Identità Zero
Sirio, sprofondato nella sua
poltrona preferita, guardava svogliatamente i bagliori bluastri del
telegiornale della sera. Da giorni si dava risalto a quello che i cronisti, col
solito estro per i titoli, avevano battezzato lo Scandalo della Sanità vs AI.
In pratica diceva tutto senza spiegare niente, per chi non avesse seguito le
vicende fin dall’inizio.
Le
notizie che promettono scandalo fanno audience, così, in breve, ai TG si erano
accodati talkshow e programmi d’intrattenimento a vario titolo. Si erano
avvicendati personaggi politici di ogni colore, direttori di testate editoriali
e tuttologi di ogni genere. Avevano sciorinato opinioni e teorie, tanto
variegate quanto confuse, inducendo nell’opinione pubblica più smarrimento che
chiarezza.
Rosanna
Vidor, bioetica di fama internazionale, nota per la sua moralità e considerata incorruttibile,
aveva ricevuto l’incarico di istituire e condurre una commissione governativa finalizzata
alla regolamentazione e all’utilizzo dell'intelligenza artificiale nella
medicina di base. Il suo compito era tracciare il confine tra il diritto alla
cura e il calcolo algoritmico. Poi, con la precisione di un attacco mirato, un
video era emerso dai bassifondi del web ed era esploso nei palinsesti della
cronaca, travolgendo la sua vita, la sua identità e il suo lavoro.
Nel
filmato, Rosanna Vidor era in piedi, indossava una giacca azzurra dal taglio
maschile e una camicia grigia aperta. Dal colletto si scorgeva la collana col
crocifisso che portava sempre. Si scorgeva alle sue spalle una parete tinteggiata
di grigio e soffusa nella penombra. Stampe di nature morte sulla parete. Era
evidente un’espressione ingorda, vorace, della donna, che fissava un punto
preciso davanti a sé, leggermente in basso, all’altezza del petto o delle mani
di chi le stava di fronte.
Una voce
d’uomo, greve, profonda, diceva: «Allora, d’accordo?»
Il tono
era molto basso e le parole non si afferravano subito. Chi aveva immesso il
video in rete aveva eseguito un montaggio, per cui la scena si replicava:
espressione golosa, occhi attenti, voce dell’uomo che ripeteva in crescendo:
«Allora, d’accordo… allora
d’accordo?»
L’uomo, che
probabilmente aveva nascosto su di sé una microcamera, rimaneva fuori dall’inquadratura.
Nel video,
Rosanna Vidor rispondeva chiaramente: «Va bene».
Gesticolava
e aggiungeva: «Adesso».
Compariva
la mano dell’uomo nell’atto di porgerle una mazzetta di banconote, che la donna
afferrava e nascondeva subito nella tasca della giacca.
Questa
ripresa sarebbe fors’anche passata inosservata, se Antonella Sordoni,
telecronista di Canale Surprise non avesse deciso di ricavarne uno scoop.
Aveva
fatto accomodare l’ospite nella poltrona eccessiva di pelle bianca e l’aveva
brevemente presentata ai telespettatori e al pubblico in sala.
Poi le
aveva chiesto: «Dottoressa Vidor, ci parli più nel dettaglio del suo incarico,
quali sono le finalità, i passi che intende intraprendere?»
Rosanna,
per l’occasione, indossava un tailleur giacca e gonna grigio. Aveva toccato con
gesto automatico il crocifisso al collo e aveva spiegato, rivolgendosi alla
telecamera.
«Le nuove
frontiere della tecnologia informatica aprono opportunità eccezionali per
quanto riguarda i servizi sanitari. L’integrazione dell’intelligenza
artificiale deve diventare lo strumento per garantire il diritto all’accesso
tempestivo alle cure. Attraverso la modellazione dei dati, potremo gestire le
liste d’attesa con precisione, velocizzando lo smistamento verso le visite
specialistiche e i ricoveri. Il nostro obiettivo è eliminare quegli
appesantimenti burocratici e le aree di discrezionalità che spesso favoriscono
i clientelismi. Stiamo lavorando per trasformare la sanità in un sistema a
trasparenza totale, dove l'efficienza non sia un calcolo matematico a freddo,
ma un servizio reale al cittadino. Il nostro impegno è finalizzato a una
migliore funzionalità e trasparenza ei servizi al cittadino.»
«Spieghi
bene ai telespettatori. Vi rivolgerete al mercato esterno, per individuare lo
sviluppatore delle tecnologie di intelligenza artificiale necessarie?»
«Certo, e
non potrebbe essere altrimenti. Vi sono oggi realtà private, le cosiddette
Società di Gestione Algoritmica, che detengono il monopolio della potenza di
calcolo e dei brevetti sui modelli generativi più avanzati. Lo Stato non ha le
infrastrutture per competere con lo sviluppo dei loro codici, ma ha il dovere
di governarli. Queste aziende non vendono solo software; offrono architetture
decisionali capaci di elaborare miliardi di dati in pochi millisecondi.
Tuttavia, il punto critico non è l'efficienza tecnologica, ma la Black Box…»
«Mi
perdoni,» l’aveva interrotta la telecronista. «Può essere più chiara, per gli
spettatori?»
Rosanna
aveva sospirato: «Certamente. Black Box, che significa scatola nera, è un
termine tecnico reale, in informatica. Indica quando un'AI prende decisioni
senza che gli umani possano capirne esattamente le motivazioni. Il compito
della commissione è assicurarsi di scegliere e utilizzare algoritmi che svolgano
criteri di selezione dei pazienti basati sul diritto alla salute e non su
variabili di profitto o, peggio, di valore produttivo dell'individuo. La
commissione è finalizzata a questo: garantire che la macchina resti uno
strumento, non che diventi un giudice indipendente.»
«Quindi,
se capisco bene, la commissione… per meglio dire lei, che la dirige, è titolata
a individuare un’azienda del settore di Gestione Algoritmica cui affidare
l’elaborazione e installazione sui server della Sanità di un software di
intelligenza artificiale che serva allo scopo.»
«Per
semplificare, sì.»
«Può
farci i nomi di queste aziende?»
«Perché
no. Esistono diversi attori globali che hanno presentato protocolli
d'interesse. Parliamo di colossi come la Omnia Logics, che gestisce già sistemi
predittivi per il mercato assicurativo asiatico, o la Neural Path Solutions,
specializzata in bio-informatica applicata. C'è poi la Kratos-Med, che punta
molto sull'integrazione tra dati genomici e cartelle cliniche.»
«La Sintesis
SpA?»
«Anche.
Ha sede a Milano. La conosco.»
«Non l’ha
citata, però.»
Rosanna,
inquadrata in primo piano, aveva sollevato di poco le spalle, con
un’espressione che significava: Non ci ho pensato. Non credo sia grave.
La
conduttrice si era sporta in avanti, riducendo lo spazio fisico tra sé e
l’ospite; la voce si era fatta pressante.
«Dottoressa
Vidor, restiamo con i piedi per terra. Stiamo parlando di un progetto che
sposta equilibri miliardari. Non teme che l’entità economica in gioco possa
innescare tentativi di manipolazione, di pressioni indebite volte a favorire
un’azienda specifica a scapito della concorrenza?»
L’ospite
aveva spostato leggermente il peso sulla poltrona dello studio.
Era tesa
e si vedeva.
«Lo
escludo.»
«È
sicura?»
«Nella
maniera più categorica.»
La
conduttrice aveva il sorriso di chi sta per sferrare un colpo violento.
«Prima di
lanciare la pubblicità, vorrei mostrarle un filmato.»
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