sabato 12 settembre 2026

Dietro le quinte della scrittura: l'evoluzione di "Una collina sospesa".


 

Dietro le quinte della scrittura: l'evoluzione di "Una collina sospesa".

Ho riferito nel post precedente di come “idea” e “trama” (apparentemente così lontane fra loro) abbiano portato al mio racconto “Una collina sospesa”. Premetto, prima di proseguire, che sono molto affezionato a questo lavoro (succede a ogni autore di amare un testo più di un altro, così come ai genitori per i figli – ma se i genitori non possono, noi lo confessiamo impunemente!). Niente di strano quindi che alla prima stesura del 2018 – Edizione Youcanprint – ne siano seguite altre due, rielaborate quanto basta per adeguare la voce narrante, il punto di vista e il contesto alle raccolte di cui entrarono a far parte.

Riporto di seguito i tre incipit, la cover che vedete è quella della prima edizione pubblicata con Youcanprint, che potete raggiungere facendo Clik

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Una collina sospesa

Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza.

«Finalmente il giorno» disse Ester. Avevano viaggiato tutta la notte, arrivati col buio.

Ester spinse le persiane. L’azzurro del mare ammiccò guizzi di luce lontana, riflessi bianchi concentrati di luce fra gli infiniti toni di azzurro cangiante del mare. Più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini oscillavano sopra i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando fra i vicoli.

«Che meraviglia» disse Ester «Nanni vieni a vedere.»

Dal letto Nanni la fissava come si ammira la luna dalla cima dell’Everest. Toccò il lenzuolo vicino a sé: «Torna qui» le disse.

Ester fece un risolino e tornò a sdraiarsi accanto a lui. Gli passò un braccio sul petto e lui l’attrasse più vicina. Sulle pareti e il soffitto, l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri chi sa quanto distanti producevano movimenti incompiuti, luminelli incostanti di chiarore impalpabile.

Nanni l’attrasse e la baciò. Poi rimasero supini a fissare oltre il soffitto, le teste che si toccavano, i capelli confusi. E da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica, e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzi lontani.

Ester sospirò: «Poter stare sempre così, noi due soli in un guscio tutto nostro. A lui non gli voglio male, e non vorrei mai fargli del male, ma con te è un amore diverso».

Accanto a lei Nanni ebbe come un fremito immobile: «Non ci pensare adesso» le disse «non lasciargli spazio fra noi, l’unica cosa importante è che siamo insieme. Voglio una giornata memorabile». Poi vivace si sollevò sul gomito: «Allora, che programmi per oggi?»

Ester volle sorridergli, assecondare il suo entusiasmo: «È quasi mezzogiorno. Subito abbondante colazione in compagnia dell’uomo che amo, poi, giocoforza, violino. Tu, invece?»

«Meravigliosa luculliana colazione insieme alla mia bella violinista» le sorrise «poi, purtroppo, tela e pennelli.»

«Dove?» Chiese Ester.

«Forse qui. Soggetto: una musicista bellissima che suona il violino. O forse fuori, ancora non so.»

«Fuori è bellissimo, devi vedere. Ieri, col buio, chi l’immaginava.» Gli si strinse addosso, ne assaporò il profumo della pelle, strofinò la guancia contro il suo petto nudo. Da quanto sognava momenti come questi, di poter stare con lui così come adesso. All’improvviso pensò che aveva finora vissuto unicamente in funzione di questo momento.

Nanni si riscosse e si tirò su: «Fame da lupi» disse ridendo. Poi ebbe un ripensamento e si chinò per baciarla. E mentre la baciava, donne presero a cantare con voce acuta in un dialetto gutturale sulle note della fisarmonica, e qualcuno le accompagnava battendo le mani, e qualcuno rideva. Ester rise nella bocca di Nanni e si staccò.

«Scusa» disse, perché la guardava stranito «deformazione professionale, ascoltavo l’armonico disaccordo del concertino là fuori.» Ridendo si buttò di spalle sul letto e distese le braccia. «Voluttuosa beatitudine» sospirò serrando i pugni e inarcando il bacino.

«Be’» disse Nanni «devo fare la solita telefonatina di routine, il mio piccolo dovere coniugale. Poi scendiamo a colazione.»

Mentre Nanni si girava per prendere il cellulare dal comodino, Ester si rotolò sul letto e si alzò. «Sono pronta in un attimo» disse, e andò a chiudersi in bagno.

«Gabriella… i bambini?» Sentì la voce di Nanni prima di serrare la porta, poi la coprì con lo scroscio del rubinetto.

*

Ora l’edizione inserita nella raccolta "Piccoli crimini innocenti", raggiungibile 

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Una collina sospesa

Sirio sospettava ci fosse del dolo negli attentati del professor Urbani alla santità di don Pasquino. Erano le sei di sera del giovedì prima di Natale e Sirio, in piedi accanto alla finestra col giaccone già addosso, aspettava che il professore terminasse di dissigillare la bottiglia del Vecchia Romagna, ne versasse senza riempirlo in un bicchiere – che appoggiò nella credenza con un’espressione di rimpianto – e rimettesse il tappo. Uscirono portandosi dietro la bottiglia. Il cielo notturno era chiaro come se trattenesse la neve prima di lasciarla cadere. Della neve caduta il giorno precedente, invece, restavano pochi cumuli in qualche angolo, dove il sole non l’aveva raggiunta, nel prato all’inglese del professore. Ma le strade erano sgombere, così si avviarono a piedi, come facevano di solito. Il professore tratteneva per il collo la bottiglia avvoltolata in un sacchetto del supermarket, facendola oscillare un po’, mentre camminava di fianco a Sirio.

Don Pasquino abitava dirimpetto alla chiesa di Santa Caterina, di cui era parroco da pochi mesi, al primo piano di una palazzina d’epoca col tetto di tegole e senza balconi. Il giovedì pomeriggio, se nessun impegno pressante lo tratteneva in parrocchia, e se anche il professore era libero, lo dedicavano al gioco degli scacchi, di cui erano entrambi appassionati. Sirio, che all’epoca era al terzo anno, volentieri accompagnava il professore; poi magari si ritirava a studiare per qualche suo esame in una poltrona; indisturbato, visto che i contendenti duellavano nella massima, silenziosa concentrazione.

Don Pasquino, se la bottiglia fosse stata sigillata e nuova, l’avrebbe rifiutata – era già successo – per cui il professore aveva escogitato quell’imbroglio della bottiglia dimenticata in casa che tanto valeva consumare!

E dunque, mentre don Pasquino sistemava i pezzi sulla scacchiera, il professore provvedeva a riempire i bicchieri.

I due contendenti si concessero un sorso, prima di procedere al sorteggio di chi avrebbe giocato con i pezzi bianchi. L’uno, il professore, con esplicito piacere, sottolineato da uno schiocco delle labbra; don Pasquino, che da parte di madre era triestino e di padre napoletano, con piccoli sorsi quasi di nascosto, come per un ritegno a concedersi quel piccolo peccato. Sirio abbandonò il bicchiere sul tavolino da tè senza assaggiarlo e aprì il libro che voleva studiare, “Meccanismi di induzione psicologica”.

La partita era avviata, i contendenti avevano dato fondo alla bottiglia più volte; ogni tanto si scambiavano qualche commento a bassa voce, e don Pasquino dovette sorprendere l’interessamento di Sirio, o meglio lo sguardo che stava rivolgendo a un quadro sulla parete di fronte. Lo aveva notato nelle visite precedenti, e anzi avrebbe potuto affermare che il quadro avesse preteso la sua attenzione.

L’arredamento della canonica era antiquato ed eterogeneo. Mobili donati da parrocchiani in epoche diverse, immaginava Sirio. Altri oggetti, soprammobili, ma anche altri dipinti, sia pur nel loro arbitrario accostamento di stili ed epoche, gli apparivano comunque coerenti. Il quadro invece strideva, quasi urlava. E l’assenza della cornice non poteva essere l’unico motivo.

«Ti piace?» chiese don Pasquino.

Il professore si distrasse dalle riflessioni sul gioco e si voltò verso il quadro, seguendo i loro occhi.

Don Pasquino era sui sessanta, fisico da montanaro, capelli ormai bianchi ma folti. Adesso, in casa, indossava dei calzoni due taglie più larghi e un maglione logoro sui gomiti; un rossore improvviso gli colorava le gote scarne, come trasparendo dalla pelle sottile ripresa dalla madre triestina.

«Quel quadro è lì per ricordarmi la decisione della tonaca.»

Il professore aggrottò la fronte; Sirio, imbarazzato, distolse lo sguardo.

Il tono era stato quasi aspro, e il parroco dovette pentirsene: «Se ve la sentite di ascoltarla, vi racconterò la sua storia».

Accostò il bicchiere alle labbra, e questa volta il brandy gli provocò dei colpi stizzosi di tosse.

«Vedete» riprese «ascolto confessioni ogni giorno. Le persone si alzano dall’inginocchiatoio con l’animo leggero. Forse è colpa di questo» mostrò il bicchiere «forse è la neve, forse l’atmosfera che porta il Natale. Mi farebbe piacere raccontarvela, confessarmi con voi, se volete.»

Il professore si accomodò sulla sedia e accavallò le gambe, Sirio chiuse il libro e lo posò sul tavolino accanto al bicchiere ancora pieno.

«Una premessa indispensabile: i sacerdoti, lo sapete, non sono tenuti a cambiare il proprio nome; io ho scelto di farlo. Al secolo… è così che si dice, vero professore? mi chiamo Giovanni, ma ho scelto Pasquino: una buona coperta sotto cui nascondermi. Comunque, per tornare al quadro, tutto ebbe inizio, e purtroppo anche fine, in una giornata di principio estate, eravamo nel 1991 – più di vent’anni… Dio quant’ero giovane. Era il tempo dei primi telefonini, ricordate? con l’antenna estraibile e il coperchio che si ribaltava; e tutto ebbe inizio e fine in una località di vacanze lungo la riviera di Levante, vicino a Genova. Noi… non vi meravigliate… non sono nato prete, sono nato uomo…»

Don Pasquino sollevò il bicchiere. Sembrò studiare, nella trasparenza del vetro, il brandy che sciabordava lievemente. Sembrò una specie di brindisi rivolto al quadro senza cornice e ai suoi colori violenti.

Lo vuotò d’un sorso e cominciò il suo racconto:

«Noi, io ed Ester, avevamo viaggiato tutta la notte, eravamo arrivati che ancora era buio. E l’indomani mattina, appena svegli, Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza. “Finalmente il giorno” si voltò verso di me. Mi avvicinai alla finestra e la cinsi alla vita. L’azzurro del mare si accendeva di riflessi lontani, mentre più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime dei pini coprivano in parte i tetti in declivio. Nubi sfilacciate stazionavano sospese, i rondoni si rincorrevano e giocavano nell’aria per poi precipitare fra i vicoli.

“Nanni, che meraviglia” mi disse Ester.

*

Ecco infine la versione entrata a far parte di "Frammenti di adesso" - che firmo con l'altro mio pseudonimo Marcello Melis – raggiungibile 

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UNA COLLINA SOSPESA

Avevamo viaggiato a lungo ed eravamo arrivati col buio. Impazienti c’eravamo amati per ore. Poi, al mattino, appena ho spinto le persiane, il giorno è dilagato nella stanza.

«Finalmente il giorno,» ho sussurrato a Nanni, che stava ancora a letto.

L’azzurro del mare ammiccava con guizzi di luce lontana, riflessi bianchi di luce tra infiniti toni di azzurro. Più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini si protendevano sopra i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando tra i vicoli.

«Che meraviglia, Nanni, vieni a vedere.»

Lui mi fissava con quell’ammirazione che rende una donna felice.

«Torna qui,» ha toccato il lenzuolo accanto a sé.

Sono andata a sdraiarmi vicino a lui. Mi ha passato il braccio dietro la nuca e si è chinato per baciarmi sulla fronte, poi si è lasciato ricadere supino.

Sulle pareti e il soffitto l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri chi sa quanto lontani producevano movimenti incostanti di un chiarore impalpabile. Siamo rimasti a fissare oltre il soffitto, con le teste che si toccavano, i capelli confusi. Da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzini lontani.

Ho sospirato.

«Se si potesse rimanere così per sempre, io e te da soli, in un guscio tutto nostro. A lui non voglio male, e non vorrei mai fargli del male, perché non se lo merita, ma con te è un amore diverso».

Accanto a me, Nanni ha avuto come un fremito immobile, quella ribellione nascosta che percepisci.

«Non ci pensare,» ha detto, «non lasciargli spazio fra noi. Conta solo che stiamo insieme.»

*

Quale delle tre versioni senti più calzante al tuo sentire un incontro, sia pure clandestino, ma intriso di intenso amore? Che ne sarebbe di questo amore se l’epilogo fosse quello descritto nel racconto?

Dimmi la tua opinione nei commenti.


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