martedì 23 dicembre 2025

Cedesi Attività - Racconto completo

 


23 dicembre 2025

Questo racconto completo è il mio regalo di Natale a lettrici e lettori che amano il crimonologo Sirio.

Auguri.


CEDESI ATTIVITA’

 

Lunedì mattina Sirio aveva lezione alle dieci. Verso le nove, al chiosco bar di via Ganimede, malgrado tentasse, non riusciva a non sbirciare.

Maggio a Forlì quell’anno offriva giornate limpide. La tenda a strisce verdi e arancione, leggermente agitata, giocava con le ombre. La signora bionda, elegante, sedeva qualche tavolino più avanti assieme a un uomo con i capelli folti, quasi bianchi, in completo grigio e cravatta a righe. A Sirio non importava l’età, non gli dispiacevano le donne mature.

Lei non lo aveva mai guardato apertamente ma, continuando a cambiare posizione alle gambe – chiare, lunghe, perfette – sembrava le usasse come un richiamo.

Osvaldo, il cameriere, aveva trent’anni. Lavorava in quel bar da due. Aveva una madre invalida. Avrebbe voluto continuare gli studi, invece eccolo lì, indaffarato a servire cappuccini la mattina e Aperol e seltz alla sera. Erano in confidenza e Sirio, vedendolo passare, gli fece cenno di avvicinarsi. Osvaldo si chinò leggermente.

«Sai chi sono?»

Il ragazzo capì senza bisogno che Sirio accennasse.

«Lui è l’avvocato Malbruto, lei sua moglie. Bella donna eh?»

«Non li ho mai visti.»

«Di solito capitano nel pomeriggio. Lui ha lo studio due traverse più avanti. Affari societari

«E lei?»

Osvaldo appoggiò il bicchiere vuoto di Sirio sul vassoio. Fece spallucce.

«Vuole altro?»

«No, no, grazie. La lavanderia sta aprendo, devo andare.»

Sirio infilò una banconota sotto al bicchiere, sul vassoio. Passando accanto alla coppia, la donna bionda, pur senza guardarlo, si toccò la base del collo: un gesto che nel linguaggio spontaneo può significare attrazione.

Sirio attraversò la strada.

A quel tempo, era al secondo anno di cattedra, abitava nel monolocale mansardato in via dei Villini, a due passi dalla facoltà. Gli piaceva spostarsi a piedi, approfittando del tragitto per risolvere i minuti problemi di sopravvivenza. Mariangela, finito di sollevare la serranda, stava avviando il registratore di cassa; sua sorella Lia era dietro al bancone.

Sirio aveva conosciuto anche la madre, una signora pesante che sembrava provasse dolore a spostare ogni passo.

«Buongiorno Sirio.»

Mariangela non era un tipo espansivo, quella volta però aveva un sorriso addirittura tirato. E poi non guardava lui, ma fuori, oltre la vetrina.

«Che abbiamo, oggi?»

Lia trasse a sé la sacca che Sirio aveva appoggiato sul banco e fece scorrere la zip.

I due uomini che entrarono si diressero subito alla cassa. Relativamente giovani, ben vestiti, Sirio li ritenne agenti di commercio.

Lia ritirò i panni e sparì nel retro, lasciando ricadere la tenda di separazione. Uno dei due parlava a bassa voce a Mariangela, l’altro la fissava con intenzione, l’accenno di un sorriso ambiguo. L’espressione della donna mutava di parola in parola. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi passavano dal sospetto alla preoccupazione, dall’indecisione a qualcosa di molto vicino alla paura.

Quello che aveva parlato ostentò un saluto a voce alta: «Buon giorno.»

L’altro, che l’aveva sempre fissata, aveva un’espressione minacciosa. Sembrò faticare a staccarle gli occhi di dosso. Uscì senza salutare.

«Che succede?» chiese Sirio.

Mariangela era pallida, si passò la mano nei capelli.

«Niente.»

Lia era tornata: «Perché non lo dici al professore?»

«Ma niente, niente», Mariangela scosse la testa. «Sirio, ti preparo la ricevuta.»

Di solito c’era la confidenza del cliente abituale, lo scambio di battute sul tempo o sugli sceneggiati insipidi della TV.

Lia, come per l’intenzione di aprirgli la porta vetrata, lo seguì fuori.

«Mia sorella è testarda, ma non possiamo risolvere questa faccenda da sole…»

«Lia, lascia in pace il professore.»

Mariangela, un piede dentro e uno fuori, teneva la testa piegata di lato e le braccia sui fianchi.

Lia esitò molto, prima di voltarsi e rientrare.

 

*

Sirio, procedendo verso la facoltà, ragionava che non si era mai sentito parlare di pizzo a Forlì. Ma esiste pur sempre una prima volta.

Per i corridoi del tribunale aveva conosciuto Aldo Crescenzi, un agente di polizia convocato per una testimonianza. Era addetto al settore informatico della questura e doveva riferire su delle intercettazioni. Nell’attesa di essere ammessi in aula, avevano scambiato qualche parola, in piedi nel corridoio. Si erano fatti simpatia e, in seguito, qualche volta avevano condiviso un bicchiere di vino in un pub a fine giornata.

Sirio, senza rallentare il passo, lo chiamò.

Crescenzi rispose subito: «Qual buon vento? Se di vento buono si tratta?»

Dopo un breve scambio di come va come stai, Sirio domandò: «Hai sentore o riscontro di casi di estorsione ai danni dei commercianti, qui da noi?»

«Perché la domanda? Vuoi segnalare qualcosa? Qualche sospetto?»

«No, no, solo una curiosità mia.»

Crescenti borbottò qualcosa. Da buon segugio non era convinto. Comunque rispose: «Tentativi sporadici. Drogati in crisi e balordi disperati. Nulla di serio.»

«Bene, questo mi tranquillizza.»

Invece la risposta metteva in campo nuove domande.

L’amico lo pressò: «Sicuro di non aver niente da dire?»

«Ma sì, solo un’idea mia.»

«Uhm. Tienimi aggiornato.»

Le risposte non convincevano il poliziotto; le domande che si poneva, non convincevano Sirio.

 

*

Martedì Sirio doveva trovarsi in facoltà alle dieci, l’azzurro oltre la finestra prometteva profumi di primavera e la faccenda della lavanderia gli ingolfava la testa. Impossibile aspettare in casa, lasciò ricadere la tendina sui vetri e uscì.

Il chiosco bar sorgeva in uno slargo circondato da alberelli e qualche panchina. Sirio scelse un tavolino lambito dal sole, sul limitare della tenda a fasce colorate. La serranda della lavanderia era ancora abbassata. Malbruto e consorte non c’erano. Due suoi studenti del primo anno, poco più in là, erano concentrati sul cellulare. Lo videro e lo salutarono. Sirio rispose col pollice in alto.

«Che ne deduce?»

Andrea Pincivalle veniva da Napoli. Si era iscritto a Criminologia spronato dal padre poliziotto, che gli ripeteva: «È la professione di domani!»

Era un buon elemento, Andrea: assiduo alle lezioni, attento, perspicace. Sirio, per coinvolgere gli studenti, usava chiedere: «Cosa ne deducete?»

Il sangue allegro dello studente aveva trasformato l’intercalare in un codice di complicità scherzosa, una sorta di bonario sfottò.

«Ci sto ragionando!»

La risposta era il rifugio degli studenti, un modo di prendere tempo che lui stesso aveva suggerito, una volta.

Ai ragazzi scappò una risatina, tornarono ad agitare i pollici sui tasti.

Sirio, accennando a Osvaldo di avvicinarsi, ordinò un cappuccino bollente e una brioche. Guardò verso la serranda abbassata sull’altro marciapiede.

Lia stava scendendo dalla bicicletta, la sistemò nella rastrelliera e inserì la chiave nella serratura elettrica.

Sirio si affrettò ad attraversare.

«Buon giorno.»

«Buon giorno. I tuoi capi non sono ancora pronti.»

«Sono qui per un altro motivo.»

Lia spinse la porta a vetri, la trattenne per lasciarlo passare.

«Per cosa, allora?»

«Quei due, ieri, che volevano?»

La ragazza guardò fuori, strinse le labbra un secondo.

La cinesica indicava incertezza. Aveva bisogno di una sollecitazione, che le si infondesse coraggio e di un gesto rassicurante. Sirio sorrise.

«Ci conosciamo da quando sono arrivato qui, sai bene qual è il mio ambito professionale. Chi erano e che volevano quei due?

«Mariangela…»

Lia esitava.

Da dietro al banco vedeva fuori, Sirio era di spalle. Sentì la voce.

«Professore…»

Con lei sarebbe stato più difficile.

Sirio si voltò mentre la donna andava a mettersi accanto alla sorella.

Si trovarono su due fronti, fra loro la barriera del bancone di formica celeste.

Le sorelle, sul loro territorio, si univano contro l’estraneo.

«L’estorsione è un reato,» disse Sirio. «Non denunciarla è complicità.»

Aveva aggrottato la fronte, stretto gli occhi a fessura.

Cambiato l’approccio si protendeva in avanti, invadendo la terra di nessuno.

Lia accennò un passettino indietro. Mariangela, più risoluta, mostrò comunque un lieve cedimento: guardò in rapida successione il varco del banco e la porta: la via di fuga.

La voce di Sirio suonò amichevole: «Ma quei due signori non volevano estorcere soldi. Troppo ben vestiti, e poi i modi. Non hanno aspettato che io uscissi per intimidirti brutalmente; usavano fermezza, non violenza. E dunque, chi erano?»

Lia rispose di fretta: «Dopo la morte di mamma eravamo entrate una volta a chiedere informazione e adesso non ce li scrolliamo più di dosso».

«Entrate? Informazioni?»

Sirio si concentrò su Mariangela, che rispose: «Ma sì… Mamma aveva curato sempre tutto lei, la contabilità, le spese, l’ipoteca. Quando è morta, ci siamo sentite perse. Sole, due donne senza esperienza. Siamo entrate a chiedere quanto si poteva ricavare. Ragionavamo se ci convenisse chiudere e cercarci un altro lavoro.»

«Uhm, capisco. E vi siete rivolte a chi, esattamente?»

Intervenne Lia: «L’agenzia di via Callisto».

«Ma poi abbiamo deciso di tenerci la lavanderia.»

Mariangela girò attorno al banco e andò a mettersi dietro al registratore di cassa.

Per lei, la questione era chiusa.

Salutò a denti stretti: «Arrivederci».

*

Via Callisto era di strada; l’insegna si estendeva su quattro vetrine. Sirio si fermò a studiare gli annunci ordinati per categorie: vendita di immobili residenziali, bandi d’asta, locali in affitto, settore commercio.

Entrò.

I due di prima non c’erano. Varie scrivanie vuote. Una segretaria spigliata dal sorriso perfetto disse «Buongiorno» e si alzò.

Stretta di mano energica da donna in carriera. Chiese se poteva essere utile.

«Qualche informazione.»

Sirio prese posto di fronte a lei, sorrise e accavallò le gambe.

«Devo fare degli investimenti.»

Il sorriso già perfetto della segretaria migliorò ulteriormente.

«A cosa sarebbe orientato?»

«Direi… sul commerciale.»

«Oh, abbiamo una vasta gamma,» le tremò la palpebra, forse un tic. «Qui vicino, un locale a tre vetrine in vendita. Prima era un esercizio di generi alimentari ma si presta molto bene a…»

«No, no…» Sirio agitò le mani in maniera convinta, sfoderò un sorriso da ingenuo furbetto navigato. «Mia sorella, a Roma, gestisce una lavanderia. Sa, di quelle dove le macchine fanno tutto da sole e la sera vai a svuotare la gettoniera. Le va molto bene, me la consiglia. Insiste!»

«Vuole acquisire una gestione?»

«Ecco, sì, brava. Lei se ne intende. Per me è un campo nuovo. Avete qualcosa?»

«Lavanderia, dunque,» sbirciò dei prospetti sul tavolo, agitò il mouse fissando il computer. «No, mi dispiace.»

«Ah,» Sirio si finse deluso. «Al momento niente, quindi. Nel prossimo futuro?»

«Lo escludo. Però, se vuole lasciarmi i suoi recapiti, nel caso…»

«Oh,» Sirio si toccò frettolosamente le tasche. «Al momento non ho un biglietto, ma ripasserò. Moolto volentieri.»

Lo sguardo che accompagnò l’interminabile “o” avrebbe lusingato perfino la brutta strega con la mela. Sirio, in aggiunta, fece l’occhiolino apertamente.

Lei si alzò e gli porse la mano: languida stretta di donna insicura.

Sirio arrivò in facoltà con quindici minuti di ritardo.

L’ascensore era in salita e davanti alle porte si era formata la fila.

Affrontò i gradini due per volta fino al quarto piano.

*

Due agenti immobiliari invitano insistentemente le titolari di un esercizio commerciale a vendere la licenza di esercizio.

Eccesso di zelo?

Facile supporre che i due mirassero semplicemente al ricavo minimo e immediato di una “acquisizione” per l’Agenzia e del relativo tornaconto percentuale per gli Agenti. Ma l’ipotesi veniva smentita dalla segretaria sorridente, che non aveva in agenda, né prevedeva in futuro, l’offerta di vendita di un esercizio commerciale di lavanderia.

Allora agivano in proprio?

Insolito, ma possibile che due funzionari infedeli approfittassero delle occasioni offerte dalla posizione aziendale per scopi personali. In questo caso, però, dovevano già avere l’acquirente.

Aveva modo di scoprirlo?

La maniera più sicura per ottenere risposte, è di fare la domanda giusta a chi, appunto, conosce la risposta.

*

Mercoledì la giornata era ombrosa. La tenda a fasce bicolori era stata ritirata. Pochi clienti sedevano all’interno. Sirio doveva arrivare in facoltà alle nove e trenta, con la lavanderia che apriva alle nove: il tempo era tiranno, quel giorno. Consumò il suo cappuccino ben caldo e la brioche ripassata al microonde, scambiò qualche parola con Osvaldo,

Dalla vetrina riconobbe la Smart di Mariangela. Avrebbe preferito la sorella, che era più malleabile. Ma pazienza.

Era cominciato a piovere, goccioline lievi formavano una foschia rarefatta nell’aria. Tirò su il cappuccio impermeabile e attraversò la strada.

Mariangela rispose freddamente al saluto e aggiunse di fretta: «Devi ripassare domani, i tuoi indumenti non sono pronti».

Sirio aveva poco tempo e non voleva sprecarlo.

Entrò una signora trafelata, carica di grosse buste di plastica.

«Mariangela, ti prego, vado di corsa,» prese a distribuire indumenti sul banco.

Mariangela andò a etichettarli, mentre la cliente raccontava di aver lasciato soli in casa i due nipotini di tre e quattro anni, tanto buoni… ma, sapete com’è coi bambini, può succedere di tutto. L’altro ieri, per esempio…

Sirio era sul punto di lasciar perdere e andarsene.

Pioveva grosse gocce, adesso. Scorse di là dalla strada Lia che si rifugiava nel bar. Uscì e attraversò.

«Osvaldo, servici al tavolo,» chiese subito al ragazzo del bar. Passò la mano sotto il gomito di Lia e la guidò verso il primo tavolino libero.

«Chi è l’acquirente?» le domandò a bruciapelo, occhi negli occhi.

«Be’, se Mariangela te ne ha parlato, posso dirtelo.»

Sirio si guardò bene dallo smentire qualsiasi fosse la conclusione della ragazza.

Mariangela tirò fuori dalla borsetta un biglietto da visita: “Avv. Marco Malbruto, indirizzo dello studio, e-mail e telefoni”.

«Non so se sia l’acquirente, ma quei due insistono che dobbiamo incontrarlo. Non è strano?»

«Certo che è strano.»

«Che dobbiamo fare?»

Arrivò Osvaldo con l’ordinazione di Lia. Posò tazza e piattini davanti a lei.

«Direi niente, al momento.»

«Anche Mariangela dice così. Aveva anche buttato il biglietto da visita, ma io l’ho ripreso. Mi sembra così stramba tutta questa faccenda, che mi fa paura.»

«Vedrai che la risolviamo,» la rassicurò.

*

Con la ragazza si era mostrato sicuro, ma qualsiasi idea gli venisse, andava a imboccare un vicolo cieco. Durante un intervallo fra le lezioni chiamò l’amico poliziotto.

«Aldo, mi serve un piacere.»

«Dimmi.»

«Avvocato Malbruto, ti dice niente?»

«Niente di niente. Ma perché non la finisci con gli indovinelli e mi racconti di che si tratta?»

«Mi sto muovendo a tentoni e non voglio farti perdere tempo su piste inesistenti. Se trovo qualche inghippo giuro che sarai il primo a saperlo.»

Crescenti sospirò: «Va bene, vediamo se qualche amico ha avuto a che fare con questo Malbruto. Ti richiamo».

*

Alle sette, quando Sirio uscì dalla facoltà, era spiovuto, ma nuvoloni spessi e scuri nascondevano il sole al tramonto. Si avviò verso casa sull’asfalto lucido di pioggia, le pozzanghere riflettevano le insegne colorate dei negozi e le plafoniere stradali. Avvertì la vibrazione nella tasca del giaccone e rispose a Crescenti.

«Quell’avvocato,» disse il poliziotto, «niente di particolare sul suo conto. In tribunale cura esclusivamente procedimenti su ricorsi aziendali. Adesso puoi spiegarmi perché ti interessi a lui?»

«Oh, meglio così. Si vede che mi erano arrivate voci sbagliate.»

«Che genere di voci?»

«Oh, non vorremo metterci a ragionare sulle calunnie. Ti devo un favore.»

Sirio chiuse la comunicazione.

*

Gli sembrava di girare per luoghi sconosciuti di notte, con la luna che giocava a nascondino tra le nuvole. A momenti vedeva qualcosa, poi buio di nuovo. Il ritornello era lo stesso: due sorelle inesperte sondano la convenienza di vendere l’attività, poi decidono di tenerla. Agenti immobiliari le incalzano per convincerle a disfarsene. I quali agenti, però, non hanno un incarico ufficiale, e nemmeno agiscono in proprio; però le sollecitano a rivolgersi a un certo avvocato.

A meno che…

Sirio, cammin facendo, era all’altezza della lavanderia. Prese lo smartphone per richiamare l’amico Crescenti ma si fermò. Dallo sportello di una Mercedes accostata al marciapiede opposto stavano sbocciando le gambe più belle della settimana. A seguire, sopra lo scollo dell’impermeabile griffato, il sorriso ammiccante e lo sguardo seducente della signora Malbruto.

Perché non chiedere a chi sapeva?

Sirio aveva sentito un aneddoto popolare, una volta. Se una donna dice no, vuol dire ni. E se dice ni, intende sì. Gli occhi della bella moglie dell’avvocato erano già alla fase NI. Una piccola sollecitazione poteva aprire paradisi.

Accelerò e la raggiunse in tempo per tenerle la porta vetrata del bar.

«Grazie,» il sorriso superò la soglia angusta del Ni, scivolando verso una suadente, sfacciata Esse, che sapeva già di Sì. «Che cavaliere. Ne esistono ancora?»

«Nessuno sarebbe rimasto indifferente. Mi permetta di tenerle compagnia, mentre aspettiamo l’avvocato.»

«Ma certo, professore, perché no?»

Osvaldo, il gran pettegolo, si finse assorto ad ammirare le bottiglie di super alcolici allineate sulla mensola più alta.

Ma tutto sommato gli aveva fatto un piacere: meglio giocare a carte scoperte. Sirio indicò i tavolini e si fece da parte per lasciarla passare.

«Sai,» la signora appoggiò la borsetta sulla sedia libera. «Ho notato le tue attenzioni, l’altro giorno.»

Era l’approccio che Sirio, in un altro momento, avrebbe desiderato. Ma adesso era interamente proteso a sbrogliare il nodo della lavanderia.

L’aiutò a togliere l’impermeabile e presero posto. Ordinarono gli aperitivi.

Osvaldo sembrava un maggiordomo di casa reale: inespressivo e dignitoso.

«Tuo marito è un uomo fortunato,» disse Sirio.

«In che senso?»

«Una donna come te. Una professione invidiabile. Oh, ma non mi sono ancora presentato, mi chiamo Sirio.»

«Gloria. So che insegni.»

«Criminologia.»

«Com’è che si chiama quella vostra materia sul linguaggio del corpo?»

«Cinesica.»

«Le tue occhiatine dell’altra mattina, mi ero illusa di interessarti. Devo dedurre che mi studiavi?»

«Mi interessi molto, in effetti. E non come materia didattica.»

Un guizzo malizioso degli occhi: «Sai, penso che una donna possa sentirsi… bloccata, a stare con un uomo che può leggerle i pensieri».

Sirio sorrise: «Non è così semplice leggere i pensieri».

«Oh,» ridacchiò lei. «Quindi qualche scappatella se la possono permettere anche le mogli dei mentalisti?»

Sirio rise con lei: «Ma certo, come tutti, naturalmente. Però…»

«C’è un però?»

«Be’, chi conosce le regole può applicarle a proprio favore. Per mentire in maniera abbastanza convincente, intendo. Nel contempo è agevolato a individuare le bugie del partner.»

«Non avrei scampo, allora. Be’, caro professore,» gli appoggiò la mano sul braccio in maniera confidenziale e allegra. «Mi conviene rimanere con mio marito, allora.»

Guardò alle spalle di Sirio: «Ma eccolo che arriva».

L’espressione dell’avvocato Malbruto era di pura curiosità. Sorrise in risposta al sorriso della moglie.

«Marco, il signore è un professore universitario, mi ha tenuto compagnia mentre ti aspettavo.»

Tornò serio per stringere la mano a Sirio.

Prese posto assieme a loro e ordinò un Aperol.

«Sa avvocato, parlando con la sua signora, pensavo di passare a trovarla, uno di questi giorni, per una mia idea di investimento.»

«Investimento?»

«Già. Dispongo di una certa somma e mi dispiace vedere che si deprezza con l’inflazione. Parlandone in famiglia, ero arrivato all’idea di investire in una lavanderia. Sa, di quelle a gettoni. Capisce il motivo, non avrei da gestire del personale. Ce n’è una proprio qui di fronte.»

L’avvocato e la moglie si voltarono d’istinto. Sirio concentratissimo a sorprendere la minima reazione dell’avvocato.

«Mah, non saprei. Comunque, se vuol passare a trovarmi faccia pure.»

Nessuna reazione visibile.

Eh, la cinetica non è una scienza esatta!

Malbruto sorseggiò l’aperitivo. Fece scricchiolare sotto i denti un pugnetto di noccioline. Prese dal taschino un biglietto da visita e lo porse a Sirio.

«Ecco i miei recapiti. Telefoni, prima. Potrà prendere appuntamento con la segretaria.»

Sirio ringraziò. Alzandosi fu tentato di fare il baciamano a Gloria, poi si limitò a sorriderle.

«Scusatemi, devo andare.»

*

Giovedì mattina una nebbia da bonaccia di scirocco rimaneva attaccata al terreno, offuscando i contorni e assorbendo i rumori. Sirio si diresse al solito bar riconoscendo i punti noti, man mano che apparivano. La tale ringhiera, il tal albero, la tale casetta rosa. Il solito bar gli si parò davanti solo quando gli fu quasi addosso.

Il piccolo bluff della sera prima – mostrarsi interessato alla lavanderia – era andato a vuoto. O Malbruto era troppo navigato per scoprire le carte, oppure non era affatto interessato all’acquisto. Restava la certezza che i due dell’agenzia lo avevano nominato alle sorelle, incalzandole peraltro a rivolgersi proprio a lui.

Sirio ordinò e andò a sedersi.

Giocherellò con lo smartphone, poi si decise.

«Aldo.»

«Sirio, dimmi.»

«Questo avvocato Malbruto… puoi ricavare un elenco dei suoi clienti?»

«Ahi. Sai che non posso interrogare i database senza un foglio firmato da un magistrato.»

«Non ti chiederei mai un atto illegale, lo sai.»

«E allora?»

«Puoi interrogare qualche collega che interroga i database. Quante risate ci siamo fatti per i casi sghimbesci che ti capitavano davanti al computer dell’ufficio? E non dirmi che fra voi non ne parlate…»

Bastava un mezzo bicchiere in più di Sangiovese Superiore per spedire il termometro dell’allegria di Aldo a quaranta e quello della logorrea a quarantadue. Aldo aveva un’ottima memoria e una rara capacità di correlazione cross-modale: un fiuto per le ricorrenze che si incontrano in contesti diversi. Gli bastava un nome in un fascicolo di furto perché nel suo cervello si accendesse una spia quando mesi dopo lo ritrovava in una visura fallimentare.

«Si dice il peccato, non il peccatore. Ho mai fatto nomi?»

«No. Ma questa volta mi servono proprio quelli. Giuro che ne farò un uso personale. Solo pochi grammi per una sniffata, diciamo.»

La battuta non fece ridere l’amico, che comunque rispose: «Vedrò che posso fare. Ma prendo sul serio il tuo giuramento, mi dirai il perché di tutto quest’interesse per l’avvocato.»

Sirio gli rispose «Vostro Onore lo giuro» e si lasciarono.

*

Venerdì alle quattro del pomeriggio Sirio uscì dalla facoltà frustrato da cinque ore di interrogazioni d’esame a studenti che avevano tentato la sorte. La commissione aveva avuto ben poco da valutare. La maggior parte dei candidati avrebbe usufruito di tempo ulteriore per apprezzare le materie d’esame.

Alle cinque, spinto giù per l’esofago un tramezzino senza sapore, Sirio sbucò in piazza Garfagnana da via Setteventi. Le colonnine sotto l’insegna sconosciuta della Bi-Oil si tenevano strette in uno slargo del marciapiede. Il casotto esibiva sigle sovrapposte di writer tracciate con spray di vari colori. La tabella mostrava prezzi eccessivi per tutti i carburanti e mancava qualsiasi addetto, in tuta dei colori societari o clandestino, che si occupasse del servizio. Le macchine parcheggiate davanti negavano qualsiasi intenzione di rifornirsi.

Sirio attraversò verso l’edicola dei giornali giusto di fronte. L’edicolante, seduta a uno sgabello fra ombra e sole accanto all’espositore esterno, chattava molto concentrata. Un ciuffo di capelli le ricadeva davanti alla faccia.

«Funziona quel distributore?» chiese Sirio, fingendo di cercare una rivista.

«Io non ci vedo mai nessuno. Forse di notte ci si fermerà qualche disperato col rosso fisso. Che cerca?»

«Il numero ventidue di Caccia e Pesca.»

Aveva in mano il 34.

Si era alzata. Lo guardò storto.

«Se vuole glielo ordino.»

«Come? Ah, no, no, grazie.»

Sirio si girò per andarsene.

«Ma guarda che tipo,» la senti che borbottava

*

In via Soldiretto, Sirio si accorse di essere passato oltre. Cercava un’insegna che invece non c’era, così fu costretto a tornare indietro.

Non c’era vetrina e non c’era porta. Solo tre gradini in salita e macchine automatiche per snack e bevande spalla a spalla lungo le pareti. Due ragazzotti con i piercing, i tatuaggi sulla tempia e le magliette fuori misura bevevano Peroni dalle bottiglie seduti sugli scalini. Oltre i vetri dei distributori vedeva merendine allineate pressoché per tutta la lunghezza delle scansie e ne dedusse o che erano state rifornite da poco o che lo smercio era irrisorio. Fece precipitare nello sportello a ribalta una bottiglietta d’acqua minerale e uscì.

Sul marciapiede, sorseggiando, notò la scritta alla finestra subito sopra il self service: “Sartoria accurata – Riparazioni veloci”. Si ripeteva uguale su una targa accanto al portone. Ma qui era stato sovrapposto un secondo cartello: “Cedesi Attività”. Sirio suonò al citofono.

La vecchia sarta indossava uno scialle lavorato a mano, come Sirio ricordava sulle spalle della nonna. Alla macchina per cucire la giovane non sollevò nemmeno gli occhi.

Probabilmente l’anziana si aspettava una busta abbastanza grande per un capo da aggiustare, che invece Sirio non aveva.

«Mi dica.»

Lui si sentì a disagio. La carta da parati che forse era stata gialla ed era marrone, l’affumicato sopra il radiatore, la ragazza che quasi non respirava dietro all’ago che andava da solo e l’espressione delusa dell’anziana gli fecero strappare il bottone allentato dalla tasca interna del giaccone, che le mostrò a palmo aperto.

«Avrei bisogno di questo piccolo intervento,» disse, con un sorriso vergognoso.

«Venga dentro.»

L’anziana l’aiutò a sfilarsi il soprabito e inforcò gli occhiali a mezzaluna, sedendosi a una seggiola impagliata con le gambe segate.

Da fuori venne un vociare. Durò poco. Un motorino smarmittò allontanandosi.

«Quest’esercizio qui sotto dev’essere un richiamo per la ghenga,» buttò lì Sirio.

L’anziana sollevò le pupille sopra gli occhiali.

«Ma no, anzi. Non capisco che ci ricavino quelli che hanno messo quelle macchinette. Una strada come questa… che non ci passa mai nessuno.»

Si alzò e gli porse il giaccone.

«Ecco qua, ho rammendato anche lo strappo dell’asola.»

«Mi dica quant’è.»

«Ma niente… ci son voluti due secondi.»

Arrivò alla porta accompagnato dal ronzio di zanzara insistente della macchina della ragazza. Uscì portandosi dietro quel senso di vergogna provato all’inizio.

 *

Quando Sirio arrivò all’autolavaggio a gettone di via Roccabrulla, il sole faceva capolino dai palazzi più bassi. Metro più metro meno quel pomeriggio aveva percorso a piedi una decina di chilometri. Si fermò a una certa distanza a valutare l’insieme.

Due rulli sotto una tettoia, quattro vani separati da pannelli opachi con altrettante colonnine per gli aspirapolvere, uno spazio attrezzato con gli strizzatoi per le pelli di asciugatura, una garitta col vetro rotto alla finestra, una macchina automatica per il caffè con la scritta “Guasta”. Nell’angolo più lontano e meno illuminato un’unica autovettura dimenticata senza ruote, appoggiata su quattro blocchetti di cemento.

A questo punto non aveva bisogno di ulteriori conferme. Raggiunto lo scopo, poteva considerare conclusa la pratica.

Il carretto dei fiori metteva tristezza almeno quanto la sartoria.

L’ometto dai tratti sud asiatici seduto a una sediola pieghevole, rispose alla sua occhiata con un sorriso speranzoso.

Sirio si avvicinò.

«Cosa desidera?» chiese l’uomo, con una voce sottile.

«Due mazzi di rose.»

«Due?»

Il sorriso della dea Laksmi lo illuminò.

«Come?»

«Rosse.»

«Quante?»

«Sette e sette.»

Il sorriso superò il divino, tendendo al sublime.

Sirio non aveva bisogno di ulteriori conferme. Eppure chiese:

«Viene mai nessuno a lavare la macchina, lì di fronte?»

«Tutto rotto. Forse sei mesi. Nessuno ripara. Sta così.»

CVD.

Si ricordò Sirio una sigla che non usava più dal liceo: Come volevasi dimostrare.

Pagò i fiori, rifiutando il resto.

*

Mariangela si stava arrotolando una sigaretta con lo sportello della Smart aperto, mentre Lia finiva di abbassare la serranda.

«Posso?»

Le piazzò Sirio le rose davanti, nascondendo l’altro mazzo dietro la schiena.

«Per me? Oh…»

«Per voi,» sorrise Sirio andando alla Smart.

Mariangela non sorrise.

«Grazie,» disse, semplicemente.

Lia prese Sirio sottobraccio.

«Tanta gentilezza merita almeno un caffè,» lanciò un’occhiata veloce dall’altra parte della strada, avviandosi.

Lo teneva stretto, e scendendo dal marciapiede, come ricordandosi, si voltò per gridare alla sorella: «Tu non vieni?»

Mariangela li raggiunse davanti all’ingresso ed entrarono assieme.

Lia, con l’entusiasmo della ragazzina che ha ricevuto la sua prima Barbie, disse a Osvaldo, senza rallentare: «Ci sediamo lì in fondo».

«Che bello,» si sedette e afferrò la mano di Sirio. «Professore, ti amo.»

Mariangela appoggiò i fiori sul tavolo.

«Mi lavo le mani,» si infilò nella toilette.

«Come mai i fiori?» chiese Lia, più seria e indagatrice.

«Per festeggiare.»

Divenne seria del tutto.

«Abbiamo poco da festeggiare, io e mia sorella. Invece di quei due dell’agenzia, nel pomeriggio sono entrati due tatuati. Avessi visto che facce.»

«Anche loro vi hanno detto di andare da Malbruto!»

«Come lo sai?»

«Lo so. E un giorno, con calma, se vorrai, ti racconterò come stanno le cose. Adesso non è il caso,» accennò verso Osvaldo dietro al bancone.

«C’entra anche lui?»

«Ma no, poveraccio. Ha solo la lingua troppo lunga.»

«Uhm. E secondo te che dovremmo fare?» bisbigliò.

«Andare da Malbruto.»

«Anche tu,» scosse la testa. «E poi?»

«Aspettare una telefonata.»

Lo fissò come se vedesse un pazzo.

Uscì Mariangela: «Di che parlavate?»

Lia fu svelta: «Ma niente, cose nostre».

La smorfia che rivolse alla sorella, mentiva su un’intesa fra lei e il criminologo.

Consumarono gli stuzzichini e uscirono. Osvaldo ringraziò Sirio per la mancia.

*

Una settimana dopo, giugno era entrato con irruenza e c’era già chi faceva escursioni in riviera, Aldo chiamò Sirio e presero appuntamento al solito pub.

Si facevano riservare una panca dietro a un separé.

Aldo arrivò per primo, e quando arrivò Sirio si era già scolato il primo calice. Due bottiglie del loro Sangiovese erano in attesa.

«C’è un motivo?» Sirio le indicò.

«Avevi fatto un giuramento, ricordi?»

Sirio si mise a ridere: «Come se tu non ne sapessi niente».

«Come l’hai scoperto?»

«Ci voleva poco. Scommetto che ti sei portato dietro la registrazione.»

Aldo incassò la testa fra le spalle: Che ci vuoi fare!

«Be’, fammela sentire.»

«Prima bevi,» gli riempì il calice.

Si guardarono negli occhi e li sollevarono assieme.

Fresco e profumato al punto giusto. Superata la lingua, scaldava.

Aldo, sornione, fece rotolare ogni parola per un tempo interminabile: «Come se tu non sapessi quello che hai fatto e detto».

«E va bene,» ammise Sirio. «Lo so. Però mi fa sempre un certo effetto sentire la mia voce intercettata dalla polizia italiana.»

Aldo si guardò attorno da cospiratore.

«Davvero?» si stava divertendo.

Appoggiò lo smartphone sul tavolo.

«Devo partire da quando ti ho passato l’elenco che mi avevi chiesto su Malbruto o me lo risparmio?»

«Risparmialo. Vai direttamente al clou.»

Aldo, dispettoso, impiegò quasi cinque minuti a mandare giù un sorso. Altri cinque a cercare la registrazione – che sicuramente aveva pronta sullo schermo – e almeno due a dare l’invio.

La voce di Mariangela: “Capitano, mi dica”.

La voce di Sirio: “Fingi di ascoltare. Conta fino a cinque e poi dì nel telefono: Capitano, è proprio necessario?

Dopo cinque secondi Mariangela ripetette: “È proprio necessario?”

Di nuovo Sirio: “Molto bene. Fingi di ascoltare per almeno dieci secondi. Poi dì: Va bene, farò come dice lei, capitano. E chiudi la conversazione. A questo punto recita bene. Ti ricordo cosa devi dire a Malbruto: La Guardia di Finanza ha voluto i registri contabili della lavanderia e vuole incontrarmi per chiarimenti”.

Aldo batté la mano a palmo aperto sul tavolo.

«Magistrale,» si mise a ridere. «Prevedevi che Malbruto sarebbe scappato a gambe levate davanti alla parola GdF.»

«So che nessuno è più passato dalle mie amiche a intimidirle. A me questo interessava. Indagini e arresti sono affar vostro. Ma tu, quando hai capito?»

Aldo fece rotolare il vino nel calice, lo studiò in controluce. Lo sciabordio doveva avere per lui lo stesso richiamo del mare d’agosto, quando sudi in cima a uno scoglio. Mandò giù e Sirio tornò a riempire. Le gote di Aldo, infine, avevano lo stesso colore del vino e le pupille lo stesso sfavillio del cristallo.

«Ti conosco bene amico mio,» la voce del poliziotto sembrava masticare a fatica. «Già dalla prima telefonata sul pizzo in Romagna ti sei ritrovato il telefono sotto controllo.»

Calici si sollevarono e toccarono.

«Mi hai pilotato?» chiese Sirio.

«Ma no. Anzi, sono convinto che tu avessi previsto sia le tue che le mie mosse.»

«E adesso?»

«Abbiamo scaricato la patata bollente sulla GdF.»

«Finirà in galera nessuno?»

«Bof,» scosse le spalle il poliziotto. «Come se tu non lo sapessi. È tutto legale. I due balordi dell’intermediazione intermediavano, l’avvocato svolgeva un incarico onesto, la Holding SM & C, che detiene gli esercizi che hai visitato, presenterà bilanci limpidissimi e si affretterà a fallire, prima che si possa accertare come autolavaggi inattivi, rivendite automatiche di merendine senza insegna e distributori di carburanti inutilizzati incassassero migliaia di euro al giorno di denaro riciclato.»

«Be’, mi consolerò pensando di aver salvato Lia e Mariangela.»

«Soprattutto Lia.»

Il poliziotto ammiccò, da canaglia che sapeva.

Sirio sollevò la spalla e inclinò la testa: Così gira il mondo!

Alzò il calice per l’ultimo brindisi della serata. Aldo accostò il suo con la faccia arrossata e gli occhi brillanti; e Sirio, da vera canaglia, fece tintinnare i cristalli un tantino troppo forte. Quanto bastava per trasferire una macchia viola di Sangiovese sulla camicia immacolata dell’amico.


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