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L’oblò
«Le bambine spariscono, è
normale,» bisbigliò la prima voce di donna.
«Non è
normale,» replicò la seconda.
«Invece
sì, se la madre dice a lei di stare sempre nascosta,» insistette la prima.
«Ieri, poi, dove lei finita?»
«Nel sacco
della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»
«Sacco
legato, e lei dentro?»
Si
sforzavano di parlare italiano, ma entrambe le donne erano straniere. Venivano
da paesi diversi, si capiva dalle inflessioni e dai verbi sbagliati. La prima
poteva essere dell’est; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del
sud.
«Come
possibile? Chi avrebbe fatto questo?» rincarò la prima voce, che veniva
dall’est.
«La caporala.
Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava
rancore e paura.
«Anche ai
piani, lei fiuta tutto.»
«Sì.
Anche ai piani.»
«Vuoi che
io va giù? Che guarda se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.
«Sì, Wanda,
per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.
Una terza
voce congelò il ripostiglio del piano.
«Professor
Bonanni, necessita di qualcosa?»
Sirio,
nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del
ripostiglio.
«Buon
giorno signora Irina,» si erano già incontrati, e il nome era sulla targhetta
spillata al petto della divisa azzurra. «Mi godevo il vostro bel mare.»
La
finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare
merlata rimandava bagliori puri di luce.
Tipica
bellezza della sua terra natia, Irina: la Polonia, o forse l’Ucraina. Bionda, i
capelli raccolti in un tuppo moderno di treccine elaborate. Nella sua posizione
doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che si appoggiava
all’albergo. Naso diritto, con le narici leggermente divaricate, quasi
dispettose; rossetto rosa che falliva il tentativo di nascondere la passione
turgida della bocca. I suoi occhi azzurri, in quel momento, si domandavano
perché, oltre l’ascensore da cui era appena sbarcata, le porte delle camere
fossero tutte chiuse e nessun carrello di servizio stazionasse nel corridoio.
«Cerca
l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio
dell’accappatoio che le avevo chiesto.»
Sospinse l’anta,
che cigolò leggermente.
Dalla
semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse
fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite, un accappatoio
candido.
Passò fra
loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.
La camera
di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo, sulla destra, davanti all’uscita di
sicurezza vetrata da cui si scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia. Una
distesa brullo ocra di piatta paglia.
«Lei,
Irina, lavora qui da molto?» chiese Sirio, seguendo la cameriera di colore e
inducendo la governante a seguirlo. Con la coda dell’occhio sorprese il
movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda – che imboccava le scale in
discesa.
«Dodici
anni.»
«Parla
molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»
«Kiev.»
«Oh,»
Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo,
intendo.»
Irina si
lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.
La
giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera. Sirio arrivò
alla porta verde, con la barra a spingere verde.
«Deve
esserle sembrata molto diversa… ostile? Questa terra, all’inizio.»
Irina
sorrise.
«Qualsiasi
mondo è ostile, all’inizio.»
Sirio acconsentì
con un leggero cenno pensoso.
«Le sue
mansioni? Capo del personale, immagino.»
La donna
non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non
rispose.
«Deve
averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata.
D’inverno l’albergo sarà deserto.»
Lei non
capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.
«Oh, fino
a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle
richieste.»
La
cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo
riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che
Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.
“Hai
trovato mia figlia?”
“No.”
Irina si
rivolse alla cameriera di colore: «Hai finito, qui?»
«Sì,
signora.»
«Allora
vai di sopra.»
Voce
cortese, come si confà in un albergo di categoria.
Alla base
della struttura d’acciaio della scala antincendio, Sirio notò un movimento nel
piccolo recinto delimitato da un grigliato metallico. Dei bassi cipressi
chiudevano la visuale.
«Avrete
bisogno di molta acqua, in una struttura così grande.»
La
domanda doveva suonare strana, e Irina si soffermò a soppesare per qualche
momento quello strano cliente che poneva strane domande.
«Abbiamo
un pozzo artesiano,» rispose infine. «È molto profondo. Pensi che attingiamo
acqua potabile. Guardi, è proprio lì dentro.»
Indicava
il recinto coi cipressi e Sirio chiese: «Sarà certamente ben chiuso. Sa, i
bambini si infilano dappertutto».
«Bambini?»
si sorprese Irina.
Una donna
con i capelli rossi e un pareo legato in vita uscì lestamente dal recinto e si
avviò verso le piscine.
*
La giovane mamma francese
che alloggiava nella 451 aveva la voce stridula. La sera precedente, e poi durante
la notte – per lunghi momenti apprensivi – e poi ancora quella stessa mattina,
aveva perforato la parete divisoria con la 453, prima che lei e la sua bambina
di più o meno quattro anni – che si chiamava Isabelle – uscissero nello stesso
momento in cui Sirio chiudeva la camera.
«Comment
va votre petite fille?»
«Parlo
italiano,» aveva sorriso lei. «Mi chiamo Juliette.»
Sirio le
aveva stretto la mano, presentandosi a sua volta col solo nome; quindi aveva sorriso
a Isabelle.
«Come
sta?» aveva ripetuto in italiano. «L’ho sentita lamentarsi, nella notte.»
«Una
febbre. I bambini… succede. Ma adesso sta bene, vero Isabelle?»
Juliette
era una rossa naturale. Le lentiggini, a dispetto di qualsiasi grado di
protezione, risaltavano sul volto arrossato dal sole salentino di agosto. Occhi
verdi, esaltati da pochissimo trucco. Labbra atteggiate a un bacio perenne. Indossava
un pareo trasparente annodato in vita.
Avevano
percorso assieme il corridoio. Lei gli arrivava alla spalla.
A Sirio
era parso indiscreto chiederle se fossero sole, ma bisognava riempire il
silenzio.
«Di che
zona?» le aveva chiesto.
«Marsiglia.»
«Oh, vini
d’eccezione!»
«Lei?» si
era interessata Juliette.
«Oh, io
sono di Roma, ma vivo a Forlì.»
Sirio
premette la chiamata dell’ascensore.
«Et tu
fais quoi à Forlì, en Romagne? Je connais.»
Era
passata al tu e Sirio prontamente si era adeguato.
«Conosci
la Romagna? Io insegno.»
L’ascensore
fu al piano, entrarono.
«Ai bimbi
piccoli?»
«Università.»
La punta
della lingua si affacciò dalle labbra e subito nascose.
«Cosa?»
«Criminologia.»
«Oh là
là!»
La sala
per la colazione aveva due pareti vetrate, ma era in penombra. Fuori invece,
sotto gli ampi ombrelloni drappeggiati, il sole del mattino creava ombre fluide.
Due tavoli, all’interno, erano occupati da coppie di una certa età vestite da
città, uno da un giovane solitario con bermuda colorati e canotta senza maniche.
«Preferisco
fuori,» disse Juliette. «Ci fai compagnia?»
Il
solitario in bermuda agitò le gambe pelose sotto il tavolo. Diede, un piccolo sbuffo
con le dita sul tovagliolo. Si nascose dietro al menu.
Lo spazio
esterno era delimitato da un folto pitosforo. Oltre, oscillavano le chiome slanciate
di palme. La brezza accarezzava gli ombrelloni, qualche cicala, già a
quell’ora, conversava con i vacanzieri che facevano colazione in costume da
bagno.
«Reste
ici!» disse Juliette a sua figlia, tirandola sulla sedia.
Si voltò
e fece cenno a Sirio di seguirla al tavolo da buffet.
Per sé
scelse un pasticciotto leccese, dei fichi fioroni locali, una fetta di melone
giallo e uno yogurt nel vasetto di vetro. Per Isabelle spalmò abbondante miele
sulle fette biscottate, le riempì un bicchiere di succo d’albicocca, e versò qualche
cucchiaio di anellini di cereali in un bicchiere. Sirio chiese al cameriere che
gli portassero al tavolo un cappuccino e una brioche.
La bimba
ubbidiente non si era mossa. La mamma le pose davanti le cose buone che aveva
preso per lei e la invitò a manger toute seule, comme une grande.
Juliette
si gettò in bocca qualche anellino di cereali e lo fece scricchiolare sotto i
denti.
«Un
mentaliste. È vero che leggete i pensieri?» si rivolse con gli occhi
brillanti a Sirio.
«Oh, è
impossibile leggere i pensieri. Si possono cogliere le contraddizioni fra quel
che si dice, o che si mostra volontariamente, e quello che invece il corpo
esprime in maniera spontanea.»
Lei
sbucciò con espressione concentrata un fiorone e imboccò la bambina, che fece
una smorfia: «C’est sucré!»
«Dice che
è smielato,» tradusse per Sirio. Poi riprese il discorso di prima, «Mi vedo la
serie, in TV, quando Isabelle dorme. Non sempre capisco che cosa capisce Patrick
Jane. Per te sarà uno scherzo.»
Sirio
sorrise, lei spezzò in due il pasticciotto, armeggiò per non far colare la
crema, se ne fece cadere una metà in bocca a testa alzata.
Fece una
smorfia: «È bollente…»
Si
affrettò a mandar giù un sorso di succo di frutta.
«Tutto
buono, ma… c’est dangereux, ici,» si mise a ridere, tirando via un
rivolo di crema dal bordo della bocca e succhiandosi a lungo il diro.
«Maman,
pipi!» la guardò supplichevole la bambina.
Juliette
la mise giù dalla sedia: «Va, demande aux serveuses où sont les toilettes».
«La mandi
sola?» si meravigliò Sirio.
«Oh, elle
est autonome,» scosse la mano Juliette. «Sa cavarsela.»
Diede una
pacca al culetto della bimba, che si avviò.
Juliette
fece l’occhietto a Sirio: «E di me, che ti dice il mio corpo?»
Poi si
accorse del tipo con le gambe pelose in bermuda che osservava appoggiato alla
vetrata della sala interna e irrigidì la schiena.
«Non è il
papà di Isabelle,» sorrise Sirio, fissandola dritto negli occhi.
«Oh, solo
un amico.»
Rigidamente,
fece Ciao con la mano a Gambe Pelose.
«Scusa,
devo lasciarti,» esalò verso Sirio, alzandosi per andare incontro a Isabelle
che stava tornando.
*
«Mi scusi,» disse Irina a
Sirio. «Ho del lavoro urgente da fare.»
Con lo
sguardo aveva seguito la donna coi capelli rossi in pareo, che appena uscita
dal recinto coi cipressetti, si era affrettata verso le piscine.
Irina si
avviò a passo veloce per il corridoio, dicendo al telefono: «Vai subito a
chiudere il recinto del pozzo».
Anche
Sirio aveva qualcosa di urgente da fare. Salì a piedi al piano superiore e
scorse la cameriera giovane di colore che spostava il carrello da una porta
all’altra. Bussava e poi, non ricevendo risposta, apriva una camera.
«Mi
scusi.»
Lei
sollevò occhi liquidi neri verso di lui.
«Mi dica,
signore.»
Che
poteva avere, diciotto, diciannove anni?
«Perché
non dà l’allarme, per sua figlia?»
«Oh… ci
ha sentite, prima?» fece una smorfia. «Amina gioca sempre a nascondersi. Lei fa
così.»
Non
occorreva un mentalista per capire che le tremavano le gambe.
«La
caposquadra non sa che lei porta la bambina sul lavoro, vero?»
«No. Mi scaccerebbe.»
La voce
conteneva una supplica: Non mi tradisca.
Sirio era
combattuto. La cosa saggia sarebbe stata di dare l’allarme, ma come poteva
tradire quegli occhi?
«Come ti
chiami?»
«Zahra.»
«Hai il
permesso di soggiorno?»
Terrore
puro, in quel viso sbarcato troppo presto nel nostro vasto mondo opulento.
«No.»
«Da dove
vieni?»
«Senegal,
Dakar.»
«Dove
dormi?»
«Nella pineta,
con altri de mon pays… del mio paese. Ci portano qui la mattina, col
furgone, e ci riprendono quando finisco il turno, me e Amina. Non posso
lasciare la bambina con gli uomini.»
Lo
scenario mostrava la lotta per la sopravvivenza più estrema.
«Ci sono
luoghi molto pericolosi, per una bambina, qui,» disse, ma forse voleva trovare
argomenti a sé stesso.
«I primi
giorni portavo Amina con me, nel carrello, sotto la biancheria sporca. Ma la surveillante…
Irina, lei è sempre in giro a controllarci. Non potevo rischiare.»
Si agitò,
divenne supplichevole: «Signore, io ho bisogno di lavorare. Solo questo».
E questo
chiudeva il cerchio delle opzioni di Zahra.
«Ma per
la bambina, che intendi fare?»
«Amina
torna sempre quando è ora di andare. Tornerà anche oggi.»
«Hai una
sua foto, nel caso la vedessi?»
Lei
esitò, poi gli mostrò il cellulare.
Amina
aveva gli occhi felici, due guance come prugne e piccoli denti brillanti.
Indossava un abituccio giallo con le manicucce a volant.
Sirio
fece di sì con la testa: «Buon lavoro, Zahra».
*
Sirio si godeva il sole sul
petto e le gambe, stemperato di tanto in tanto da una brezza sottile che risaliva
dal mare. A occhi chiusi, con l’ombreggiante del letto da spiaggia abbassato
sul viso, il colorato rincorrersi di voci infantili nella piscina a pochi passi
da lui, oltre la siepe, sembrava distante. Non più uno schiamazzo vacanziero,
ma il gorgheggiare remoto di una cascatella in montagna.
Vista dalla
sua camera al quarto piano, giusto alle sue spalle, la piscina dedicata ai
bambini sembrava l’occhio rotondo, nero e rilucente di un’aquila. Sirio, osservandola
da lassù, si era chiesto cosa avesse spinto i progettisti del resort a scegliere
quella forma e quel fondo così cupo; e perché l’avessero poi bordata con grosse
piastrelle di ceramica bianca. Il risultato era una pupilla smisurata e cieca
rivolta al cielo – e forse era lo scopo – oppure un oblò che si apriva verso il
centro della terra, invitando a immergersi.
Nella
piazzola accanto, su due teli accostati, Juliette e il suo uomo peloso
amoreggiavano. Lui si chiamava Saverio, era del posto e lei l'aveva conosciuto
al bar del paese qualche sera prima. Sirio aveva ricostruito tutto dai loro
discorsi, che si scioglievano lungamente nell'aria calda, fra risatine piccanti
e carezze nascoste. Non facevano altro da quando lei, subito dopo colazione,
aveva scaricato Isabelle alla baby-sitter della piscina e se l'era trascinato
fin lì.
«Non lo
faresti nel furgone della lavanderia?» stava dicendo in quel momento.
Lui aveva
una voce meno sonora, ma stava più vicino, qualche parola delle risposte
comunque arrivava.
«Quando?»
«Adesso,
prima che se ne vada!»
Lui aveva
mugugnato qualcosa e poi: «Un’altra volta?»
Sirio,
non poteva fare a meno di seguire tutto l’evolversi delle avances.
Era
divertente.
«Non ti
piaccio più?» Juliette si era appoggiata sul gomito, il naso impertinente e gli
occhi golosi.
Sirio
sbirciava attraverso le ciglia socchiuse. E lei, per un qualche istinto
femminile, sembrava saperlo. Atteggiò le labbra a un bacio.
Ma forse
il messaggio mirava solo a fare ingelosire l’amante. Infatti lui si girò a
controllare la reazione di Sirio – che continuò a fingere di dormire – e si
tirò su di scatto.
«Andiamo,»
le disse a voce bassa.
Lei
ridacchiò e attraversò di corsa il prato davanti ai piedi di Sirio, per mano al
suo Saverio.
Anche Sirio
aveva notato il furgone, scendendo dopo l’incontro con Zahra. L’oblò della
lavatrice industriale, visto attraverso una lente a grandangolo, campeggiava
sulle fiancate accanto alla scritta: “Lavanderia Mancuso – Torre Muzzo – Lecce”
e ai recapiti telefonici.
In
effetti l’automezzo gli aveva fatto considerare, fra le innumerevoli
possibilità, quella che Amina, legata in un sacco di panni da lavare, fosse
proprio lì dentro.
Rendendosi
conto che il pensiero della bambina diventava ossessivo, si era obbligato a non
pensarci.
Andata
via Juliette e l’amante, aveva chiuso gli occhi. Ascoltava il vocio festaiolo
dei bimbi oltre la siepe. E volentieri si sarebbe lasciato scivolare nel sonno,
in quel rovente mezzogiorno salentino.
«Professor
Bonanni.»
Wanda, la
cameriera dell’est, reggeva sul vassoio un drink che lui non aveva ordinato.
La donna
si chinò, la schiena rigida, per posarlo sulla mensola che sporgeva
dall’ombrellone.
«Io
trovato questo.»
Dalla
tasca del grembiule estrasse un piccolo sandalo di cuoio scuro.
«È di
Amina. Era dentro asciugatrice. Io non detto niente a Zahra. Io non sa cosa
fare, adesso.»
Wanda
aveva le gote arrossate e gli occhi verdi lucidi.
Sirio si
tirò su: «Portami dove hai trovato il sandalo».
Un’ispezione
non è mai tempo sprecato.
La
stretta scala di ferro scendeva ripida fra due muri e una volta incombente di
blocchetti grigi senza intonaco. Ogni passo sembrava un colpo di batacchio
contro la campana sentito dall’interno. Wanda arrivò a una porta tagliafuoco e
la tirò a sé con un gemito del metallo. Quando riuscì ad aprirla, il frullare
pesante delle lavasciugatrici che ruotavano li sospinse indietro. L’aria era densa
di vapore e dell’odore aggressivo e dolciastro dei detersivi industriali.
Si
trovarono in una specie di cattedrale sepolta. Il soffitto altissimo era un
susseguirsi di volte a raggiera. I blocchi di tufo erano a vista. Incastrati fra
loro convergevano al centro. Disegnava allungate stelle di pietra. Il locale era
lungo forse quindici metri, e largo non meno di cinque. Le macchine erano
allineate ai due lati. Cesti enormi di biancheria occupavano in disordine il
centro di quella navata.
«Qui, in
piena stagione, macchine non fermano mai,» disse Wanda, alzando la voce sopra il
ruggito dei cestelli. «E non basta. Noi manda roba anche in lavanderia in
paese. Furgone fa la spola due volte al giorno.»
Un lungo
serpente di neon, sospesi al soffitto, diffondeva una luce bianca, creando zone
d’ombra fra le macchine e le cataste della biancheria. Sirio cominciò a
ispezionare.
La donna ogni
tanto chiamava Amina, ma inutilmente: le macchine la sovrastavano.
«Qual è l’asciugatrice?»
le chiese Sirio.
Wanda
indicò un oblò enorme. La centrifuga era in movimento, un cerchio bianco
ruotava impazzito. Entrambi cercarono lì attorno, chinandosi fra i carrelli.
«Quello
cos’è,» domandò Sirio, indicando un nastro trasportatore fermo.
«Porta a trituratrice
di scarti tessili,» ripose Wanda. «Noi butta dentro lenzuola con buco o macchia.
C’è stemma di albergo sopra, direzione non vuole che noi porta a casa. Dice che
è brutta pubblicità per l’hotel, capisce?»
Annaspò,
quasi l’avesse investita la folata di una bocca di forno.
«Mio Dio!»
Corse
verso la macchina. Si sporse nell’imbuto di carico. Si precipitò allo sportello
di sgombro e lo aprì con uno strattone.
«Non c’è
sangue,» riprese a respirare. Si passò la mano sulla fronte sudata. «Non è
qui.»
«Ma qui
c’è l’altro sandalo,» Sirio si rialzò, dopo averlo sfilato da sotto la porta
tagliafuoco.
«Come
finito lì? Forse bambina buttato via perché cammina male con uno solo?»
«È
un’ipotesi.»
«Oppure lei
tirato calci mentre qualcuno portata via lei?»
«Possibile
anche questo.»
«Adesso
che si fa?»
Lo guardò
e cominciò a scuotere la testa: «Oh no, professore. Polizia no. Grossi guai per
tutti noi. Se viene polizia, noi tutti a casa. Prima, dico io, avvisa sua
mamma. Poi… ragiona professor, se qualcuno portata fuori Amina, solo personale di
albergo può entrare qui. Nessuno vuole male Amina, qui.»
*
Una porta arrugginita
socchiusa attrasse l’attenzione di Sirio.
«Quella?»
chiese a Wanda.
«Là c’è
locale pompe. Serve per spingere acqua su, fino a ultimo piano e alle piscine.
È un posto sporco, pieno di grasso e rumore. Ma c’è un buco... un tubo vecchio
che portava vapore fuori, prima di ristrutturazione. Due giorni fa Amina si era
nascosta lì.»
Sirio entrò.
Tubature trasudavano condensa. Arrivavano, si intrecciavano e ripartivano verso
due cunicoli laterali. A quanto gli era dato capire, l’edificio moderno poggiava
sulle fondamenta di uno antico, una vecchia masseria probabilmente, e quei due
cunicoli angusti, con la pietra a vista e le volte che schiacciavano, non erano
che le intercapedini di areazione delle fondazioni antiche, adattate a ospitare
i visceri tecnologici del resort.
«Perché
proprio qui dentro?» chiese Sirio.
«Lei si
diverte. Da quel condotto si sente tutto,» rispose Wanda. «Si sentono voci di cuochi
in cucina, si sente acqua che scorre. Di là si può andare in tutto l’albergo. Bambina
gioca così, bambina conosce bene stretti corridoi.»
«Si
arriva anche all’esterno?»
«Oh, sì.»
A terra,
nel grasso nero che colava dai macchinari, c’erano delle piccole impronte di
piedi nudi.
In quel
momento, dal condotto buio, arrivò un suono, uno scrocchio metallico improvviso.
E subito dopo un secondo e poi un terzo.
Wanda si
fece il segno della croce alla maniera ortodossa.
«Questo
non è Amina. Questo è qualcuno che chiude grate.»
«Dove
porta questo cunicolo?»
«Verso il
retro,» disse lei. «Dove Irina dice che c’è il vecchio pozzo nero e il
depuratore nuovo.»
Sirio
guardò l'apertura. Era un rettangolo di tenebra che esalava odore di muffa e
polvere antica. Accese la torcia dello smartphone ed entrò.
«Professor,
lei impazzito,» mormorò Wanda.
«Se è
entrata una bambina, posso farlo anch’io.»
Lo spazio
era angusto, doveva procedere con le spalle girate di lato per non tagliarsi contro
le staffe che reggevano i tubi. L’oscurità divenne ben presto assoluta, rotta
solo dai deboli riflessi del cellulare. Ogni centimetro aumentava il senso di
soffocamento. Si voltò, e aveva percorso solo pochi metri. Il rumore metallico
si ripetette, e riprese ad avanzare.
*
Il condotto faceva una curva
secca verso l'alto, trasformandosi in una sorta di camino. Sirio puntò la luce
in su. Una scaletta di ferro era infissa nel muro. Con uno sforzo che gli fece
scricchiolare le vertebre si appese. Puntando i piedi contro le pareti rugose
si arrampicò. Raggiunto col piede il primo piolo cominciò a salire. A circa tre
metri sopra di lui, una grata di aerazione filtrava una luce fioca,
lattiginosa. Arrivato lì, spiò attraverso le fessure. Lo spazio, piastrellato
di celeste, riverberava luminelli iridati. Più avanti acqua scorreva in una
canaletta. Si sentivano voci. Sirio sospinse la grata e proseguì disteso nella
zona piastrellata lungo la canaletta. Capì di trovarsi nell’area di troppopieno
che circondava la SPA, al piano meno uno del nuovo edificio. L'acqua della
piscina, satura di sali e oli profumati, tracimava a ondate regolari proprio
davanti al suo viso, scivolando con un singhiozzo costante verso il condotto di
recupero. Attraverso quel velo liquido e i buchi della griglia vide Juliette. Era
immersa fino alla vita nell'acqua azzurrina, le braccia allacciate al collo di
Saverio. Il riverbero dei fari subacquei disegnava cerchi di luce sulle pareti
di mosaico e sulla pelle nuda dei due. Gli arrivavano le risatine soffocate di
lei e il respiro pesante di lui, distorti dal riverbero dell'ambiente soffocato.
Sirio retrocedette strisciando verso il camino da cui era salito.
*
Il cunicolo antico
proseguiva e lui riprese a seguirlo. Il Clang metallico che l’aveva
allarmato all’inizio risuonò di nuovo, ora più forte e vicino. Sirio aveva la
mano sul tubo e lo sentì fremere, trasmettendogli il colpo d’ariete della
conduttura d’acciaio dilatata dal calore. Non aveva più idea di dove si
trovasse.
Poi una
porticina in tutto simile a quella da cui era entrato lasciava filtrare luce
dallo spiraglio. Passò nella camera vuota, un ambiente quadrato con la volta a
stella altissima. Salì la scaletta di ferro. Appeso alla ringhiera c’era un
abituccio giallo: il vestitino di Amina.
Lo prese.
Di là
dalla porta metallica arrivavano voci di bambini.
Agì sulla
maniglia e uscì. Il sole pomeridiano l’accecò. Stridule voci di bimbi
giocavano, tra sbruffi d’acqua e scalpiccii di piedini bagnati. Una voce adulta
di donna li richiamava: «Buoni, bambini, non vi fate male…»
«Sirio!»
Sirio,
schermandosi, socchiuse gli occhi.
Juliette,
col suo pareo annodato in vita e un cappello di paglia a tese enormi sorrideva.
Abbassò
gli occhiali da sole: «Che bello rivederti. Vado a riprendere Isabelle per
portarla a pranzo. Ci fai compagnia?»
La
piscina circolare si trovava a pochi metri, Sirio la scorgeva attraverso il
varco nella siepe. La baby-sitter, dal bordo, si sbracciava verso i bambini in
acqua.
Stava per
ringraziare di no, quando una voce infantile lo fece esitare.
«C'est
à moi, rends-le-moi!»
Amina e
Isabelle, in costumini identici, una color di prugna matura, l’altra rosata di
latte tenuto al sole, si stringevano per mano nel varco della siepe. Amina
indicava il suo vestitino. Sirio appoggiò a terra il ginocchio e glielo porse.
«Salut
Amina, il était là-dedans,» indicò di averlo trovato oltre la porta da cui
era uscito.
«Le
vestiaire!» fece una risatina la piccola.
Già,
lo spogliatoio! pensò
Sirio.
«Non vuoi
andare dalla tua mamma?» le chiese, in francese
«Non,
il est tôt. Maintenant, on joue avec Isabelle… No, è presto. Adesso gioco con
Isabelle.»
«Allora?»
Juliette gli appoggiò la mano sul braccio. «Pranziamo assieme?»
«Certo,»
Sirio sorrise. «Raggiungo te e le bambine al ristorante fra un minuto. Prima
devo fare una cosa.»
«Capito,»
ammiccò Juliette, arricciando il naso.
Sirio
capì cos’aveva capito. Ma prima della pur urgente doccia, doveva cercare Zahra.
Fece
l’occhiolino a Juliette e si avviò verso il resort.

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