martedì 20 gennaio 2026

L'amante - Racconto

 


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L’amante

Sirio lo vide entrare, trascinandosi dietro la nebbia di Bologna e l’oscurità precoce di gennaio. Si guardava intorno nell’enoteca in penombra e Sirio richiamò la sua attenzione con un gesto. Si alzò per abbracciarlo.

«Non sei cambiato,» disse Vittorio, fissandolo e trattenendolo per le spalle.

Vittorio era il primo della classe al liceo scientifico in via delle Sette Sale, a Roma. Passava i pomeriggi sui libri, non aveva amici e non andava dietro alle ragazze. Si riusciva a trascinarlo in pizzeria soltanto per la cena di fine anno. Era magrissimo; il taglio dei capelli e l’abbigliamento non seguivano le mode e portava occhiali neri dalle lenti spesse.

Dopo il diploma si erano persi di vista.

Adesso, appesantito, quasi calvo e con gli occhiali senza montatura, Sirio non l’avrebbe mai riconosciuto incontrandolo per strada.

Sere prima, Vittorio si era messo in contatto con lui tramite Facebook; avevano scambiato qualche ricordo in chat e si erano dati appuntamento nell’enoteca di piazza Salmastra.

«Dunque, informatico presso la Kore Systems di Bologna,» avviò un discorso da rimpatrio di ex studenti Sirio.

«E tu, docente di criminologia. Vent’anni fa, chi avrebbe detto che saremmo finiti così.»

Il tono era mesto. Sirio si rese conto che l’amico non aveva mai sorriso.

«Rimpianti?» gli chiese.

Vennero interrotti dalla cameriera spigliata sorridente che si avvicinò col tablet già pronto. Porse la lista dei vini e, da brava sommelier, prese a declamarli. Si stancò presto della serietà con cui la fissava Vittorio e si rivolse a Sirio, che le dava soddisfazione con espressioni ammirate.

Entrambi optarono per un Barbera.

«Fino a poco fa nessun rimpianto,» Vittorio scuoteva la testa. «Ma adesso…»

«Adesso cosa?»

Invece di rispondere, Vittorio disse: «Ho letto di te sul web, sei bravo nel tuo campo.»

«È solo un lavoro,» minimizzò Sirio. «Starai cercando i vecchi compagni per una rimpatriata, immagino».

«Cosa?» si sorprese Vittorio. «No, no, cercavo espressamente te, in verità.»

Arrivò la ragazza spigliata col vassoio. “Lucia”, annunciava il ricamo sul taschino della divisa azzurra. Appoggiò calici e stuzzichini, fece l’occhiolino a Sirio e si ritirò.

Vittorio scuoteva la testa: «È sposata».

«Come dici?»

«Ha la fede, è sposata.»

Sirio lasciò correre: «Parlami di te. Mi hai cercato per un motivo preciso, dicevi».

«Sei sposato?» aveva gli occhi sbarrati dietro le lenti.

«Sposato? Io? No… perché me lo chiedi?»

«Elena, mia moglie, mi tradisce,» si protese Vittorio sul tavolo, con la voce del cospiratore sul patibolo.

Buttata lì, la frase diceva tutto e niente.

«Spiegami meglio.»

«Siamo sposati da cinque anni. Finché stavamo a Roma, tutto ok. Poi, quando un anno fa sono stato assunto dalla Kore e ci siamo trasferiti, lei è cambiata.»

Occhi fissi sbarrati. Il massimo della chiarezza, secondo lui.

«In che senso, cambiata?»

«Distratta, apatica, nessuna effusione, non vuole più… intimità,» agitò le mani.

«Le donne attraversano periodi difficili… strappata al suo mondo, città diversa, abitudini nuove…»

«No, so quel che dico,» gli afferrò il polso. «Sirio, devi farla tornare da me.»

«Cosa? Ma se nemmeno la conosco.»

Tutto il discorso non aveva alcun senso.

«È il tuo lavoro. Ho letto del caso Pestinelli, di come l’hai fatto confessare. Sei bravo. Devi farlo per me, un amico!»

Sirio si appoggiò alla panca, mandò giù a fatica un piccolo sorso.

«Ma non è affatto il mio lavoro. Io insegno all’università e firmo perizie per i tribunali. I giornali travisano. Tu, se vuoi salvare il tuo matrimonio, rivolgiti a un consulente di coppia. Oppure consulta un avvocato divorzista.»

«Ma io mi sto distruggendo, non mi vedi?»

Sirio scosse la testa: «Mi dispiace».

«Ho capito. Allora farò a modo mio. Ma sappilo, qualsiasi conseguenza ricadrà su di te.»

Si alzò di scatto, gettò una banconota sul tavolo e uscì senza salutare.

*

Circa un mese dopo, Sirio ricevette una telefonata di Vittorio.

«Ti devo parlare!»

Aveva risposto di malavoglia, e cercava una scusa per scantonare.

Ma Vittorio aggiunse: «Per favore».

Lo disarmò.

Arrivarono davanti all’enoteca nello stesso momento, alle sette di sera di un febbraio fosco di pioggia. Entrarono assieme. Lucia, accorsa a riceverli, davanti a quei musi lunghi, indicò la sala pressoché vuota e si ritirò.

Vittorio scelse l’ultimo separé. Scivolò sulla panca fino ad accostarsi al muro.

Il paralume rosso gli dava un aspetto un po’ inquietante.

«Ho fatto come mi hai consigliato,» esordì. «Mi sono rivolto a un investigatore privato.»

Sirio non gli aveva suggerito nulla di simile, ma non replicò.

«Mi è costato parecchi soldi, che avrei voluto risparmiare.»

Non c’era di che controbattere e Sirio non lo fece.

«Si è innamorata di un mascalzone e criminale.»

Sirio, con i palmi appoggiati al bordo del tavolo, attese.

«L’investigatore mi ha fornito un dossier completo. Truffe, sfruttamento.»

«Dossier?»

«Ritagli di giornali, interviste a chi lo conosce.»

Pettegolezzi! considerò Sirio, ma lo tenne per sé.

«L’investigatore mi ha fornito fotografie di mia moglie col mascalzone per strada. Né baci né atteggiamenti equivoci, solo camminare vicini o parlarsi a poca distanza. Gliele ho mostrate e lei, in principio, ha negato. Non provano niente, ha detto. Allora le ho mostrato l’altro dossier, le ho sbattuto in faccia che bestia sia quell’uomo. Lei ha risposto che è gentile e cortese e la rispetta e non le farebbe mai del male. Ha detto che sono io il mostro, il bruto, il geloso d’altri tempi che non capisce il vero amore.»

«Si è allontanata dal tetto coniugale?»

«No. Ma dopo quella discussione ha iniziato a evitarmi. Si chiude a chiave in camera quando sono in casa. Un inferno, credimi. E non so come andrà a finire.»

Quell’uomo gli faceva pena, ma non aveva medicine per il suo male.

Lucia, da lontano, indicò il tablet. Sirio le fece segno di avvicinarsi.

Nessun sorriso, questa volta. Lei appuntò tutto e volò via.

«Perché hai voluto incontrarmi?» chiese Sirio a Vittorio.

«Se questa storia finirà in tragedia, la responsabilità sarà tua.»

«Perché parli di tragedia?»

«Quell’uomo è un criminale e può succedere di tutto.»

«Vuoi dire che potrebbe fare del male a Elena? Hai notato segni di maltrattamenti, su di lei? Ti ha confessato brutalità?»

«No, a suo dire la tratta bene. L’altra sera è rientrata dopo di me. Era tranquilla. Anzi, direi felice. Ci siamo ritrovati in una situazione che non mi sarei mai aspettato. Seduti al tavolo di cucina, testa a testa. Quasi speravo che tutto fosse passato, che volesse, con quella vicinanza, riappacificarsi. Invece ha preso a parlarmi come se fossi un amico, un confidente. Mi ha rivelato tranquillamente di aver passato il pomeriggio con lui, Ruggero, così si chiama il mascalzone. Ha detto che non c’era stato niente di quello che immaginavo io – mai, nemmeno un bacio, mai – e dovevo crederle. E confesso che in quel momento le credevo. Le ho chiesto che cosa sarebbe stato di noi – di me e di lei, intendevo. Ha risposto che mi voleva bene come a un fratello, e come fratello e sorella potevamo restare nella stessa casa. Lei mi avrebbe accudito e voluto bene.»

Arrivò Lucia, lasciò calici e ciotole e si dileguò.

Lui riprese: «Tutto quel ragionamento mi faceva sperare che fosse una scusa per non ammettere l’errore. Forse la storia con quel Ruggero era finita e l’orgoglio le impediva di confessarlo. Che importa? mi dicevo, purché rimanga con me

«Ma allora, da che deriva la tua preoccupazione?»

«Non l’ha lasciato. Continua a vederlo, e me lo dice con una calma atroce. È una situazione torbida, Sirio, e tutto può succedere, in una situazione così.»

*

Marzo faceva capricci quell’anno a Bologna. L’SMS che Sirio ricevette da Vittorio alle quattro del mattino, lo sorprese fino a un certo punto. Se l’aspettava. Non riceverlo avrebbe significato che Vittorio, in un modo o nell’altro, aveva risolto i suoi problemi coniugali. Invece eccolo lì, perentorio.

“Urgente. Ti devo parlare. Stasera. Stesso luogo. Stessa ora”.

Sirio era arrivato in piazza Salmastra qualche minuto dopo le sette, Lucia l’aveva ignorato vedendolo entrare e Vittorio era nell’ultimo separé sotto il lume rosso.

Non si alzò, non gli porse la mano. Aspettò che togliesse il cappotto e si sedesse.

«Mia moglie se n’è andata col suo amante.»

«Ah… spiegami.»

«Ieri pomeriggio, tornato dal lavoro, ho trovato questo. Guarda.»

Foglio strappato da un quaderno a quadretti.

“Vado via con Ruggero. Mi renderà felice come tu non hai saputo fare. Mi spiace se soffrirai, ma non posso rimanere con te. Ti ho voluto bene, adesso non più.

“PS.: Non cercarmi, non mi troveresti. Riceverai mie notizie per il divorzio”.

Sirio glielo restituì. Vittorio lo ripiegò con cura e lo ripose nel portafogli.

«Ho telefonato subito a Roma ai suoi genitori e alla sorella, non ne sanno niente. O così dicono. Sono andato anche in commissariato, ho mostrato il biglietto e spiegato ogni cosa. Hanno risposto che Elena è maggiorenne e libera di fare quello che vuole. Ho passato la notte a maledirla e a maledirmi. Mi rimani solo tu, amico, dammi un consiglio, tu che hai studiato queste cose.»

Sirio sapeva che non esisteva un rimedio al suo male.

«La cosa migliore è prendere atto che ha scelto una vita senza di te. Prima lo accetti, meglio starai.»

Vittorio colpì il tavolo col palmo della mano: «Ma è di mia moglie che stiamo parlando».

Sirio scosse la testa: «In questo momento, per te, lei è una vittima da salvare. Ma per la legge… e anche per lei stessa, è una donna adulta che ha preso una decisione Non è stata rapita. Quel biglietto è una dichiarazione di volontà. Ha scelto una vita senza di te e l'ha fatto lucidamente. Se provi a giocare all'eroe che la strappa al cattivo, otterrai solo un'ordinanza di restrizione o una denuncia per stalking. Prima ne prendi atto, prima inizierai a sopravvivere. Ogni tentativo di inseguirla non farà che confermarle che sei tu il "mostro" da cui scappare. Vuoi finire così?»

«E io dovrei starmene tranquillo ad aspettare una busta dell'avvocato?»

«Sì,» rispose Sirio. «Perché se intervieni ora, diventi il suo nemico e l’alibi per ogni ritorsione. Devi aspettare. Se quell’uomo è il soggetto che dici, prima o poi mostrerà la vera natura. Solo allora Elena potrebbe voltarsi indietro. Ma se tu la insegui ora, lei guarderà avanti, verso di lui, per scappare da te. Purtroppo, devi abituarti all’idea di gestire la fine del matrimonio come un affare legale, non come una tragedia.»

Vittorio scosse la testa.

«Non posso. Non ce la faccio a stare fermo. Ogni secondo che passa me la immagino con quel verme... in qualche posto sporco… a ridere di me. E non farmi sentire un illuso anche tu. Se per te l’amicizia vale qualcosa, aiutami a riportarla a casa.»

Supplicava Vittorio, sordo a ogni ragionamento.

«Non è possibile…»

«Non resterò a guardare mentre un criminale le mangia la vita. E tutto il sangue ricadrà su di te.»

«Sangue? Che intendi?»

Capì quando Vittorio era già uscito.

L’investigatore doveva avergli fornito l’indirizzo dell’amante.

Non poteva essere altrimenti.

*

Sirio, subito dopo, aveva chiamato il suo amico Aldo Crescenti in questura e gli aveva spiegato i fatti.

«Un groomer, dici?» aveva chiesto il poliziotto.

«Il profilo psicologico di Ruggero, sulla base del report dell’investigatore privato e per l’excursus dei fatti, mi induce in questo sospetto: che l’amante, cioè, abbia manipolato Elena per sottrarla al marito. L’amore, non c’entra.»

«A che scopo?»

«Questo ancora non lo so. Ma al momento attuale non escludo un epilogo cruento.»

Lo inducevano a questo sospetto lo stato di eccitazione di Vittorio e la torbida situazione in cui si dibatteva. Una quasi certezza, in verità – aveva spiegato all’amico poliziotto.

«Vedrò che posso fare,» l’aveva rassicurato Crescenti.

Vittorio era stato rintracciato da una volante, l’investigatore interrogato, una pattuglia aveva spento le sirene davanti al domicilio di Ruggero. Nessuno aveva aperto. I vicini avevano testimoniato che non lo vedevano da giorni. A domanda, avevano risposto: «Sì, ultimamente veniva qui con una donna…»

«Elena?» aveva chiesto l’agente Crescenti.

«Sì, Elena, abbiamo sentito che la chiamava così.»

«E sono partiti assieme?»

«Sì, con la macchina… una Renault…» diceva uno.

«No, un’Opel rossa…» correggeva un altro.

«Hanno caricato le valigie,» precisava un terzo.

*

Sirio aveva deciso di trascorrere in riviera la terza domenica di aprile. La primavera era in anticipo, le previsioni meteo promettevano alta pressione, temperature al disopra della media stagionale, la possibilità di crogiolarsi un po’ al sole. I notiziari sulla viabilità riferivano di traffico intenso in direzione del litorale già dal primo mattino.

Il cellulare annunciò “Vittorio” e Sirio fu tentato di lasciarlo squillare.

Invece – non riusciva a farsi violenza e non rispondere a una richiesta d’aiuto – premette il pulsante verde.

«L’ho trovata,» quasi rantolò l’amico. «Vediamoci al solito posto a mezzogiorno, ti offro il pranzo.»

Solo una mente sovreccitata può esprimersi così e avanzare pretese simili. E Sirio sapeva a quali eccessi può portare una mente sovreccitata.

«Va bene,» rispose, quando l’altro aveva già chiuso.

La serranda dell’enoteca in piazza Salmastra era abbassata.

«Andiamo dal Greco,» Vittorio afferrò Sirio per la manica e quasi lo trascinò verso via del Condotto.

«Tavolo per due.»

Vittorio si muoveva a scatti, parlava con tono di comando, gli brillavano gli occhi.

La giornata aveva richiamato turisti, gli venne apparecchiato in un cantone, stretti fra due coppie sui sessanta che festeggiavano qualche loro ricorrenza e una tavolata numerosa.

«Guarda,» spianò il cellulare Vittorio davanti al naso di Sirio.

Il cameriere era accaldato, aveva fretta, pretese che ordinassero subito.

«Tortellini in brodo di carne,» rispose Vittorio sbrigativo.

«Lo stesso per me,» aggiunse Sirio.

Il cameriere chiese: «Vino della casa?»

«Sì.»

Il cameriere sparì.

La foto di Elena seminuda tornò a pararsi davanti agli occhi di Sirio.

«Sai come ho fatto?» domandò Vittorio.

«Come?»

«Un’app.»

Sirio sapeva che esistono programmi per il riconoscimento facciale, ma qui si era andati oltre.

«Spiegami,» chiese.

«Non la trovi sugli store. Ho realizzato un motore di ricerca neurale, come quelli che usano i servizi di sicurezza per dare la caccia ai terroristi. Quindi ho preso delle fotografie di Elena e le ho convertite in una serie di coordinate matematiche, come la distanza tra gli occhi, la curva della mandibola, la lunghezza degli arti eccetera, e le ho passate al software perché li confrontasse con ogni dannato volto che appare sui siti di streaming hard. Sono partito dall’Italia, poi sono passato alla Russia e all’Albania, dove il mercato della pornografia è significativo. Il programma gira H24 su vari server, non guarda i video come un uomo, legge i pixel, analizza le stringhe di codice. L’ho fatto girare per tre notti di fila e alla fine mi ha dato un alert

Indicò lo schermo con l'unghia. «Novantotto per cento di compatibilità. È lei. È a Tirana. Non volevo crederci. All’inizio ho sperato di essere incappato in un deepfake – sai cos’è, il volto di Elena incollato su un altro corpo – ma poi ho analizzato i metadati e le ombre. È lei. E me lo conferma un altro particolare, guarda, ha un neo sotto il seno destro. Nemmeno l'algoritmo l'aveva visto, l'ho riconosciuto io, quando ho ingrandito il fermo immagine.»

Sirio sollevò gli occhi dal display: «Non dirmi che hai anche l'indirizzo».

 «Il segnale rimbalza su un server di Tirana, ma è un appartamento, non un set professionale. Potrebbe essere ovunque in quella maledetta città. Ma la troverò. Un centimetro alla volta, io la troverò.»

Sirio considerò la cinesica dell’amico: mostrava soddisfazione per la riuscita della ricerca, non dispiacere o sofferenza per la condizione di sua moglie. E poi un altro sentimento, che espresse chiaramente.

«Colpa tua, Sirio, se siamo a questo punto. Tutto si sarebbe evitato, se mi avessi dato aiuto quando te l’ho chiesto.»

Sirio sorvolò sulle accuse: «Come intendi muoverti?»

«Ho portato il video al commissariato di zona.»

Sirio sapeva cosa gli avevano risposto.

«Mi hanno detto che non nega il libero arbitrio di Elena, cioè che abbia posato liberamente. In tal caso, la semplice accusa di pornografia non giustificherebbe un intervento diretto delle forze dell’ordine. Hanno aggiunto che Elena può aver posato per un video privato, e che poi qualcun altro lo abbia immesso in rete a sua insaputa. Anche in questo caso, senza una denuncia di parte, nessun organo di polizia può intervenire.»

«Interesseranno la polizia locale?»

«Sì, il poliziotto mi ha confermato che lo faranno. Ha aggiunto di non farmi troppe illusioni.»

Sirio, di più non poteva fare, assentiva.

«A questo punto, perché non lasci fare a loro e ricominci a vivere?»

«No. Devo andare fino in fondo. Sono tentato di prendere l’aereo e andare laggiù. Ho anche una pistola.»

La luce della follia gli brillava negli occhi.

«Una pistola? Dove l’hai presa?»

«L’ho comprata, mercato nero.»

«Devi consegnarla subito alla polizia, ti accompagno, anche adesso. E poi devi toglierti dalla testa queste idee sanguinarie, portano solo guai. Tua moglie ha scelto la sua strada. Giusta o sbagliata che sia, lo ha fatto liberamente. Tu, adesso, devi pensare a te stesso.»

Arrivarono i tortellini, Vittorio prese a immergere il cucchiaio con voracità nervosa.

«Scherzavo,» sollevò gli occhi un momento. «Dai mangia, che freddi non sono buoni.»

«Meglio così,» finse di credergli Sirio. «Ragiona a mente fredda. Dopotutto il filmato è solo uno spogliarello. Difficile da accettare, d'accordo, ma non è una prova di prigionia. Potrebbe essere stato fatto per gioco, non è un motivo per sporcarsi le mani di sangue. Se le vuoi bene come dici, lasciale vivere la vita che ha scelto.»

«Uhm,» mugugnò Vittorio senza rallentare.

«E poi c'è la realtà dei fatti. Sono a Tirana. Pensi davvero di poter atterrare là e trovarli bussando alle porte?»

Vittorio aprì la bocca per ribattere, ma Sirio lo anticipò.

«Va bene, mettiamo anche che da bravo informatico riesci a trovarli. Ruggero non è un impiegato che si spaventa per un ringhio. È un malavitoso, davvero pensi di sorprenderlo e sopraffarlo? E considera un’altra cosa. Elena non ha mandato segnali di fumo, non si è fatta viva con i suoi e con te. Fino a prova contraria ha scelto di stare con quell’uomo. Non puoi riportare a casa una donna che ha deciso di non volerci stare. Vuoi uccidere anche lei? Io penso che con ogni probabilità finiresti morto tu, oppure rimarresti in una prigione albanese per il resto dei tuoi giorni. Ne vale la pena?»

Vittorio fissò il fondo del piatto, dove restava un velo di brodo. Il suo silenzio non era di resa, ma l’atteggiamento di chi sta elaborando informazioni.

«Va bene,» disse alla fine.

«E la pistola?»

«Non c’è nessuna pistola, ti ripeto.»

Il cameriere si era avvicinato.

«Il conto,» chiese Vittorio.

E poi a Sirio: «Non sei un buon amico. Non sei mai stato dalla mia parte».

Non ci furono saluti né strette di mano.

*

A metà maggio Sirio ricevette una telefonata di Vittorio: «Mi ha chiamato!»

Erano le sette di sera, si trovava nella biblioteca della facoltà. Faceva una ricerca sulla recrudescenza dei crimini: materiale per una conferenza cui doveva partecipare in qualità di relatore. Una coppietta di studenti si scambiavano carezze sotto il tavolo coi computer; ogni tanto un bacio, nascosti dietro gli schermi. I dati del secondo semestre portavano incrementi percentuali preoccupanti su quasi tutti i delitti in esame: femminicidio, violenza domestica, accoltellamenti, spaccio di stupefacenti, rapina…

Sulle tabelle diventavano numeri freddi, invece riflettevano il paradosso del nuovo millennio. Nell'epoca del massimo comfort, dell’accesso immediato a ogni bene di consumo, nella generazione più appagata della storia si risvegliava l’istinto alla sopraffazione e alla rabbia.

«Mi ha chiamato,» disse Vittorio.

Gli studenti uscirono mano nella mano. Passandogli accanto, lo seguirono con la coda dell’occhio.

«Ah, Vittorio,» si interessò Sirio. «Dimmi.»

«Lui la fa spogliare e vende i video su internet.»

«Solo questo?»

«Così ha detto lei. Non so se crederle.»

Forse c’era di più, ma per Elena, confessarlo, sarebbe significato chiudersi qualsiasi porta.

«Perché ha chiamato te e non la polizia?»

«Forse l’ha fatto. Oppure no, per paura, immagino. Non deve trovarsi in una situazione piacevole. Infatti subito dopo ho sentito delle voci, delle urla. Credo che le abbiano dato uno schiaffo… il rumore era quello. Poi è caduta la linea.»

«Ti compariva il numero?»

«No. Sconosciuto. E sul computer la loro posizione non è più Tirana. Sono riusciti a pulire i metadati e a criptare il segnale della chiamata. Se provo a inseguirli, il segnale sembra arrivare una volta dal Canada, un’altra da Bruxelles.»

La frustrazione di Sirio risiedeva nell’impotenza.

Vittorio riprese a parlare: «Ti avevo detto che finiva male, e la responsabilità è solo tua. Se prima potevo raggiungerli, adesso non più. Elena è sola.»

«Devi rivolgerti alle forze dell’ordine.»

«Sono già andato dal solito commissario. Indagheranno.»

Aveva spento il telefono.

*

Lo schermo del PC baluginava. Numeri e percentuali sostenevano lo sguardo desolato di Sirio.

L’ultima riga diceva: “Smuggling” – Traffico di migranti.

Sirio ne aggiunse un’altra: “Trafficking” – Tratta di esseri umani”.

Quante volte avveniva in senso inverso, ragionò. Donne straniere trascinate in Italia e gettate sul marciapiede. Questa volta l’occasione, il caso, l’imponderabile avevano agito al contrario. Quel Ruggero doveva aver colto all’istante la fragilità di Elena e ne aveva approfittato.

Il “grooming" – dall’inglese to groom, “curare, lisciare” – è una tecnica di manipolazione psicologica finalizzata all'adescamento. Non è un atto violento immediato, ma un processo lento e calcolato. Il predatore "liscia" la vittima, ne studia i punti deboli, le insicurezze, i bisogni insoddisfatti. Nel caso di Elena, forse, un matrimonio diventato routine o una noia esistenziale, o forse un bisogno d’affetto inappagato. Il groomer si presenta come l'unico in grado di capire davvero la vittima, e si adopera di isolarla emotivamente dal proprio mondo. Una volta ottenuto il controllo totale, passa allo sfruttamento: sessuale, economico… oppure, in questo caso, la tratta internazionale.

Le vittime si lasciano andare fiduciose, convinte di rivolgersi a una vita migliore.

Scopriranno l'orrore solo quando il confine sarà superato.

Sirio spense il PC. Dalle finestre scorgeva l’oscurità. Aveva saltato il pranzo, quel giorno. Per arrivare all’ascensore doveva passare davanti ai bagni. Si fermò a respirare. La nausea lo sopraffece.

*

Il TG annunciava sbarchi, quella sera di dicembre. Sirio, nel suo monolocale mansardato, con i piedi sul tavolino davanti al divano, masticava distrattamente verdure surgelate passate al microonde. La telecamera inquadrava barconi stracarichi e relitti sulle spiagge, commentatori in cravatta e facce nere disperate.

«Gli sbarchi sono aumentati del…»

La telecronista, la voce impostata, aveva l’espressione giusta: seria, riflessiva, ponderata.

Lo smartphone vibrò sul vetro del tavolo, lanciò la musichetta, mostrò “Vittorio”.

Sirio tolse l’audio alla televisione e rispose.

«Mi ha chiamato da Lampedusa. È scappata. Si è imbarcata non so dove e non so quando. Era disperata. Non ha più i documenti. Mi ha chiesto di andare.»

«Certo, devi farlo subito.»

«Non so. Dopo tutto questo tempo… dopo tutto quello che è successo. Andranno i suoi, credo. Oppure la sorella.»

Chiuse.


lunedì 19 gennaio 2026

Considerazioni su correzione di bozze ed editing

 


La mia esperienza con l'Editor Maria Guidi.

Per conoscere Maria Guidi fai Clik QUI

Perché un autore ha bisogno di un occhio esterno. 

Scrivere un libro è un atto solitario, ma trasformarlo in un prodotto editoriale di qualità è un lavoro di squadra. Molti autori emergenti commettono l'errore di ritenere che una buona storia basti a decretarne il successo, sottovalutando due figure chiave: il correttore di bozze e l'editor.

Quando si sceglie la strada del self-publishing, non si ha a disposizione lo staff di una casa editrice. In questo contesto, rivolgersi a professionisti seri non è un lusso, ma una necessità assoluta, se si intende ottenere un risultato che non sfiguri accanto ai titoli in libreria.

Infatti, per quanto si possa essere scrupolosi, i refusi sono "invisibili" agli occhi di chi scrive. Dopo aver riletto il proprio testo decine di volte, il cervello smette di leggere ciò che è scritto e inizia a proiettare ciò che ricorda. Si sorvola sulle parole, si ignorano le sviste. 

È qui che entra in gioco l’occhio allenato di un editor.

Ho conosciuto Maria quasi per caso – parliamo dell’ormai lontano 2022 – scorrendo Instagram. Mi colpì, in una sua recensione, la proprietà di linguaggio, la competenza, la profondità di valutazione dell’opera. Decisi di contattarla e ci trovammo subito in sintonia. Non esitai, appena terminato il romanzo su cui lavoravo, ad affidarle la revisione. 

È nata così una collaborazione dura a tutt'oggi.

I risultati parlano chiaro. Non credo sia un caso se i miei tre romanzi passati sotto il suo vaglio — “La Vittima”, “Il terzo movente” e “Chi muore si salva” — abbiano ricevuto, a pochissimo tempo dal lancio, commenti lusinghieri e recensioni stellate su Amazon.

Dalle correzioni dei romanzi ai dubbi dell'ultimo minuto sui racconti o i capitoli, Maria è diventata il mio punto di riferimento. Quando ho un’incertezza, stilistica o strutturale, so che lei saprà trovare la soluzione appropriata.


martedì 13 gennaio 2026

L'oblò - Racconto


 

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L’oblò

«Le bambine spariscono. È normale.»

La voce femminile bisbigliata proveniva da una porta socchiusa. Sirio si bloccò sul corridoio del quarto piano.

«Non è normale,» replicò una seconda donna, sempre a bassa voce.

Entrambe parlavano in italiano, ma venivano da paesi lontani. Lo rivelavano le inflessioni e certe pause innaturali tra una parola e l'altra. La prima poteva essere dell’est Europa; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del sud del mondo.

La prima voce insistette: «Invece sì, se la madre dice di stare sempre nascosta».

Sirio trattenne il respiro, mentre la prima donna aggiungeva: «Ieri, poi, dov’era finita?»

«Nel sacco della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»

«Il sacco era legato… e lei dentro? Com’è possibile? Chi avrebbe fatto una cosa del genere?» rincarò la prima voce, che veniva dall’est.

«La caporala. Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava rancore e paura.

«Anche ai piani, lei fiuta tutto.»

«Sì. Anche ai piani.»

«Vuoi che vado giù a vedere se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.

«Sì, Wanda, per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.

Una terza voce congelò il ripostiglio del piano.

«Professor Bonanni, necessita di qualcosa?»

Sirio, nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del ripostiglio per andare incontro alla nuova venuta, appena sbarcata dall’ascensore.

«Buon giorno signora Irina.»

Si erano già incontrati, e il nome era sulla targhetta spillata al petto della divisa azzurra. Dalla porta socchiusa del ripostiglio, adesso, nemmeno un respiro.

«Mi godevo il vostro bel mare,» Sirio sorrise a Irina.

La finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare merlata rimandava bagliori puri di luce.

Irina era una tipica bellezza della sua terra natia: la Polonia, o forse l’Ucraina. Naso diritto, narici leggermente divaricate, quasi dispettose; rossetto rosa che falliva nel tentativo di nascondere la passione turgida della bocca; bionda, con i capelli raccolti in un moderno chignon di treccine elaborate. Nella sua posizione doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che lavorava per l’albergo.

In quel momento, i suoi occhi azzurri si domandavano perché, oltre l’ascensore da cui era appena uscita, le porte delle camere fossero tutte chiuse e nessun carrello di servizio stazionasse nel corridoio.

«Cerca l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio dell’accappatoio che le avevo chiesto.»

Sospinse l’anta, che cigolò leggermente.

Dalla semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite era adagiato un accappatoio candido.

Passò fra loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.

La camera di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo sulla destra, dal lato opposto al mare. Si trovava davanti alla porta a vetri dell’uscita di sicurezza, da cui si scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia: una distesa monotona di stoppie giallastre schiacciate contro la terra brulla

Sirio, seguendo la cameriera di colore, induceva la governante a stargli dietro.

«Lei, Irina, lavora qui da molto?» le chiese.

Con la coda dell’occhio sorprese il movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda – che imboccava le scale in discesa.

La governante guardava avanti. «Dodici anni,» rispose.

«Parla molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»

«Kiev.»

«Oh,» Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo, intendo.»

Irina si lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.

La giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera 453.

Sirio invece proseguì. Sorridendo alla governante arrivò alla porta vetrata che affacciava sulle scale di fuga.

«Deve esserle sembrata molto diversa dalla sua, fors’anche ostile, questa terra, all’inizio.»

Irina sorrise.

«Qualsiasi mondo è ostile, all’inizio.»

Sirio acconsentì con un leggero cenno pensoso.

«Le sue mansioni? Capo del personale, immagino.»

La donna non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non rispose.

«Deve averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata. D’inverno l’albergo sarà deserto.»

Lei non capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.

«Oh, fino a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle richieste.»

La cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.

“Hai trovato mia figlia?”

“No.”

Irina si rivolse alla cameriera di colore: «Hai finito, qui?»

«Sì, signora.»

«Allora vai di sopra.»

Voce cortese, come si confà in un albergo di categoria. La cameriera di colore spinse il carrello verso l’ascensore.

Sirio, alla base della struttura d’acciaio della scala antincendio, notò un movimento.

C’era un piccolo recinto laggiù, delimitato da un grigliato metallico. Dei bassi cipressi chiudevano la visuale.

«Avrete bisogno di molta acqua, in una struttura così grande,» si rivolse a Irina.

La domanda dovette suonarle strana. La governante si soffermò a soppesare per qualche momento quello strano cliente che poneva strane domande.

«Abbiamo un pozzo artesiano,» rispose infine. «È molto profondo. Pensi che attingiamo acqua potabile. Guardi, è proprio lì dentro.»

Indicava il recinto coi cipressi.

«Sarà certamente ben chiuso,» Sirio la fissava preoccupato. «Sa, i bambini si infilano dappertutto.»

«Bambini?» si sorprese Irina.

Una donna con i capelli rossi e un pareo legato in vita uscì lestamente dal recinto e si avviò verso le piscine. Sirio la riconobbe: occupava la camera accanto alla sua. Un uomo aspettava che lei si allontanasse, nascosto fra i cipressetti. Sebbene non potesse vederlo in volto, Sirio immaginò di chi si trattasse.

*

La donna con i capelli rossi che occupava la camera accanto alla sua, la 451, era francese. La sua voce stridula aveva perforato la parete divisoria con la 453 già dalla sera precedente. Poi, durante la notte, Sirio l’aveva sentita rivolgersi apprensiva alla sua bambina, che si chiamava Isabelle. Infine, quella stessa mattina, erano uscite proprio nel momento in cui Sirio chiudeva la porta della propria camera.

«Comment va votre petite fille?» le aveva chiesto.

«Parlo italiano,» aveva sorriso lei. «Mi chiamo Juliette.»

Sirio le aveva stretto la mano, presentandosi a sua volta col solo nome.

«Come sta?» aveva ripetuto in italiano. «L’ho sentita lamentarsi, nella notte.»

La bimba, di circa quattro anni, lo fissava da sott’in su con gli occhi preoccupati.

«Una febbre,» aveva risposto la madre. «I bambini… sa, succede. Ma adesso sta bene, vero Isabelle?»

Juliette era una rossa naturale. Le lentiggini, a dispetto di qualsiasi grado di protezione, macchiettavano il volto arrossato dal sole salentino di agosto. Occhi verdi, esaltati da pochissimo trucco; labbra atteggiate a un bacio perenne. Indossava un pareo trasparente annodato in vita.

Avevano percorso assieme il corridoio. Lei gli arrivava alla spalla.

A Sirio era parso indiscreto chiederle se fossero sole, ma bisognava riempire il silenzio.

«Di che zona?» le aveva chiesto.

«Marsiglia.»

«Oh, vini d’eccezione!»

«Lei?» si era interessata Juliette.

«Io sono di Roma, ma vivo a Forlì.»

Sirio aveva premuto la chiamata dell’ascensore.

«Et tu fais quoi à Forlì, en Romagne? Je connais.»

Era passata al tu e Sirio prontamente si era adeguato.

«Conosci la Romagna? Io insegno.»

L’ascensore era arrivato al piano, erano entrati.

«Ai bimbi piccoli?»

«Università.»

La punta della lingua si era affacciata dalle labbra, per subito tornare a nascondersi.

«Cosa?»

«Criminologia.»

«Oh là là!»

La sala per la colazione aveva due pareti vetrate, ma era in penombra. Fuori invece, sotto gli ampi ombrelloni drappeggiati, il sole del mattino creava ombre fluide. Due tavoli, all’interno, erano occupati da coppie di una certa età vestite da città, uno da un giovane solitario con i bermuda colorati e la canotta senza maniche.

«Preferisco fuori,» aveva proposto Juliette. «Ci fai compagnia?»

Il solitario in bermuda aveva agitato le gambe pelose sotto il tavolo. Aveva dato un piccolo sbuffo con le dita sul tovagliolo. Si era nascosto dietro al menu.

Lo spazio esterno era delimitato da un folto pitosforo. Oltre, oscillavano le chiome slanciate di alcune palme. La brezza accarezzava gli ombrelloni, qualche cicala, già a quell’ora, conversava con i vacanzieri che facevano colazione in costume da bagno.

«Reste ici!» aveva intimato Juliette a sua figlia, tirandola sulla sedia.

Si era voltata e aveva fatto cenno a Sirio di seguirla al tavolo da buffet.

Per sé aveva scelto un pasticciotto leccese, dei fichi fioroni locali, una fetta di melone giallo e uno yogurt nel vasetto di vetro. Per Isabelle aveva spalmato del miele sulle fette biscottate, aveva riempito un bicchiere di succo d’albicocca, e aveva versato qualche cucchiaio di anellini di cereali in un bicchiere. Sirio aveva chiesto al cameriere che gli portassero al tavolo un cappuccino e una brioche.

La bimba ubbidiente non si era mossa. La mamma le appoggiava davanti le cose buone che aveva preso per lei e la invitava a manger toute seule, comme une grande.

Juliette sgranocchiava i cereali e lo fissava.

«Un mentaliste. È vero che leggete i pensieri?» aveva rivolto gli occhi brillanti su Sirio.

«Oh, è impossibile leggere i pensieri. Si possono cogliere le contraddizioni fra quel che si dice, o che si mostra volontariamente, e quello che invece il corpo esprime in maniera spontanea.»

Lei aveva sbucciato con espressione concentrata un fiorone per imboccare la bambina, che aveva fatto una smorfia: «C’est sucré!»

«Dice che è smielato,» aveva tradotto per Sirio. Poi aveva ripreso il discorso di prima: «Seguo la serie in TV, quando Isabelle dorme. Non sempre capisco quel che capisce Patrick Jane. Invece per te sarà uno scherzo.»

Sirio sorrise, lei spezzò in due il pasticciotto, armeggiò per non far colare la crema, se ne fece cadere una metà in bocca a testa alzata.

Fece una smorfia: «È bollente…»

Si affrettò a mandar giù un sorso di succo di frutta.

«Tutto buono, ma… c’est dangereux, ici,» si mise a ridere, tirando via un rivolo di crema dal bordo della bocca e succhiandosi a lungo il dito.

«Maman, pipi!» la guardò supplichevole la bambina.

Juliette la mise giù dalla sedia: «Va, demande aux serveuses où sont les toilettes».

«La mandi sola?» si meravigliò Sirio.

«Oh, elle est autonome,» scosse la mano Juliette. «Sa cavarsela.»

Diede una pacca al culetto della bimba, che si avviò.

Juliette fece l’occhietto a Sirio: «E di me, che ti dice il mio corpo?»

Poi si era accorta del tipo con le gambe pelose in bermuda che osservava appoggiato alla vetrata della sala interna e si era irrigidita.

«Non è il papà di Isabelle,» le aveva sorriso Sirio, fissandola dritto negli occhi.

«Oh, solo un amico.»

Rigidamente, aveva fatto Ciao con la mano a Gambe Pelose.

«Scusa, devo lasciarti,» aveva sospirato a Sirio, alzandosi per andare incontro a Isabelle, che stava tornando.

*

Sirio, ancora assorto dall’uomo che si nascondeva fra i cipressetti al piede della scala antincendio, venne richiamato al presente da Irina.

«Mi scusi, ho del lavoro urgente da fare.»

Irina si avviò a passo veloce per il corridoio, dicendo a qualcuno al telefono: «Vai subito a chiudere il recinto del pozzo».

Anche Sirio aveva qualcosa di urgente da fare. Salì a piedi al piano superiore e scorse la cameriera giovane di colore che spostava il carrello da una porta all’altra. Bussava e poi, non ricevendo risposta, apriva una camera.

«Mi scusi.»

Lei sollevò occhi liquidi neri verso di lui.

«Mi dica, signore.»

Che poteva avere, diciotto, diciannove anni?

«Perché non dà l’allarme, per sua figlia?»

«Oh… ci ha sentite, prima?» fece una smorfia. «Amina gioca sempre a nascondersi. Lei fa così.»

Non occorreva un mentalista per capire che le tremavano le gambe.

«La caposquadra non sa che lei porta la bambina sul lavoro, vero?»

«No. Mi scaccerebbe.»

La voce conteneva una supplica: Non mi tradisca.

Sirio era combattuto. La cosa saggia sarebbe stata di dare l’allarme, ma come poteva tradire quegli occhi?

«Come ti chiami?»

«Zahra.»

«Hai il permesso di soggiorno?»

Terrore puro, in quel viso sbarcato troppo presto nel nostro mondo opulento.

«No.»

«Da dove vieni?»

«Senegal, Dakar.»

«Dove dormi?»

«Nella pineta, con altri de mon pays… del mio paese. Ci portano qui la mattina, col furgone, e ci riprendono quando finisco il turno, me e Amina. Non posso lasciare la bambina con gli uomini.»

Lo scenario mostrava la lotta per la sopravvivenza più estrema.

«Ci sono luoghi molto pericolosi, per una bambina, qui dentro,» disse, ma forse voleva trovare argomenti a sé stesso.

«I primi giorni portavo Amina con me, nel carrello, sotto la biancheria sporca. Ma la surveillante… Irina, lei è sempre in giro a controllarci. Non potevo rischiare.»

Si agitò, divenne supplichevole: «Signore, io ho bisogno di lavorare. Solo questo».

E questo chiudeva il cerchio delle opzioni di Zahra.

«Ma, per la bambina, che intendi fare?»

«Amina torna sempre quando è ora di andare. Tornerà anche oggi.»

«Hai una sua foto, nel caso la vedessi?»

Lei esitò, poi gli mostrò il cellulare.

Amina aveva gli occhi felici, due guance come prugne e piccoli denti brillanti. Indossava un abituccio giallo con le manicucce a volant.

Sirio fece di sì con la testa: «Buon lavoro, Zahra».

*

Sirio si godeva il sole sul petto e le gambe, stemperato di tanto in tanto da una brezza sottile che risaliva dal mare. A occhi chiusi, con l’ombreggiante del letto da spiaggia abbassato sul viso, il colorato rincorrersi di voci infantili nella piscina a pochi passi da lui, oltre la siepe, sembrava distante. Non più uno schiamazzo vacanziero, ma il gorgheggiare remoto di una cascatella in montagna.

Vista dalla sua camera al quarto piano, giusto alle sue spalle, la piscina dedicata ai bambini sembrava l’occhio rotondo, nero e rilucente di un’aquila. Sirio, osservandola da lassù, si era chiesto cosa avesse spinto i progettisti del resort a scegliere quella forma e quel fondo così cupo; e perché l’avessero poi bordata con grosse piastrelle di ceramica bianca. Il risultato era una pupilla smisurata e cieca rivolta al cielo – e forse era lo scopo – oppure un oblò che si apriva verso il centro della terra, invitando a immergersi.

Nella piazzola accanto, su due teli accostati, Juliette e il suo uomo peloso amoreggiavano. Lui si chiamava Saverio, era del posto e lei l'aveva conosciuto al bar del paese qualche sera prima. Sirio aveva ricostruito tutto dai loro discorsi, che si scioglievano lungamente nell'aria calda, fra risatine piccanti e carezze nascoste. Non facevano altro da quando lei, subito dopo colazione, aveva scaricato Isabelle alla baby-sitter della piscina e se l'era trascinato fin lì.

«Non lo faresti nel furgone della lavanderia?» stava dicendo in quel momento.

Lui aveva una voce meno sonora, ma stava più vicino, qualche parola delle risposte comunque arrivava.

«Quando?»

«Adesso, prima che se ne vada!»

Lui aveva mugugnato qualcosa e poi: «Un’altra volta?»

Sirio non poteva fare a meno di seguire tutto l’evolversi delle avances.

Era divertente.

«Non ti piaccio più?» Juliette si era appoggiata sul gomito, il naso impertinente e gli occhi golosi.

Sirio sbirciava attraverso le ciglia socchiuse. E lei, per un qualche istinto femminile, sembrava saperlo. Atteggiò le labbra a un bacio, verso di lui.

Ma forse il messaggio mirava solo a fare ingelosire l’amante. Infatti lui si voltò a controllare la reazione di Sirio – che continuò a fingere di dormire – e si tirò su di scatto.

«Andiamo,» le disse a voce bassa.

Lei ridacchiò e attraversò di corsa il prato davanti ai piedi di Sirio, per mano al suo Saverio.

Anche Sirio aveva notato il furgone, scendendo dopo l’incontro con Zahra. L’oblò della lavatrice industriale, visto attraverso una lente a grandangolo, campeggiava sulle fiancate accanto alla scritta: “Lavanderia Mancuso – Torre Muzzo – Lecce” e ai recapiti telefonici.

In effetti l’automezzo gli aveva fatto considerare, fra le innumerevoli possibilità, quella che Amina, legata in un sacco di panni da lavare, fosse proprio lì dentro.

Rendendosi conto che il pensiero della bambina diventava ossessivo, si era obbligato a non pensarci.

Andata via Juliette e l’amante, aveva chiuso gli occhi. Ascoltava il vocio festaiolo dei bimbi oltre la siepe. E volentieri si sarebbe lasciato scivolare nel sonno, in quel rovente mezzogiorno salentino.

«Professor Bonanni.»

Wanda, la cameriera dell’est, reggeva sul vassoio un drink che lui non aveva ordinato. Era una donna sulla cinquantina dal volto rubicondo. Ricordava certe bambole di legno della sua terra. Aveva i capelli biondo paglierino, mal ossigenati, sparati come aculei sopra le orecchie, e piccoli occhi infossati tra pieghe di pelle lucida. Si chinò, la schiena rigida, per posare il vassoio sulla mensola che sporgeva dall’ombrellone.

«Io trovato questo.»

Dalla tasca del grembiule estrasse un piccolo sandalo di cuoio scuro.

«È di Amina. Era vicino asciugatrice. Io non detto niente a Zahra. Io non sa cosa fare, adesso.»

Wanda aveva le gote arrossate e gli occhi verdi lucidi.

Sirio si tirò su: «Portami dove hai trovato il sandalo».

Un’ispezione non è mai tempo sprecato.

Wanda lo precedeva per corridoi sempre più profondi. Camminava con un’andatura pesante, dondolando sui fianchi larghi, compressi, nella divisa di una taglia troppo piccola. Arrivarono a una stretta scala di ferro. Precipitava ripida, fra due muri e una volta incombente di blocchetti grigi senza intonaco. Mentre scendevano, ogni passo sembrava un colpo di batacchio contro la campana sentito dall’interno. La donna arrivò a una porta tagliafuoco e la tirò a sé con un gemito del metallo. Quando con uno strattone riuscì ad aprirla, il frullare pesante delle lavasciugatrici che ruotavano li sospinse indietro. L’aria era densa di vapore, e dell’odore aggressivo e dolciastro dei detersivi industriali.

Si trovarono in una specie di cattedrale sepolta. Il soffitto altissimo era un susseguirsi di volte a raggiera. I blocchi di tufo erano a vista. Incastrati fra loro, convergevano al centro. Disegnavano slanciate stelle di pietra. Il locale era lungo forse quindici metri e largo non meno di cinque. Le macchine erano allineate ai due lati. Cesti enormi di biancheria occupavano in disordine il centro di quella navata.

«Qui, in piena stagione, macchine non fermano mai,» disse Wanda, alzando la voce sopra il ruggito dei cestelli. «E non basta. Noi manda roba anche in lavanderia, in paese. Furgone fa spola due volte al giorno.»

Un lungo serpente di neon, sospesi al soffitto, diffondeva una luce bianca, lattiginosa, creando zone d’ombra fra le macchine e le cataste della biancheria. Sirio cominciò a ispezionare.

La donna ogni tanto chiamava Amina, ma inutilmente: il frastuono la sovrastava.

«Qual è l’asciugatrice?» chiese Sirio.

Wanda indicò un oblò enorme. Dietro il vetro leggermente appannato, il tumulto bianco dei panni ruotava senza sosta: un groviglio di lenzuola che si gonfiavano e ricadevano, rendendo impossibile distinguere cosa ci fosse davvero lì dentro.

«C’è modo di fermarla?»

«Tasto rosso. Ma io non può. Se Amina è lì dentro, io muore.»

Sirio la superò e premette il grande fungo rosso che sporgeva dalla macchina.

Ma non accadde niente.

«Rotto,» Wanda si portò le mani alla bocca.

Sirio sollevò il coperchio trasparente sul muro e abbassò la leva del sezionatore elettrico.

Ci fu uno scatto secco, meccanico, seguito da un sibilo pneumatico mentre il motore smetteva di spingere. La rotazione non si arrestò subito: il cestello continuò a girare per inerzia, rallentando pigramente davanti ai loro occhi angosciati. Ogni giro svelava un lembo di tessuto diverso, un pezzo di lenzuolo, una federa... e il silenzio che subentrava era più terribile del rumore che faceva prima la macchina.

Quando l’asciugatrice finalmente fu ferma, Sirio tirò la leva d’apertura, che non cedette.

Lunghi interminabili secondi: poi un click meccanico indifferente liberò il fermo e l’oblò si ribaltò sulla cerniera. Una zaffata di vapore investì Sirio, che non esitò a immergere le mani per gettare fuori il contenuto di quello stomaco ingordo, finché rimase il fondo rilucente dell’acciaio.

«Non è qui,» riprese a respirare.

Wanda si fece il segno della croce alla maniera ortodossa.

«E adesso?» chiese.

Sirio si guardò attorno: «Quello cos’è,» indicò un nastro trasportatore fermo.

«Porta a trituratrice di scarti tessili,» ripose Wanda. «Noi butta dentro lenzuola con buco o macchia. C’è stemma di albergo sopra, direzione non vuole che noi porta a casa. Dice che è brutta pubblicità per l’hotel, capisce?»

Annaspò, quasi l’avesse investita la folata di una bocca di forno.

«Mio Dio!»

Corse verso la macchina. Si sporse nell’imbuto di carico. Si precipitò allo sportello di sgombro e lo aprì con uno strattone.

«Non c’è sangue,» si rilassò. Si passò la mano sulla fronte sudata. «Non è qui.»

«Ma qui c’è l’altro sandalo.»

 Sirio si rialzò, dopo averlo sfilato da sotto la porta tagliafuoco.

«Come finito lì? Forse bambina buttato via perché cammina male con uno solo?»

«È un’ipotesi.»

«Oppure lei tirato calci mentre qualcuno portava via?»

«Possibile anche questo.»

«Adesso che si fa?»

Lo guardò e cominciò a scuotere la testa: «Oh no, professore. Polizia no. Grossi guai per tutti noi. Se viene polizia, noi tutti a casa. Prima, dico io, avvisa sua mamma. Poi… ragiona professor, se qualcuno portata fuori Amina, solo personale di albergo può entrare qui. Nessuno vuole male ad Amina, qui.»

*

Una porta arrugginita socchiusa attrasse l’attenzione di Sirio.

«Quella?» chiese a Wanda.

«Là c’è locale pompe. Serve per spingere acqua su, fino a ultimo piano e alle piscine. È un posto sporco, pieno di grasso e rumore. Ma c’è un buco... un tubo vecchio che portava vapore fuori, prima di ristrutturazione. Due giorni fa Amina si era nascosta lì.»

Sirio entrò. Tubature trasudavano condensa. Arrivavano, si intrecciavano e ripartivano verso due cunicoli laterali. A quanto gli era dato capire, l’edificio moderno poggiava sulle fondamenta di uno precedente, una vecchia masseria probabilmente, e quei due cunicoli angusti, con la pietra a vista e le volte che ti schiacciavano, non erano che le intercapedini di areazione delle fondazioni antiche, adattate a ospitare i visceri tecnologici del resort.

«Perché proprio qui dentro?» chiese Sirio.

«Lei si diverte. Da quel condotto si sente tutto,» rispose Wanda. «Si sentono voci di cuochi in cucina, si sente acqua che scorre. Di là si può andare in tutto albergo. Bambina gioca così, bambina conosce bene stretti corridoi.»

«Si arriva anche all’esterno?»

«Oh, sì.»

A terra, nel grasso nero che colava dai macchinari, c’erano delle piccole impronte di piedi nudi.

In quel momento, dal condotto buio, arrivò un suono, uno scrocchio metallico improvviso. E subito dopo un secondo e poi un terzo, portati dall’eco dei cunicoli.

Wanda ebbe un fremito e si segnò.

«Questo non è Amina. Questo è qualcuno che chiude grate.»

«Dove porta questo passaggio?»

«Verso il retro,» disse lei. «Dove Irina dice che c’è vecchio pozzo nero e nuovo depuratore.»

Sirio guardò l'apertura. Era un anfratto di tenebra che esalava odore di muffa e polvere antica. Accese la torcia dello smartphone ed entrò.

«Professor, lei impazzito,» mormorò Wanda.

«Se è entrata una bambina, posso farlo anch’io.»

Nel budello stretto doveva procedere di lato per non tagliarsi contro le staffe che reggevano i tubi. L’oscurità divenne ben presto assoluta, rotta solo dalla torcia del cellulare. A ogni centimetro aumentava il senso di soffocamento. Si voltò, e aveva percorso solo pochi metri. Il rintocco metallico si ripetette, e lui riprese ad avanzare.

*

Il condotto curvava bruscamente verso l'alto, trasformandosi in una sorta di camino. Sirio puntò la luce in su. Una scaletta di ferro era infissa nel muro. Con uno sforzo che gli fece scricchiolare le vertebre si appese. Puntando i piedi contro le pareti rugose riuscì a raggiungere il primo piolo e cominciò a salire.

A circa tre metri sopra di lui, una grata di aerazione filtrava una luce fioca. Arrivato in cima, spiò attraverso le fessure. Lo spazio, rivestito di piastrelle celesti, riverberava riflessi iridati; poco più avanti, acqua scorreva in una canaletta. Sentì delle voci. Sollevò la griglia e s'introdusse nel camminamento tecnico che circondava la SPA, al piano meno uno del nuovo edificio.

L'acqua della piscina, satura di sali e oli profumati, tracimava a ondate regolari proprio davanti al suo viso, scivolando con un singhiozzo costante verso il condotto di recupero. Attraverso quel velo liquido e le fessure della griglia vide Juliette. Era immersa fino alla vita nell'acqua azzurrina, le braccia allacciate al collo di Saverio. Il riverbero dei fari subacquei proiettava cerchi di luce sulle pareti a mosaico e sulla pelle nuda dei due. Gli arrivavano le risatine soffocate della donna e il respiro pesante dell’uomo, distorti dall’acustica ovattata dell'ambiente.

Sirio retrocedette verso il camino da cui era salito.

*

Il cunicolo antico proseguiva e lui riprese a seguirlo per un tempo che gli sembrava interminabile. Il Clang metallico che l’aveva allarmato all’inizio risuonò di nuovo, ora più forte e vicino. Sirio aveva la mano sul tubo e lo sentì fremere, trasmettendogli il colpo d’ariete della conduttura d’acciaio dilatata dal calore.

Non aveva più idea di dove si fosse spinto, nel labirinto sotterraneo dell’hotel.

Poi una porticina in tutto simile a quella da cui era entrato lasciava filtrare luce dallo spiraglio. Passò nella camera vuota, un ambiente quadrato con la volta a stella altissima. Salì la scaletta di ferro.

Appeso alla ringhiera c’era un abitino giallo: il vestitino di Amina, quello che indossava nella foto mostratagli dalla madre.

Lo prese.

Di là dalla porta metallica arrivavano voci di bambini.

Agì sulla maniglia e uscì. Il sole pomeridiano l’accecò. Voci stridule di bimbi giocavano, tra sbruffi d’acqua e scalpiccii di piedini bagnati. La voce adulta della baby-sitter li richiamava: «Buoni, bambini, non vi fate male…»

«Sirio!»

Sirio, schermandosi con la mano, socchiuse gli occhi.

Juliette, col suo pareo annodato in vita e un cappello di paglia a tese enormi sorrideva.

Abbassò gli occhiali da sole: «Che bello rivederti. Vado a riprendere Isabelle per portarla a pranzo. Ci fai compagnia?»

Sirio sapeva dei suoi ripetuti incontri amorosi con Saverio, eppure era così limpida e sincera mentre diceva: Ci fai compagnia?

Si chiese cosa significasse davvero quell’invito.

 La piscina circolare si trovava a pochi metri, lui la scorgeva attraverso il varco nella siepe. La baby-sitter, dal bordo, si sbracciava verso i bambini in acqua.

Stava per ringraziare Juliette e rifiutare l’invito quando una voce infantile lo fece esitare.

«C'est à moi, rends-le-moi!»

Amina e Isabelle, in costumini identici, una color prugna matura, l’altra rosata come latte tenuto al sole, si stringevano per mano nel varco della siepe. Amina indicava il suo vestitino. Sirio appoggiò a terra il ginocchio e glielo porse.

«Salut Amina, il était là-dedans,» indicò di averlo trovato oltre la porta da cui era uscito.

«Le vestiaire!» fece una risatina la piccola.

Già, lo spogliatoio! pensò Sirio.

«Non vuoi andare dalla tua mamma?» le chiese in francese

«Non, il est tôt. Maintenant, on joue avec Isabelle… No, è presto. Adesso gioco con Isabelle.»

«Allora?» Juliette gli appoggiò la mano sulla spalla. «Pranziamo assieme?»

«Certo,» Sirio sorrise. «Raggiungo te e le bambine al ristorante fra un minuto. Prima devo fare una cosa.»

«Capito,» ammiccò Juliette, arricciando il naso.

Sirio capì cos’aveva capito. Ma prima della pur urgente doccia per ripulirsi dell’unto dei cunicoli, doveva cercare Zahra.

Fece l’occhiolino a Juliette e si avviò verso il resort.

 




Racconto

Io sono lui - Racconto

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