sabato 12 settembre 2026

Dietro le quinte della scrittura: l'evoluzione di "Una collina sospesa".


 

Dietro le quinte della scrittura: l'evoluzione di "Una collina sospesa".

Ho riferito nel post precedente di come “idea” e “trama” (apparentemente così lontane fra loro) abbiano portato al mio racconto “Una collina sospesa”. Premetto, prima di proseguire, che sono molto affezionato a questo lavoro (succede a ogni autore di amare un testo più di un altro, così come ai genitori per i figli – ma se i genitori non possono, noi lo confessiamo impunemente!). Niente di strano quindi che alla prima stesura del 2018 – Edizione Youcanprint – ne siano seguite altre due, rielaborate quanto basta per adeguare la voce narrante, il punto di vista e il contesto alle raccolte di cui entrarono a far parte.

Riporto di seguito i tre incipit, la cover che vedete è quella della prima edizione pubblicata con Youcanprint, che potete raggiungere facendo Clik

QUI

Una collina sospesa

Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza.

«Finalmente il giorno» disse Ester. Avevano viaggiato tutta la notte, arrivati col buio.

Ester spinse le persiane. L’azzurro del mare ammiccò guizzi di luce lontana, riflessi bianchi concentrati di luce fra gli infiniti toni di azzurro cangiante del mare. Più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini oscillavano sopra i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando fra i vicoli.

«Che meraviglia» disse Ester «Nanni vieni a vedere.»

Dal letto Nanni la fissava come si ammira la luna dalla cima dell’Everest. Toccò il lenzuolo vicino a sé: «Torna qui» le disse.

Ester fece un risolino e tornò a sdraiarsi accanto a lui. Gli passò un braccio sul petto e lui l’attrasse più vicina. Sulle pareti e il soffitto, l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri chi sa quanto distanti producevano movimenti incompiuti, luminelli incostanti di chiarore impalpabile.

Nanni l’attrasse e la baciò. Poi rimasero supini a fissare oltre il soffitto, le teste che si toccavano, i capelli confusi. E da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica, e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzi lontani.

Ester sospirò: «Poter stare sempre così, noi due soli in un guscio tutto nostro. A lui non gli voglio male, e non vorrei mai fargli del male, ma con te è un amore diverso».

Accanto a lei Nanni ebbe come un fremito immobile: «Non ci pensare adesso» le disse «non lasciargli spazio fra noi, l’unica cosa importante è che siamo insieme. Voglio una giornata memorabile». Poi vivace si sollevò sul gomito: «Allora, che programmi per oggi?»

Ester volle sorridergli, assecondare il suo entusiasmo: «È quasi mezzogiorno. Subito abbondante colazione in compagnia dell’uomo che amo, poi, giocoforza, violino. Tu, invece?»

«Meravigliosa luculliana colazione insieme alla mia bella violinista» le sorrise «poi, purtroppo, tela e pennelli.»

«Dove?» Chiese Ester.

«Forse qui. Soggetto: una musicista bellissima che suona il violino. O forse fuori, ancora non so.»

«Fuori è bellissimo, devi vedere. Ieri, col buio, chi l’immaginava.» Gli si strinse addosso, ne assaporò il profumo della pelle, strofinò la guancia contro il suo petto nudo. Da quanto sognava momenti come questi, di poter stare con lui così come adesso. All’improvviso pensò che aveva finora vissuto unicamente in funzione di questo momento.

Nanni si riscosse e si tirò su: «Fame da lupi» disse ridendo. Poi ebbe un ripensamento e si chinò per baciarla. E mentre la baciava, donne presero a cantare con voce acuta in un dialetto gutturale sulle note della fisarmonica, e qualcuno le accompagnava battendo le mani, e qualcuno rideva. Ester rise nella bocca di Nanni e si staccò.

«Scusa» disse, perché la guardava stranito «deformazione professionale, ascoltavo l’armonico disaccordo del concertino là fuori.» Ridendo si buttò di spalle sul letto e distese le braccia. «Voluttuosa beatitudine» sospirò serrando i pugni e inarcando il bacino.

«Be’» disse Nanni «devo fare la solita telefonatina di routine, il mio piccolo dovere coniugale. Poi scendiamo a colazione.»

Mentre Nanni si girava per prendere il cellulare dal comodino, Ester si rotolò sul letto e si alzò. «Sono pronta in un attimo» disse, e andò a chiudersi in bagno.

«Gabriella… i bambini?» Sentì la voce di Nanni prima di serrare la porta, poi la coprì con lo scroscio del rubinetto.

*

Ora l’edizione inserita nella raccolta "Piccoli crimini innocenti", raggiungibile 

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Una collina sospesa

Sirio sospettava ci fosse del dolo negli attentati del professor Urbani alla santità di don Pasquino. Erano le sei di sera del giovedì prima di Natale e Sirio, in piedi accanto alla finestra col giaccone già addosso, aspettava che il professore terminasse di dissigillare la bottiglia del Vecchia Romagna, ne versasse senza riempirlo in un bicchiere – che appoggiò nella credenza con un’espressione di rimpianto – e rimettesse il tappo. Uscirono portandosi dietro la bottiglia. Il cielo notturno era chiaro come se trattenesse la neve prima di lasciarla cadere. Della neve caduta il giorno precedente, invece, restavano pochi cumuli in qualche angolo, dove il sole non l’aveva raggiunta, nel prato all’inglese del professore. Ma le strade erano sgombere, così si avviarono a piedi, come facevano di solito. Il professore tratteneva per il collo la bottiglia avvoltolata in un sacchetto del supermarket, facendola oscillare un po’, mentre camminava di fianco a Sirio.

Don Pasquino abitava dirimpetto alla chiesa di Santa Caterina, di cui era parroco da pochi mesi, al primo piano di una palazzina d’epoca col tetto di tegole e senza balconi. Il giovedì pomeriggio, se nessun impegno pressante lo tratteneva in parrocchia, e se anche il professore era libero, lo dedicavano al gioco degli scacchi, di cui erano entrambi appassionati. Sirio, che all’epoca era al terzo anno, volentieri accompagnava il professore; poi magari si ritirava a studiare per qualche suo esame in una poltrona; indisturbato, visto che i contendenti duellavano nella massima, silenziosa concentrazione.

Don Pasquino, se la bottiglia fosse stata sigillata e nuova, l’avrebbe rifiutata – era già successo – per cui il professore aveva escogitato quell’imbroglio della bottiglia dimenticata in casa che tanto valeva consumare!

E dunque, mentre don Pasquino sistemava i pezzi sulla scacchiera, il professore provvedeva a riempire i bicchieri.

I due contendenti si concessero un sorso, prima di procedere al sorteggio di chi avrebbe giocato con i pezzi bianchi. L’uno, il professore, con esplicito piacere, sottolineato da uno schiocco delle labbra; don Pasquino, che da parte di madre era triestino e di padre napoletano, con piccoli sorsi quasi di nascosto, come per un ritegno a concedersi quel piccolo peccato. Sirio abbandonò il bicchiere sul tavolino da tè senza assaggiarlo e aprì il libro che voleva studiare, “Meccanismi di induzione psicologica”.

La partita era avviata, i contendenti avevano dato fondo alla bottiglia più volte; ogni tanto si scambiavano qualche commento a bassa voce, e don Pasquino dovette sorprendere l’interessamento di Sirio, o meglio lo sguardo che stava rivolgendo a un quadro sulla parete di fronte. Lo aveva notato nelle visite precedenti, e anzi avrebbe potuto affermare che il quadro avesse preteso la sua attenzione.

L’arredamento della canonica era antiquato ed eterogeneo. Mobili donati da parrocchiani in epoche diverse, immaginava Sirio. Altri oggetti, soprammobili, ma anche altri dipinti, sia pur nel loro arbitrario accostamento di stili ed epoche, gli apparivano comunque coerenti. Il quadro invece strideva, quasi urlava. E l’assenza della cornice non poteva essere l’unico motivo.

«Ti piace?» chiese don Pasquino.

Il professore si distrasse dalle riflessioni sul gioco e si voltò verso il quadro, seguendo i loro occhi.

Don Pasquino era sui sessanta, fisico da montanaro, capelli ormai bianchi ma folti. Adesso, in casa, indossava dei calzoni due taglie più larghi e un maglione logoro sui gomiti; un rossore improvviso gli colorava le gote scarne, come trasparendo dalla pelle sottile ripresa dalla madre triestina.

«Quel quadro è lì per ricordarmi la decisione della tonaca.»

Il professore aggrottò la fronte; Sirio, imbarazzato, distolse lo sguardo.

Il tono era stato quasi aspro, e il parroco dovette pentirsene: «Se ve la sentite di ascoltarla, vi racconterò la sua storia».

Accostò il bicchiere alle labbra, e questa volta il brandy gli provocò dei colpi stizzosi di tosse.

«Vedete» riprese «ascolto confessioni ogni giorno. Le persone si alzano dall’inginocchiatoio con l’animo leggero. Forse è colpa di questo» mostrò il bicchiere «forse è la neve, forse l’atmosfera che porta il Natale. Mi farebbe piacere raccontarvela, confessarmi con voi, se volete.»

Il professore si accomodò sulla sedia e accavallò le gambe, Sirio chiuse il libro e lo posò sul tavolino accanto al bicchiere ancora pieno.

«Una premessa indispensabile: i sacerdoti, lo sapete, non sono tenuti a cambiare il proprio nome; io ho scelto di farlo. Al secolo… è così che si dice, vero professore? mi chiamo Giovanni, ma ho scelto Pasquino: una buona coperta sotto cui nascondermi. Comunque, per tornare al quadro, tutto ebbe inizio, e purtroppo anche fine, in una giornata di principio estate, eravamo nel 1991 – più di vent’anni… Dio quant’ero giovane. Era il tempo dei primi telefonini, ricordate? con l’antenna estraibile e il coperchio che si ribaltava; e tutto ebbe inizio e fine in una località di vacanze lungo la riviera di Levante, vicino a Genova. Noi… non vi meravigliate… non sono nato prete, sono nato uomo…»

Don Pasquino sollevò il bicchiere. Sembrò studiare, nella trasparenza del vetro, il brandy che sciabordava lievemente. Sembrò una specie di brindisi rivolto al quadro senza cornice e ai suoi colori violenti.

Lo vuotò d’un sorso e cominciò il suo racconto:

«Noi, io ed Ester, avevamo viaggiato tutta la notte, eravamo arrivati che ancora era buio. E l’indomani mattina, appena svegli, Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza. “Finalmente il giorno” si voltò verso di me. Mi avvicinai alla finestra e la cinsi alla vita. L’azzurro del mare si accendeva di riflessi lontani, mentre più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime dei pini coprivano in parte i tetti in declivio. Nubi sfilacciate stazionavano sospese, i rondoni si rincorrevano e giocavano nell’aria per poi precipitare fra i vicoli.

“Nanni, che meraviglia” mi disse Ester.

*

Ecco infine la versione entrata a far parte di "Frammenti di adesso" - che firmo con l'altro mio pseudonimo Marcello Melis – raggiungibile 

QUI.

UNA COLLINA SOSPESA

Avevamo viaggiato a lungo ed eravamo arrivati col buio. Impazienti c’eravamo amati per ore. Poi, al mattino, appena ho spinto le persiane, il giorno è dilagato nella stanza.

«Finalmente il giorno,» ho sussurrato a Nanni, che stava ancora a letto.

L’azzurro del mare ammiccava con guizzi di luce lontana, riflessi bianchi di luce tra infiniti toni di azzurro. Più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini si protendevano sopra i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando tra i vicoli.

«Che meraviglia, Nanni, vieni a vedere.»

Lui mi fissava con quell’ammirazione che rende una donna felice.

«Torna qui,» ha toccato il lenzuolo accanto a sé.

Sono andata a sdraiarmi vicino a lui. Mi ha passato il braccio dietro la nuca e si è chinato per baciarmi sulla fronte, poi si è lasciato ricadere supino.

Sulle pareti e il soffitto l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri chi sa quanto lontani producevano movimenti incostanti di un chiarore impalpabile. Siamo rimasti a fissare oltre il soffitto, con le teste che si toccavano, i capelli confusi. Da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzini lontani.

Ho sospirato.

«Se si potesse rimanere così per sempre, io e te da soli, in un guscio tutto nostro. A lui non voglio male, e non vorrei mai fargli del male, perché non se lo merita, ma con te è un amore diverso».

Accanto a me, Nanni ha avuto come un fremito immobile, quella ribellione nascosta che percepisci.

«Non ci pensare,» ha detto, «non lasciargli spazio fra noi. Conta solo che stiamo insieme.»

*

Quale delle tre versioni senti più calzante al tuo sentire un incontro, sia pure clandestino, ma intriso di intenso amore? Che ne sarebbe di questo amore se l’epilogo fosse quello descritto nel racconto?

Dimmi la tua opinione nei commenti.


giovedì 10 settembre 2026

Dietro le quinte della scrittura

 








Dietro le quinte della scrittura

Nel 1990, in occasione dei mondiali di calcio, venne annunciato l’ingresso ufficiale dei telefoni cellulari nella vita degli italiani, infatti venne diffusa la notizia che erano stati offerti in omaggio ai cronisti accreditati all’evento sportivo. Ben presto l’uso si diffuse in un crescendo esponenziale fra la popolazione, passando da bene d’élite a strumento alla portata di tutti.

In quel periodo, preso da altri impegni lavorativi, non esercitavo l’attività di autore in maniera continuativa, ma la passione mi induceva ad approfittare dei fine settimana e dei periodi di ferie per mettere su carta opere brevi.

La rivoluzione culturale indotta dal telefono portatile mise in moto la mia fantasia. Tutto, da quel momento in poi, sarebbe avvenuto “in tempo reale”, chiunque, in qualsiasi momento, avrebbe potuto apprendere informazioni per eventi che accadevano in qualsiasi parte del mondo; cosa che è realmente accaduta, basti pensare all’attentato alle torri gemelle, seguito praticamente “in diretta”.

Il “tema”, l’impulso motore per il racconto “Una collina sospesa” era dunque, ancor prima di scriverlo, questa possibilità fino ad allora impossibile, di “assistere” anche alla morte – Dio ne scampi – di una persona a cui si è affezionati.

Questa l’idea, a lungo gestita, in maniera più o meno conscia. La “trama”, invece, fu un fiume improvviso materializzatosi della mia testa con l’impeto di una cascata.

Percorrevo in automobile la litoranea che costeggia il parco naturale di “Porto Selvaggio” (è nel territorio di Nardò, chi non lo conoscesse deve rimediare al più presto), il panorama è piatto ma la strada, in quel punto, affronta una lieve salita. Avvicinandomi, nel riverbero di agosto, quella semplice visione trasformò la mia “idea” latente nel racconto completo: non dovetti far altro che “copiarlo” sul personal.

Come questo sia possibile non so spiegare, ma so di altri autori cui è capitato di “vedere” il capitolo, paragrafo o un intero racconto, parola dopo parola e completo di virgole in un solo momento.

Colleghi scrittori, avete mai avuto simili esperienze?

Amici lettori, davvero, come dice Calvino, la fantasia è un luogo dove ci piove dentro?

Aspetto le vostre opinioni nei commenti.

Nota: La cover che  vedete è dell'edizione Youcanprint, non più disponibile.


martedì 8 settembre 2026

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Breve presentazione:

Studiati sui libri, i delitti più efferati sono materia didattica, nozioni di analisi psicologica, fenomeni da indagare. Nella realtà, sono incubi; con l’aggravante che nessun risveglio li può cancellare.

Sirio insegna criminologia e psicologia investigativa in una prestigiosa università italiana. Quando scopre che la sorella è stata aggredita da un folle e ridotta in fin di vita, decide di avviare un’indagine personale per smascherarlo.

Privo di una Sezione Scientifica a supporto, senza il potere di isolare scene del crimine o interrogare sospettati, Sirio può contare solo sulla propria preparazione accademica e su un’attitudine innata: percepire l'invisibile. La sua indagine lo porterà a uno scontro frontale con un criminale che non ha alcuna intenzione di fermarsi.


Anteprima:

È impossibile immaginare l’orrore,
lo si può soltanto provare, ma,
quando questo avviene,
la mente lo rifiuta,
il cervello si spegne, il cuore si arresta.

 PROLOGO

Emma, gli occhi chiusi, è immersa nel buio assoluto che precede la morte. Non ha paura, non può più averne. La sua coscienza sopita si trova al centro di imponderabili abissi siderali, in un nulla che si estende vuoto e assoluto in ogni direzione; densa oscurità che schiaccia il respiro, liquido amniotico senza colori.

Non suoni né luci, né pensieri o istinto in quel nulla senza contorni.

La lampada della stanza è spenta. Il flebile chiarore del monitor illumina appena il suo corpo disteso nel letto di degenza. La linea della vita è un filo verde tremolante, i Bip intermittenti, i LED che ammiccano a intervalli equidistanti sono per lei, ma la sua coscienza sopita non può saperlo. Se avesse coscienza e ricordi, saprebbe che dell’uomo nudo incombente sopra di lei conosceva soltanto il nome: Enzo. Era stato molto gentile, quando l’aveva incontrato, e loquace e simpatico. Se avesse memoria saprebbe che l’ultima immagine, prima che le incollasse il cerotto sulle palpebre, era stata di un viso premuroso. Dopo, le lacrime erano rimaste compresse, gonfiandosi e premendo dolorose sotto quel nastro; e l’altro, che le serrava la bocca, le aveva tolto oltre alla voce anche il respiro. Aveva avuto mani e piedi legati alle spalliere sopra e sotto del letto e dall’oscurità le erano giunte parole rantolanti dalle intonazioni infantili, mentre quell’uomo scriveva. Forse gli avrebbe parlato, se avesse potuto. Se avesse potuto gli avrebbe accarezzato la mano, per fermarlo.

Ma la voce dell’uomo e la lama che scorreva sulla sua pelle sono ormai lontane, sfumate al di là del ricordo. Adesso, trascorsi giorni, la coscienza sopita di Emma rimane in bilico sull’orlo di un baratro vuoto e impensabile, un precipizio senza ciglio né fondo.

Fuori di lei, la linea della vita è una traccia verde sottile tremolante su un monitor. Un filino di ragnatela che la trattiene sospesa sul terribile abisso.

PARTE PRIMA

“Que el mundo fue y será una porquería
ya lo sé...”
(Che il mondo fu e sarà una porcheria
già lo so…)
“Cambalache”, Tango, 1934
Testo e Musica di Enrique Santos Discépolo


1

Forlì – Lunedì 12 ottobre

Sirio, affascinami ancora.

Il naso storto di Sirio roteò come la punta di un trapano… e Gianna spalancò gli occhi. Impiegò qualche istante a distinguere la realtà dal sogno. Si era addormentata con la testa di traverso e le doleva il collo. Le cifre sul comò indicavano le quattro e qualche minuto. Era intirizzita, nuda, fuori dalla trapunta, con la schiena reclinata sulla spalliera. Sirio la cingeva col braccio attorno alla vita.

Facendo piano, si spostò per mettersi comoda e coprirsi. Forlì, a metà ottobre, era la Sibe­ria.

Fra poco l’attendeva un altro giorno pieno di niente. Intanto, anche questa notte se n’era andata. Ma è così, per scoprire che cambia qualcosa devi voltarti indietro e guardare lontano. Allora vedi che eri bambina, poi ragazza e insomma crescevi. Sulle brevi distanze invece, tutto è piatto. Ti alzi, più o meno alla stessa ora, spicci le solite cose, marito che rientra, ti racconta del capo reparto che è un fetente, poi se ne va a dormire perché ha passato la notte a guidare il treno. Si sveglia all’una, pranzo e poi, se gli va, ti trascina dentro il letto, per la sua personale razione di sesso.

Un paio di volte al mese c’è Sirio. È sempre lei che lo cerca. Non perché sia un tipo sulle sue, anzi, è sempre disponibile: è la disponibilità assoluta quest’uomo. Ha la capacità di ascoltare e percepire anche ciò che non gli dici. Incredibile, con lui ti apri e racconti, anche quello che non vorresti, e lui è sempre un passo avanti, già sa cosa stai per dire. Ha le antenne, per capire le cose.

 

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lunedì 31 agosto 2026

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Presentazione:

Cinque Storie di Crimine e Psicologia

Genere: Giallo / Thriller / Racconti

🔎 CINQUE MISTERI. UN SOLO FILO CONDUTTORE: L'INGANNO UMANO.

La memoria della carta è una raccolta di storie poliziesche che esplorano le zone d'ombra della psiche umana, dove il crimine non è solo un atto, ma il risultato di traumi storici, ossessioni private e fredde geometrie di potere. Protagonista è il criminologo Sirio, un analista meticoloso, consapevole che la verità è raramente in bianco e nero.

Estratto da:

1934 o il canto della Sirena

Sirio e Mariele, in due sdraio sulla spiaggia, osservavano il crepuscolo che avanzava dal mare. In febbraio, alle sei del pomeriggio, il sole era tramontato dietro le case di Cervia, alle loro spalle. Il lido era deserto, l’ombrellone abbassato, il vento era fresco nella sera imminente.

Mariele, stringendosi addosso il giaccone, si sporse verso di lui per appoggiargli la mano sul braccio.

I suoi occhi erano di un verde unico. A volte si incupivano, disegnandole impercettibili rughe sulla pelle chiara e fresca.

«Devo ringraziarti,» disse, «è stata una settimana intensa, meravigliosa. E debbo chiederti un favore…»

Dalla borsa di tela appoggiata accanto alla sdraio estrasse una piccola confezione in carta da regalo, sigillata sui lembi con l’adesivo di un cuore.

Poteva essere un libro.

«Quando sarà il momento, dovrai darlo a Rodolfo.»

«Quando sarà il momento?»

«Sì. Lo capirai. Succederà una cosa talmente fuori dal comune che… insomma, lo capirai. Adesso toglilo per favore, Rodolfo sta tornando.»

Estratto da:

I bambini devono ridere

Sirio notò che il modo di camminare era cambiato. Marta era scesa dal SUV metallizzato della Mercedes e veniva verso i tavolini del bar, sul marciapiede ingombro di turisti.

Sirio sapeva che al primo contatto il cervello registra automaticamente dei dettagli rilevanti e si concentrò a focalizzarli. L’energia con cui Marta spingeva avanti le gambe, come se camminasse decisa e sicura sopra un asse di equilibrio, cancellò di colpo il ricordo della ragazza dagli occhi brillanti e i modi festosi che era stata al primo anno di università.

Sirio si alzò per andarle incontro. Nello sguardo, appena si sfilò gli occhiali da sole, sorprese la stessa tristezza che le aveva velato la voce la sera precedente, quando l’aveva chiamato al telefono. Marta gli porse la mano e Sirio la trattenne fra le sue, mentre si protendeva per baciarla su entrambe le guance.

«Ciao Marta.»

«Sirio… ciao. Mi osservavi, sono cambiata molto?»

«Sì, in meglio.»

«Anche tu sei cambiato, hai un’aria… efficiente.»

Due lievissime rughe d’espressione a lato della bocca le rattristavano il sorriso.

Sirio le chiese: «È passato un mucchio di tempo… come mi hai trovato?»

«Ho chiesto in facoltà. Così ho anche scoperto che sei diventato un professore… docente in criminologia… E così ce l’hai fatta. D’altro canto chi più di te poteva meritarlo?»

Il loro era stato un amore giovanile, peraltro molto breve. Marta aveva scoperto di non essere tagliata per sondare le menti criminali e aveva cambiato facoltà e città. Si erano persi di vista.

Sirio la guidò sul marciapiede del lungomare fino al tavolino del bar prendendola sottobraccio, l’invitò ad accomodarsi, fece un cenno di richiamo a un cameriere.

Intorno a loro Cervia si crogiolava dell’animazione di una domenica assolata di fine giugno, assaggio delle ferie.

Ordinarono degli analcolici.

«Così,» disse Sirio, «ti sei sposata, hai una figlia e un nuovo marito: mi accennavi al telefono.»

«Troppe cose per una di trentasette anni… vero?»

«Be’, no, sembrerebbe una situazione ideale.»

«Sembrerebbe… avrebbe potuto esserlo… se non ci fosse il sospetto…»

Si bloccò, l’espressione imbarazzata; e Sirio la sollecitò:

«Ti va di raccontarmi dall’inizio?»

Marta abbassò gli occhi, prese a giocherellare con le stanghette degli occhiali sul tavolino. Poi si riscosse con un piccolo fremito.

«Ecco, l’inizio.»

Adesso sembrava distratta da quelli che passavano sul marciapiede e dalla musica che proveniva dai chioschi di bevande sul lido.

«C’è mai un inizio? Si tratta di proporzioni semmai. Da uno stato di felicità si passa all’infelicità, cedendo ogni giorno un po’ di sorrisi a favore di maggiori incertezze e preoccupazioni… e anche dolori. È così lento il processo, che nemmeno te ne accorgi. Ma hai ragione, ti ho cercato per parlarti di me e chiederti aiuto e dunque da un punto qualsiasi devo pur incominciare.»

Abbandonò gli occhiali sul tavolo e disse:

«Martina… sì l’ho chiamata col mio stesso nome, piccola Marta… a undici anni, ancora bambina, non ride più. Io alla sua età ancora ridevo, i bambini devono ridere, non credi anche tu?»

Sirio non rispose e Marta riprese:

«È cambiata all’improvviso quando il mio nuovo marito è venuto a vivere con noi».


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domenica 9 agosto 2026

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lunedì 27 luglio 2026

Aggiornamento 27 luglio 2026

 



Ho avviato la pubblicazione di questo mio Thriller su Substack, a puntate, gratuito.
il Link per accedere è         QUESTO
Buona lettura e, se del caso, è sempre gradito un cenno di apprezzamento

giovedì 23 luglio 2026

Aggiornamento 23 luglio 2026

 





"Una lavagna di candida pelle" e "Mia è la vendetta" sono ora disponibili in formato ebook!

Cari lettori,

sono felice di annunciarvi che due delle mie opere sono ufficialmente disponibili in formato digitale (ebook). Da questo momento potete trovarle su StreetLib e in tutto il circuito dei principali store online (come Amazon Kindle, Apple Books, Kobo e Google Play Books).

Ecco i titoli che potrete scaricare e leggere subito:

  • Una lavagna di candida pelle

  • Mia è la vendetta


Dove trovarli in formato Ebook:

Buona lettura!

giovedì 16 luglio 2026

Aggiornamento (16/7/2026)

 



Ho appena avviato la serializzazione del mio thriller, Una lavagna di candida pelle, su Substack. Se ami il noir e vuoi seguire la storia capitolo dopo capitolo, ti invito a unirti agli altri lettori.


FAI CLICK QUI


Il brivido continua con il 4° capitolo

"La tensione sale. Nel quarto capitolo di Una lavagna di candida pelle, la trama si complica e i segreti iniziano a emergere tra le ombre. Cosa nasconde davvero il protagonista?

Sono felice di annunciare che il 4° capitolo è ora disponibile su Substack. Se non vuoi perdere nemmeno un frammento di questo thriller, ti invito a seguirmi direttamente sulla mia newsletter: riceverai le nuove pubblicazioni in anteprima e potrai far parte della community di lettori che segue la storia in tempo reale.

👉 Leggi qui il 4° capitolo su Substack

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giovedì 21 maggio 2026

26/05/21 Vi presento il mio nuovo libro: "Scarti di cronaca"

 



Lo trovi QUI


Presentazione:

È da oggi su Amazon la mia nuova raccolta di racconti noir – protagonista il criminologo Sirio – dal titolo “Scarti di cronaca – storie di crimini dietro i riflettori”.

Per alcune delle novelle che la compongono ho tentato l’esperimento di ispirarmi a eventi di cronaca – che riconoscerete senz’altro. Il risultato è stata la conferma di quanto appaiano assurdi certi fatti estremi, se inseriti in un testo romanzesco.

Ho dovuto cercare mediazioni, per ricondurre entro limiti tollerabili le crudeltà reali.

Quasi mai, in questi racconti, c’è la vista del sangue. C’è però la volontà di evidenziare come le nuove droghe e l’evoluzione informatica siano armi mutilanti e letali tanto quanto quelle da taglio e da fuoco, potendo infliggere ferite ugualmente dolorose e una morte, sia pure non fisica, altrettanto definitiva.

Affidare anche queste indagini a Sirio è venuto da sé. La sua arguzia investigativa e la sua profonda umanità erano gli strumenti necessari per mediare l’invisibile crudeltà manipolatoria e psicologicamente mutilante di cui si parla.

Trovare un titolo appropriato a ogni singolo racconto mi ha comportato lunghe riflessioni e continui ripensamenti; quello della raccolta, “Scarti di cronaca”, soltanto il tempo di un flash. Gli “Scarti”, qui, sono a volte gli avanzi, i rifiuti, quelle storie minime che i grandi media liquidano in poche righe e dimenticano in fretta. Altre volte si intendono per “Scarti” le deviazioni improvvise, quelle sbandate laterali che portano una vita normale a uscire di pista. Con tali premesse il sottotitolo, “Storie di crimini dietro i riflettori”, a retrocopertina girata, non necessita di spiegazioni.

Detto questo, non posso che augurarmi il vostro affetto di lettori e ringraziarvi se vorrete continuare a seguirmi.

 


mercoledì 6 maggio 2026

Solo un mille - Racconto (Anteprima)

 






Anteprima:

Solo un mille

Il cinese si era avvicinato sull’arenile ma non l’avevano sentito.

Sirio guardava Aziz, distesa a pancia in giù sul lettino da spiaggia accanto al suo. Aveva gli occhi chiusi e la guancia appoggiata sulle mani.

Attraverso gli intrecci del cappello di paglia con la falda ampia, il sole disegnava un ricamo di puntini luminosi sulla sua guancia color caffelatte.

Sirio, il giorno prima, nel chiosco bar del lido, si era innamorato del profilo di Aziz.

Era sola. Sedeva eretta sullo sgabello coi gomiti sul banco. Di tanto in tanto, svogliatamente, tendeva la testa verso la cannuccia e suggeva, infossando lievemente le guance. Il ripetersi monotono di quel gesto era molto seducente.

Nessuno le si era avvicinato per tutto il tempo.

La linea del suo profilo era un susseguirsi di curve. La fronte alta partiva da capelli crespi nerissimi: una foresta notturna osservata da un elicottero. Dolcemente si congiungeva all’insellatura del naso; precipitava verso le labbra, rialzate, carnose, selvagge e desiderabili insieme; combatteva per risalire l’onda di risacca del mento e sprofondava verso il solco tra i seni, piccoli e sporgenti.

Indossava un prendisole color arancia, trasparente, quasi impudico sul bikini bianco e l’incarnato scuro.

Era uscita, e lui l’aveva seguita.

Avevano camminato, lei avanti, Sirio qualche passo più indietro, sulla sabbia tiepida di maggio fino a un ombrellone prossimo al bagnasciuga. La brezza che spirava dal mare spingeva avanti le onde. Ritraendosi, spumeggiavano.

Lei, liberatasi del prendisole, si era distesa.

Quel giorno Sirio aveva raggiunto Cesenatico per uno di quegli impulsi da prefestivo vuoto che a volte prendono chi vive solo. In jeans e polo si era seduto sotto l’ombrellone vicino, rivolto verso di lei.

Ma non sembrava averlo notato. Si era sdraiata e aveva chiuso gli occhi.

Lui si era disteso a sua volta e, con i polsi sotto la nuca, era rimasto a fissare il mare attraverso le ciglia socchiuse. Qualche giovane temerario sollevava schizzi correndo verso il largo, si slanciava in bracciate frettolose, invitava la sua ragazza a seguirlo; poi la rincorreva, la prendeva in braccio mentre scalciava e infine la lasciava cadere fra spruzzi e risate. Qualche bambino protestava se il coetaneo gli rubava il secchiello e qualche mamma interveniva: «Non fa niente, poi te lo restituisce… giocate insieme».

Attorno a mezzogiorno, la ragazza dai capelli crespi aveva recuperato il prendisole color arancio ed era tornata al chiosco. Aveva ordinato un panino e una spremuta e se li era portati a un tavolo.

Gli altri erano tutti occupati.

«Posso?» le aveva chiesto Sirio.

Gli aveva sorriso.

«Certo.»

Aveva fatto un gesto verso la sedia di fronte. Il palmo chiaro della mano sembrava una porta aperta.

*

Il cinese rilasciava profumi.

Aziz, nel lettino accanto a quello di Sirio, aprì gli occhi con un allarme fugace. Si appoggiò sul gomito e lo fissò. Il giorno prima, al tavolo del chiosco bar, con la stessa espressione interrogativa aveva chiesto a Sirio: «Mi sta seguendo… dica la verità».

Aveva possibilità di negarlo?

«Confesso,» aveva alzato la mano, allo stesso modo con cui avrebbe detto “Lo giuro”.

Nel chiosco affollato si inseguivano voci e gesti. Mani volevano attenzione dai camerieri, richiami e scambi si incrociavano da posizioni distanti.

«C’è un perché o agisce d’istinto? Non sarà uno di quei serial qualcosa che vanno di moda sui crime della TV?»

«No, no. Sono un modello unico,» ridacchiò Sirio.

Lei gli mostrò i denti bianchissimi.

Sirio rimase a fissarla per qualche istante, lasciando che lei percepisse l’ammirazione. Poi si schiarì la voce.

«Sai che, tecnicamente, mi stai minacciando?» disse, mostrandosi serio.

Aziz si bloccò con la spremuta a mezz’aria: «Cosa?»

«Studi antropologici affermano che il sorriso è la metamorfosi di un ringhio,» rispose Sirio, con l’aria di trovarsi sulla pedana, in facoltà. «Un tempo equivaleva a esibire un’arma – i denti, appunto. Era il preludio a un attacco. Poi l'evoluzione ha trasformato quel gesto di minaccia in un segnale di pace, o di corteggiamento.»

Rivolgendole un sorriso contenuto e ambiguo, si godeva la sorpresa e il rincorrersi di congetture nei suoi occhi.

Insistette: «È un destino bizzarro, non trovi? La stessa espressione che gli antenati usavano per spaventare il nemico, oggi la usiamo come segnale di pace».

Qualcuno l’aveva urtato, passando. Sirio l’aveva ignorato.

Aziz, in silenzio, era sospesa tra lo stupore e il dubbio di trovarsi di fronte a un pazzo. Poi rovesciando indietro la testa scoppiò a ridere.

«Ma chi sei?» esclamò, passandosi un dito sotto l'occhio per portar via una lacrima di riso.

«Soltanto Sirio. E tu?»

Scosse la testa e agitò la mano: «Solo Aziz. E guarda che a proposito di mostrare i denti e tutte quelle altre cose, hai cominciato tu».

Gli fece una smorfia da ragazzina che rintuzza un compagno di giochi.

Lui sorrise: «Hai ragione».

Lei diede un morso al panino.

«Tu?» gli chiese. «Non prendi niente?»

«Sì. Vado a ordinare. Però, non sparire,» le aveva agitato contro l’indice.

* * *


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