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Anteprima:
L’amante
Sirio lo vide entrare, trascinandosi
dietro la nebbia di Bologna e l’oscurità precoce di gennaio. Si guardava
intorno nell’enoteca in penombra e Sirio richiamò la sua attenzione con un
gesto. Si alzò per abbracciarlo.
«Non sei
cambiato,» disse Vittorio, fissandolo e trattenendolo per le spalle.
Vittorio
era il primo della classe al liceo scientifico in via delle Sette Sale, a Roma.
Passava i pomeriggi sui libri, non
aveva amici e non andava dietro alle ragazze. Si riusciva a trascinarlo in
pizzeria soltanto per la cena di fine anno. Era magrissimo; il taglio dei
capelli e l’abbigliamento non seguivano le mode e portava occhiali neri dalle
lenti spesse.
Dopo il
diploma si erano persi di vista.
Adesso, appesantito,
quasi calvo e con gli occhiali senza montatura, Sirio non l’avrebbe mai
riconosciuto incontrandolo per strada.
Sere
prima, Vittorio si era messo in contatto con lui tramite Facebook; avevano
scambiato qualche ricordo in chat e si erano dati appuntamento nell’enoteca di
piazza Salmastra.
«Dunque,
informatico presso la Kore Systems di Bologna,» avviò un discorso da rimpatrio
di ex studenti Sirio.
«E tu,
docente di criminologia. Vent’anni fa, chi avrebbe detto che saremmo finiti
così.»
Il tono
era mesto. Sirio si rese conto che l’amico non aveva mai sorriso.
«Rimpianti?»
gli chiese.
Vennero
interrotti dalla cameriera spigliata sorridente che si avvicinò col tablet già
pronto. Porse la lista dei vini e, da brava sommelier, prese a declamarli. Si
stancò presto della serietà con cui la fissava Vittorio e si rivolse a Sirio,
che le dava soddisfazione con espressioni ammirate.
Entrambi
optarono per un Barbera.
«Fino a
poco fa nessun rimpianto,» Vittorio scuoteva la testa. «Ma adesso…»
«Adesso
cosa?»
Invece di
rispondere, Vittorio disse: «Ho letto di te sul web, sei bravo nel tuo campo.»
«È solo
un lavoro,» minimizzò Sirio. «Starai cercando i vecchi compagni per una
rimpatriata, immagino».
«Cosa?»
si sorprese Vittorio. «No, no, cercavo espressamente te, in verità.»
Arrivò la
ragazza spigliata col vassoio. “Lucia”, annunciava il ricamo sul taschino della
divisa azzurra. Appoggiò calici e stuzzichini, fece l’occhiolino a Sirio e si
ritirò.
Vittorio
scuoteva la testa: «È sposata».
«Come
dici?»
«Ha la
fede, è sposata.»
Sirio
lasciò correre: «Parlami di te. Mi hai cercato per un motivo preciso, dicevi».
«Sei
sposato?» aveva gli occhi sbarrati dietro le lenti.
«Sposato?
Io? No… perché me lo chiedi?»
«Elena, mia
moglie, mi tradisce,» si protese Vittorio sul tavolo, con la voce del
cospiratore sul patibolo.
Buttata
lì, la frase diceva tutto e niente.
«Spiegami
meglio.»
«Siamo
sposati da cinque anni. Finché stavamo a Roma, tutto ok. Poi, quando un anno fa
sono stato assunto dalla Kore e ci siamo trasferiti, lei è cambiata.»
Occhi
fissi sbarrati. Il massimo della chiarezza, secondo lui.
«In che
senso, cambiata?»
«Distratta,
apatica, nessuna effusione, non vuole più… intimità,» agitò le mani.
«Le donne
attraversano periodi difficili… strappata al suo mondo, città diversa,
abitudini nuove…»
«No, so
quel che dico,» gli afferrò il polso. «Sirio, devi farla tornare da me.»
«Cosa? Ma
se nemmeno la conosco.»
Tutto il
discorso non aveva alcun senso.
«È il tuo
lavoro. Ho letto del caso Pestinelli, di come l’hai fatto confessare. Sei
bravo. Devi farlo per me, un amico!»
Sirio si
appoggiò alla panca, mandò giù a fatica un piccolo sorso.
«Ma non è
affatto il mio lavoro. Io insegno all’università e firmo perizie per i
tribunali. I giornali travisano. Tu, se vuoi salvare il tuo matrimonio,
rivolgiti a un consulente di coppia. Oppure consulta un avvocato divorzista.»
«Ma io mi
sto distruggendo, non mi vedi?»
Sirio
scosse la testa: «Mi dispiace».
«Ho
capito. Allora farò a modo mio. Ma sappilo, qualsiasi conseguenza ricadrà su di
te.»
Si alzò
di scatto, gettò una banconota sul tavolo e uscì senza salutare.
*
Circa un mese dopo, Sirio
ricevette una telefonata di Vittorio.
«Ti devo
parlare!»
Aveva
risposto di malavoglia, e cercava una scusa per scantonare.
Ma
Vittorio aggiunse: «Per favore».
Lo
disarmò.
Arrivarono
davanti all’enoteca nello stesso momento, alle sette di sera di un febbraio
fosco di pioggia. Entrarono assieme. Lucia, accorsa a riceverli, davanti a quei
musi lunghi, indicò la sala pressoché vuota e si ritirò.
Vittorio
scelse l’ultimo separé. Scivolò sulla panca fino ad accostarsi al muro.
Il
paralume rosso gli dava un aspetto un po’ inquietante.
«Ho fatto
come mi hai consigliato,» esordì. «Mi sono rivolto a un investigatore privato.»
Sirio non
gli aveva suggerito nulla di simile, ma non replicò.
«Mi è costato
parecchi soldi, che avrei voluto risparmiare.»
Non c’era
di che controbattere e Sirio non lo fece.
«Si è
innamorata di un mascalzone e criminale.»
Sirio,
con i palmi appoggiati al bordo del tavolo, attese.
«L’investigatore
mi ha fornito un dossier completo. Truffe, sfruttamento.»
«Dossier?»
«Ritagli
di giornali, interviste a chi lo conosce.»
Pettegolezzi! considerò Sirio, ma lo tenne per sé.
«L’investigatore
mi ha fornito fotografie di mia moglie col mascalzone, per strada. Né baci né
atteggiamenti equivoci, solo camminare vicini o parlarsi a poca distanza.
Gliele ho mostrate e lei, in principio, ha negato. Non provano niente,
ha detto. Allora le ho mostrato l’altro dossier, le ho sbattuto in faccia che
bestia sia quell’uomo. Lei ha risposto che è gentile e cortese, che la rispetta e
non le farebbe mai del male. Ha detto che sono io il mostro, il bruto, il
geloso d’altri tempi che non capisce il vero amore.»
«Si è
allontanata dal tetto coniugale?»
«No. Ma dopo
quella discussione ha iniziato a evitarmi. Si chiude a chiave in camera quando sono
in casa. Un inferno, credimi. E non so come andrà a finire.»
Quell’uomo
gli faceva pena, ma non aveva medicine per il suo male.
Lucia, da
lontano, indicò il tablet. Sirio le fece segno di avvicinarsi.
Nessun
sorriso, questa volta. Lei appuntò tutto e volò via.
«Perché
hai voluto incontrarmi?» chiese Sirio a Vittorio.
«Se
questa storia finirà in tragedia, la responsabilità sarà tua.»
* * *
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