martedì 13 gennaio 2026

L'oblò - Racconto


 

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L’oblò

«Le bambine spariscono. È normale.»

La voce femminile bisbigliata proveniva da una porta socchiusa. Sirio si bloccò sul corridoio del quarto piano.

«Non è normale,» replicò una seconda donna, sempre a bassa voce.

Entrambe parlavano in italiano, ma venivano da paesi lontani. Lo rivelavano le inflessioni e certe pause innaturali tra una parola e l'altra. La prima poteva essere dell’est Europa; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del sud del mondo.

La prima voce insistette: «Invece sì, se la madre dice di stare sempre nascosta».

Sirio trattenne il respiro, mentre la prima donna aggiungeva: «Ieri, poi, dov’era finita?»

«Nel sacco della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»

«Il sacco era legato… e lei dentro? Com’è possibile? Chi avrebbe fatto una cosa del genere?» rincarò la prima voce, che veniva dall’est.

«La caporala. Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava rancore e paura.

«Anche ai piani, lei fiuta tutto.»

«Sì. Anche ai piani.»

«Vuoi che vado giù a vedere se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.

«Sì, Wanda, per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.

Una terza voce congelò il ripostiglio del piano.

«Professor Bonanni, necessita di qualcosa?»

Sirio, nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del ripostiglio per andare incontro alla nuova venuta, appena sbarcata dall’ascensore.

«Buon giorno signora Irina.»

Si erano già incontrati, e il nome era sulla targhetta spillata al petto della divisa azzurra. Dalla porta socchiusa del ripostiglio, adesso, nemmeno un respiro.

«Mi godevo il vostro bel mare,» Sirio sorrise a Irina.

La finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare merlata rimandava bagliori puri di luce.

Irina era una tipica bellezza della sua terra natia: la Polonia, o forse l’Ucraina. Naso diritto, narici leggermente divaricate, quasi dispettose; rossetto rosa che falliva nel tentativo di nascondere la passione turgida della bocca; bionda, con i capelli raccolti in un moderno chignon di treccine elaborate. Nella sua posizione doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che lavorava per l’albergo.

In quel momento, i suoi occhi azzurri si domandavano perché, oltre l’ascensore da cui era appena uscita, le porte delle camere fossero tutte chiuse e nessun carrello di servizio stazionasse nel corridoio.

«Cerca l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio dell’accappatoio che le avevo chiesto.»

Sospinse l’anta, che cigolò leggermente.

Dalla semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite era adagiato un accappatoio candido.

Passò fra loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.

La camera di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo sulla destra, dal lato opposto al mare. Si trovava davanti alla porta a vetri dell’uscita di sicurezza, da cui si scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia: una distesa monotona di stoppie giallastre schiacciate contro la terra brulla

Sirio, seguendo la cameriera di colore, induceva la governante a stargli dietro.

«Lei, Irina, lavora qui da molto?» le chiese.

Con la coda dell’occhio sorprese il movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda – che imboccava le scale in discesa.

La governante guardava avanti. «Dodici anni,» rispose.

«Parla molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»

«Kiev.»

«Oh,» Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo, intendo.»

Irina si lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.

La giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera 453.

Sirio invece proseguì. Sorridendo alla governante arrivò alla porta vetrata che affacciava sulle scale di fuga.

«Deve esserle sembrata molto diversa dalla sua, fors’anche ostile, questa terra, all’inizio.»

Irina sorrise.

«Qualsiasi mondo è ostile, all’inizio.»

Sirio acconsentì con un leggero cenno pensoso.

«Le sue mansioni? Capo del personale, immagino.»

La donna non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non rispose.

«Deve averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata. D’inverno l’albergo sarà deserto.»

Lei non capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.

«Oh, fino a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle richieste.»

La cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.

“Hai trovato mia figlia?”

“No.”

Irina si rivolse alla cameriera di colore: «Hai finito, qui?»

«Sì, signora.»

«Allora vai di sopra.»

Voce cortese, come si confà in un albergo di categoria. La cameriera di colore spinse il carrello verso l’ascensore.

Sirio, alla base della struttura d’acciaio della scala antincendio, notò un movimento.

C’era un piccolo recinto laggiù, delimitato da un grigliato metallico. Dei bassi cipressi chiudevano la visuale.

«Avrete bisogno di molta acqua, in una struttura così grande,» si rivolse a Irina.

La domanda dovette suonarle strana. La governante si soffermò a soppesare per qualche momento quello strano cliente che poneva strane domande.

«Abbiamo un pozzo artesiano,» rispose infine. «È molto profondo. Pensi che attingiamo acqua potabile. Guardi, è proprio lì dentro.»

Indicava il recinto coi cipressi.

«Sarà certamente ben chiuso,» Sirio la fissava preoccupato. «Sa, i bambini si infilano dappertutto.»

«Bambini?» si sorprese Irina.

Una donna con i capelli rossi e un pareo legato in vita uscì lestamente dal recinto e si avviò verso le piscine. Sirio la riconobbe: occupava la camera accanto alla sua. Un uomo aspettava che lei si allontanasse, nascosto fra i cipressetti. Sebbene non potesse vederlo in volto, Sirio immaginò di chi si trattasse.

*

La donna con i capelli rossi che occupava la camera accanto alla sua, la 451, era francese. La sua voce stridula aveva perforato la parete divisoria con la 453 già dalla sera precedente. Poi, durante la notte, Sirio l’aveva sentita rivolgersi apprensiva alla sua bambina, che si chiamava Isabelle. Infine, quella stessa mattina, erano uscite proprio nel momento in cui Sirio chiudeva la porta della propria camera.

«Comment va votre petite fille?» le aveva chiesto.

«Parlo italiano,» aveva sorriso lei. «Mi chiamo Juliette.»

Sirio le aveva stretto la mano, presentandosi a sua volta col solo nome.

«Come sta?» aveva ripetuto in italiano. «L’ho sentita lamentarsi, nella notte.»

La bimba, di circa quattro anni, lo fissava da sott’in su con gli occhi preoccupati.

«Una febbre,» aveva risposto la madre. «I bambini… sa, succede. Ma adesso sta bene, vero Isabelle?»

Juliette era una rossa naturale. Le lentiggini, a dispetto di qualsiasi grado di protezione, macchiettavano il volto arrossato dal sole salentino di agosto. Occhi verdi, esaltati da pochissimo trucco; labbra atteggiate a un bacio perenne. Indossava un pareo trasparente annodato in vita.

Avevano percorso assieme il corridoio. Lei gli arrivava alla spalla.

A Sirio era parso indiscreto chiederle se fossero sole, ma bisognava riempire il silenzio.

«Di che zona?» le aveva chiesto.

«Marsiglia.»

«Oh, vini d’eccezione!»

«Lei?» si era interessata Juliette.

«Io sono di Roma, ma vivo a Forlì.»

Sirio aveva premuto la chiamata dell’ascensore.

«Et tu fais quoi à Forlì, en Romagne? Je connais.»

Era passata al tu e Sirio prontamente si era adeguato.

«Conosci la Romagna? Io insegno.»

L’ascensore era arrivato al piano, erano entrati.

«Ai bimbi piccoli?»

«Università.»

La punta della lingua si era affacciata dalle labbra, per subito tornare a nascondersi.

«Cosa?»

«Criminologia.»

«Oh là là!»

La sala per la colazione aveva due pareti vetrate, ma era in penombra. Fuori invece, sotto gli ampi ombrelloni drappeggiati, il sole del mattino creava ombre fluide. Due tavoli, all’interno, erano occupati da coppie di una certa età vestite da città, uno da un giovane solitario con i bermuda colorati e la canotta senza maniche.

«Preferisco fuori,» aveva proposto Juliette. «Ci fai compagnia?»

Il solitario in bermuda aveva agitato le gambe pelose sotto il tavolo. Aveva dato un piccolo sbuffo con le dita sul tovagliolo. Si era nascosto dietro al menu.

Lo spazio esterno era delimitato da un folto pitosforo. Oltre, oscillavano le chiome slanciate di alcune palme. La brezza accarezzava gli ombrelloni, qualche cicala, già a quell’ora, conversava con i vacanzieri che facevano colazione in costume da bagno.

«Reste ici!» aveva intimato Juliette a sua figlia, tirandola sulla sedia.

Si era voltata e aveva fatto cenno a Sirio di seguirla al tavolo da buffet.

Per sé aveva scelto un pasticciotto leccese, dei fichi fioroni locali, una fetta di melone giallo e uno yogurt nel vasetto di vetro. Per Isabelle aveva spalmato del miele sulle fette biscottate, aveva riempito un bicchiere di succo d’albicocca, e aveva versato qualche cucchiaio di anellini di cereali in un bicchiere. Sirio aveva chiesto al cameriere che gli portassero al tavolo un cappuccino e una brioche.

La bimba ubbidiente non si era mossa. La mamma le appoggiava davanti le cose buone che aveva preso per lei e la invitava a manger toute seule, comme une grande.

Juliette sgranocchiava i cereali e lo fissava.

«Un mentaliste. È vero che leggete i pensieri?» aveva rivolto gli occhi brillanti su Sirio.

«Oh, è impossibile leggere i pensieri. Si possono cogliere le contraddizioni fra quel che si dice, o che si mostra volontariamente, e quello che invece il corpo esprime in maniera spontanea.»

Lei aveva sbucciato con espressione concentrata un fiorone per imboccare la bambina, che aveva fatto una smorfia: «C’est sucré!»

«Dice che è smielato,» aveva tradotto per Sirio. Poi aveva ripreso il discorso di prima: «Seguo la serie in TV, quando Isabelle dorme. Non sempre capisco quel che capisce Patrick Jane. Invece per te sarà uno scherzo.»

Sirio sorrise, lei spezzò in due il pasticciotto, armeggiò per non far colare la crema, se ne fece cadere una metà in bocca a testa alzata.

Fece una smorfia: «È bollente…»

Si affrettò a mandar giù un sorso di succo di frutta.

«Tutto buono, ma… c’est dangereux, ici,» si mise a ridere, tirando via un rivolo di crema dal bordo della bocca e succhiandosi a lungo il dito.

«Maman, pipi!» la guardò supplichevole la bambina.

Juliette la mise giù dalla sedia: «Va, demande aux serveuses où sont les toilettes».

«La mandi sola?» si meravigliò Sirio.

«Oh, elle est autonome,» scosse la mano Juliette. «Sa cavarsela.»

Diede una pacca al culetto della bimba, che si avviò.

Juliette fece l’occhietto a Sirio: «E di me, che ti dice il mio corpo?»

Poi si era accorta del tipo con le gambe pelose in bermuda che osservava appoggiato alla vetrata della sala interna e si era irrigidita.

«Non è il papà di Isabelle,» le aveva sorriso Sirio, fissandola dritto negli occhi.

«Oh, solo un amico.»

Rigidamente, aveva fatto Ciao con la mano a Gambe Pelose.

«Scusa, devo lasciarti,» aveva sospirato a Sirio, alzandosi per andare incontro a Isabelle, che stava tornando.

*

Sirio, ancora assorto dall’uomo che si nascondeva fra i cipressetti al piede della scala antincendio, venne richiamato al presente da Irina.

«Mi scusi, ho del lavoro urgente da fare.»

Irina si avviò a passo veloce per il corridoio, dicendo a qualcuno al telefono: «Vai subito a chiudere il recinto del pozzo».

Anche Sirio aveva qualcosa di urgente da fare. Salì a piedi al piano superiore e scorse la cameriera giovane di colore che spostava il carrello da una porta all’altra. Bussava e poi, non ricevendo risposta, apriva una camera.

«Mi scusi.»

Lei sollevò occhi liquidi neri verso di lui.

«Mi dica, signore.»

Che poteva avere, diciotto, diciannove anni?

«Perché non dà l’allarme, per sua figlia?»

«Oh… ci ha sentite, prima?» fece una smorfia. «Amina gioca sempre a nascondersi. Lei fa così.»

Non occorreva un mentalista per capire che le tremavano le gambe.

«La caposquadra non sa che lei porta la bambina sul lavoro, vero?»

«No. Mi scaccerebbe.»

La voce conteneva una supplica: Non mi tradisca.

Sirio era combattuto. La cosa saggia sarebbe stata di dare l’allarme, ma come poteva tradire quegli occhi?

«Come ti chiami?»

«Zahra.»

«Hai il permesso di soggiorno?»

Terrore puro, in quel viso sbarcato troppo presto nel nostro mondo opulento.

«No.»

«Da dove vieni?»

«Senegal, Dakar.»

«Dove dormi?»

«Nella pineta, con altri de mon pays… del mio paese. Ci portano qui la mattina, col furgone, e ci riprendono quando finisco il turno, me e Amina. Non posso lasciare la bambina con gli uomini.»

Lo scenario mostrava la lotta per la sopravvivenza più estrema.

«Ci sono luoghi molto pericolosi, per una bambina, qui dentro,» disse, ma forse voleva trovare argomenti a sé stesso.

«I primi giorni portavo Amina con me, nel carrello, sotto la biancheria sporca. Ma la surveillante… Irina, lei è sempre in giro a controllarci. Non potevo rischiare.»

Si agitò, divenne supplichevole: «Signore, io ho bisogno di lavorare. Solo questo».

E questo chiudeva il cerchio delle opzioni di Zahra.

«Ma, per la bambina, che intendi fare?»

«Amina torna sempre quando è ora di andare. Tornerà anche oggi.»

«Hai una sua foto, nel caso la vedessi?»

Lei esitò, poi gli mostrò il cellulare.

Amina aveva gli occhi felici, due guance come prugne e piccoli denti brillanti. Indossava un abituccio giallo con le manicucce a volant.

Sirio fece di sì con la testa: «Buon lavoro, Zahra».

*

Sirio si godeva il sole sul petto e le gambe, stemperato di tanto in tanto da una brezza sottile che risaliva dal mare. A occhi chiusi, con l’ombreggiante del letto da spiaggia abbassato sul viso, il colorato rincorrersi di voci infantili nella piscina a pochi passi da lui, oltre la siepe, sembrava distante. Non più uno schiamazzo vacanziero, ma il gorgheggiare remoto di una cascatella in montagna.

Vista dalla sua camera al quarto piano, giusto alle sue spalle, la piscina dedicata ai bambini sembrava l’occhio rotondo, nero e rilucente di un’aquila. Sirio, osservandola da lassù, si era chiesto cosa avesse spinto i progettisti del resort a scegliere quella forma e quel fondo così cupo; e perché l’avessero poi bordata con grosse piastrelle di ceramica bianca. Il risultato era una pupilla smisurata e cieca rivolta al cielo – e forse era lo scopo – oppure un oblò che si apriva verso il centro della terra, invitando a immergersi.

Nella piazzola accanto, su due teli accostati, Juliette e il suo uomo peloso amoreggiavano. Lui si chiamava Saverio, era del posto e lei l'aveva conosciuto al bar del paese qualche sera prima. Sirio aveva ricostruito tutto dai loro discorsi, che si scioglievano lungamente nell'aria calda, fra risatine piccanti e carezze nascoste. Non facevano altro da quando lei, subito dopo colazione, aveva scaricato Isabelle alla baby-sitter della piscina e se l'era trascinato fin lì.

«Non lo faresti nel furgone della lavanderia?» stava dicendo in quel momento.

Lui aveva una voce meno sonora, ma stava più vicino, qualche parola delle risposte comunque arrivava.

«Quando?»

«Adesso, prima che se ne vada!»

Lui aveva mugugnato qualcosa e poi: «Un’altra volta?»

Sirio non poteva fare a meno di seguire tutto l’evolversi delle avances.

Era divertente.

«Non ti piaccio più?» Juliette si era appoggiata sul gomito, il naso impertinente e gli occhi golosi.

Sirio sbirciava attraverso le ciglia socchiuse. E lei, per un qualche istinto femminile, sembrava saperlo. Atteggiò le labbra a un bacio, verso di lui.

Ma forse il messaggio mirava solo a fare ingelosire l’amante. Infatti lui si voltò a controllare la reazione di Sirio – che continuò a fingere di dormire – e si tirò su di scatto.

«Andiamo,» le disse a voce bassa.

Lei ridacchiò e attraversò di corsa il prato davanti ai piedi di Sirio, per mano al suo Saverio.

Anche Sirio aveva notato il furgone, scendendo dopo l’incontro con Zahra. L’oblò della lavatrice industriale, visto attraverso una lente a grandangolo, campeggiava sulle fiancate accanto alla scritta: “Lavanderia Mancuso – Torre Muzzo – Lecce” e ai recapiti telefonici.

In effetti l’automezzo gli aveva fatto considerare, fra le innumerevoli possibilità, quella che Amina, legata in un sacco di panni da lavare, fosse proprio lì dentro.

Rendendosi conto che il pensiero della bambina diventava ossessivo, si era obbligato a non pensarci.

Andata via Juliette e l’amante, aveva chiuso gli occhi. Ascoltava il vocio festaiolo dei bimbi oltre la siepe. E volentieri si sarebbe lasciato scivolare nel sonno, in quel rovente mezzogiorno salentino.

«Professor Bonanni.»

Wanda, la cameriera dell’est, reggeva sul vassoio un drink che lui non aveva ordinato. Era una donna sulla cinquantina dal volto rubicondo. Ricordava certe bambole di legno della sua terra. Aveva i capelli biondo paglierino, mal ossigenati, sparati come aculei sopra le orecchie, e piccoli occhi infossati tra pieghe di pelle lucida. Si chinò, la schiena rigida, per posare il vassoio sulla mensola che sporgeva dall’ombrellone.

«Io trovato questo.»

Dalla tasca del grembiule estrasse un piccolo sandalo di cuoio scuro.

«È di Amina. Era vicino asciugatrice. Io non detto niente a Zahra. Io non sa cosa fare, adesso.»

Wanda aveva le gote arrossate e gli occhi verdi lucidi.

Sirio si tirò su: «Portami dove hai trovato il sandalo».

Un’ispezione non è mai tempo sprecato.

Wanda lo precedeva per corridoi sempre più profondi. Camminava con un’andatura pesante, dondolando sui fianchi larghi, compressi, nella divisa di una taglia troppo piccola. Arrivarono a una stretta scala di ferro. Precipitava ripida, fra due muri e una volta incombente di blocchetti grigi senza intonaco. Mentre scendevano, ogni passo sembrava un colpo di batacchio contro la campana sentito dall’interno. La donna arrivò a una porta tagliafuoco e la tirò a sé con un gemito del metallo. Quando con uno strattone riuscì ad aprirla, il frullare pesante delle lavasciugatrici che ruotavano li sospinse indietro. L’aria era densa di vapore, e dell’odore aggressivo e dolciastro dei detersivi industriali.

Si trovarono in una specie di cattedrale sepolta. Il soffitto altissimo era un susseguirsi di volte a raggiera. I blocchi di tufo erano a vista. Incastrati fra loro, convergevano al centro. Disegnavano slanciate stelle di pietra. Il locale era lungo forse quindici metri e largo non meno di cinque. Le macchine erano allineate ai due lati. Cesti enormi di biancheria occupavano in disordine il centro di quella navata.

«Qui, in piena stagione, macchine non fermano mai,» disse Wanda, alzando la voce sopra il ruggito dei cestelli. «E non basta. Noi manda roba anche in lavanderia, in paese. Furgone fa spola due volte al giorno.»

Un lungo serpente di neon, sospesi al soffitto, diffondeva una luce bianca, lattiginosa, creando zone d’ombra fra le macchine e le cataste della biancheria. Sirio cominciò a ispezionare.

La donna ogni tanto chiamava Amina, ma inutilmente: il frastuono la sovrastava.

«Qual è l’asciugatrice?» chiese Sirio.

Wanda indicò un oblò enorme. Dietro il vetro leggermente appannato, il tumulto bianco dei panni ruotava senza sosta: un groviglio di lenzuola che si gonfiavano e ricadevano, rendendo impossibile distinguere cosa ci fosse davvero lì dentro.

«C’è modo di fermarla?»

«Tasto rosso. Ma io non può. Se Amina è lì dentro, io muore.»

Sirio la superò e premette il grande fungo rosso che sporgeva dalla macchina.

Ma non accadde niente.

«Rotto,» Wanda si portò le mani alla bocca.

Sirio sollevò il coperchio trasparente sul muro e abbassò la leva del sezionatore elettrico.

Ci fu uno scatto secco, meccanico, seguito da un sibilo pneumatico mentre il motore smetteva di spingere. La rotazione non si arrestò subito: il cestello continuò a girare per inerzia, rallentando pigramente davanti ai loro occhi angosciati. Ogni giro svelava un lembo di tessuto diverso, un pezzo di lenzuolo, una federa... e il silenzio che subentrava era più terribile del rumore che faceva prima la macchina.

Quando l’asciugatrice finalmente fu ferma, Sirio tirò la leva d’apertura, che non cedette.

Lunghi interminabili secondi: poi un click meccanico indifferente liberò il fermo e l’oblò si ribaltò sulla cerniera. Una zaffata di vapore investì Sirio, che non esitò a immergere le mani per gettare fuori il contenuto di quello stomaco ingordo, finché rimase il fondo rilucente dell’acciaio.

«Non è qui,» riprese a respirare.

Wanda si fece il segno della croce alla maniera ortodossa.

«E adesso?» chiese.

Sirio si guardò attorno: «Quello cos’è,» indicò un nastro trasportatore fermo.

«Porta a trituratrice di scarti tessili,» ripose Wanda. «Noi butta dentro lenzuola con buco o macchia. C’è stemma di albergo sopra, direzione non vuole che noi porta a casa. Dice che è brutta pubblicità per l’hotel, capisce?»

Annaspò, quasi l’avesse investita la folata di una bocca di forno.

«Mio Dio!»

Corse verso la macchina. Si sporse nell’imbuto di carico. Si precipitò allo sportello di sgombro e lo aprì con uno strattone.

«Non c’è sangue,» si rilassò. Si passò la mano sulla fronte sudata. «Non è qui.»

«Ma qui c’è l’altro sandalo.»

 Sirio si rialzò, dopo averlo sfilato da sotto la porta tagliafuoco.

«Come finito lì? Forse bambina buttato via perché cammina male con uno solo?»

«È un’ipotesi.»

«Oppure lei tirato calci mentre qualcuno portava via?»

«Possibile anche questo.»

«Adesso che si fa?»

Lo guardò e cominciò a scuotere la testa: «Oh no, professore. Polizia no. Grossi guai per tutti noi. Se viene polizia, noi tutti a casa. Prima, dico io, avvisa sua mamma. Poi… ragiona professor, se qualcuno portata fuori Amina, solo personale di albergo può entrare qui. Nessuno vuole male ad Amina, qui.»

*

Una porta arrugginita socchiusa attrasse l’attenzione di Sirio.

«Quella?» chiese a Wanda.

«Là c’è locale pompe. Serve per spingere acqua su, fino a ultimo piano e alle piscine. È un posto sporco, pieno di grasso e rumore. Ma c’è un buco... un tubo vecchio che portava vapore fuori, prima di ristrutturazione. Due giorni fa Amina si era nascosta lì.»

Sirio entrò. Tubature trasudavano condensa. Arrivavano, si intrecciavano e ripartivano verso due cunicoli laterali. A quanto gli era dato capire, l’edificio moderno poggiava sulle fondamenta di uno precedente, una vecchia masseria probabilmente, e quei due cunicoli angusti, con la pietra a vista e le volte che ti schiacciavano, non erano che le intercapedini di areazione delle fondazioni antiche, adattate a ospitare i visceri tecnologici del resort.

«Perché proprio qui dentro?» chiese Sirio.

«Lei si diverte. Da quel condotto si sente tutto,» rispose Wanda. «Si sentono voci di cuochi in cucina, si sente acqua che scorre. Di là si può andare in tutto albergo. Bambina gioca così, bambina conosce bene stretti corridoi.»

«Si arriva anche all’esterno?»

«Oh, sì.»

A terra, nel grasso nero che colava dai macchinari, c’erano delle piccole impronte di piedi nudi.

In quel momento, dal condotto buio, arrivò un suono, uno scrocchio metallico improvviso. E subito dopo un secondo e poi un terzo, portati dall’eco dei cunicoli.

Wanda ebbe un fremito e si segnò.

«Questo non è Amina. Questo è qualcuno che chiude grate.»

«Dove porta questo passaggio?»

«Verso il retro,» disse lei. «Dove Irina dice che c’è vecchio pozzo nero e nuovo depuratore.»

Sirio guardò l'apertura. Era un anfratto di tenebra che esalava odore di muffa e polvere antica. Accese la torcia dello smartphone ed entrò.

«Professor, lei impazzito,» mormorò Wanda.

«Se è entrata una bambina, posso farlo anch’io.»

Nel budello stretto doveva procedere di lato per non tagliarsi contro le staffe che reggevano i tubi. L’oscurità divenne ben presto assoluta, rotta solo dalla torcia del cellulare. A ogni centimetro aumentava il senso di soffocamento. Si voltò, e aveva percorso solo pochi metri. Il rintocco metallico si ripetette, e lui riprese ad avanzare.

*

Il condotto curvava bruscamente verso l'alto, trasformandosi in una sorta di camino. Sirio puntò la luce in su. Una scaletta di ferro era infissa nel muro. Con uno sforzo che gli fece scricchiolare le vertebre si appese. Puntando i piedi contro le pareti rugose riuscì a raggiungere il primo piolo e cominciò a salire.

A circa tre metri sopra di lui, una grata di aerazione filtrava una luce fioca. Arrivato in cima, spiò attraverso le fessure. Lo spazio, rivestito di piastrelle celesti, riverberava riflessi iridati; poco più avanti, acqua scorreva in una canaletta. Sentì delle voci. Sollevò la griglia e s'introdusse nel camminamento tecnico che circondava la SPA, al piano meno uno del nuovo edificio.

L'acqua della piscina, satura di sali e oli profumati, tracimava a ondate regolari proprio davanti al suo viso, scivolando con un singhiozzo costante verso il condotto di recupero. Attraverso quel velo liquido e le fessure della griglia vide Juliette. Era immersa fino alla vita nell'acqua azzurrina, le braccia allacciate al collo di Saverio. Il riverbero dei fari subacquei proiettava cerchi di luce sulle pareti a mosaico e sulla pelle nuda dei due. Gli arrivavano le risatine soffocate della donna e il respiro pesante dell’uomo, distorti dall’acustica ovattata dell'ambiente.

Sirio retrocedette verso il camino da cui era salito.

*

Il cunicolo antico proseguiva e lui riprese a seguirlo per un tempo che gli sembrava interminabile. Il Clang metallico che l’aveva allarmato all’inizio risuonò di nuovo, ora più forte e vicino. Sirio aveva la mano sul tubo e lo sentì fremere, trasmettendogli il colpo d’ariete della conduttura d’acciaio dilatata dal calore.

Non aveva più idea di dove si fosse spinto, nel labirinto sotterraneo dell’hotel.

Poi una porticina in tutto simile a quella da cui era entrato lasciava filtrare luce dallo spiraglio. Passò nella camera vuota, un ambiente quadrato con la volta a stella altissima. Salì la scaletta di ferro.

Appeso alla ringhiera c’era un abitino giallo: il vestitino di Amina, quello che indossava nella foto mostratagli dalla madre.

Lo prese.

Di là dalla porta metallica arrivavano voci di bambini.

Agì sulla maniglia e uscì. Il sole pomeridiano l’accecò. Voci stridule di bimbi giocavano, tra sbruffi d’acqua e scalpiccii di piedini bagnati. La voce adulta della baby-sitter li richiamava: «Buoni, bambini, non vi fate male…»

«Sirio!»

Sirio, schermandosi con la mano, socchiuse gli occhi.

Juliette, col suo pareo annodato in vita e un cappello di paglia a tese enormi sorrideva.

Abbassò gli occhiali da sole: «Che bello rivederti. Vado a riprendere Isabelle per portarla a pranzo. Ci fai compagnia?»

Sirio sapeva dei suoi ripetuti incontri amorosi con Saverio, eppure era così limpida e sincera mentre diceva: Ci fai compagnia?

Si chiese cosa significasse davvero quell’invito.

 La piscina circolare si trovava a pochi metri, lui la scorgeva attraverso il varco nella siepe. La baby-sitter, dal bordo, si sbracciava verso i bambini in acqua.

Stava per ringraziare Juliette e rifiutare l’invito quando una voce infantile lo fece esitare.

«C'est à moi, rends-le-moi!»

Amina e Isabelle, in costumini identici, una color prugna matura, l’altra rosata come latte tenuto al sole, si stringevano per mano nel varco della siepe. Amina indicava il suo vestitino. Sirio appoggiò a terra il ginocchio e glielo porse.

«Salut Amina, il était là-dedans,» indicò di averlo trovato oltre la porta da cui era uscito.

«Le vestiaire!» fece una risatina la piccola.

Già, lo spogliatoio! pensò Sirio.

«Non vuoi andare dalla tua mamma?» le chiese in francese

«Non, il est tôt. Maintenant, on joue avec Isabelle… No, è presto. Adesso gioco con Isabelle.»

«Allora?» Juliette gli appoggiò la mano sulla spalla. «Pranziamo assieme?»

«Certo,» Sirio sorrise. «Raggiungo te e le bambine al ristorante fra un minuto. Prima devo fare una cosa.»

«Capito,» ammiccò Juliette, arricciando il naso.

Sirio capì cos’aveva capito. Ma prima della pur urgente doccia per ripulirsi dell’unto dei cunicoli, doveva cercare Zahra.

Fece l’occhiolino a Juliette e si avviò verso il resort.

 




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