Grande Conan
(Il metodo
deduttivo nel genere giallo)
Nella narrativa di indagine,
quella che poi verrà definita il “genere giallo”, la dote principale dell’investigatore
è l’arguzia, la capacità cioè del protagonista di arrivare alla verità per una concatenazione
di passaggi logico-deduttivi.
L’autore più noto è sir Arthur
Conan Doyle, che assegnando al suo protagonista la qualità specifica del “metodo
deduttivo”, viene ritenuto il precursore del genere.
Ecco come ne “Il segno dei
quattro” (1890) presenta Sherlock Holmes al suo pubblico:
«Qui c'è del materiale di
prima mano», dissi – è Watson
che parla –, porgendogli il foglio. «Che ne pensa?»
Sherlock Holmes lo
esaminò un istante con gli occhi socchiusi, poi lo gettò sul tavolo.
«Inchiostro di pessima
qualità», mormorò. «Il fabbricante ha cercato di risparmiare sul nerofumo. La
carta è comune, di fabbricazione scadente, e mostra la filigrana di una
cartiera della valle del Rodano. Ma c'è dell'altro, Watson. Il mittente è un
uomo di legge, o comunque uno che ha a che fare col diritto, e che scrive in
fretta, con una penna d'acciaio che graffia la carta in tre punti diversi. Ha
un temperino economico con cui si taglia le unghie, usa un fermaglio di ottone
per i fogli... Insomma, amico mio, c'è parecchio materiale su cui lavorare,
purché uno sappia come guardare.»
Io scoppiai a ridere.
«Stai scherzando, Sherlock», dissi.
«Mio caro Watson, ti assicuro che sono
serissimo. Del resto, è la cosa più semplice del mondo. Guarda qui in basso a
sinistra: c'è una macchia d'inchiostro viola scuro, proprio dove il polsino
della manica sinistra deve aver premuto il foglio prima che fosse asciutto.
Ora, l'unico uomo che conosco che usa quel tipo d'inchiostro da cancelleria e
che ha quel vizio di macchiarsi i polsini è il giovane procuratore legale che
abita al pianterreno...»”
Umberto Eco, in “Il nome della rosa”, nel
presentare fratel Guglielmo da Baskerville gli assegna la stessa identica
abilità deduttiva (rendendo omaggio sia a Conan Doyle che allo "Zadig o il
destino" di Voltaire) facendolo dissertare sulla scomparsa del cavallo
Brunello.
«Il cavallo non è passato
di qui, ma sulla pista di sinistra, e che sia Brunello, il bellissimo palafreno
del cellerario, non v'è dubbio», disse il maestro fermandosi sull'orlo del
sentiero.
Severino lo guardò
sbalordito. «Ma... com'è possibile, maestro? Non avete visto passare nessuno!»
«Frate Severino», disse sorridendo
Guglielmo, «durante il nostro viaggio ho cercato di insegnarvi a leggere le
grandi tracce con cui la natura ci parla, come un libro aperto. Sulle tracce
fresche della neve a sinistra, gli zoccoli impressi erano piccoli e rotondi, e
la distanza tra l'una e l'altra impronta del galoppo rivelava la taglia corta
dell'animale. La coda, nello scodinzolare, ha spazzato la neve proprio sulla
sinistra, lasciando un segno netto che denota crini lunghi e curati, quali solo
i cavalli di razza del nostro cellerario possiedono. Inoltre, al secondo
tornante, un ramo basso di mora ha trattenuto tre o quattro peli nerissimi e
lucidi, della lunghezza esatta della criniera di Brunello. Quanto al fatto che
non sia passato di qui, le impronte vanno verso il bosco, non verso la
scuderia.»”
Può essere rilevante osservare
come Eco, oltre che a Conan Doyle, abbia voluto rendere omaggio a Voltaire e al
suo racconto filosofico "Zadig o il destino" (1747), che in
definitiva rappresenta il vero e proprio archetipo letterario da cui discendono
sia il metodo Holmes sia la scena del cavallo Brunello in Il nome della rosa.
Nel capitolo
terzo di Zadig, intitolato significativamente Il cane e il cavallo,
il protagonista incontra le guardie del regno, che stanno cercando
disperatamente due animali smarriti: la cagna della regina e il cavallo del re.
Pur non
avendoli mai visti, Zadig descrive i due animali con una precisione assoluta basandosi
unicamente sulle tracce lasciate lungo la strada.
Per il cavallo,
deduce che ha corso al galoppo leggero, che ha gli zoccoli ferrati, che la sua
coda è lunga tre piedi e mezzo, che i ferri sono sottili e via dicendo, notando
minuscoli dettagli sul terreno, sui ciottoli e persino sui rami degli alberi
bassi.
La deduzione
sulla cagna della regina è altrettanto spettacolare e si basa su tracce persino
più minute. Osservando le impronte leggere e ravvicinate impresse nella sabbia
tra i cespugli, deduce che si tratta di un animale di piccolissima taglia, una
cagnolina spaniel. Nota le tracce superficiali provocate dalle mammelle
strusciate leggermente al suolo, deducendo che ha partorito da poco tempo. Vede
che le impronte delle zampe anteriori e posteriori mostrano l'usura irregolare
dei cuscinetti e intuisce che l'animale zoppica leggermente. Deduce perfino la razza
notando i piccoli solchi lineari ai lati delle tracce principali, causati dalle
orecchie lunghe e pendenti che sfioravano la polvere mentre l'animale camminava
con la testa bassa.
Già prima di Eco,
Agatha Christie, regina del giallo inglese, aveva ripreso la genialità
analitica di Holmes e l'aveva trasferita nella psicologia e nella mania per la
precisione geometrica di Hercule Poirot. In “Assassinio sull'Orient Express”, gliene
rende anche indiretto ironico omaggio. Infatti Poirot ripete spesso che non ha
bisogno di strisciare per terra con una lente d'ingrandimento a cercare
mozziconi o fango (ecco la leggera frecciata al metodo fisico di Holmes),
perché a lui (Poirot) bastano "le sue piccole cellule grigie". Eppure
la struttura mentale fra i due investigatori rimane la stessa: isolare il dettaglio
impercettibile (un fazzoletto macchiato, un orario sballato, un pezzetto di
carta bruciato) per smontare gli alibi di tutti i sospettati e individuare il
colpevole.
Nel panorama americano, Rex Stout crea
un erede spirituale di Sherlock Holmes decisamente sui generis: Nero Wolfe,
geniale, obeso, pigro, amante delle orchidee, che non si muove mai dalla sua
casa di New York e manda in giro il fedele assistente Archie Goodwin (il
perfetto alter ego del Dottor Watson). Grazie alla sua arguzia Wolfe risolve i
casi rimanendo seduto alla scrivania, ricevendo i sospettati e lasciando che
sia Archie a raccogliere i dati empirici all'esterno. La deduzione pura di
Wolfe si basa sull'analisi logica delle dichiarazioni e delle
micro-contraddizioni verbali, un'evoluzione raffinata del metodo analitico applicato
alla società americana del Novecento.
Per venire ai giorni nostri, Lee Child ha
dichiarato apertamente che nel primo romanzo dedicato all’ex poliziotto
militare Jack Reacher (“Zona Pericolosa”,1997), ha voluto fare un omaggio deliberato
e consapevole a Sherlock Holmes. In un
passaggio, Reacher smonta la vita del capo della polizia locale, il detective
Finlay, deducendo che è divorziato e che ha smesso di fumare da pochi mesi
semplicemente osservando dettagli minimi (i segni dell'anello nuziale e le
gomme alla nicotina), esattamente come avrebbe fatto Holmes.
Lo stesso Conan Doyle, però, ammise di essersi ispirato a sua volta ad Auguste Dupin, il detective creato da Edgar Allan Poe, personaggio dotato di quel celebre "ragionamento per associatività" che Doyle riprenderà quasi fotocopiato nella scena in cui Holmes indovina a cosa sta pensando Watson guardando semplicemente la sua espressione.
