Dietro le quinte della scrittura:
l'evoluzione di "Una collina sospesa".
Ho riferito nel post precedente di come
“idea” e “trama” (apparentemente così lontane fra loro) abbiano portato al mio
racconto “Una collina sospesa”. Premetto, prima di proseguire, che sono molto
affezionato a questo lavoro (succede a ogni autore di amare un testo più di un
altro, così come ai genitori per i figli – ma se i genitori non possono, noi lo
confessiamo impunemente!). Niente di strano quindi che alla prima stesura del
2018 – Edizione Youcanprint – ne siano seguite altre due, rielaborate quanto
basta per adeguare la voce narrante, il punto di vista e il contesto alle raccolte
di cui entrarono a far parte.
Riporto di seguito i tre incipit, la cover che vedete è quella della prima edizione pubblicata con Youcanprint, che potete raggiungere facendo Clik
Una collina sospesa
Ester spinse le persiane e il
giorno dilagò nella stanza.
«Finalmente il giorno» disse Ester.
Avevano viaggiato tutta la notte, arrivati col buio.
Ester spinse le persiane. L’azzurro
del mare ammiccò guizzi di luce lontana, riflessi bianchi concentrati di luce
fra gli infiniti toni di azzurro cangiante del mare. Più prossime, sotto la
finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini oscillavano sopra i tetti in
declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa.
Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando fra i vicoli.
«Che meraviglia» disse Ester «Nanni
vieni a vedere.»
Dal letto Nanni la fissava come si
ammira la luna dalla cima dell’Everest. Toccò il lenzuolo vicino a sé: «Torna
qui» le disse.
Ester fece un risolino e tornò a
sdraiarsi accanto a lui. Gli passò un braccio sul petto e lui l’attrasse più
vicina. Sulle pareti e il soffitto, l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri
chi sa quanto distanti producevano movimenti incompiuti, luminelli incostanti
di chiarore impalpabile.
Nanni l’attrasse e la baciò. Poi
rimasero supini a fissare oltre il soffitto, le teste che si toccavano, i
capelli confusi. E da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica, e la risacca
del mare, e richiami offuscati di ragazzi lontani.
Ester sospirò: «Poter stare sempre
così, noi due soli in un guscio tutto nostro. A lui non gli voglio male, e non
vorrei mai fargli del male, ma con te è un amore diverso».
Accanto a lei Nanni ebbe come un
fremito immobile: «Non ci pensare adesso» le disse «non lasciargli spazio fra
noi, l’unica cosa importante è che siamo insieme. Voglio una giornata
memorabile». Poi vivace si sollevò sul gomito: «Allora, che programmi per
oggi?»
Ester volle sorridergli,
assecondare il suo entusiasmo: «È quasi mezzogiorno. Subito abbondante
colazione in compagnia dell’uomo che amo, poi, giocoforza, violino. Tu,
invece?»
«Meravigliosa luculliana colazione
insieme alla mia bella violinista» le sorrise «poi, purtroppo, tela e
pennelli.»
«Dove?» Chiese Ester.
«Forse qui. Soggetto: una musicista
bellissima che suona il violino. O forse fuori, ancora non so.»
«Fuori è bellissimo, devi vedere.
Ieri, col buio, chi l’immaginava.» Gli si strinse addosso, ne assaporò il
profumo della pelle, strofinò la guancia contro il suo petto nudo. Da quanto
sognava momenti come questi, di poter stare con lui così come adesso. All’improvviso
pensò che aveva finora vissuto unicamente in funzione di questo momento.
Nanni si riscosse e si tirò su:
«Fame da lupi» disse ridendo. Poi ebbe un ripensamento e si chinò per baciarla.
E mentre la baciava, donne presero a cantare con voce acuta in un dialetto
gutturale sulle note della fisarmonica, e qualcuno le accompagnava battendo le
mani, e qualcuno rideva. Ester rise nella bocca di Nanni e si staccò.
«Scusa» disse, perché la guardava
stranito «deformazione professionale, ascoltavo l’armonico disaccordo del
concertino là fuori.» Ridendo si buttò di spalle sul letto e distese le
braccia. «Voluttuosa beatitudine» sospirò serrando i pugni e inarcando il bacino.
«Be’» disse Nanni «devo fare la
solita telefonatina di routine, il mio piccolo dovere coniugale. Poi scendiamo
a colazione.»
Mentre Nanni si girava per prendere
il cellulare dal comodino, Ester si rotolò sul letto e si alzò. «Sono pronta in
un attimo» disse, e andò a chiudersi in bagno.
«Gabriella… i bambini?» Sentì la
voce di Nanni prima di serrare la porta, poi la coprì con lo scroscio del
rubinetto.
*
Ora l’edizione inserita nella raccolta "Piccoli crimini innocenti", raggiungibile
Una collina sospesa
Sirio sospettava ci fosse del dolo negli attentati del
professor Urbani alla santità di don Pasquino. Erano le sei di sera del giovedì
prima di Natale e Sirio, in piedi accanto alla finestra col giaccone già
addosso, aspettava che il professore terminasse di dissigillare la bottiglia
del Vecchia Romagna, ne versasse senza riempirlo in un bicchiere – che appoggiò
nella credenza con un’espressione di rimpianto – e rimettesse il tappo.
Uscirono portandosi dietro la bottiglia. Il cielo notturno era chiaro come se
trattenesse la neve prima di lasciarla cadere. Della neve caduta il giorno
precedente, invece, restavano pochi cumuli in qualche angolo, dove il sole non
l’aveva raggiunta, nel prato all’inglese del professore. Ma le strade erano
sgombere, così si avviarono a piedi, come facevano di solito. Il professore
tratteneva per il collo la bottiglia avvoltolata in un sacchetto del
supermarket, facendola oscillare un po’, mentre camminava di fianco a Sirio.
Don Pasquino abitava dirimpetto alla chiesa di Santa
Caterina, di cui era parroco da pochi mesi, al primo piano di una palazzina
d’epoca col tetto di tegole e senza balconi. Il giovedì pomeriggio, se nessun
impegno pressante lo tratteneva in parrocchia, e se anche il professore era
libero, lo dedicavano al gioco degli scacchi, di cui erano entrambi
appassionati. Sirio, che all’epoca era al terzo anno, volentieri accompagnava
il professore; poi magari si ritirava a studiare per qualche suo esame in una
poltrona; indisturbato, visto che i contendenti duellavano nella massima,
silenziosa concentrazione.
Don Pasquino, se la bottiglia fosse stata sigillata e
nuova, l’avrebbe rifiutata – era già successo – per cui il professore aveva
escogitato quell’imbroglio della bottiglia dimenticata in casa che tanto valeva
consumare!
E dunque, mentre don Pasquino sistemava i pezzi sulla
scacchiera, il professore provvedeva a riempire i bicchieri.
I due contendenti si concessero un sorso, prima di
procedere al sorteggio di chi avrebbe giocato con i pezzi bianchi. L’uno, il
professore, con esplicito piacere, sottolineato da uno schiocco delle labbra;
don Pasquino, che da parte di madre era triestino e di padre napoletano, con
piccoli sorsi quasi di nascosto, come per un ritegno a concedersi quel piccolo
peccato. Sirio abbandonò il bicchiere sul tavolino da tè senza assaggiarlo e
aprì il libro che voleva studiare, “Meccanismi di induzione psicologica”.
La partita era avviata, i contendenti avevano dato
fondo alla bottiglia più volte; ogni tanto si scambiavano qualche commento a
bassa voce, e don Pasquino dovette sorprendere l’interessamento di Sirio, o
meglio lo sguardo che stava rivolgendo a un quadro sulla parete di fronte. Lo
aveva notato nelle visite precedenti, e anzi avrebbe potuto affermare che il
quadro avesse preteso la sua attenzione.
L’arredamento della canonica era antiquato ed
eterogeneo. Mobili donati da parrocchiani in epoche diverse, immaginava Sirio.
Altri oggetti, soprammobili, ma anche altri dipinti, sia pur nel loro
arbitrario accostamento di stili ed epoche, gli apparivano comunque coerenti.
Il quadro invece strideva, quasi urlava. E l’assenza della cornice non poteva
essere l’unico motivo.
«Ti piace?» chiese don Pasquino.
Il professore si distrasse dalle riflessioni sul gioco
e si voltò verso il quadro, seguendo i loro occhi.
Don Pasquino era sui sessanta, fisico da montanaro,
capelli ormai bianchi ma folti. Adesso, in casa, indossava dei calzoni due
taglie più larghi e un maglione logoro sui gomiti; un rossore improvviso gli
colorava le gote scarne, come trasparendo dalla pelle sottile ripresa dalla
madre triestina.
«Quel quadro è lì per ricordarmi la decisione della
tonaca.»
Il professore aggrottò la fronte; Sirio, imbarazzato,
distolse lo sguardo.
Il tono era stato quasi aspro, e il parroco dovette
pentirsene: «Se ve la sentite di ascoltarla, vi racconterò la sua storia».
Accostò il bicchiere alle labbra, e questa volta il
brandy gli provocò dei colpi stizzosi di tosse.
«Vedete» riprese «ascolto confessioni ogni giorno. Le
persone si alzano dall’inginocchiatoio con l’animo leggero. Forse è colpa di
questo» mostrò il bicchiere «forse è la neve, forse l’atmosfera che porta il
Natale. Mi farebbe piacere raccontarvela, confessarmi con voi, se volete.»
Il professore si accomodò sulla sedia e accavallò le
gambe, Sirio chiuse il libro e lo posò sul tavolino accanto al bicchiere ancora
pieno.
«Una premessa indispensabile: i sacerdoti, lo sapete,
non sono tenuti a cambiare il proprio nome; io ho scelto di farlo. Al secolo… è
così che si dice, vero professore? mi chiamo Giovanni, ma ho scelto Pasquino:
una buona coperta sotto cui nascondermi. Comunque, per tornare al quadro, tutto
ebbe inizio, e purtroppo anche fine, in una giornata di principio estate,
eravamo nel 1991 – più di vent’anni… Dio quant’ero giovane. Era il tempo dei
primi telefonini, ricordate? con l’antenna estraibile e il coperchio che si
ribaltava; e tutto ebbe inizio e fine in una località di vacanze lungo la
riviera di Levante, vicino a Genova. Noi… non vi meravigliate… non sono nato
prete, sono nato uomo…»
Don Pasquino sollevò il bicchiere. Sembrò studiare,
nella trasparenza del vetro, il brandy che sciabordava lievemente. Sembrò una
specie di brindisi rivolto al quadro senza cornice e ai suoi colori violenti.
Lo vuotò d’un sorso e cominciò il suo racconto:
«Noi, io ed Ester, avevamo viaggiato tutta la notte,
eravamo arrivati che ancora era buio. E l’indomani mattina, appena svegli,
Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza. “Finalmente il
giorno” si voltò verso di me. Mi avvicinai alla finestra e la cinsi alla vita.
L’azzurro del mare si accendeva di riflessi lontani, mentre più prossime, sotto
la finestra dell’albergo, le cime dei pini coprivano in parte i tetti in
declivio. Nubi sfilacciate stazionavano sospese, i rondoni si rincorrevano e giocavano
nell’aria per poi precipitare fra i vicoli.
“Nanni, che meraviglia” mi disse Ester.
*
Ecco infine la versione entrata a far parte di "Frammenti di adesso" - che firmo con l'altro mio pseudonimo Marcello Melis – raggiungibile
QUI.
UNA COLLINA SOSPESA
Avevamo viaggiato a lungo ed eravamo arrivati col
buio. Impazienti c’eravamo amati per ore. Poi, al mattino, appena ho spinto le
persiane, il giorno è dilagato nella stanza.
«Finalmente il giorno,» ho sussurrato a Nanni, che
stava ancora a letto.
L’azzurro del mare ammiccava con guizzi di luce
lontana, riflessi bianchi di luce tra infiniti toni di azzurro. Più prossime,
sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini si protendevano sopra
i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come
un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando tra i
vicoli.
«Che meraviglia, Nanni, vieni a vedere.»
Lui mi fissava con quell’ammirazione che rende una
donna felice.
«Torna qui,» ha toccato il lenzuolo accanto a sé.
Sono andata a sdraiarmi vicino a lui. Mi ha passato il
braccio dietro la nuca e si è chinato per baciarmi sulla fronte, poi si è
lasciato ricadere supino.
Sulle pareti e il soffitto l’ombra chiara dei pini e
riflessi di vetri chi sa quanto lontani producevano movimenti incostanti di un
chiarore impalpabile. Siamo rimasti a fissare oltre il soffitto, con le teste
che si toccavano, i capelli confusi. Da fuori veniva una nostalgia di
fisarmonica e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzini lontani.
Ho sospirato.
«Se si potesse rimanere così per sempre, io e te da
soli, in un guscio tutto nostro. A lui non voglio male, e non vorrei mai fargli
del male, perché non se lo merita, ma con te è un amore diverso».
Accanto a me, Nanni ha avuto come un fremito immobile,
quella ribellione nascosta che percepisci.
«Non ci pensare,» ha detto, «non lasciargli spazio fra
noi. Conta solo che stiamo insieme.»
*
Quale delle tre versioni senti più calzante al tuo
sentire un incontro, sia pure clandestino, ma intriso di intenso amore? Che ne
sarebbe di questo amore se l’epilogo fosse quello descritto nel racconto?
Dimmi la tua opinione nei commenti.

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