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martedì 13 gennaio 2026

L'oblò - Racconto (Anteprima)


 

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Anteprima:


L’oblò

«Le bambine spariscono. È normale.»

La voce femminile bisbigliata proveniva da una porta socchiusa. Sirio si bloccò sul corridoio del quarto piano.

«Non è normale,» replicò una seconda donna, sempre a bassa voce.

Entrambe parlavano in italiano, ma venivano da paesi lontani. Lo rivelavano le inflessioni e certe pause innaturali tra una parola e l'altra. La prima poteva essere dell’est Europa; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del sud del mondo.

La prima voce insistette: «Invece sì, se la madre dice di stare sempre nascosta».

Sirio trattenne il respiro, mentre la prima donna aggiungeva: «Ieri, poi, dov’era finita?»

«Nel sacco della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»

«Il sacco era legato… e lei dentro? Com’è possibile? Chi avrebbe fatto una cosa del genere?» rincarò la prima voce, che veniva dall’est.

«La caporala. Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava rancore e paura.

«Anche ai piani, lei fiuta tutto.»

«Sì. Anche ai piani.»

«Vuoi che vado giù a vedere se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.

«Sì, Wanda, per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.

Una terza voce congelò il ripostiglio del piano.

«Professor Bonanni, necessita di qualcosa?»

Sirio, nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del ripostiglio per andare incontro alla nuova venuta, appena sbarcata dall’ascensore.

«Buon giorno signora Irina.»

Si erano già incontrati, e il nome era sulla targhetta spillata al petto della divisa azzurra. Dalla porta socchiusa del ripostiglio, adesso, nemmeno un respiro.

«Mi godevo il vostro bel mare,» Sirio sorrise a Irina.

La finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare merlata rimandava bagliori puri di luce.

Irina era una tipica bellezza della sua terra natia: la Polonia, o forse l’Ucraina. Naso diritto, narici leggermente divaricate, quasi dispettose; rossetto rosa che falliva nel tentativo di nascondere la passione turgida della bocca; bionda, con i capelli raccolti in un moderno chignon di treccine elaborate. Nella sua posizione doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che lavorava per l’albergo.

In quel momento, i suoi occhi azzurri si domandavano perché, oltre l’ascensore da cui era appena uscita, le porte delle camere fossero tutte chiuse e nessun carrello di servizio stazionasse nel corridoio.

«Cerca l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio dell’accappatoio che le avevo chiesto.»

Sospinse l’anta, che cigolò leggermente.

Dalla semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite era adagiato un accappatoio candido.

Passò fra loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.

La camera di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo sulla destra, dal lato opposto al mare. Si trovava davanti alla porta a vetri dell’uscita di sicurezza, da cui si scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia: una distesa monotona di stoppie giallastre schiacciate contro la terra brulla

Sirio, seguendo la cameriera di colore, induceva la governante a stargli dietro.

«Lei, Irina, lavora qui da molto?» le chiese.

Con la coda dell’occhio sorprese il movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda – che imboccava le scale in discesa.

La governante guardava avanti. «Dodici anni,» rispose.

«Parla molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»

«Kiev.»

«Oh,» Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo, intendo.»

Irina si lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.

La giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera 453.

Sirio invece proseguì. Sorridendo alla governante arrivò alla porta vetrata che affacciava sulle scale di fuga.

«Deve esserle sembrata molto diversa dalla sua, fors’anche ostile, questa terra, all’inizio.»

Irina sorrise.

«Qualsiasi mondo è ostile, all’inizio.»

Sirio acconsentì con un leggero cenno pensoso.

«Le sue mansioni? Capo del personale, immagino.»

La donna non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non rispose.

«Deve averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata. D’inverno l’albergo sarà deserto.»

Lei non capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.

«Oh, fino a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle richieste.»

La cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.

“Hai trovato mia figlia?”

“No.”

* * *

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Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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