martedì 6 gennaio 2026

Senza restituzione - Racconto

 




6 gennaio 2026
Questo racconto completo è il mio regalo per l'Epifania.

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SENZA RESTITUZIONE

Sirio, passando dalla luce bianca e monotona dei neon nell’atrio, a quella tiepida, dicembrina, del piazzale antistante la facoltà, alle due e mezza del pomeriggio di giovedì non distinse subito il giovanotto appoggiato alla sella del motorino. Sorprese l’agitarsi della mano e si diresse verso di lui.

Si raggiunsero a metà della gradinata.

«Professore…»

Il ragazzo aveva occhiaie profonde. Non sorrideva.

«Mirko, che succede?»

«Ginestra è sparita.»

Mirko puzzava di tabacco e paura.

«Che intendi?»

«Sparita, non c’è più, non risponde.»

Aveva alzato la voce. Studenti che passavano accanto a loro giravano la testa, esitavano.

«Vieni con me in macchina. E intanto calmati.»

I contorni degli edifici disegnavano ombre nette e brevi sul lastricato. Camminarono di fretta fino all’antiquata Clio color vinaccia nei parcheggi. Sirio, con la chiave, aprì lo sportello del passeggero.

«Allora, spiegami per bene.»

Nel chiuso dell’abitacolo, dal giaccone felpato veniva odore di sudore stantio.

«Stanotte non è tornata.»

Sirio non sapeva che vivessero assieme. In effetti sapeva ben poco del giovane Mirko.

«Come mai non eri con lei?»

«Mi ha chiamato ieri sera che stava con certi tipi… da qualche parte… per lo sballo. Stava su di giri. Qualcosa aveva già preso.»

Sirio lo guardò di profilo. Il ragazzo fissava un punto immobile oltre il parabrezza.

«Non le hai chiesto dove fosse e con chi?»

«Che ne so. Non mi ricordo. Pure io avevo fumato qualcosa. Che ne so… la birra magari. Insomma che vuoi da me? Quando mi sono svegliato il letto era vuoto.»

«Capisco, Mirko, ma stai calmo. Aiutami a capire. Dunque, ti svegli e lei non è in casa. A che ora, questo?»

«Mezzogiorno, le dodici e mezza.»

«OK. A questo punto hai chiamato gli amici, immagino.»

Mirko sferrò un colpo a palmo aperto contro il finestrino.

«Certo. Che facevo sennò? Nessuno l’ha vista e sentita.»

«I suoi genitori?» chiese Sirio, imponendosi calma.

«Sei scemo? Magari lei sta smaltendo la sbornia da qualche parte e quelli fanno scoppiare la guerra mondiale. La fanno rinchiudere dentro quella cazzo di comunità un’altra volta e amen.»

«Uhm. Immagino che se ti suggerissi di informarne tuo zio la risposta sarebbe la stessa. E quindi, cosa ti aspetti da me? Vuoi che sia io a chiamare lo zio Aldo?»

Mirko doveva non averci pensato, soppesò la proposta, lo sguardo che oscillava tra la disperazione e il calcolo.

«No. Se lo sa lui, mette di mezzo mia madre e buonanotte libertà. Per come sono messo coi miei, finisce che ingabbiano pure me.»

Si agitò, strinse i pugni.

«Senti professore…»

«Chiamami Sirio.»

Scosse la testa esasperato: «Senti, devi trovarla. Tu fai questo di mestiere, dico bene?»

*

Sirio e Aldo Crescenti, agente di pubblica sicurezza e suo amico, qualche volta condividevano la penombra di un separé nel pub di via Sestri Levante, per una serata di Sangiovese Superiore e qualche risata scacciapensieri.

Una volta che aveva il vino triste, Aldo si era confidato.

Il nipote, figlio di sua sorella, stava prendendo una brutta piega. Compagnie sbagliate e via dicendo. Nessun reato, che si sapesse, fino a quel momento; ma i genitori erano preoccupati e lo zio, rimaste inutili raccomandazioni, avvertimenti e minacce, temeva di vederlo entrare in commissariato in manette, una volta o l’altra.

«Quanti anni ha?» aveva chiesto Sirio.

«Diciassette.»

«Età difficile.»

«Già,» aveva scosso la testa l’amico poliziotto.

Era dura vedere un uomo di quasi sessant’anni, in pieno vigore, un agente di polizia che nella propria carriera aveva affrontato situazioni d’ogni genere, frustrato in quel modo; ma è quanto fa spesso il vino, esfolia la scorza e denuda l’essenza.

«Potrei provare a parlargli,» aveva sospirato Sirio.

L’amico aveva scosso la testa: «Credi non ci abbia provato suo padre e io stesso?»

«Un tentativo non può far male,» aveva insistito. «Dopotutto ho a che fare con studenti di poco più della sua età ogni giorno, conosco le frequenze su cui trasmettono. Dai, fammelo conoscere.»

«E come?»

«Invitami a cena.»

Aldo si era lasciato andare a una smorfia di sconforto: «Sirio, forse non ti è chiaro, il ragazzo sì e no se rientra a dormire».

«Allora fammelo incontrare per caso. Saprai pure che posti frequenta.»

«Questo sì. Mi ha fatto un piacere personale un collega. L’ha pedinato. Ti ci porto.»

*

Ai Ronchi, procedendo a passo d’uomo con i finestrini abbassati lungo via dei Ciliegi, l’imbrunire sapeva di piscio e gomma bruciata. Sirio guidava, Aldo, in borghese, scrutava i marciapiedi. Avevano superato capannelli di giovinastri seduti ai tavoli fuori dai bar, oppure in piedi nei piazzaletti di minimarket, poi, nello slargo che circondava l’obelisco, un gruppetto fumava e beveva birra direttamente dalle bottiglie, appoggiato ai motorini parcheggiati in disordine. Mirko e una ragazzina più o meno della sua età erano seduti al ciglio del marciapiede, per conto loro. Sirio aveva accostato, senza spegnere il motore. Crescenzi si era sporto dal finestrino.

«Ohilà!»

Il tono sorpreso perfettamente credibile.

Il ragazzo e la sua amica si erano scambiati un’occhiata. Interrogativa lei, contrariata lui. Quelli sui motorini avevano smesso di ridere ed erano rimasti a guardare. Un po’ curiosi, un po’ perplessi.

Aldo era sceso e Sirio aveva girato attorno alla macchina per raggiungerlo.

«È qui che vi riunite?»

Recitava bene. Occhiata bonaria al gruppo, interesse per la signorinella con le ginocchia ancora infantili, espressione da zio contento d’aver incontrato il nipote per caso.

Mirko, controvoglia, si era alzato, passandosi la mano sui calzoni come per pulirseli. Anche la ragazza si era alzata, rimanendogli un passo indietro.

«Ciao, zio.»

Voce bassa, vergognosa.

Entusiasmo di Aldo: «Non mi presenti la tua amica?»

Lei aveva allungato una mano languida: «Ginestra».

Il poliziotto gliel’aveva stretta, poi: «Lui è Sirio, un mio amico. È un professore dell’università. Criminologia».

Sguardi furtivi si erano incrociati. Un’onda di riflusso aveva agitato il gruppo di quelli sugli scooter. Un paio avevano messo in moto e si erano allontanati.

«Perché non andiamo a prendere qualcosa al bar,» aveva proposto Aldo al nipote.

«No zio, meglio di no. Abbiamo da fare.»

Crescenti non aveva insistito. Lui e Sirio erano tornati alla macchina.

«E adesso?» aveva chiesto il poliziotto.

«Quelli con le bustine in tasca sono scappati subito, a scanso di guai. I duri sono rimasti a controllare gli sviluppi, tanto non correvano rischi; Mirko e la sua ragazzetta, che già stavano in disparte, forse verranno allontanati. Comunque saranno mantenuti ai margini.»

«Sempre dell’idea di incontrarlo solo a solo?»

Sirio aveva guardato nello specchietto retrovisore.

Mirko e Ginestra erano ancora in piedi, due figure piccole e isolate nello slargo.

Erano rimpicciolite rapidamente, inghiottite dalle ombre dei Ronchi.

*

Nella Clio, nel parcheggio dell’università, l’aria era ferma. Le ultime parole del ragazzo riverberavano ancora come l’eco riflessa di un diapason: Devi trovarla. Tu fai questo di mestiere.

Sirio guardava il profilo di Mirko e ragionava che se a Ginestra era successo qualcosa di brutto, Aldo o chi per lui, dopo una notte sui terminali della questura, lo saprebbe già, e avrebbe avvisato il nipote. Restava però l'ipotesi che il dramma – magari un'overdose non ancora scoperta – fosse rimasto nell'ombra. In quel caso, assecondare il silenzio di Mirko non avrebbe cambiato nulla. Ma poteva benissimo trattarsi di un rapimento, di un malore o di un altro qualsiasi accidente in cui ricerche tempestive potevano rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

E loro due stavano lì a cincischiare!

«No, Mirko, trovare ragazze scomparse non è il mio mestiere. Spetta alla polizia.»

Mirko era sul punto di piangere, ma la maschera che aveva scelto di duro non glielo consentiva.

«Sei tu il criminologo, cazzo,» urlò.

Una reazione isterica, che Sirio cercò di arginare.

«Lasciami chiamare tuo zio, vedrai che saprà gestire ogni cosa senza far scoppiare il finimondo con i tuoi, o con la famiglia della tua ragazza.»

«No. Se ti azzardi, ti sputo in faccia e sparisco pure io.»

Gli occhi non mentivano, e se davvero Mirko si rendeva irreperibile, con lui sarebbe sparito l’unico sentiero che portasse a Ginestra in tempi brevi.

«Va bene. Facciamo a modo tuo, per ora,» cedette. «Dunque, ieri pomeriggio, Ginestra ti ha chiamato per dirti che si stava divertendo. Ma non ricordi dov’era e con chi. Giusto?»

Mirko scosse la testa: «Avevo fumato e bevuto, e poi lei parlava a raffica, era eccitata, non me lo ricordo quello che diceva».

«Va bene, va bene. Ma con chi era uscita… questo, almeno, lo sai?»

«Doveva incontrarsi con Natasha.»

«Bene. E naturalmente tu, verso mezzogiorno o la mezza, quando ti sei accorto che Ginestra non era tornata, l’hai chiamata!?»

«Certo, per prima. E non ne sapeva niente. Dice che a un certo punto se n’era andata.»

«Se n’era andata? Senza un perché? Avevano discusso?»

«Boh, ma che ne so. Natasha dice che aveva un impegno.»

«Andiamo da lei.»

«A che serve? Ha detto che se n’era andata e non ne sa niente. Stop.»

«Una faccia mente meno di una lingua. Portami da lei.»

*

«Sta là sotto,» indicò Mirko. La voce si perdeva nel grigiore degli edifici.

Su quel lato, il palazzo di quattro piani che sovrastava i garage, non aveva finestre.

Scesero dalla Clio e presero giù per la rampa. L’aria si fece più fredda man mano che scendevano; densa dell’odore di gas di scarico stagnante, quando arrivarono al chiuso. Nessuna cellula fotoelettrica attivò l’illuminazione del lungo corridoio costeggiato da serrande abbassate. Mirko tirò dritto per qualche metro e martellò col pugno sul metallo. Un colpo isolato, poi tre in rapida successione. Da dentro venne un tramestio e il rumore di qualcosa che cadeva, e poi una voce maschile impastata di fastidio: «Chi cazzo è?»

«Mirko.»

«Qui Ginestra non c’è. Sparisci.»

«Apri. Voglio parlare con Natasha.»

Dopo un’attesa e un conciliabolo sottovoce, la serranda sferragliò verso l’alto.

Un fornello da campeggio sopra un mobile da cucina con la formica scrostata, una bombola del gas, piatti unti in un lavandino a pozzetto, indumenti che pendevano dai cassetti aperti di un comò, un motorino e uno scooter inclinati contro il muro si mostrarono man mano che la serranda saliva. C’era puzza di benzina, di piatti sporchi e di corpi in calore.

Nell’angolo lontano, su un letto a due piazze senza spalliere, Natasha sedeva nuda, a gambe incrociate.

Il muscoloso che aveva manovrato l’apertura, un uomo sulla trentina e i boxer macchiati di un liquido recente, indicò Sirio a palmo teso e testa reclinata: «Questo chi è?»

«Sta con me,» tagliò corto Mirko.

Sirio entrò, prima che approfondissero.

«Che vai cercando?» sibilò la ragazza. «T’ho detto tutto quello che sapevo. Che altro vuoi?»

«E che deve volere,» intervenne Sirio, concentrandosi sul muscoloso, rimasto in piedi accanto al comando elettrico. «O va alla polizia, o cerca in giro. Tu non faresti lo stesso?»

L’uomo scrollò le spalle, andò a sedersi a bordo del materasso. Si sistemò braccia conserte.

Natasha invece si accigliò: «E tu, non sei un poliziotto?»

«No,» rispose Mirko, riprendendo un briciolo di spavalderia. «Se volevo andare alla questura mica venivo qui.»

«Facciamola finita,» sbuffò il muscoloso. «Che volete?»

«Poche domande,» Sirio mostrò i palmi aperti in un gesto di finta resa. «Se Ginestra è in pericolo, solo noi possiamo tirarla fuori.»

Natasha sbuffò e guardò il pavimento alla sua sinistra. Un segnale di fuga mentale.

«Tu l’hai vista per ultima,» riprese Sirio, inchiodandola con gli occhi. «Dove stavate, quando vi siete lasciate?»

«Dentro un bar. Quello di via Rosaspina.»

«Cosa è successo?»

«Niente. Due chiacchiere prima di cena. Una cosa normale.»

«Avete preso qualcosa? Pasticche, erba?»

«Lei ha fumato. Un dieci minuti prima di entrare, sulle panchine fuori.»

«Cosa? Roba pesante?»

«Ma va, cobrino? Mica siamo sceme. Solo Erba.»

«E alcol?» Sirio sapeva che il mix di THC e alcol è il preludio perfetto per la perdita di controllo.

«Stavamo in un bar, certo che bevevamo. Ma che sei, mio padre, con tutte ‘ste domande?»

Natasha, raccolse un lembo del lenzuolo e lo fece passare sotto le ascelle, coprendosi.

«Sono uno che vuole sapere che fine ha fatto Ginestra.»

«Va bene, va bene, ho capito. Una birra o due, fuori. Un Jägermeister al bar, assieme a qualche patatina e fesserie così.»

«E poi?»

Lei balenò gli occhi verso Mirko, esitante.

«C’erano due tipi al tavolo vicino. Facevano gli scemi… con lei. Me mi schifavano. E lei, all’inizio, finché stavano per conto loro, li schifava pure lei. Poi, quando si sono seduti con noi, s’è messa a fare la cretina. Risatine, gomitate, rideva che sputava noccioline.»

Ha guardato Mirko vergognosa e si è girata verso l’uscita.

Eh no, pensò Sirio, non ti lascio scappare!

«Com’erano? Alti, bassi… colore dei capelli? qualche segno particolare?»

«Ma che ne so. Io non ci badavo,» sfuggiva gli occhi del muscoloso.

Geloso? Manesco?

Al momento non aveva importanza, contava solo seguire la traccia che portava a Ginestra.

«Ho capito che non ti interessavano, ma avrai pur visto com’erano vestiti…»

«Normale. Ah… il tatuaggio. Quello più carogna, che parlava sempre lui, aveva un tatuaggio di serpente sul collo.»

«Si sono mai chiamati, fra loro?»

«No,» scosse la testa. «Mai fatti nomi.»

«E poi?»

«Ginestra se n’è andata con quelli.»

«E tu?»

«Sei cretino? Me mi schifavano.»

Era la seconda volta, in poche ore, che si beccava del cretino!

«Hanno accennato a dove andavano? Che so, una festa, un ritrovo.»

«No, no, niente».

«Sono andati via con una macchina, una motocicletta o…»

«Ma che ne so. Sono usciti e basta.»

«E dopo? Qualche telefonata di Ginestra, SMS?»

Lei esitò, poi rispose: «T’ho detto niente».

Sirio era certo che mentiva.

*

Sirio aprì e Mirko montò in macchina. Prima di salire a sua volta, Sirio diede un’occhiata allo smartphone. L’SMS di Aldo Crescenti diceva: “Ieri pomeriggio i cellulari di Natasha e Ginestra sono rimasti nel bar di via Rosaspina fino alle sei e un quarto. Quello di Ginestra è sparito poco dopo le sei e mezza in via della Maga Circe, a giusto un quarto d’ora di macchina dal bar. Stiamo cercando se qualche altro telefono si trovava nei due posti nello stesso momento e stiamo lavorando anche sul tatuaggio, ma ci vuole tempo. Continua a lasciare acceso lo smartphone. Appena andate via, una squadra entra a fare due chiacchiere con quelli nel garage”.

«Andiamo in via Rosaspina,» disse Mirko.

Era molto sicuro di sé, adesso.

«Quella tua amica mentiva,» disse Sirio, posando il cellulare nel porta oggetti della Clio.

«Che ne sai?»

«I messaggi inconsci del corpo.»

Mirko scosse le spalle.

«Ha paura di buscarle dal suo uomo, se non l’avessi capito. Comunque noi dobbiamo cercare quello col tatuaggio. Andiamo al bar.»

«D’accordo.»

Sirio inserì la prima.

«Spiegami una cosa. È normale che la tua ragazza se ne vada in cerca di sballo senza di te?»

«Che c’è di male?»

«Vuoi dire che non ti importerebbe, se si… lasciasse andare con un altro?»

«Non lo farebbe mai,» la voce non era così sicura.

«Le hai mai dato uno schiaffo?»

Mirko si girò di scatto: «Come ti viene in mente?»

«Ricordi la sera che io e tuo zio siamo capitati ai Ronchi? Ginestra aveva un livido in faccia. Non era il risultato di un bacio.»

«Era caduta.»

«Uhm. Conosci la mia professione…»

Il ragazzo l’interruppe: «Come no. Il linguaggio del corpo, il mentalista!»

«Insomma, ieri avevate litigato sì o no?»

«Ma che ti frega? che importanza ha?»

«Diventa importante se Ginestra avesse deciso di fartela pagare. Potrebbe essere da un’amica, in questo momento, e aver semplicemente spento il telefono. Natasha le starebbe reggendo il gioco, mentre io e te staremmo cercando farfalle.»

Mirko rimase a fissare davanti a sé per un pezzo.

«Non ci avevo pensato,» disse.

«Quindi?»

«È vero, avevamo discusso, e mi è scappata una sberla.»

«Succedeva spesso?»

«Uhm, qualche volta.»

«E lei come reagiva?»

«Be’, piangeva un po’, io le chiedevo scusa e facevamo pace.»

«Quindi escludi che possa aver accettato la corte di chicchessia solo per farti dispetto.»

«Vuoi dire che se n’è andata di proposito, con quello col tatuaggio?»

«È un’altra ipotesi.»

Mirko si prese la testa tra i pugni: «Non ci sto capendo più niente».

*

Via Rosaspina, giù ai Ronchi, era una traversa tortuosa quasi al buio, alle sei del pomeriggio. Il bar era un buco con le luci al neon troppo bianche, persisteva odore di caffè bruciato – e va bene – e di candeggina. Al bancone c’era un uomo sulla cinquantina con i capelli unti; una ragazza, poco più che ventenne, con le occhiaie coperte da troppo correttore, stava passando uno straccio sul pavimento, vicino a un tavolino dov’era caduto qualcosa. Fra i giovani attorno a un tavolo più avanti, Sirio riconobbe qualcuno che stava in via dei Ciliegi, la sera che c’era passato con Crescenti. Mirko tirò dritto al bancone, Sirio un passo dietro.

«Senti, Massimo, sto cercando Ginestra. Natasha m’ha detto che ieri è uscita da qua assieme a due tipi, gente di fuori, secondo lei. Ne sai niente?»

«E che dovrei sapere?»

«Uno aveva un tatuaggio di serpente sul collo, li avevi mai visti?»

«E chi ci ha badato? Ho da lavorare, io.»

La ragazza stava uscendo da un ripostiglio, dove aveva lasciato lo spazzolone.

«E tu?» le chiese Mirko, «li avevi visti mai?»

Lei fece spallucce: «Perché non chiedi agli amici tuoi, laggiù?»

Un attimo di esitazione, e Mirko si avviò verso il gruppo.

Prima che parlasse, uno con la felpa tre taglie più grande e un sorriso da prenderlo a schiaffi, stravaccandosi sulla sedia disse: «Arriva il bell’abbandonato assieme al criminologo».

Sirio lo riconobbe, era quello scappato per primo.

Gli amici sghignazzavano.

Mirko, scuro in viso, accelerò il passo a pugni serrati. Felpa si alzò e gli si piazzò davanti. Lo superava di tutta la testa e lo guardava cattivo. Gli altri tenevano d’occhio Sirio.

Felpa disse: «Rassegnati, merlo, la tua bella t’ha mollato. L’hanno vista ai capannoni abbandonati dietro la ferrovia. Quelli della vecchia zona industriale. Dicono che quello col tatuaggio ha le chiavi di un magazzino e un coltello di trenta centimetri. Dopo una notte e un giorno che se la sbattono, se corri, magari ne trovi ancora un pezzetto».

Felpa scoppiò a ridere. Gli amici al tavolo lo imitarono. Mirko sembrava un pupazzo di cera coi vestiti di Mirko. Si voltò verso Sirio, gli occhi gli ballavano nelle orbite.

«I capannoni. Dobbiamo andare ai capannoni!»

Sirio studiava Felpa, che per un attimo sostenne lo sguardo, poi sbatté le palpebre troppo velocemente.

Sta mentendo, capì Sirio.

«Come ti chiami?» gli chiese.

E quello, arrogante: «Kevin, perché?»

Sirio cavò di tasca il cellulare. La linea con Crescenti era aperta. Scattò una foto del gruppo, Kevin in primo piano.

Ci fu un movimento di tutti contro di lui.

«Commissario!?»

Una parola magica. Scandita nel telefono, bloccò sul nascere il sollevarsi da sedie e lo scattare in avanti.

«Aldo,» aggiunse Sirio, «ti mando una foto. Vale la pena di interrogarli a uno a uno, questi amici di tuo nipote. Sono certo che procurato allarme, intralcio alle indagini, favoreggiamento o qualche altro reato puoi trovarlo. Ci vediamo ai capannoni.»

*

Venti minuti dopo, le volanti illuminavano a giorno il cemento crepato dei magazzini della ferrovia. I poliziotti avevano sfondato tre portoni e setacciato ogni angolo, tra polvere, amianto e lerciume.

Aldo uscì togliendosi i guanti in lattice. Aveva la faccia di chi ha mangiato sabbia. Si avvicinò alla Clio, dove Mirko, seduto sul sedile del passeggero, stava tremando.

«Niente,» disse il poliziotto, aprendo lo sportello dalla sua parte. «Vuoto. Solo ratti e vecchi giornali.»

Sirio, appoggiato al volante, guardò lo zio e poi il ragazzo. Mirko si coprì la faccia con le mani.

«Era solo uno scherzo idiota,» disse Crescenti. «Mirko, il tuo amico Kevin si è divertito alle tue spalle.»

«E Ginestra?» Mirko tirò su col naso.

«Tutte le forze dell’ordine, continueranno a cercarla. E preghiamo che anche la sua scomparsa sia solo uno scherzo.»

Un ispettore di polizia era quasi alla Clio, lo seguiva un agente. Crescenti si rialzò, portando la mano alla visiera. L’ispettore l’invitò ad avvicinarsi con un gesto. Gli disse qualcosa sottovoce e si avviò verso una volante.

La suoneria troppo alta di un cellulare vibrò nell’abitacolo.

Mirko mostrò lo smartphone.

«È Natasha,» sussurrò.

«Metti in vivavoce,» ordinò Sirio.

Che poteva essere accaduto, ancora?

Crescenti stava tornando.

Dal telefono nessun saluto, solo un respiro corto, spezzato da quello che sembrava il rumore del traffico di una circonvallazione.

«Che succede?» chiese Mirko

«È pieno di poliziotti qui. Riccardo sa chi è quello col tatuaggio. Gliel’ha detto.»

«Chi è?» strinse Mirko il cellulare.

«Uno di Bologna, del giro dei VIP, quelli che pagano,» Natasha era disperata. «Imbottite di Scoop, capisci? cedute per tutto il tempo che vogliono e per l’uso che ne vogliono fare. Hai capito? Sadici e bastardi di ogni genere! E quelle che non ce la fanno, spariscono.»

Parlava a singhiozzi, sottovoce. Non tutto si capiva, ma bastava quello che si sentiva.

Alla parola Scoop, Mirko si era come accasciato verso il cruscotto, Sirio aveva provato un senso chimico di freddo risalirgli per la schiena. Conosceva la sigla clinica del gamma-butirrolattone, del 1,4-butanediolo, delle Benzodiazepine. Droghe dello stupro, capaci di trasformare un essere umano in un oggetto inerme, un corpo senza memoria di cui poter disporre a piacimento.

Guardò il ragazzo: era diventato grigio.

Qualcuno urlò nel microfono di Natasha: «Da’ qua quel cellulare, tu.»

La comunicazione cadde.

Aldo Crescenti era allo sportello.

«Sono risaliti a quello col tatuaggio,» sospirò. «Brutta gente.»

L’ispettore stava urlando ordini. Le radiotrasmittenti gracchiavano codici che trasmettevano urgenza. Due autopattuglie sgommarono nel fango, accendendo le sirene. Un elicottero attraversò la notte in quel momento. Sfrecciò dritto a nord ovest.

I lampi bluastri dei lampeggianti delle auto rimaste continuavano a tagliare il buio con la regolarità di un pendolo privato dei rintocchi.

«Io e te non possiamo fare più niente,» disse Sirio a Mirko. «Se non aspettare.»

«Andate via,» disse l’agente Aldo Crescenti. «Sirio portalo a casa. Qui non c’è più niente da vedere.»

*

Quando Sirio entrò puntuale alle sette di sera, in casa di Aldo Crescenti tutti lo aspettavano in piedi, ignorando il tavolo imbandito. Ginestra corse per abbracciarlo, Mirko si avvicinò ciondoloni e gli porse la mano. Aldo procedette alle presentazioni. Anna, sua moglie, una donna florida con le gote arrossate che usciva dalla cucina slacciandosi il grembiule. Sua sorella Aurora, che, magra e la faccia preoccupata, non gli somigliava affatto. Osvaldo, il padre di Mirko, alto e magrissimo a sua volta. E poi Donatella e Dario, i genitori di Ginestra, col sorriso di chi l’ha scampata a un bombardamento di droni. E tutti avevano domande da porgli, a quanto pareva.

Aldo li lasciò fare per un po’, poi si impose e invitò tutti a prendere posto.

«Gente, lasciate in pace Sirio. Abbiamo tutta la sera per fargli domande».

Invece Sirio, che aveva letto i rapporti di polizia – proprio Aldo glieli aveva mostrati qualche ora prima – non aveva alcuna intenzione di soddisfare curiosità sull’argomento, apprensive o morbose che fossero.

Il tappo dello spumante saltò col botto secco di un piccolo sparo festoso. Aldo riempì i calici con una foga eccessiva, e la guantiera d’argento si macchiò di spuma dorata.

Sirio osservava Ginestra. La ragazza non aveva preso il calice. Le sue dita tormentavano l’orlo della tovaglia, un movimento ipnotico e compulsivo. Quando gli altri brindarono, prima di sollevarlo, coprì l’orlo col palmo della mano, quasi per evitare che il contenuto venisse inquinato.

REFERTO MEDICO. STATO DI SHOCK CATATONICO INDOTTO MEDIANTE SOMMINISTRAZIONE FORZATA DI PSICOTROPI.

Vennero serviti gli antipasti, che furono consumati in silenzio.

Sembrava che nessuno avesse argomenti, o che l’unico che interessava non venisse affrontato.

Poi il padre di Mirko chiese a Ginestra: «Ma tu, davvero non ti ricordi che t’hanno fatto?»

L’argine, inesorabilmente, era stato sbrecciato.

Ginestra si fermò con un pezzo di crostino a metà strada. Sirio notò le unghie, un tempo smaltate di nero, adesso rovinate, mangiucchiate fino alla carne.

RAPPORTO MEDICO-LEGALE: LE LESIONI UNGUEALI E LE ECCHIMOSI SUGLI AVAMBRACCI INDICANO TENTATIVI DI DIFESA NELLE PRIME ORE DEL SEQUESTRO.

«Uffa,» Ginestra si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. La pelle, vicino alla tempia, era di un candore innaturale, quasi traslucida. «Saranno cento volte che ripeto tutta la storia, alla polizia, ai giudici... a voi tutti, mille volte!»

«Non a Sirio, però.»

Lui si sentì addosso gli occhi di tutti.

Che speravano? Che entrasse nella testa della ragazza per recuperare ventiquattr’ore di buio?

Ginestra si addolcì: «Be’, che vuoi sapere?»

L’avevano messo in campo a tradimento. Eppure, quale altro argomento poteva interessare quelle persone, quel giorno? Di certo sapevano – sospettavano – che lui sapesse – come in effetti sapeva, avendo letto i rapporti – compresa Ginestra, che invece ignorava tutto, o fingeva di ignorare.

AUSL BOLOGNA – PRESIDIO OSPEDALIERO "MAGGIORE" - UNITÀ OPERATIVA OSTETRICIA E GINECOLOGIA - Servizio di Soccorso Violenza Sessuale

PAZIENTE: Ginestra xxxxxxx    ANNI: 17

OGGETTO: Verbale di accertamento clinico post-rinvenimento.

Si certifica che in data odierna, alle ore 04:50, la minore è stata sottoposta a visita medica generale. Si riscontra stato di torpore residuo da ipnotici, ecchimosi multiple agli arti superiori e irritazione cutanea ai polsi. Invitata a procedere con l’esame ispettivo ginecologico per la ricerca di tracce biologiche (Kit Antiviolenza), la paziente ha manifestato una ferma, lucida e reiterata opposizione. Nonostante il consenso espresso dai genitori presenti, l’equipe medica, valutata la capacità di intendere della minore e al fine di evitare ulteriore nocumento psicofisico (vittimizzazione secondaria), prende atto del dissenso informato. L'accertamento ginecologico non viene eseguito. Resta pertanto l’impossibilità clinica di confermare o escludere l’avvenuta violenza sessuale.

Gli occhi grigio verdi di Ginestra aspettavano e si prestò al gioco, rivolgendole la domanda più indolore: «Qual è l’ultima situazione di cui hai memoria?»

Ginestra saettò gli occhi verso Mirko: forse a lui l’aveva già detto, forse no.

«Nel bar, quello col tatuaggio e l’altro, avevano fatto il filo a Natasha per tutto il tempo, dal tavolo accanto. Poi si erano seduti con noi. Lei, tutta sorrisi e cosce scoperte, gli dava corda. Quando ha visto fuori dai vetri Riccardo che smontava dallo scooter, è uscita di fretta.»

«E tu sei rimasta da sola con i due sconosciuti,» concluse suo padre.

«Sì. E poi non ricordo nient’altro.»

«Quindi non ti sei accorta se hanno versato qualcosa nel tuo bicchiere,» insistette la madre.

Doveva averglielo chiesto chi sa quante volte. Ginestra scosse le spalle e la guardò male.

Seguì un lungo silenzio. Qualcuno spostava il cibo nel piatto, qualcuno sorseggiava, qualcuno si tamponava le labbra. Nessuno la guardava direttamente.

Sirio analizzava. Ginestra aveva fornito una risposta troppo pulita: la memoria, dopo un’esperienza del genere, non sparisce come un file cancellato, lascia dei pixel bruciati, delle sensazioni termiche o uditive. Lei stava offrendo la versione ufficiale, quella che serviva a tenere in piedi la cena, alla quale lei stessa voleva credere per difendersi da una realtà dolorosa.

«Non rispondi a tua madre?» rincarò Dario, il padre, come se a quel vuoto di parole corrispondesse il denso peso del non detto.

La ragazza rispose di malavoglia: «L’avranno fatto quando mi sono girata per guardare fuori».

I suoi genitori avevano le facce di chi sente l’arrivo dei droni. Non li vedevano, non volevano conoscerli, ma seguitavano a fissare da quella parte.

La madre insistette: «Ti hanno portata a Bologna, tenuta sequestrata quasi due giorni, possibile che non ricordi proprio niente?»

Ginestra esplose.

Non un grido, ma un sibilo: «Se mi hanno violentata? Se mi hanno ceduta a qualche maniaco come dicono? È questo che vi importa? Non lo so e non me ne frega niente. A chi importa davvero, qui dentro?»

ESTRATTO VERBALE INTERROGATORIO di IVAN Vvvvv. (Serpente): Interrogato sul coinvolgimento di terzi, l’arrestato dichiara: «Noi forniamo solo l'ambiente e il "prodotto". Chi entra paga per l'uso esclusivo. Non facciamo domande, non chiediamo nomi. Il cliente voleva una "brava ragazza di provincia". L'abbiamo trovata ed era a sua disposizione».

Ginestra guardava a uno a uno tutti i presenti.

Le sue parole rimanevano sospese. Mirko abbassò la testa, le orecchie rosse di vergogna e rabbia impotente.

Sirio conosceva la dinamica: Ginestra stava usando il "non ricordo" come un'arma difensiva. Se non ricordava, non era successo. Se non era successo, non doveva provare vergogna. Era la suprema barriera contro i postumi dello Scoop: il diritto all'oblio coatto.

«A noi importa, Ginestra,» disse il padre.

«No,» lo interruppe lei, guardandolo con durezza. «A voi importa sapere se sono ancora intera, la brava ragazza di Forlì che va a scuola col motorino. Be’, quella ragazza si è persa strada facendo. E voi immaginate pure quello che vi pare.»

RELAZIONE DI SERVIZIO DELLA SQUADRA MOBILE, BOLOGNA: Rilevamento ambientale in Villa "Le Ortensie". L'irruzione avviene senza resistenza. Sequestrata una videocamera montata su treppiede nel seminterrato. Sullo schermo, il fermo immagine di una ragazza bionda in stato di incoscienza indotta.

Sua madre sospirò.

«Ci importa solo che sei qui.»

APPENDICE TECNICA AL RAPPORTO N. 88/B – ANALISI TRAFFICO CELLE AREA BOLOGNA SUD.

L’esame dei ripetitori nell’area limitrofa alla villa ha evidenziato il transito di apparati mobili (n. 14 visitatori), durante il periodo di contenzione della minore. I presenti al momento dell’irruzione (sei donne e due uomini) hanno rilasciato dichiarazioni che si accludono. Nel periodo in esame sono stati rilevati n. 4 terminali unici (IMEI non censiti) rimasti attivi all'interno del perimetro per tempi variabili dai 45 ai 90 minuti. Tali dispositivi risultano riconducibili a utenze fittizie o intestate a prestanome. La Procura ha disposto il tracciamento dei suddetti terminali al fine di identificare i soggetti che hanno avuto accesso alla villa. L’obiettivo è stabilire la natura dei contatti con la vittima, la quale, a causa della somministrazione di benzodiazepine, non è in grado di fornire riscontri testimoniali sull'entità degli abusi o sul numero degli assalitori.

Sirio bevve un sorso di spumante. Era dolce, troppo dolce. Guardò Mirko, poi Aldo. Capì che quella cena non era una celebrazione, ma il primo atto di una lunga finzione. Lo schiaffo di Mirko, le bugie di Natasha, lo scherzo idiota di Kevin erano stati solo l'innesco; la vera tragedia era quella polvere chimica che aveva reso la verità irrilevante.

ESTRATTO di INTERCETTAZIONE TELEFONICA n. 445/SN.

DATA: Giovedì ccccccc

SOGGETTI: Ivan Vnnnn. (Serpente)/Soggetto Ignoto (S.I.  / È in corso accertamento identità).

Serpente: «Hai visto il film. La biondina è a posto. Non la cerca nessuno, per adesso. Perciò deciditi. Se non la vuoi... sai quanti ne trovo.»

S.I.: «Va bene, la voglio.»

Serpente: «Per i soldi?»

S.I.: «T’ho detto va bene. Portamela domani sera alle otto.»

Serpente: «Per l’apericena? (Risata)»

S.I.: «La voglio docile.»

Serpente: «Nessun problema. È già piena di Scoop, non sa nemmeno come si chiama.»

S.I.: «Bene... Ah, un’altra cosa.»

Serpente: «Che c’è ancora?»

S.I.: «Per quel prezzo... il contratto si intende senza restituzione...»

Serpente: «Uhm... senti, io te la mollo. Poi fa’ come ti pare, ma non chiamarmi per il ritiro degli scarti. A quello ci pensi da solo.»

S.I.: «Ma come faccio?»

[FINE DELLA COMUNICAZIONE]

Per Sirio era inutile e crudele seguitare le torture su quella vittima. Per cambiare discorso, chiese a Mirko: «Ricordi com’è cominciata questa storia? Tuo zio voleva allontanarti dalla strada e io mi ero offerto di parlarti e cercare di convincerti. Una volta mi hai chiesto cosa ti avrei detto. Be’, non l’ho mai saputo con certezza. Forse semplicemente che per un uomo c’è altro, oltre lo sballo e la birretta in compagnia.»

«Adesso lo so.»

Ginestra gli prese la mano.

«Diglielo,» lo incitò.

«Be’… dopo il liceo, vorrei che mi insegnasse la sua professione.»

«Le iscrizioni sono aperte… e ai miei corsi possono partecipare anche i liceali, già da domani.»

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