Il cinese si era avvicinato sull’arenile
ma non l’avevano sentito.
Sirio
guardava Aziz, distesa a pancia in giù sul lettino da spiaggia accanto al suo.
Aveva gli occhi chiusi e la guancia appoggiata sulle mani.
Attraverso
gli intrecci del cappello di paglia con la falda ampia, il sole disegnava un ricamo
di puntini luminosi sulla sua guancia color caffelatte.
Sirio, il
giorno prima, nel chiosco bar del lido, si era innamorato del profilo di Aziz.
Era sola.
Sedeva eretta sullo sgabello coi gomiti sul banco. Di tanto in tanto,
svogliatamente, tendeva la testa verso la cannuccia e suggeva, infossando
lievemente le guance. Il ripetersi monotono di quel gesto era molto seducente.
Nessuno
le si era avvicinato per tutto il tempo.
La linea
del suo profilo era un susseguirsi di curve. La fronte alta partiva da capelli
crespi nerissimi: una foresta notturna osservata da un elicottero. Dolcemente
si congiungeva all’insellatura del naso; precipitava verso le labbra, rialzate,
carnose, selvagge e desiderabili insieme; combatteva per risalire l’onda di
risacca del mento e sprofondava verso il solco tra i seni, piccoli e sporgenti.
Indossava
un prendisole color arancia, trasparente, quasi impudico sul bikini bianco e
l’incarnato scuro.
Era
uscita, e lui l’aveva seguita.
Avevano
camminato, lei avanti, Sirio qualche passo più indietro, sulla sabbia tiepida
di maggio fino a un ombrellone prossimo al bagnasciuga. La brezza che spirava dal
mare spingeva avanti le onde. Ritraendosi, spumeggiavano.
Lei,
liberatasi del prendisole, si era distesa.
Quel
giorno Sirio aveva raggiunto Cesenatico per uno di quegli impulsi da prefestivo
vuoto che a volte prendono chi vive solo. In jeans e polo si era seduto sotto
l’ombrellone vicino, rivolto verso di lei.
Ma non
sembrava averlo notato. Si era sdraiata e aveva chiuso gli occhi.
Lui si
era disteso a sua volta e, con i polsi sotto la nuca, era rimasto a fissare il
mare attraverso le ciglia socchiuse. Qualche giovane temerario sollevava
schizzi correndo verso il largo, si slanciava in bracciate frettolose, invitava
la sua ragazza a seguirlo; poi la rincorreva, la prendeva in braccio mentre
scalciava e infine la lasciava cadere fra spruzzi e risate. Qualche bambino
protestava se il coetaneo gli rubava il secchiello e qualche mamma interveniva:
«Non fa niente, poi te lo restituisce… giocate insieme».
Attorno a
mezzogiorno, la ragazza dai capelli crespi aveva recuperato il prendisole color
arancio ed era tornata al chiosco. Aveva ordinato un panino e una spremuta e se
li era portati a un tavolo.
Gli altri
erano tutti occupati.
«Posso?»
le aveva chiesto Sirio.
Gli aveva
sorriso.
«Certo.»
Aveva
fatto un gesto verso la sedia di fronte. Il palmo chiaro della mano sembrava
una porta aperta.
*
Il cinese rilasciava
profumi.
Aziz, nel
lettino accanto a quello di Sirio, aprì gli occhi con un allarme fugace. Si
appoggiò sul gomito e lo fissò. Il giorno prima, al tavolo del chiosco bar, con
la stessa espressione interrogativa aveva chiesto a Sirio: «Mi sta seguendo… dica
la verità».
Aveva
possibilità di negarlo?
«Confesso,»
aveva alzato la mano, allo stesso modo con cui avrebbe detto “Lo giuro”.
Nel
chiosco affollato si inseguivano voci e gesti. Mani volevano attenzione dai
camerieri, richiami e scambi si incrociavano da posizioni distanti.
«C’è un
perché o agisce d’istinto? Non sarà uno di quei serial qualcosa che
vanno di moda sui crime della TV?»
«No, no.
Sono un modello unico,» ridacchiò Sirio.
Lei gli
mostrò i denti bianchissimi.
Sirio
rimase a fissarla per qualche istante, lasciando che lei percepisse
l’ammirazione. Poi si schiarì la voce.
«Sai che,
tecnicamente, mi stai minacciando?» disse, mostrandosi serio.
Aziz si
bloccò con la spremuta a mezz’aria: «Cosa?»
«Studi
antropologici affermano che il sorriso è la metamorfosi di un ringhio,» rispose
Sirio, con l’aria di trovarsi sulla pedana, in facoltà. «Un tempo equivaleva a
esibire un’arma – i denti, appunto. Era il preludio a un attacco. Poi
l'evoluzione ha trasformato quel gesto di minaccia in un segnale di pace, o di
corteggiamento.»
Rivolgendole
un sorriso contenuto e ambiguo, si godeva la sorpresa e il rincorrersi di
congetture che leggeva nei suoi occhi.
Insistette:
«È un destino bizzarro, non trovi? La stessa espressione che gli antenati
usavano per spaventare il nemico, oggi la usiamo come segnale di pace».
Qualcuno
l’aveva urtato, passando. Sirio l’aveva ignorato.
Aziz, in
silenzio, era sospesa tra lo stupore e il dubbio di trovarsi di fronte a un pazzo.
Poi rovesciando indietro la testa scoppiò a ridere.
«Ma chi
sei?» esclamò, passandosi un dito sotto l'occhio per portar via una lacrima di
riso.
«Soltanto
Sirio. E tu?»
Scosse la
testa e agitò la mano: «Solo Aziz. E guarda che a proposito di mostrare i denti
e tutte quelle altre cose, hai cominciato tu».
Gli fece
una smorfia da ragazzina che rintuzza un compagno di giochi.
Lui
sorrise: «Hai ragione».
Lei diede
un morso al panino.
«Tu?» gli
chiese. «Non prendi niente?»
«Sì. Vado
a ordinare. Però, non sparire,» le aveva agitato contro l’indice.
* * *
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