martedì 20 gennaio 2026

L'amante - Racconto

 


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L’amante

Sirio lo vide entrare, trascinandosi dietro la nebbia di Bologna e l’oscurità precoce di gennaio. Si guardava intorno nell’enoteca in penombra e Sirio richiamò la sua attenzione con un gesto. Si alzò per abbracciarlo.

«Non sei cambiato,» disse Vittorio, fissandolo e trattenendolo per le spalle.

Vittorio era il primo della classe al liceo scientifico in via delle Sette Sale, a Roma. Passava i pomeriggi sui libri, non aveva amici e non andava dietro alle ragazze. Si riusciva a trascinarlo in pizzeria soltanto per la cena di fine anno. Era magrissimo; il taglio dei capelli e l’abbigliamento non seguivano le mode e portava occhiali neri dalle lenti spesse.

Dopo il diploma si erano persi di vista.

Adesso, appesantito, quasi calvo e con gli occhiali senza montatura, Sirio non l’avrebbe mai riconosciuto incontrandolo per strada.

Sere prima, Vittorio si era messo in contatto con lui tramite Facebook; avevano scambiato qualche ricordo in chat e si erano dati appuntamento nell’enoteca di piazza Salmastra.

«Dunque, informatico presso la Kore Systems di Bologna,» avviò un discorso da rimpatrio di ex studenti Sirio.

«E tu, docente di criminologia. Vent’anni fa, chi avrebbe detto che saremmo finiti così.»

Il tono era mesto. Sirio si rese conto che l’amico non aveva mai sorriso.

«Rimpianti?» gli chiese.

Vennero interrotti dalla cameriera spigliata sorridente che si avvicinò col tablet già pronto. Porse la lista dei vini e, da brava sommelier, prese a declamarli. Si stancò presto della serietà con cui la fissava Vittorio e si rivolse a Sirio, che le dava soddisfazione con espressioni ammirate.

Entrambi optarono per un Barbera.

«Fino a poco fa nessun rimpianto,» Vittorio scuoteva la testa. «Ma adesso…»

«Adesso cosa?»

Invece di rispondere, Vittorio disse: «Ho letto di te sul web, sei bravo nel tuo campo.»

«È solo un lavoro,» minimizzò Sirio. «Starai cercando i vecchi compagni per una rimpatriata, immagino».

«Cosa?» si sorprese Vittorio. «No, no, cercavo espressamente te, in verità.»

Arrivò la ragazza spigliata col vassoio. “Lucia”, annunciava il ricamo sul taschino della divisa azzurra. Appoggiò calici e stuzzichini, fece l’occhiolino a Sirio e si ritirò.

Vittorio scuoteva la testa: «È sposata».

«Come dici?»

«Ha la fede, è sposata.»

Sirio lasciò correre: «Parlami di te. Mi hai cercato per un motivo preciso, dicevi».

«Sei sposato?» aveva gli occhi sbarrati dietro le lenti.

«Sposato? Io? No… perché me lo chiedi?»

«Elena, mia moglie, mi tradisce,» si protese Vittorio sul tavolo, con la voce del cospiratore sul patibolo.

Buttata lì, la frase diceva tutto e niente.

«Spiegami meglio.»

«Siamo sposati da cinque anni. Finché stavamo a Roma, tutto ok. Poi, quando un anno fa sono stato assunto dalla Kore e ci siamo trasferiti, lei è cambiata.»

Occhi fissi sbarrati. Il massimo della chiarezza, secondo lui.

«In che senso, cambiata?»

«Distratta, apatica, nessuna effusione, non vuole più… intimità,» agitò le mani.

«Le donne attraversano periodi difficili… strappata al suo mondo, città diversa, abitudini nuove…»

«No, so quel che dico,» gli afferrò il polso. «Sirio, devi farla tornare da me.»

«Cosa? Ma se nemmeno la conosco.»

Tutto il discorso non aveva alcun senso.

«È il tuo lavoro. Ho letto del caso Pestinelli, di come l’hai fatto confessare. Sei bravo. Devi farlo per me, un amico!»

Sirio si appoggiò alla panca, mandò giù a fatica un piccolo sorso.

«Ma non è affatto il mio lavoro. Io insegno all’università e firmo perizie per i tribunali. I giornali travisano. Tu, se vuoi salvare il tuo matrimonio, rivolgiti a un consulente di coppia. Oppure consulta un avvocato divorzista.»

«Ma io mi sto distruggendo, non mi vedi?»

Sirio scosse la testa: «Mi dispiace».

«Ho capito. Allora farò a modo mio. Ma sappi, qualsiasi conseguenza ricadrà su di te.»

Si alzò di scatto, gettò una banconota sul tavolo e uscì senza salutare.

*

Circa un mese dopo, Sirio ricevette una telefonata di Vittorio.

«Ti devo parlare!»

Aveva risposto di malavoglia, e cercava una scusa per scantonare.

Ma Vittorio aggiunse: «Per favore».

Lo disarmò.

Arrivarono davanti all’enoteca nello stesso momento, alle sette di sera di un febbraio fosco di pioggia. Entrarono assieme. Lucia, accorsa a riceverli, davanti a quei musi lunghi, indicò la sala pressoché vuota e si ritirò.

Vittorio scelse l’ultimo separé. Scivolò sulla panca fino ad accostarsi al muro.

Il paralume rosso gli dava un aspetto un po’ inquietante.

«Ho fatto come mi hai consigliato,» esordì. «Mi sono rivolto a un investigatore privato.»

Sirio non gli aveva suggerito nulla di simile, ma non replicò.

«Mi è costato parecchi soldi, che avrei voluto risparmiare.»

Non c’era di che controbattere e Sirio non lo fece.

«Si è innamorata di un mascalzone e criminale.»

Sirio, con i palmi appoggiati al bordo del tavolo, attese.

«L’investigatore mi ha fornito un dossier completo. Truffe, sfruttamento.»

«Dossier?»

«Ritagli di giornali, interviste a chi lo conosce.»

Pettegolezzi! considerò Sirio, ma lo tenne per sé.

«L’investigatore mi ha fornito fotografie di mia moglie col mascalzone per strada. Né baci né atteggiamenti equivoci, solo camminare vicini o parlarsi a poca distanza. Gliele ho mostrate e lei, in principio, ha negato. Non provano niente, ha detto. Allora le ho mostrato l’altro dossier, le ho sbattuto in faccia che bestia sia quell’uomo. Lei ha risposto che è gentile e cortese e la rispetta e non le farebbe mai del male. Ha detto che sono io il mostro, il bruto, il geloso d’altri tempi che non capisce il vero amore.»

«Si è allontanata dal tetto coniugale?»

«No. Ma dopo quella discussione ha iniziato a evitarmi. Si chiude a chiave in camera quando sono in casa. Un inferno, credimi. E non so come andrà a finire.»

Quell’uomo gli faceva pena, ma non aveva medicine per il suo male.

Lucia, da lontano, indicò il tablet. Sirio le fece segno di avvicinarsi.

Nessun sorriso, questa volta. Lei appuntò tutto e volò via.

«Perché hai voluto incontrarmi?» chiese Sirio a Vittorio.

«Se questa storia finirà in tragedia, la responsabilità sarà tua.»

«Perché parli di tragedia?»

«Quell’uomo è un criminale e può succedere di tutto.»

«Vuoi dire che potrebbe fare del male a Elena? Hai notato segni di maltrattamenti, su di lei? Ti ha confessato brutalità?»

«No, a suo dire la tratta bene. L’altra sera è rientrata dopo di me. Era tranquilla. Anzi, direi felice. Ci siamo ritrovati in una situazione che non mi sarei mai aspettato. Seduti al tavolo di cucina, testa a testa. Quasi speravo che tutto fosse passato, che volesse, con quella vicinanza, riappacificarsi. Invece ha preso a parlarmi come se fossi un amico, un confidente. Mi ha rivelato tranquillamente di aver passato il pomeriggio con lui, Ruggero, così si chiama il mascalzone. Ha detto che non c’era stato niente di quello che immaginavo io – mai, nemmeno un bacio, mai – e dovevo crederle. E confesso che in quel momento le credevo. Le ho chiesto che cosa sarebbe stato di noi – di me e di lei, intendevo. Ha risposto che mi voleva bene come a un fratello, e come fratello e sorella potevamo restare nella stessa casa. Lei mi avrebbe accudito e voluto bene.»

Arrivò Lucia, lasciò calici e ciotole e si dileguò.

Lui riprese: «Tutto quel ragionamento mi faceva sperare che fosse una scusa per non ammettere l’errore. Forse la storia con quel Ruggero era finita e l’orgoglio le impediva di confessarlo. Che importa? mi dicevo, purché rimanga con me

«Ma allora, da che deriva la tua preoccupazione?»

«Non l’ha lasciato. Continua a vederlo, e me lo dice con una calma atroce. È una situazione torbida, Sirio, e tutto può succedere, in una situazione così.»

*

Marzo faceva capricci quell’anno a Bologna. L’SMS che Sirio ricevette da Vittorio alle quattro del mattino, lo sorprese fino a un certo punto. Se l’aspettava. Non riceverlo avrebbe significato che Vittorio, in un modo o nell’altro, aveva risolto i suoi problemi coniugali. Invece eccolo lì, perentorio.

“Urgente. Ti devo parlare. Stasera. Stesso luogo. Stessa ora”.

Sirio era arrivato in piazza Salmastra qualche minuto dopo le sette, Lucia l’aveva ignorato vedendolo entrare e Vittorio era nell’ultimo separé sotto il lume rosso.

Non si alzò, non gli porse la mano. Aspettò che togliesse il cappotto e si sedesse.

«Mia moglie se n’è andata col suo amante.»

«Ah… spiegami.»

«Ieri pomeriggio, tornato dal lavoro, ho trovato questo. Guarda.»

Foglio strappato da un quaderno a quadretti.

“Vado via con Ruggero. Mi renderà felice come tu non hai saputo fare. Mi spiace se soffrirai, ma non posso rimanere con te. Ti ho voluto bene, adesso non più.

“PS.: Non cercarmi, non mi troveresti. Riceverai mie notizie per il divorzio”.

Sirio glielo restituì. Vittorio lo ripiegò con cura e lo ripose nel portafogli.

«Ho telefonato subito a Roma ai suoi genitori e alla sorella, non ne sanno niente. O così dicono. Sono andato anche in commissariato, ho mostrato il biglietto e spiegato ogni cosa. Hanno risposto che Elena è maggiorenne e libera di fare quello che vuole. Ho passato la notte a maledirla e a maledirmi. Mi rimani solo tu, amico, dammi un consiglio, tu che hai studiato queste cose.»

Sirio sapeva che non esisteva un rimedio al suo male.

«La cosa migliore è prendere atto che ha scelto una vita senza di te. Prima lo accetti, meglio starai.»

Vittorio colpì il tavolo col palmo della mano: «Ma è di mia moglie che stiamo parlando».

Sirio scosse la testa: «In questo momento, per te, lei è una vittima da salvare. Ma per la legge… e anche per lei stessa, è una donna adulta che ha preso una decisione Non è stata rapita. Quel biglietto è una dichiarazione di volontà. Ha scelto una vita senza di te e l'ha fatto lucidamente. Se provi a giocare all'eroe che la strappa al cattivo, otterrai solo un'ordinanza di restrizione o una denuncia per stalking. Prima ne prendi atto, prima inizierai a sopravvivere. Ogni tentativo di inseguirla non farà che confermarle che sei tu il "mostro" da cui scappare. Vuoi finire così?»

«E io dovrei starmene tranquillo ad aspettare una busta dell'avvocato?»

«Sì,» rispose Sirio. «Perché se intervieni ora, diventi il suo nemico e l’alibi per ogni ritorsione. Devi aspettare. Se quell’uomo è il soggetto che dici, prima o poi mostrerà la vera natura. Solo allora Elena potrebbe voltarsi indietro. Ma se tu la insegui ora, lei guarderà avanti, verso di lui, per scappare da te. Purtroppo, devi abituarti all’idea di gestire la fine del matrimonio come un affare legale, non come una tragedia.»

Vittorio scosse la testa.

«Non posso. Non ce la faccio a stare fermo. Ogni secondo che passa me la immagino con quel verme... in qualche posto sporco… a ridere di me. E non farmi sentire un illuso anche tu. Se per te l’amicizia vale qualcosa, aiutami a riportarla a casa.»

Supplicava Vittorio, sordo a ogni ragionamento.

«Non è possibile…»

«Non resterò a guardare mentre un criminale le mangia la vita. E tutto il sangue ricadrà su di te.»

«Sangue? Che intendi?»

Capì quando Vittorio era già uscito.

L’investigatore doveva avergli fornito l’indirizzo dell’amante.

Non poteva essere altrimenti.

*

Sirio, subito dopo, aveva chiamato il suo amico Aldo Crescenti in questura e gli aveva spiegato i fatti.

«Un groomer, dici?» aveva chiesto il poliziotto.

«Il profilo psicologico di Ruggero, sulla base del report dell’investigatore privato e per l’excursus dei fatti, mi induce in questo sospetto: che l’amante, cioè, abbia manipolato Elena per sottrarla al marito. L’amore, non c’entra.»

«A che scopo?»

«Questo ancora non lo so. Ma al momento attuale non escludo un epilogo cruento.»

Lo inducevano a questo sospetto lo stato di eccitazione di Vittorio e la torbida situazione in cui si dibatteva. Una quasi certezza, in verità – aveva spiegato all’amico poliziotto.

«Vedrò che posso fare,» l’aveva rassicurato Crescenti.

Vittorio era stato rintracciato da una volante, l’investigatore interrogato, una pattuglia aveva spento le sirene davanti al domicilio di Ruggero. Nessuno aveva aperto. I vicini avevano testimoniato che non lo vedevano da giorni. A domanda, avevano risposto: «Sì, ultimamente veniva qui con una donna…»

«Elena?» aveva chiesto l’agente Crescenti.

«Sì, Elena, abbiamo sentito che la chiamava così.»

«E sono partiti assieme?»

«Sì, con la macchina… una Renault…» diceva uno.

«No, un’Opel rossa…» correggeva un altro.

«Hanno caricato le valigie,» precisava un terzo.

*

Sirio aveva deciso di trascorrere in riviera la terza domenica di aprile. La primavera era in anticipo, le previsioni meteo promettevano alta pressione, temperature al disopra della media stagionale, la possibilità di crogiolarsi un po’ al sole. I notiziari sulla viabilità riferivano di traffico intenso in direzione del litorale già dal primo mattino.

Il cellulare annunciò “Vittorio” e Sirio fu tentato di lasciarlo squillare.

Invece – non riusciva a farsi violenza e non rispondere a una richiesta d’aiuto – premette il pulsante verde.

«L’ho trovata,» quasi rantolò l’amico. «Vediamoci al solito posto a mezzogiorno, ti offro il pranzo.»

Solo una mente sovreccitata può esprimersi così e avanzare pretese simili. E Sirio sapeva a quali eccessi può portare una mente sovreccitata.

«Va bene,» rispose, quando l’altro aveva già chiuso.

La serranda dell’enoteca in piazza Salmastra era abbassata.

«Andiamo dal Greco,» Vittorio afferrò Sirio per la manica e quasi lo trascinò verso via del Condotto.

«Tavolo per due.»

Vittorio si muoveva a scatti, parlava con tono di comando, gli brillavano gli occhi.

La giornata aveva richiamato turisti, gli venne apparecchiato in un cantone, stretti fra due coppie sui sessanta che festeggiavano qualche loro ricorrenza e una tavolata numerosa.

«Guarda,» spianò il cellulare Vittorio davanti al naso di Sirio.

Il cameriere era accaldato, aveva fretta, pretese che ordinassero subito.

«Tortellini in brodo di carne,» rispose Vittorio sbrigativo.

«Lo stesso per me,» aggiunse Sirio.

Il cameriere chiese: «Vino della casa?»

«Sì.»

Il cameriere sparì.

La foto di Elena seminuda tornò a pararsi davanti agli occhi di Sirio.

«Sai come ho fatto?» domandò Vittorio.

«Come?»

«Un’app.»

Sirio sapeva che esistono programmi per il riconoscimento facciale, ma qui si era andati oltre.

«Spiegami,» chiese.

«Non la trovi sugli store. Ho realizzato un motore di ricerca neurale, come quelli che usano i servizi di sicurezza per dare la caccia ai terroristi. Quindi ho preso delle fotografie di Elena e le ho convertite in una serie di coordinate matematiche, come la distanza tra gli occhi, la curva della mandibola, la lunghezza degli arti eccetera, e le ho passate al software perché li confrontasse con ogni dannato volto che appare sui siti di streaming hard. Sono partito dall’Italia, poi sono passato alla Russia e all’Albania, dove il mercato della pornografia è significativo. Il programma gira H24 su vari server, non guarda i video come un uomo, legge i pixel, analizza le stringhe di codice. L’ho fatto girare per tre notti di fila e alla fine mi ha dato un alert

Indicò lo schermo con l'unghia. «Novantotto per cento di compatibilità. È lei. È a Tirana. Non volevo crederci. All’inizio ho sperato di essere incappato in un deepfake – sai cos’è, il volto di Elena incollato su un altro corpo – ma poi ho analizzato i metadati e le ombre. È lei. E me lo conferma un altro particolare, guarda, ha un neo sotto il seno destro. Nemmeno l'algoritmo l'aveva visto, l'ho riconosciuto io, quando ho ingrandito il fermo immagine.»

Sirio sollevò gli occhi dal display: «Non dirmi che hai anche l'indirizzo».

 «Il segnale rimbalza su un server di Tirana, ma è un appartamento, non un set professionale. Potrebbe essere ovunque in quella maledetta città. Ma la troverò. Un centimetro alla volta, io la troverò.»

Sirio considerò la cinesica dell’amico: mostrava soddisfazione per la riuscita della ricerca, non dispiacere o sofferenza per la condizione di sua moglie. E poi un altro sentimento, che espresse chiaramente.

«Colpa tua, Sirio, se siamo a questo punto. Tutto si sarebbe evitato, se mi avessi dato aiuto quando te l’ho chiesto.»

Sirio sorvolò sulle accuse: «Come intendi muoverti?»

«Ho portato il video al commissariato di zona.»

Sirio sapeva cosa gli avevano risposto.

«Mi hanno detto che non nega il libero arbitrio di Elena, cioè che abbia posato liberamente. In tal caso, la semplice accusa di pornografia non giustificherebbe un intervento diretto delle forze dell’ordine. Hanno aggiunto che Elena può aver posato per un video privato, e che poi qualcun altro lo abbia immesso in rete a sua insaputa. Anche in questo caso, senza una denuncia di parte, nessun organo di polizia può intervenire.»

«Interesseranno la polizia locale?»

«Sì, il poliziotto mi ha confermato che lo faranno. Ha aggiunto di non farmi troppe illusioni.»

Sirio, di più non poteva fare, assentiva.

«A questo punto, perché non lasci fare a loro e ricominci a vivere?»

«No. Devo andare fino in fondo. Sono tentato di prendere l’aereo e andare laggiù. Ho anche una pistola.»

La luce della follia gli brillava negli occhi.

«Una pistola? Dove l’hai presa?»

«L’ho comprata, mercato nero.»

«Devi consegnarla subito alla polizia, ti accompagno, anche adesso. E poi devi toglierti dalla testa queste idee sanguinarie, portano solo guai. Tua moglie ha scelto la sua strada. Giusta o sbagliata che sia, lo ha fatto liberamente. Tu, adesso, devi pensare a te stesso.»

Arrivarono i tortellini, Vittorio prese a immergere il cucchiaio con voracità nervosa.

«Scherzavo,» sollevò gli occhi un momento. «Dai mangia, che freddi non sono buoni.»

«Meglio così,» finse di credergli Sirio. «Ragiona a mente fredda. Dopotutto il filmato è solo uno spogliarello. Difficile da accettare, d'accordo, ma non è una prova di prigionia. Potrebbe essere stato fatto per gioco, non è un motivo per sporcarsi le mani di sangue. Se le vuoi bene come dici, lasciale vivere la vita che ha scelto.»

«Uhm,» mugugnò Vittorio senza rallentare.

«E poi c'è la realtà dei fatti. Sono a Tirana. Pensi davvero di poter atterrare là e trovarli bussando alle porte?»

Vittorio aprì la bocca per ribattere, ma Sirio lo anticipò.

«Va bene, mettiamo anche che da bravo informatico riesci a trovarli. Ruggero non è un impiegato che si spaventa per un ringhio. È un malavitoso, davvero pensi di sorprenderlo e sopraffarlo? E considera un’altra cosa. Elena non ha mandato segnali di fumo, non si è fatta viva con i suoi e con te. Fino a prova contraria ha scelto di stare con quell’uomo. Non puoi riportare a casa una donna che ha deciso di non volerci stare. Vuoi uccidere anche lei? Io penso che con ogni probabilità finiresti morto tu, oppure rimarresti in una prigione albanese per il resto dei tuoi giorni. Ne vale la pena?»

Vittorio fissò il fondo del piatto, dove restava un velo di brodo. Il suo silenzio non era di resa, ma l’atteggiamento di chi sta elaborando informazioni.

«Va bene,» disse alla fine.

«E la pistola?»

«Non c’è nessuna pistola, ti ripeto.»

Il cameriere si era avvicinato.

«Il conto,» chiese Vittorio.

E poi a Sirio: «Non sei un buon amico. Non sei mai stato dalla mia parte».

Non ci furono saluti né strette di mano.

*

A metà maggio Sirio ricevette una telefonata di Vittorio: «Mi ha chiamato!»

Erano le sette di sera, si trovava nella biblioteca della facoltà. Faceva una ricerca sulla recrudescenza dei crimini: materiale per una conferenza cui doveva partecipare in qualità di relatore. Una coppietta di studenti si scambiavano carezze sotto il tavolo coi computer; ogni tanto un bacio, nascosti dietro gli schermi. I dati del secondo semestre portavano incrementi percentuali preoccupanti su quasi tutti i delitti in esame: femminicidio, violenza domestica, accoltellamenti, spaccio di stupefacenti, rapina…

Sulle tabelle diventavano numeri freddi, invece riflettevano il paradosso del nuovo millennio. Nell'epoca del massimo comfort, dell’accesso immediato a ogni bene di consumo, nella generazione più appagata della storia si risvegliava l’istinto alla sopraffazione e alla rabbia.

«Mi ha chiamato,» disse Vittorio.

Gli studenti uscirono mano nella mano. Passandogli accanto, lo seguirono con la coda dell’occhio.

«Ah, Vittorio,» si interessò Sirio. «Dimmi.»

«Lui la fa spogliare e vende i video su internet.»

«Solo questo?»

«Così ha detto lei. Non so se crederle.»

Forse c’era di più, ma per Elena, confessarlo, sarebbe significato chiudersi qualsiasi porta.

«Perché ha chiamato te e non la polizia?»

«Forse l’ha fatto. Oppure no, per paura, immagino. Non deve trovarsi in una situazione piacevole. Infatti subito dopo ho sentito delle voci, delle urla. Credo che le abbiano dato uno schiaffo… il rumore era quello. Poi è caduta la linea.»

«Ti compariva il numero?»

«No. Sconosciuto. E sul computer la loro posizione non è più Tirana. Sono riusciti a pulire i metadati e a criptare il segnale della chiamata. Se provo a inseguirli, il segnale sembra arrivare una volta dal Canada, un’altra da Bruxelles.»

La frustrazione di Sirio risiedeva nell’impotenza.

Vittorio riprese a parlare: «Ti avevo detto che finiva male, e la responsabilità è solo tua. Se prima potevo raggiungerli, adesso non più. Elena è sola.»

«Devi rivolgerti alle forze dell’ordine.»

«Sono già andato dal solito commissario. Indagheranno.»

Aveva spento il telefono.

*

Lo schermo del PC baluginava. Numeri e percentuali sostenevano lo sguardo desolato di Sirio.

L’ultima riga diceva: “Smuggling” – Traffico di migranti.

Sirio ne aggiunse un’altra: “Trafficking” – Tratta di esseri umani”.

Quante volte avveniva in senso inverso, ragionò. Donne straniere trascinate in Italia e gettate sul marciapiede. Questa volta l’occasione, il caso, l’imponderabile avevano agito al contrario. Quel Ruggero doveva aver colto all’istante la fragilità di Elena e ne aveva approfittato.

Il “grooming" – dall’inglese to groom, “curare, lisciare” – è una tecnica di manipolazione psicologica finalizzata all'adescamento. Non è un atto violento immediato, ma un processo lento e calcolato. Il predatore "liscia" la vittima, ne studia i punti deboli, le insicurezze, i bisogni insoddisfatti. Nel caso di Elena, forse, un matrimonio diventato routine o una noia esistenziale, o forse un bisogno d’affetto inappagato. Il groomer si presenta come l'unico in grado di capire davvero la vittima, e si adopera di isolarla emotivamente dal proprio mondo. Una volta ottenuto il controllo totale, passa allo sfruttamento: sessuale, economico… oppure, in questo caso, la tratta internazionale.

Le vittime si lasciano andare fiduciose, convinte di rivolgersi a una vita migliore.

Scopriranno l'orrore solo quando il confine sarà superato.

Sirio spense il PC. Dalle finestre scorgeva l’oscurità. Aveva saltato il pranzo, quel giorno. Per arrivare all’ascensore doveva passare davanti ai bagni. Si fermò a respirare. La nausea lo sopraffece.

*

Il TG annunciava sbarchi, quella sera di dicembre. Sirio, nel suo monolocale mansardato, con i piedi sul tavolino davanti al divano, masticava distrattamente verdure surgelate passate al microonde. La telecamera inquadrava barconi stracarichi e relitti sulle spiagge, commentatori in cravatta e facce nere disperate.

«Gli sbarchi sono aumentati del…»

La telecronista, la voce impostata, aveva l’espressione giusta: seria, riflessiva, ponderata.

Lo smartphone vibrò sul vetro del tavolo, lanciò la musichetta, mostrò “Vittorio”.

Sirio tolse l’audio alla televisione e rispose.

«Mi ha chiamato da Lampedusa. È scappata. Si è imbarcata non so dove e non so quando. Era disperata. Non ha più i documenti. Mi ha chiesto di andare.»

«Certo, devi farlo subito.»

«Non so. Dopo tutto questo tempo… dopo tutto quello che è successo. Andranno i suoi, credo. Oppure la sorella.»

Chiuse.


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