SENZA
RESTITUZIONE
Sirio, passando dalla luce
bianca e monotona dei neon nell’atrio, a quella tiepida, dicembrina, del
piazzale antistante la facoltà, alle due e mezza del pomeriggio di giovedì non distinse
subito il giovanotto appoggiato alla sella del motorino. Sorprese l’agitarsi
della mano e si diresse verso di lui.
Si
raggiunsero a metà della gradinata.
«Professore…»
Il
ragazzo aveva occhiaie profonde. Non sorrideva.
«Mirko,
che succede?»
«Ginestra
è sparita.»
Mirko puzzava
di tabacco e paura.
«Che
intendi?»
«Sparita,
non c’è più, non risponde.»
Aveva
alzato la voce. Studenti che passavano accanto a loro giravano la testa,
esitavano.
«Vieni
con me in macchina. E intanto calmati.»
I
contorni degli edifici disegnavano ombre nette e brevi sul lastricato.
Camminarono di fretta fino all’antiquata Clio color vinaccia nei parcheggi. Sirio,
con la chiave, aprì lo sportello del passeggero.
«Allora,
spiegami per bene.»
Nel
chiuso dell’abitacolo, dal giaccone felpato veniva odore di sudore stantio.
«Stanotte
non è tornata.»
Sirio non
sapeva che vivessero assieme. In effetti sapeva ben poco del giovane Mirko.
«Come mai
non eri con lei?»
«Mi ha
chiamato ieri sera che stava con certi tipi… da qualche parte… per lo sballo.
Stava su di giri. Qualcosa aveva già preso.»
Sirio lo
guardò di profilo. Il ragazzo fissava un punto immobile oltre il parabrezza.
«Non le
hai chiesto dove fosse e con chi?»
«Che ne
so. Non mi ricordo. Pure io avevo fumato qualcosa. Che ne so… la birra magari.
Insomma che vuoi da me? Quando mi sono svegliato il letto era vuoto.»
«Capisco,
Mirko, ma stai calmo. Aiutami a capire. Dunque, ti svegli e lei non è in casa. A
che ora, questo?»
«Mezzogiorno,
le dodici e mezza.»
«OK. A
questo punto hai chiamato gli amici, immagino.»
Mirko
sferrò un colpo a palmo aperto contro il finestrino.
«Certo.
Che facevo sennò? Nessuno l’ha vista e sentita.»
«I suoi
genitori?» chiese Sirio, imponendosi calma.
«Sei
scemo? Magari lei sta smaltendo la sbornia da qualche parte e quelli fanno
scoppiare la guerra mondiale. La fanno rinchiudere dentro quella cazzo di comunità
un’altra volta e amen.»
«Uhm. Immagino
che se ti suggerissi di informarne tuo zio la risposta sarebbe la stessa. E
quindi, cosa ti aspetti da me? Vuoi che sia io a chiamare lo zio Aldo?»
Mirko
doveva non averci pensato, soppesò la proposta, lo sguardo che oscillava tra la
disperazione e il calcolo.
«No. Se
lo sa lui, mette di mezzo mia madre e buonanotte libertà. Per come sono messo coi
miei, finisce che ingabbiano pure me.»
Si agitò,
strinse i pugni.
«Senti
professore…»
«Chiamami
Sirio.»
Scosse la
testa esasperato: «Senti, devi trovarla. Tu fai questo di
mestiere, dico bene?»
*
Sirio e Aldo Crescenti,
agente di pubblica sicurezza e suo amico, qualche volta condividevano la
penombra di un separé nel pub di via Sestri Levante, per una serata di
Sangiovese Superiore e qualche risata scacciapensieri.
Una volta
che aveva il vino triste, Aldo si era confidato.
Il
nipote, figlio di sua sorella, stava prendendo una brutta piega. Compagnie
sbagliate e via dicendo. Nessun reato, che si sapesse, fino a quel momento; ma
i genitori erano preoccupati e lo zio, rimaste inutili raccomandazioni,
avvertimenti e minacce, temeva di vederlo entrare in commissariato in manette,
una volta o l’altra.
«Quanti
anni ha?» aveva chiesto Sirio.
«Diciassette.»
«Età
difficile.»
«Già,» aveva
scosso la testa l’amico poliziotto.
Era dura
vedere un uomo di quasi sessant’anni, in pieno vigore, un agente di polizia che
nella propria carriera aveva affrontato situazioni d’ogni genere, frustrato in
quel modo; ma è quanto fa spesso il vino, esfolia la scorza e denuda l’essenza.
«Potrei
provare a parlargli,» aveva sospirato Sirio.
L’amico
aveva scosso la testa: «Credi non ci abbia provato suo padre e io stesso?»
«Un
tentativo non può far male,» aveva insistito. «Dopotutto ho a che fare con
studenti di poco più della sua età ogni giorno, conosco le frequenze su cui
trasmettono. Dai, fammelo conoscere.»
«E come?»
«Invitami
a cena.»
Aldo si
era lasciato andare a una smorfia di sconforto: «Sirio, forse non ti è chiaro,
il ragazzo sì e no se rientra a dormire».
«Allora
fammelo incontrare per caso. Saprai pure che posti frequenta.»
«Questo
sì. Mi ha fatto un piacere personale un collega. L’ha pedinato. Ti ci porto.»
*
Ai Ronchi, procedendo a
passo d’uomo con i finestrini abbassati lungo via dei Ciliegi, l’imbrunire sapeva
di piscio e gomma bruciata. Sirio guidava, Aldo, in borghese, scrutava i
marciapiedi. Avevano superato capannelli di giovinastri seduti ai tavoli fuori
dai bar, oppure in piedi nei piazzaletti di minimarket, poi, nello slargo che
circondava l’obelisco, un gruppetto fumava e beveva birra direttamente dalle
bottiglie, appoggiato ai motorini parcheggiati in disordine. Mirko e una ragazzina
più o meno della sua età erano seduti al ciglio del marciapiede, per conto loro.
Sirio aveva accostato, senza spegnere il motore. Crescenzi si era sporto dal
finestrino.
«Ohilà!»
Il tono
sorpreso perfettamente credibile.
Il
ragazzo e la sua amica si erano scambiati un’occhiata. Interrogativa lei,
contrariata lui. Quelli sui motorini avevano smesso di ridere ed erano rimasti
a guardare. Un po’ curiosi, un po’ perplessi.
Aldo era
sceso e Sirio aveva girato attorno alla macchina per raggiungerlo.
«È qui
che vi riunite?»
Recitava
bene. Occhiata bonaria al gruppo, interesse per la signorinella con le
ginocchia ancora infantili, espressione da zio contento d’aver incontrato il
nipote per caso.
Mirko,
controvoglia, si era alzato, passandosi la mano sui calzoni come per pulirseli.
Anche la ragazza si era alzata, rimanendogli un passo indietro.
«Ciao,
zio.»
Voce
bassa, vergognosa.
Entusiasmo
di Aldo: «Non mi presenti la tua amica?»
Lei aveva
allungato una mano languida: «Ginestra».
Il
poliziotto gliel’aveva stretta, poi: «Lui è Sirio, un mio amico. È un
professore dell’università. Criminologia».
Sguardi
furtivi si erano incrociati. Un’onda di riflusso aveva agitato il gruppo di
quelli sugli scooter. Un paio avevano messo in moto e si erano allontanati.
«Perché
non andiamo a prendere qualcosa al bar,» aveva proposto Aldo al nipote.
«No zio,
meglio di no. Abbiamo da fare.»
Crescenti
non aveva insistito. Lui e Sirio erano tornati alla macchina.
«E
adesso?» aveva chiesto il poliziotto.
«Quelli
con le bustine in tasca sono scappati subito, a scanso di guai. I duri sono
rimasti a controllare gli sviluppi, tanto non correvano rischi; Mirko e la sua
ragazzetta, che già stavano in disparte, forse verranno allontanati. Comunque
saranno mantenuti ai margini.»
«Sempre
dell’idea di incontrarlo solo a solo?»
Sirio aveva
guardato nello specchietto retrovisore.
Mirko e
Ginestra erano ancora in piedi, due figure piccole e isolate nello slargo.
Erano rimpicciolite
rapidamente, inghiottite dalle ombre dei Ronchi.
*
Nella
Clio, nel parcheggio dell’università,
l’aria era ferma. Le ultime parole del ragazzo riverberavano ancora come l’eco
riflessa di un diapason: Devi trovarla. Tu fai questo di mestiere.
Sirio
guardava il profilo di Mirko e ragionava che se a Ginestra era successo
qualcosa di brutto, Aldo o chi per lui, dopo una notte sui terminali della
questura, lo saprebbe già, e avrebbe avvisato il nipote. Restava però l'ipotesi
che il dramma – magari un'overdose non ancora scoperta – fosse rimasto
nell'ombra. In quel caso, assecondare il silenzio di Mirko non avrebbe cambiato
nulla. Ma poteva benissimo trattarsi di un rapimento, di un malore o di un
altro qualsiasi accidente in cui ricerche tempestive potevano rappresentare la
differenza tra la vita e la morte.
E loro
due stavano lì a cincischiare!
«No,
Mirko, trovare ragazze scomparse non è il mio mestiere. Spetta alla polizia.»
Mirko era
sul punto di piangere, ma la maschera che aveva scelto di duro non glielo
consentiva.
«Sei tu
il criminologo, cazzo,» urlò.
Una
reazione isterica, che Sirio cercò di arginare.
«Lasciami
chiamare tuo zio, vedrai che saprà gestire ogni cosa senza far scoppiare il
finimondo con i tuoi, o con la famiglia della tua ragazza.»
«No. Se
ti azzardi, ti sputo in faccia e sparisco pure io.»
Gli occhi
non mentivano, e se davvero Mirko si rendeva irreperibile, con lui sarebbe sparito
l’unico sentiero che portasse a Ginestra in tempi brevi.
«Va bene.
Facciamo a modo tuo, per ora,» cedette. «Dunque, ieri pomeriggio, Ginestra ti
ha chiamato per dirti che si stava divertendo. Ma non ricordi dov’era e con chi.
Giusto?»
Mirko
scosse la testa: «Avevo fumato e bevuto, e poi lei parlava a raffica, era
eccitata, non me lo ricordo quello che diceva».
«Va bene,
va bene. Ma con chi era uscita… questo, almeno, lo sai?»
«Doveva
incontrarsi con Natasha.»
«Bene. E naturalmente
tu, verso mezzogiorno o la mezza, quando ti sei accorto che Ginestra non era tornata,
l’hai chiamata!?»
«Certo,
per prima. E non ne sapeva niente. Dice che a un certo punto se n’era andata.»
«Se n’era
andata? Senza un perché? Avevano discusso?»
«Boh, ma
che ne so. Natasha dice che aveva un impegno.»
«Andiamo
da lei.»
«A che
serve? Ha detto che se n’era andata e non ne sa niente. Stop.»
«Una
faccia mente meno di una lingua. Portami da lei.»
*
«Sta là sotto,» indicò
Mirko. La voce si perdeva nel grigiore degli edifici.
Su quel
lato, il palazzo di quattro piani che sovrastava i garage, non aveva finestre.
Scesero
dalla Clio e presero giù per la rampa. L’aria si fece più fredda man mano che
scendevano; densa dell’odore di gas di scarico stagnante, quando arrivarono al
chiuso. Nessuna cellula fotoelettrica attivò l’illuminazione del lungo
corridoio costeggiato da serrande abbassate. Mirko tirò dritto per qualche
metro e martellò col pugno sul metallo. Un colpo isolato, poi tre in rapida
successione. Da dentro venne un tramestio e il rumore di qualcosa che cadeva, e
poi una voce maschile impastata di fastidio: «Chi cazzo è?»
«Mirko.»
«Qui
Ginestra non c’è. Sparisci.»
«Apri.
Voglio parlare con Natasha.»
Dopo
un’attesa e un conciliabolo sottovoce, la serranda sferragliò verso l’alto.
Un fornello
da campeggio sopra un mobile da cucina con la formica scrostata, una bombola
del gas, piatti unti in un lavandino a pozzetto, indumenti che pendevano dai
cassetti aperti di un comò, un motorino e uno scooter inclinati contro il muro
si mostrarono man mano che la serranda saliva. C’era puzza di benzina, di piatti
sporchi e di corpi in calore.
Nell’angolo
lontano, su un letto a due piazze senza spalliere, Natasha sedeva nuda, a gambe
incrociate.
Il
muscoloso che aveva manovrato l’apertura, un uomo sulla trentina e i boxer
macchiati di un liquido recente, indicò Sirio a palmo teso e testa reclinata: «Questo
chi è?»
«Sta con
me,» tagliò corto Mirko.
Sirio
entrò, prima che approfondissero.
«Che vai
cercando?» sibilò la ragazza. «T’ho detto tutto quello che sapevo. Che altro
vuoi?»
«E che
deve volere,» intervenne Sirio, concentrandosi sul muscoloso, rimasto in piedi
accanto al comando elettrico. «O va alla polizia, o cerca in giro. Tu non
faresti lo stesso?»
L’uomo
scrollò le spalle, andò a sedersi a bordo del materasso. Si sistemò braccia
conserte.
Natasha
invece si accigliò: «E tu, non sei un poliziotto?»
«No,» rispose
Mirko, riprendendo un briciolo di spavalderia. «Se volevo andare alla questura
mica venivo qui.»
«Facciamola
finita,» sbuffò il muscoloso. «Che volete?»
«Poche
domande,» Sirio mostrò i palmi aperti in un gesto di finta resa. «Se Ginestra è
in pericolo, solo noi possiamo tirarla fuori.»
Natasha
sbuffò e guardò il pavimento alla sua sinistra. Un segnale di fuga mentale.
«Tu l’hai
vista per ultima,» riprese Sirio, inchiodandola con gli occhi. «Dove stavate,
quando vi siete lasciate?»
«Dentro
un bar. Quello di via Rosaspina.»
«Cosa è
successo?»
«Niente.
Due chiacchiere prima di cena. Una cosa normale.»
«Avete preso
qualcosa? Pasticche, erba?»
«Lei ha
fumato. Un dieci minuti prima di entrare, sulle panchine fuori.»
«Cosa? Roba
pesante?»
«Ma va,
cobrino? Mica siamo sceme. Solo Erba.»
«E
alcol?» Sirio sapeva che il mix di THC e alcol è il preludio perfetto per la
perdita di controllo.
«Stavamo
in un bar, certo che bevevamo. Ma che sei, mio padre, con tutte ‘ste domande?»
Natasha,
raccolse un lembo del lenzuolo e lo fece passare sotto le ascelle, coprendosi.
«Sono uno
che vuole sapere che fine ha fatto Ginestra.»
«Va bene,
va bene, ho capito. Una birra o due, fuori. Un Jägermeister al bar, assieme a
qualche patatina e fesserie così.»
«E poi?»
Lei
balenò gli occhi verso Mirko, esitante.
«C’erano
due tipi al tavolo vicino. Facevano gli scemi… con lei. Me mi schifavano. E
lei, all’inizio, finché stavano per conto loro, li schifava pure lei. Poi,
quando si sono seduti con noi, s’è messa a fare la cretina. Risatine, gomitate,
rideva che sputava noccioline.»
Ha guardato
Mirko vergognosa e si è girata verso l’uscita.
Eh no, pensò Sirio, non ti lascio
scappare!
«Com’erano?
Alti, bassi… colore dei capelli? qualche segno particolare?»
«Ma che
ne so. Io non ci badavo,» sfuggiva gli occhi del muscoloso.
Geloso?
Manesco?
Al
momento non aveva importanza, contava solo seguire la traccia che portava a
Ginestra.
«Ho
capito che non ti interessavano, ma avrai pur visto com’erano vestiti…»
«Normale.
Ah… il tatuaggio. Quello più carogna, che parlava sempre lui, aveva un tatuaggio
di serpente sul collo.»
«Si sono
mai chiamati, fra loro?»
«No,»
scosse la testa. «Mai fatti nomi.»
«E poi?»
«Ginestra
se n’è andata con quelli.»
«E tu?»
«Sei
cretino? Me mi schifavano.»
Era la
seconda volta, in poche ore, che si beccava del cretino!
«Hanno
accennato a dove andavano? Che so, una festa, un ritrovo.»
«No, no,
niente».
«Sono
andati via con una macchina, una motocicletta o…»
«Ma che
ne so. Sono usciti e basta.»
«E dopo? Qualche
telefonata di Ginestra, SMS?»
Lei
esitò, poi rispose: «T’ho detto niente».
Sirio era
certo che mentiva.
*
Sirio
aprì e Mirko montò in macchina. Prima di salire a sua volta, Sirio diede
un’occhiata allo smartphone. L’SMS di Aldo Crescenti diceva: “Ieri pomeriggio i
cellulari di Natasha e Ginestra sono rimasti nel bar di via Rosaspina fino alle
sei e un quarto. Quello di Ginestra è sparito poco dopo le sei e mezza in via della
Maga Circe, a giusto un quarto d’ora di macchina dal bar. Stiamo cercando se
qualche altro telefono si trovava nei due posti nello stesso momento e stiamo
lavorando anche sul tatuaggio, ma ci vuole tempo. Continua a lasciare acceso lo
smartphone. Appena andate via, una squadra entra a fare due chiacchiere con
quelli nel garage”.
«Andiamo in via Rosaspina,» disse Mirko.
Era molto sicuro di sé, adesso.
«Quella tua amica mentiva,» disse Sirio,
posando il cellulare nel porta oggetti della Clio.
«Che ne sai?»
«I messaggi inconsci del corpo.»
Mirko
scosse le spalle.
«Ha paura
di buscarle dal suo uomo, se non l’avessi capito. Comunque noi dobbiamo cercare
quello col tatuaggio. Andiamo al bar.»
«D’accordo.»
Sirio inserì
la prima.
«Spiegami
una cosa. È normale che la tua ragazza se ne vada in cerca di sballo senza di
te?»
«Che c’è
di male?»
«Vuoi
dire che non ti importerebbe, se si… lasciasse andare con un altro?»
«Non lo
farebbe mai,» la voce non era così sicura.
«Le hai
mai dato uno schiaffo?»
Mirko si
girò di scatto: «Come ti viene in mente?»
«Ricordi
la sera che io e tuo zio siamo capitati ai Ronchi? Ginestra aveva un livido in
faccia. Non era il risultato di un bacio.»
«Era
caduta.»
«Uhm. Conosci
la mia professione…»
Il
ragazzo l’interruppe: «Come no. Il linguaggio del corpo, il mentalista!»
«Insomma,
ieri avevate litigato sì o no?»
«Ma che
ti frega? che importanza ha?»
«Diventa
importante se Ginestra avesse deciso di fartela pagare. Potrebbe essere da
un’amica, in questo momento, e aver semplicemente spento il telefono. Natasha
le starebbe reggendo il gioco, mentre io e te staremmo cercando farfalle.»
Mirko
rimase a fissare davanti a sé per un pezzo.
«Non ci
avevo pensato,» disse.
«Quindi?»
«È vero,
avevamo discusso, e mi è scappata una sberla.»
«Succedeva
spesso?»
«Uhm,
qualche volta.»
«E lei
come reagiva?»
«Be’, piangeva
un po’, io le chiedevo scusa e facevamo pace.»
«Quindi
escludi che possa aver accettato la corte di chicchessia solo per farti
dispetto.»
«Vuoi
dire che se n’è andata di proposito, con quello col tatuaggio?»
«È
un’altra ipotesi.»
Mirko si
prese la testa tra i pugni: «Non ci sto capendo più niente».
*
Via Rosaspina, giù ai
Ronchi, era una traversa tortuosa quasi al buio, alle sei del pomeriggio. Il
bar era un buco con le luci al neon troppo bianche, persisteva odore di caffè
bruciato – e va bene – e di candeggina. Al bancone c’era un uomo sulla
cinquantina con i capelli unti; una ragazza, poco più che ventenne, con le
occhiaie coperte da troppo correttore, stava passando uno straccio sul
pavimento, vicino a un tavolino dov’era caduto qualcosa. Fra i giovani attorno
a un tavolo più avanti, Sirio riconobbe qualcuno che stava in via dei Ciliegi,
la sera che c’era passato con Crescenti. Mirko tirò dritto al bancone, Sirio un
passo dietro.
«Senti,
Massimo, sto cercando Ginestra. Natasha m’ha detto che ieri è uscita da qua
assieme a due tipi, gente di fuori, secondo lei. Ne sai niente?»
«E che
dovrei sapere?»
«Uno
aveva un tatuaggio di serpente sul collo, li avevi mai visti?»
«E chi ci
ha badato? Ho da lavorare, io.»
La
ragazza stava uscendo da un ripostiglio, dove aveva lasciato lo spazzolone.
«E tu?»
le chiese Mirko, «li avevi visti mai?»
Lei fece
spallucce: «Perché non chiedi agli amici tuoi, laggiù?»
Un attimo
di esitazione, e Mirko si avviò verso il gruppo.
Prima che
parlasse, uno con la felpa tre taglie più grande e un sorriso da prenderlo a
schiaffi, stravaccandosi sulla sedia disse: «Arriva il bell’abbandonato assieme
al criminologo».
Sirio lo
riconobbe, era quello scappato per primo.
Gli amici
sghignazzavano.
Mirko,
scuro in viso, accelerò il passo a pugni serrati. Felpa si alzò e gli si piazzò
davanti. Lo superava di tutta la testa e lo guardava cattivo. Gli altri
tenevano d’occhio Sirio.
Felpa
disse: «Rassegnati, merlo, la tua bella t’ha mollato. L’hanno vista ai
capannoni abbandonati dietro la ferrovia. Quelli della vecchia zona
industriale. Dicono che quello col tatuaggio ha le chiavi di un magazzino e un
coltello di trenta centimetri. Dopo una notte e un giorno che se la sbattono, se
corri, magari ne trovi ancora un pezzetto».
Felpa
scoppiò a ridere. Gli amici al tavolo lo imitarono. Mirko sembrava un pupazzo
di cera coi vestiti di Mirko. Si
voltò verso Sirio, gli occhi gli ballavano nelle orbite.
«I
capannoni. Dobbiamo andare ai capannoni!»
Sirio studiava
Felpa, che per un attimo sostenne lo sguardo, poi sbatté le palpebre troppo
velocemente.
Sta
mentendo, capì Sirio.
«Come ti
chiami?» gli chiese.
E quello,
arrogante: «Kevin, perché?»
Sirio
cavò di tasca il cellulare. La linea con Crescenti era aperta. Scattò una foto
del gruppo, Kevin in primo piano.
Ci fu un
movimento di tutti contro di lui.
«Commissario!?»
Una
parola magica. Scandita nel telefono, bloccò sul nascere il sollevarsi da sedie
e lo scattare in avanti.
«Aldo,» aggiunse
Sirio, «ti mando una foto. Vale la pena di interrogarli a uno a uno, questi
amici di tuo nipote. Sono certo che procurato allarme, intralcio alle indagini,
favoreggiamento o qualche altro reato puoi trovarlo. Ci vediamo ai capannoni.»
*
Venti minuti dopo, le
volanti illuminavano a giorno il cemento crepato dei magazzini della ferrovia.
I poliziotti avevano sfondato tre portoni e setacciato ogni angolo, tra polvere,
amianto e lerciume.
Aldo uscì
togliendosi i guanti in lattice. Aveva la faccia di chi ha mangiato sabbia. Si
avvicinò alla Clio, dove Mirko, seduto sul sedile del passeggero, stava
tremando.
«Niente,»
disse il poliziotto, aprendo lo sportello dalla sua parte. «Vuoto. Solo ratti e
vecchi giornali.»
Sirio,
appoggiato al volante, guardò lo zio e poi il ragazzo. Mirko si coprì la faccia
con le mani.
«Era solo
uno scherzo idiota,» disse Crescenti. «Mirko, il tuo amico Kevin si è divertito
alle tue spalle.»
«E
Ginestra?» Mirko tirò su col naso.
«Tutte le
forze dell’ordine, continueranno a cercarla. E preghiamo che anche la sua
scomparsa sia solo uno scherzo.»
Un
ispettore di polizia era quasi alla Clio, lo seguiva un agente. Crescenti si
rialzò, portando la mano alla visiera. L’ispettore l’invitò ad avvicinarsi con
un gesto. Gli disse qualcosa sottovoce e si avviò verso una volante.
La
suoneria troppo alta di un cellulare vibrò nell’abitacolo.
Mirko
mostrò lo smartphone.
«È
Natasha,» sussurrò.
«Metti in
vivavoce,» ordinò Sirio.
Che
poteva essere accaduto, ancora?
Crescenti
stava tornando.
Dal
telefono nessun saluto, solo un respiro corto, spezzato da quello che sembrava
il rumore del traffico di una circonvallazione.
«Che
succede?» chiese Mirko
«È pieno
di poliziotti qui. Riccardo sa chi è quello col tatuaggio. Gliel’ha detto.»
«Chi è?» strinse
Mirko il cellulare.
«Uno di
Bologna, del giro dei VIP, quelli che pagano,» Natasha era disperata. «Imbottite
di Scoop, capisci? cedute per tutto il tempo che vogliono e per l’uso che ne
vogliono fare. Hai capito? Sadici e bastardi di ogni genere! E quelle che non
ce la fanno, spariscono.»
Parlava a
singhiozzi, sottovoce. Non tutto si capiva, ma bastava quello che si sentiva.
Alla
parola Scoop, Mirko si era come accasciato verso il cruscotto, Sirio aveva
provato un senso chimico di freddo risalirgli per la schiena. Conosceva la
sigla clinica del gamma-butirrolattone, del 1,4-butanediolo, delle Benzodiazepine.
Droghe dello stupro, capaci di trasformare un essere umano in un oggetto inerme,
un corpo senza memoria di cui poter disporre a piacimento.
Guardò il
ragazzo: era diventato grigio.
Qualcuno urlò
nel microfono di Natasha: «Da’ qua quel cellulare, tu.»
La
comunicazione cadde.
Aldo
Crescenti era allo sportello.
«Sono
risaliti a quello col tatuaggio,» sospirò. «Brutta gente.»
L’ispettore
stava urlando ordini. Le radiotrasmittenti gracchiavano codici che trasmettevano
urgenza. Due autopattuglie sgommarono nel fango, accendendo le sirene. Un
elicottero attraversò la notte in quel momento. Sfrecciò dritto a nord ovest.
I lampi bluastri
dei lampeggianti delle auto rimaste continuavano a tagliare il buio con la
regolarità di un pendolo privato dei rintocchi.
«Io e te
non possiamo fare più niente,» disse Sirio a Mirko. «Se non aspettare.»
«Andate
via,» disse l’agente Aldo Crescenti. «Sirio portalo a casa. Qui non c’è più
niente da vedere.»
*
Quando Sirio entrò puntuale
alle sette di sera, in casa di Aldo Crescenti tutti lo aspettavano in piedi,
ignorando il tavolo imbandito. Ginestra corse per abbracciarlo, Mirko si
avvicinò ciondoloni e gli porse la mano. Aldo procedette alle presentazioni. Anna, sua moglie, una donna florida con le gote arrossate che
usciva dalla cucina slacciandosi il grembiule. Sua sorella Aurora, che, magra e
la faccia preoccupata, non gli somigliava affatto. Osvaldo, il padre di Mirko,
alto e magrissimo a sua volta. E poi Donatella e Dario, i genitori di Ginestra,
col sorriso di chi l’ha scampata a un bombardamento di droni. E tutti avevano
domande da porgli, a quanto pareva.
Aldo li
lasciò fare per un po’, poi si impose e invitò tutti a prendere posto.
«Gente,
lasciate in pace Sirio. Abbiamo tutta la sera per fargli domande».
Invece
Sirio, che aveva letto i rapporti di polizia – proprio Aldo glieli aveva
mostrati qualche ora prima – non aveva alcuna intenzione di soddisfare
curiosità sull’argomento, apprensive o morbose che fossero.
Il tappo
dello spumante saltò col botto secco di un piccolo sparo festoso. Aldo riempì i calici con una foga
eccessiva, e la guantiera d’argento si macchiò di spuma dorata.
Sirio osservava Ginestra. La
ragazza non aveva preso il calice. Le sue dita tormentavano l’orlo della
tovaglia, un movimento ipnotico e compulsivo. Quando gli altri brindarono, prima
di sollevarlo, coprì l’orlo col palmo della mano, quasi per evitare che il
contenuto venisse inquinato.
REFERTO MEDICO. STATO DI SHOCK CATATONICO INDOTTO MEDIANTE
SOMMINISTRAZIONE FORZATA DI PSICOTROPI.
Vennero
serviti gli antipasti, che furono consumati in silenzio.
Sembrava
che nessuno avesse argomenti, o che l’unico che interessava non venisse
affrontato.
Poi il
padre di Mirko chiese a Ginestra: «Ma tu, davvero non ti ricordi che t’hanno
fatto?»
L’argine,
inesorabilmente, era stato sbrecciato.
Ginestra si fermò con un
pezzo di crostino a metà strada. Sirio notò le unghie, un tempo smaltate di
nero, adesso rovinate, mangiucchiate fino alla carne.
RAPPORTO MEDICO-LEGALE: LE LESIONI UNGUEALI E LE ECCHIMOSI SUGLI
AVAMBRACCI INDICANO TENTATIVI DI DIFESA NELLE PRIME ORE DEL SEQUESTRO.
«Uffa,» Ginestra
si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. La pelle, vicino alla
tempia, era di un candore innaturale, quasi traslucida. «Saranno cento volte
che ripeto tutta la storia, alla polizia, ai giudici... a voi tutti, mille
volte!»
«Non a
Sirio, però.»
Lui si
sentì addosso gli occhi di tutti.
Che
speravano? Che entrasse nella testa della ragazza per recuperare ventiquattr’ore
di buio?
Ginestra
si addolcì: «Be’, che vuoi sapere?»
L’avevano messo in campo a
tradimento. Eppure, quale altro argomento poteva interessare quelle persone,
quel giorno? Di certo sapevano – sospettavano – che lui sapesse – come in
effetti sapeva, avendo letto i rapporti – compresa Ginestra, che invece
ignorava tutto, o fingeva di ignorare.
AUSL BOLOGNA – PRESIDIO
OSPEDALIERO "MAGGIORE" - UNITÀ OPERATIVA OSTETRICIA E GINECOLOGIA - Servizio
di Soccorso Violenza Sessuale
PAZIENTE: Ginestra xxxxxxx ANNI: 17
OGGETTO: Verbale di accertamento clinico post-rinvenimento.
Si
certifica che in data odierna, alle ore 04:50, la minore è stata sottoposta a
visita medica generale. Si riscontra stato di torpore residuo da ipnotici,
ecchimosi multiple agli arti superiori e irritazione cutanea ai polsi. Invitata
a procedere con l’esame ispettivo ginecologico per la ricerca di tracce
biologiche (Kit Antiviolenza), la paziente ha manifestato una ferma, lucida e
reiterata opposizione. Nonostante il consenso espresso dai genitori presenti,
l’equipe medica, valutata la capacità di intendere della minore e al fine di
evitare ulteriore nocumento psicofisico (vittimizzazione secondaria), prende
atto del dissenso informato. L'accertamento ginecologico non viene eseguito.
Resta pertanto l’impossibilità clinica di confermare o escludere l’avvenuta
violenza sessuale.
Gli occhi
grigio verdi di Ginestra aspettavano e si prestò al gioco, rivolgendole la
domanda più indolore: «Qual è l’ultima situazione di cui hai memoria?»
Ginestra
saettò gli occhi verso Mirko: forse a lui l’aveva già detto, forse no.
«Nel bar,
quello col tatuaggio e l’altro, avevano fatto il filo a Natasha per tutto il
tempo, dal tavolo accanto. Poi si erano seduti con noi. Lei, tutta sorrisi e
cosce scoperte, gli dava corda. Quando ha visto fuori dai vetri Riccardo che
smontava dallo scooter, è uscita di fretta.»
«E tu sei
rimasta da sola con i due sconosciuti,» concluse suo padre.
«Sì. E
poi non ricordo nient’altro.»
«Quindi
non ti sei accorta se hanno versato qualcosa nel tuo bicchiere,» insistette la
madre.
Doveva
averglielo chiesto chi sa quante volte. Ginestra scosse le spalle e la guardò male.
Seguì un
lungo silenzio. Qualcuno spostava il cibo nel piatto, qualcuno sorseggiava,
qualcuno si tamponava le labbra. Nessuno la guardava direttamente.
Sirio
analizzava. Ginestra aveva fornito una risposta troppo pulita: la memoria, dopo
un’esperienza del genere, non sparisce come un file cancellato, lascia dei
pixel bruciati, delle sensazioni termiche o uditive. Lei stava offrendo la
versione ufficiale, quella che serviva a tenere in piedi la cena, alla quale
lei stessa voleva credere per difendersi da una realtà dolorosa.
«Non
rispondi a tua madre?» rincarò Dario, il padre, come se a quel vuoto di parole
corrispondesse il denso peso del non detto.
La
ragazza rispose di malavoglia: «L’avranno fatto quando mi sono girata per
guardare fuori».
I suoi
genitori avevano le facce di chi sente l’arrivo dei droni. Non li vedevano, non
volevano conoscerli, ma seguitavano a fissare da quella parte.
La madre insistette:
«Ti hanno portata a Bologna, tenuta sequestrata quasi due giorni, possibile che
non ricordi proprio niente?»
Ginestra
esplose.
Non un grido, ma un sibilo: «Se
mi hanno violentata? Se mi hanno ceduta a qualche maniaco come dicono? È questo
che vi importa? Non lo so e non me ne frega niente. A chi importa davvero, qui
dentro?»
ESTRATTO VERBALE INTERROGATORIO di IVAN Vvvvv. (Serpente):
Interrogato sul coinvolgimento di terzi, l’arrestato dichiara: «Noi forniamo
solo l'ambiente e il "prodotto". Chi entra paga per l'uso esclusivo.
Non facciamo domande, non chiediamo nomi. Il cliente voleva una "brava
ragazza di provincia". L'abbiamo trovata ed era a sua disposizione».
Ginestra
guardava a uno a uno tutti i presenti.
Le sue parole
rimanevano sospese. Mirko abbassò la testa, le orecchie rosse di vergogna e
rabbia impotente.
Sirio conosceva
la dinamica: Ginestra stava usando il "non ricordo" come un'arma
difensiva. Se non ricordava, non era successo. Se non era successo, non doveva
provare vergogna. Era la suprema barriera contro i postumi dello Scoop: il
diritto all'oblio coatto.
«A noi
importa, Ginestra,» disse il padre.
«No,» lo interruppe lei,
guardandolo con durezza. «A voi importa sapere se sono ancora intera, la brava
ragazza di Forlì che va a scuola col motorino. Be’, quella ragazza si è persa
strada facendo. E voi immaginate pure quello che vi pare.»
RELAZIONE DI SERVIZIO DELLA
SQUADRA MOBILE, BOLOGNA: Rilevamento
ambientale in Villa "Le Ortensie". L'irruzione avviene senza
resistenza. Sequestrata una videocamera montata su treppiede nel seminterrato.
Sullo schermo, il fermo immagine di una ragazza bionda in stato di incoscienza
indotta.
Sua madre
sospirò.
«Ci importa solo che sei
qui.»
APPENDICE
TECNICA AL RAPPORTO N. 88/B – ANALISI TRAFFICO CELLE AREA BOLOGNA SUD.
L’esame dei ripetitori nell’area limitrofa alla villa ha
evidenziato il transito di apparati mobili (n. 14 visitatori), durante il
periodo di contenzione della minore. I presenti al momento dell’irruzione (sei
donne e due uomini) hanno rilasciato dichiarazioni che si accludono. Nel
periodo in esame sono stati rilevati n. 4 terminali unici (IMEI non censiti)
rimasti attivi all'interno del perimetro per tempi variabili dai 45 ai 90
minuti. Tali dispositivi risultano riconducibili a utenze fittizie o intestate
a prestanome. La Procura ha disposto il tracciamento dei suddetti terminali al
fine di identificare i soggetti che hanno avuto accesso alla villa. L’obiettivo
è stabilire la natura dei contatti con la vittima, la quale, a causa della
somministrazione di benzodiazepine, non è in grado di fornire riscontri
testimoniali sull'entità degli abusi o sul numero degli assalitori.
Sirio bevve un sorso di
spumante. Era dolce, troppo dolce. Guardò Mirko, poi Aldo. Capì che quella cena
non era una celebrazione, ma il primo atto di una lunga finzione. Lo schiaffo
di Mirko, le bugie di Natasha, lo scherzo idiota di Kevin erano stati solo
l'innesco; la vera tragedia era quella polvere chimica che aveva reso la verità
irrilevante.
ESTRATTO di INTERCETTAZIONE
TELEFONICA n. 445/SN.
DATA: Giovedì ccccccc
SOGGETTI: Ivan Vnnnn. (Serpente)/Soggetto
Ignoto (S.I. / È in corso accertamento identità).
Serpente: «Hai
visto il film. La biondina è a posto. Non la cerca nessuno, per adesso. Perciò
deciditi. Se non la vuoi... sai quanti ne trovo.»
S.I.: «Va
bene, la voglio.»
Serpente: «Per
i soldi?»
S.I.: «T’ho
detto va bene. Portamela domani sera alle otto.»
Serpente: «Per l’apericena? (Risata)»
S.I.: «La
voglio docile.»
Serpente:
«Nessun problema. È già piena di Scoop, non sa nemmeno come si chiama.»
S.I.: «Bene... Ah, un’altra cosa.»
Serpente: «Che
c’è ancora?»
S.I.: «Per
quel prezzo... il contratto si intende senza restituzione...»
Serpente:
«Uhm... senti, io te la mollo. Poi fa’ come ti pare, ma non chiamarmi per il
ritiro degli scarti. A quello ci pensi da solo.»
S.I.: «Ma come faccio?»
[FINE DELLA COMUNICAZIONE]
Per Sirio
era inutile e crudele seguitare le torture su quella vittima. Per cambiare
discorso, chiese a Mirko: «Ricordi com’è cominciata questa storia? Tuo zio
voleva allontanarti dalla strada e io mi ero offerto di parlarti e cercare di
convincerti. Una volta mi hai chiesto cosa ti avrei detto. Be’, non l’ho mai
saputo con certezza. Forse semplicemente che per un uomo c’è altro, oltre lo
sballo e la birretta in compagnia.»
«Adesso
lo so.»
Ginestra
gli prese la mano.
«Diglielo,»
lo incitò.
«Be’… dopo
il liceo, vorrei che mi insegnasse la sua professione.»
«Le
iscrizioni sono aperte… e ai miei corsi possono partecipare anche i liceali,
già da domani.»

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