tuttologi riuniti a commentare
Sirio che guardava in camera e diceva: «Sintesi…s».
Sirio
tolse l’audio.
«Sei qui
per quello, ritengo,» indicò lo schermo.
Il
giovane rispose con un borbottio indecifrabile.
Sirio
prese posto sulla poltrona opposta a quella di Santrelli. Appoggiò le fette
biscottate sul tavolino da buffet. Fronziani, sul divano, si chiuse a braccia conserte.
«Come
stanno le cose?» domandò Sirio al tecnico.
«In
azienda gli incarichi sono compartimentati, vale a dire che ogni processo viene
spezzettato fra più tecnici. Io opero in Ricerca e Sviluppo e il mio compito
era l'ottimizzazione dei rendering per le simulazioni forensi; o almeno, così
mi era stato venduto. Ricevevo solo dei layer isolati…»
«Che
significa?» quasi l’aggredì Fronziani.
Santrelli
spostò le gambe, come per allontanarsi.
«Degli
strati video… vedevo solo un pezzetto della faccia, non l’intera scena. Mi
passavano dei pacchetti di dati, brevi sequenze di pochi secondi, e dovevo
perfezionare la fluidità dei labiali o la sincronizzazione del battito delle
palpebre. Un puro esercizio tecnico per testare i nuovi software di sicurezza, a
detta del mio capogruppo.»
Si
protese in avanti: «Ho capito cosa mi avevano fatto realizzare solo quando ho
visto la trasmissione su Canale Surprise.»
«Ma non
ti sei fatto avanti,» si intromise Fronziani, sempre a braccia incrociate sul
petto. «Te ne sei fregato: di Rosanna e delle conseguenze.»
Il
giovane informatico – l’istinto alla fuga – guardò verso la porta. Sirio
intervenne.
«È
comprensibile, la prospettiva del licenziamento deve aver avuto un suo ruolo.»
Sorrise a
entrambi, per motivi diversi: l’aggressività del primo avrebbe prodotto la
chiusura dell’altro. Cosa che doveva impedire.
«Come mi
hai trovato?» la domanda ingenua doveva servire a resettare le passioni.
Santrelli
accennò un sorriso: «Be’, sono un informatico. Ho frugato un po’. L’indirizzo
era esatto, solo non sapevo che abitassi al piano di sopra».
«Già,
capisco,» Sirio fece una risatina. «Ma andiamo avanti.»
«Be’, poi
lei…»
«Dammi
del tu, chiamami Sirio,» fece rotolare la mano, disponibile, da pari a pari.
«Ecco,
insomma, quello che hai detto in televisione mi ha mostrato la verità vera.»
Si era
confuso, si guardava attorno.
«Le
conseguenze, intendi,» gli andò incontro Sirio. «E dimmi, hai l’antidoto?»
Gianni si
illuminò: «Ecco».
Infilò la
mano nella tasca dei jeans e ne tirò fuori una chiavetta USB in acciaio
satinato. La posò sul tavolino al centro fra loro.
«Cosa c’è,
lì dentro?»
«I
negativi digitali,» sorrise liberamente il giovane Santrelli. «I file sorgente
originali, prima del rendering finale. Ci sono i log dei comandi impartiti dal
server centrale della Sintesis e le maschere grezze applicate sul volto della
dottoressa Vidor. C'è la prova che il video è stato creato su una workstation
dell'ufficio marketing. È tutto lì. Le coordinate, gli orari, la firma del
software.»
Sirio
guardò la chiavetta.
«Molto
bene, il tuo gesto non riabiliterà subito la dottoressa Vidor, le convinzioni
della massa sono difficili da cambiare, ma se non altro convincerà il
magistrato della sua innocenza. Te ne ringrazio per lei. Ma io voglio di più!»
«Cosa?»
si allarmò Santrelli.
Sirio
lasciò la poltrona, cercò in un cassetto, tornò con dei fogli formato A4.
Li porse
al giovane informatico.
«Sono gli
identikit dei due che hanno tentato realmente di corrompere la dottoressa
Vidor. È accaduto in un bar di via Sestriere, li riconosci?»
Gianni
non esitò: «Sì. Uno è Ugo Ramballi l’alter ego di Marcus Thorne, il CEO della
Sintesis; l’altro un suo sottoposto lecca-mutande che vale men che zero, in
azienda.»
«Sicuro
al cento per cento?»
«No. Al
mille per mille.»
«Puoi
reperire delle loro fotografie e registrare le voci?»
Gianni
Santrelli capì. Si illuminò: «Come schioccare le dita!»
«Bene,»
trionfò Sirio. «Ti propongo uno scambio che ti riabiliterà di fronte alla
giustizia e salverà il tuo posto di lavoro.»
«Chi devo
uccidere?» scherzò il giovane.
Uccidere
era la parola giusta, la stessa morte dell’identità, dell’onore, della
professione, della libertà che avevano inflitto a Rosanna Vidor.
Si
protese verso di lui e gli spiegò il suo piano.
Alla
fine, Luigi Fronziani sciolse le braccia e si aprì in una gran risata.
*
All’inizio, nessuno mise in
relazione la lenta erosione in borsa del titolo Sintesis SpA con un evento
particolare. Anzi, dopo l’estromissione di Rosanna Vidor dalla Commissione, gli
analisti scommettevano su un imminente rialzo delle quotazioni.
Mentre la
capitalizzazione della società andava depauperandosi, un video amatoriale
faceva la sua comparsa nel dark web e rimbalzava poi rapidamente sui canali
d'informazione legali.
Il
filmato sembrava del tutto irrilevante: una giovane coppia sconosciuta si
scambiava effusioni tra i tavolini di un anonimo bar.
Inizialmente,
nessuno aveva prestato attenzione allo sfondo, finché la curiosità della rete
non si era focalizzata sui personaggi rimasti accidentalmente
nell'inquadratura.
Il primo
allarme scattò proprio all’interno della Sintesis SpA, quando qualcuno
identificò i volti nitidi di Ugo Ramballi e del suo braccio destro. Poi
l'opinione pubblica riconobbe anche la donna seduta con loro: Rosanna Vidor. La
presenza dei tre nello stesso luogo e nello stesso momento, documentava quanto
la presidente della commissione aveva denunciato fin dall’inizio.
I due
funzionari, interrogati dall’ufficio etico interno, pur negando il tentativo di
corruzione, dovettero confermare di aver incontrato la Vidor in quel bar.
Quando poi la Procura comunicò di averli iscritti nel registro degli indagati per
istigazione alla corruzione, vennero sospesi dal servizio con effetto immediato,
in attesa di ulteriori sviluppi.
*
Lo Studio 4 di TV Romagna
& Affini era un perimetro di ombre avvolto nel silenzio. Non c’erano
applausi pilotati né tribune per il pubblico; solo il ronzio soffuso dei
condizionatori e l’occhio rosso delle telecamere che si muovevano lente su
binari invisibili. Una ambientazione minimalista. Un fondale blu notte e una
scenografia ridotta a pochi elementi geometrici. Al centro, su una pedana
circolare, le poltrone identiche per l’ospite e il conduttore. La luce,
perpendicolare e tagliente, isolava le figure dal vuoto circostante.
Graziano
Trefoli sedeva con la schiena dritta, le mani rilassate sui braccioli.
Esprimeva l’atteggiamento autorevole e il tono grave confacenti a una
trasmissione di approfondimento in prima serata.
«Siamo in
diretta con il professor Sirio Bonanni per discutere i recenti, clamorosi
sviluppi sul caso Rosanna Vidor», esordì, fissando l’obiettivo della camera
uno. «Ma prima, un riepilogo nel servizio della nostra redazione.»
Sullo
schermo dello studio apparve una clip montata con ritmo serrato. Le immagini
mostravano i pannelli della Borsa, con l’andamento azionario della Sintesis
SpA. Una freccia rossa precipitava verso il basso per mostrare che il titolo
era crollato del 40% in tre sedute, bruciando miliardi di capitalizzazione.
La voce
fuori campo della cronista scandiva i fatti:
«Terremoto
ai vertici della Sintesis SpA. Marcus Thorne ha rassegnato le dimissioni ed è
attualmente indagato per istigazione alla corruzione e calunnia aggravata. Nel
frattempo, la Procura ha disposto gli arresti domiciliari per il dirigente Ugo
Ramballi e il suo assistente, entrambi estromessi con effetto immediato dalla
Società. L'inchiesta è scaturita da un filmato emerso dal dark web. Girato da
un testimone anonimo in un bar di via Sestriere, documenta l’incontro tra i due
indagati e la dottoressa Vidor. Un incontro che confermerebbe la denuncia di
tentata corruzione già avanzata dalla Vidor medesima.»
Seguiva
un riepilogo sui fatti salienti relativi all’intera vicenda, poi la linea tornò
in studio con un primo piano di Trefoli.
«Abbiamo
appena visto le immagini che stanno terremotando la Borsa e i palazzi di
giustizia. Lei, in quanto consulente nel collegio difensivo della dottoressa
Vidor, come commenta questi fatti?»
Sirio
appariva perfettamente a suo agio. La mancanza di pubblico eliminava ogni
distrazione.
«Veda,»
rispose, la voce piana che riempiva lo studio. «Come ben illustrato dal
servizio, tutto nasce da un filmato attinto da internet e messo in onda da una
emittente privata. Senza volerci soffermare se sia lecito diffondere
informazioni senza averne verificato la fonte e l’attendibilità, ricordiamo che
la Procura ha già chiesto il non luogo a procedere e la revoca immediata di
ogni misura cautelare nei confronti della dottoressa Vidor.»
«Com’è
stato possibile raggiungere questo obiettivo? Quali nuovi elementi hanno
convinto i magistrati dell’innocenza della sua assistita?»
Sirio si
mostrò concentrato: «I negativi digitali, i file sorgente originali, sono stati
consegnati al Pubblico Ministero, dimostrando la manipolazione».
«Cosa può
dirci dell'esecutore materiale?» incalzò Trefoli.
«L’autore
del deepfake è un tecnico della Sintesis. Chiamiamolo un ghostwriter del
codice,» spiegò Sirio. «Scrive stringhe di realtà virtuale per conto di
altri, senza una volontà diretta e senza firmarle. Era stato indotto con
l’inganno dai superiori a lavorare su frammenti isolati, convinto di testare un
software di sicurezza. Non aveva idea della mostruosità che stava assemblando. Infine,
consegnando spontaneamente i log del server al magistrato, si è riabilitato,
dimostrando nel contempo la propria estraneità al raggiro. È grazie alla sua
collaborazione, se la verità è emersa.»
«Una
domanda, che molti telespettatori si stanno ponendo con me: la tecnologia può davvero
fabbricare una menzogna perfetta?»
«Posso
risponderle che sarà sempre più difficile distinguere la verità dal falso,» Sirio
incrociò le gambe. «Ci stiamo avvicinando alla Identità Zero.»
«Che
termine suggestivo. Cosa intende, precisamente?»
«Se in un
video ti si fanno dire cose che non hai mai pensato o compiere azioni contrarie
alla tua morale, la tua identità reale vale Zero, nel mercato della verità,» il
suono della sua stessa voce, amplificato dal microfono a clip sul risvolto
della giacca, gli parve estraneo, metallico. «La reputazione diventa
indifendibile; ma non solo, il fango digitale è un acido che non si lava
via del tutto; l'ombra del dubbio resta sempre.»
«Quanto
afferma, fa paura.»
Sirio
guardò fisso nella telecamera: «La verità non sarà mai più un monolite, ma un
vetro sottilissimo che un software da pochi spiccioli potrà infrangere in
qualsiasi momento».
Il
conduttore si affrettò a riprendere in mano le redini dell’intervista:
«Professore, cosa può dirci del filmato nel bar di Bologna? È anch’esso un deepfake
di sostituzione?»
Sirio si
fece spuntare le rughe sulla fronte: «Non posso asserirlo né negarlo. Se è un
falso, è molto ben realizzato. Paradossalmente, se fosse un falso, direbbe la
verità. Infatti i tratti fisiognomici dei due uomini che vi compaiono
corrispondono a quelli dei funzionari che agganciarono Rosanna Vidor in via
Sestriere per sollecitarla a favorire la Sintesis. D’altro canto, i due
funzionari hanno ammesso che l’incontro c’è stato. Quindi, perché dubitare del
video?»
«Noi
giornalisti avremo sempre il dubbio di stare diffondendo delle notizie false?»
scherzò il conduttore.
Sirio
rispose serio: «Esatto, il problema non sarà più cosa avete visto. Il problema sarà
che vi siete fidati dei vostri occhi in un'epoca in cui la vista è l'ultimo dei
sensi di cui ci si possa fidare».
