martedì 13 gennaio 2026

L'oblò - Racconto


 

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L’oblò

«Le bambine spariscono, è normale,» bisbigliò la prima voce di donna.

«Non è normale,» replicò la seconda.

«Invece sì, se la madre dice a lei di stare sempre nascosta,» insistette la prima. «Ieri, poi, dove lei finita?»

«Nel sacco della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»

«Sacco legato, e lei dentro?»

Si sforzavano di parlare italiano, ma entrambe le donne erano straniere. Venivano da paesi diversi, si capiva dalle inflessioni e dai verbi sbagliati. La prima poteva essere dell’est; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del sud.

«Come possibile? Chi avrebbe fatto questo?» rincarò la prima voce, che veniva dall’est.

«La caporala. Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava rancore e paura.

«Anche ai piani, lei fiuta tutto.»

«Sì. Anche ai piani.»

«Vuoi che io va giù? Che guarda se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.

«Sì, Wanda, per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.

Una terza voce congelò il ripostiglio del piano.

«Professor Bonanni, necessita di qualcosa?»

Sirio, nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del ripostiglio.

«Buon giorno signora Irina,» si erano già incontrati, e il nome era sulla targhetta spillata al petto della divisa azzurra. «Mi godevo il vostro bel mare.»

La finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare merlata rimandava bagliori puri di luce.

Tipica bellezza della sua terra natia, Irina: la Polonia, o forse l’Ucraina. Bionda, i capelli raccolti in un tuppo moderno di treccine elaborate. Nella sua posizione doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che si appoggiava all’albergo. Naso diritto, con le narici leggermente divaricate, quasi dispettose; rossetto rosa che falliva il tentativo di nascondere la passione turgida della bocca. I suoi occhi azzurri, in quel momento, si domandavano perché, oltre l’ascensore da cui era appena sbarcata, le porte delle camere fossero tutte chiuse e nessun carrello di servizio stazionasse nel corridoio.

«Cerca l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio dell’accappatoio che le avevo chiesto.»

Sospinse l’anta, che cigolò leggermente.

Dalla semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite, un accappatoio candido.

Passò fra loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.

La camera di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo, sulla destra, davanti all’uscita di sicurezza vetrata da cui si scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia. Una distesa brullo ocra di piatta paglia.

«Lei, Irina, lavora qui da molto?» chiese Sirio, seguendo la cameriera di colore e inducendo la governante a seguirlo. Con la coda dell’occhio sorprese il movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda – che imboccava le scale in discesa.

«Dodici anni.»

«Parla molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»

«Kiev.»

«Oh,» Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo, intendo.»

Irina si lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.

La giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera. Sirio arrivò alla porta verde, con la barra a spingere verde.

«Deve esserle sembrata molto diversa… ostile? Questa terra, all’inizio.»

Irina sorrise.

«Qualsiasi mondo è ostile, all’inizio.»

Sirio acconsentì con un leggero cenno pensoso.

«Le sue mansioni? Capo del personale, immagino.»

La donna non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non rispose.

«Deve averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata. D’inverno l’albergo sarà deserto.»

Lei non capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.

«Oh, fino a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle richieste.»

La cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.

“Hai trovato mia figlia?”

“No.”

Irina si rivolse alla cameriera di colore: «Hai finito, qui?»

«Sì, signora.»

«Allora vai di sopra.»

Voce cortese, come si confà in un albergo di categoria.

Alla base della struttura d’acciaio della scala antincendio, Sirio notò un movimento nel piccolo recinto delimitato da un grigliato metallico. Dei bassi cipressi chiudevano la visuale.

«Avrete bisogno di molta acqua, in una struttura così grande.»

La domanda doveva suonare strana, e Irina si soffermò a soppesare per qualche momento quello strano cliente che poneva strane domande.

«Abbiamo un pozzo artesiano,» rispose infine. «È molto profondo. Pensi che attingiamo acqua potabile. Guardi, è proprio lì dentro.»

Indicava il recinto coi cipressi e Sirio chiese: «Sarà certamente ben chiuso. Sa, i bambini si infilano dappertutto».

«Bambini?» si sorprese Irina.

Una donna con i capelli rossi e un pareo legato in vita uscì lestamente dal recinto e si avviò verso le piscine.

*

La giovane mamma francese che alloggiava nella 451 aveva la voce stridula. La sera precedente, e poi durante la notte – per lunghi momenti apprensivi – e poi ancora quella stessa mattina, aveva perforato la parete divisoria con la 453, prima che lei e la sua bambina di più o meno quattro anni – che si chiamava Isabelle – uscissero nello stesso momento in cui Sirio chiudeva la camera.

«Comment va votre petite fille?»

«Parlo italiano,» aveva sorriso lei. «Mi chiamo Juliette.»

Sirio le aveva stretto la mano, presentandosi a sua volta col solo nome; quindi aveva sorriso a Isabelle.

«Come sta?» aveva ripetuto in italiano. «L’ho sentita lamentarsi, nella notte.»

«Una febbre. I bambini… succede. Ma adesso sta bene, vero Isabelle?»

Juliette era una rossa naturale. Le lentiggini, a dispetto di qualsiasi grado di protezione, risaltavano sul volto arrossato dal sole salentino di agosto. Occhi verdi, esaltati da pochissimo trucco. Labbra atteggiate a un bacio perenne. Indossava un pareo trasparente annodato in vita.

Avevano percorso assieme il corridoio. Lei gli arrivava alla spalla.

A Sirio era parso indiscreto chiederle se fossero sole, ma bisognava riempire il silenzio.

«Di che zona?» le aveva chiesto.

«Marsiglia.»

«Oh, vini d’eccezione!»

«Lei?» si era interessata Juliette.

«Oh, io sono di Roma, ma vivo a Forlì.»

Sirio premette la chiamata dell’ascensore.

«Et tu fais quoi à Forlì, en Romagne? Je connais.»

Era passata al tu e Sirio prontamente si era adeguato.

«Conosci la Romagna? Io insegno.»

L’ascensore fu al piano, entrarono.

«Ai bimbi piccoli?»

«Università.»

La punta della lingua si affacciò dalle labbra e subito nascose.

«Cosa?»

«Criminologia.»

«Oh là là!»

La sala per la colazione aveva due pareti vetrate, ma era in penombra. Fuori invece, sotto gli ampi ombrelloni drappeggiati, il sole del mattino creava ombre fluide. Due tavoli, all’interno, erano occupati da coppie di una certa età vestite da città, uno da un giovane solitario con bermuda colorati e canotta senza maniche.

«Preferisco fuori,» disse Juliette. «Ci fai compagnia?»

Il solitario in bermuda agitò le gambe pelose sotto il tavolo. Diede, un piccolo sbuffo con le dita sul tovagliolo. Si nascose dietro al menu.

Lo spazio esterno era delimitato da un folto pitosforo. Oltre, oscillavano le chiome slanciate di palme. La brezza accarezzava gli ombrelloni, qualche cicala, già a quell’ora, conversava con i vacanzieri che facevano colazione in costume da bagno.

«Reste ici!» disse Juliette a sua figlia, tirandola sulla sedia.

Si voltò e fece cenno a Sirio di seguirla al tavolo da buffet.

Per sé scelse un pasticciotto leccese, dei fichi fioroni locali, una fetta di melone giallo e uno yogurt nel vasetto di vetro. Per Isabelle spalmò abbondante miele sulle fette biscottate, le riempì un bicchiere di succo d’albicocca, e versò qualche cucchiaio di anellini di cereali in un bicchiere. Sirio chiese al cameriere che gli portassero al tavolo un cappuccino e una brioche.

La bimba ubbidiente non si era mossa. La mamma le pose davanti le cose buone che aveva preso per lei e la invitò a manger toute seule, comme une grande.

Juliette si gettò in bocca qualche anellino di cereali e lo fece scricchiolare sotto i denti.

«Un mentaliste. È vero che leggete i pensieri?» si rivolse con gli occhi brillanti a Sirio.

«Oh, è impossibile leggere i pensieri. Si possono cogliere le contraddizioni fra quel che si dice, o che si mostra volontariamente, e quello che invece il corpo esprime in maniera spontanea.»

Lei sbucciò con espressione concentrata un fiorone e imboccò la bambina, che fece una smorfia: «C’est sucré!»

«Dice che è smielato,» tradusse per Sirio. Poi riprese il discorso di prima, «Mi vedo la serie, in TV, quando Isabelle dorme. Non sempre capisco che cosa capisce Patrick Jane. Per te sarà uno scherzo.»

Sirio sorrise, lei spezzò in due il pasticciotto, armeggiò per non far colare la crema, se ne fece cadere una metà in bocca a testa alzata.

Fece una smorfia: «È bollente…»

Si affrettò a mandar giù un sorso di succo di frutta.

«Tutto buono, ma… c’est dangereux, ici,» si mise a ridere, tirando via un rivolo di crema dal bordo della bocca e succhiandosi a lungo il diro.

«Maman, pipi!» la guardò supplichevole la bambina.

Juliette la mise giù dalla sedia: «Va, demande aux serveuses où sont les toilettes».

«La mandi sola?» si meravigliò Sirio.

«Oh, elle est autonome,» scosse la mano Juliette. «Sa cavarsela.»

Diede una pacca al culetto della bimba, che si avviò.

Juliette fece l’occhietto a Sirio: «E di me, che ti dice il mio corpo?»

Poi si accorse del tipo con le gambe pelose in bermuda che osservava appoggiato alla vetrata della sala interna e irrigidì la schiena.

«Non è il papà di Isabelle,» sorrise Sirio, fissandola dritto negli occhi.

«Oh, solo un amico.»

Rigidamente, fece Ciao con la mano a Gambe Pelose.

«Scusa, devo lasciarti,» esalò verso Sirio, alzandosi per andare incontro a Isabelle che stava tornando.

*

«Mi scusi,» disse Irina a Sirio. «Ho del lavoro urgente da fare.»

Con lo sguardo aveva seguito la donna coi capelli rossi in pareo, che appena uscita dal recinto coi cipressetti, si era affrettata verso le piscine.

Irina si avviò a passo veloce per il corridoio, dicendo al telefono: «Vai subito a chiudere il recinto del pozzo».

Anche Sirio aveva qualcosa di urgente da fare. Salì a piedi al piano superiore e scorse la cameriera giovane di colore che spostava il carrello da una porta all’altra. Bussava e poi, non ricevendo risposta, apriva una camera.

«Mi scusi.»

Lei sollevò occhi liquidi neri verso di lui.

«Mi dica, signore.»

Che poteva avere, diciotto, diciannove anni?

«Perché non dà l’allarme, per sua figlia?»

«Oh… ci ha sentite, prima?» fece una smorfia. «Amina gioca sempre a nascondersi. Lei fa così.»

Non occorreva un mentalista per capire che le tremavano le gambe.

«La caposquadra non sa che lei porta la bambina sul lavoro, vero?»

«No. Mi scaccerebbe.»

La voce conteneva una supplica: Non mi tradisca.

Sirio era combattuto. La cosa saggia sarebbe stata di dare l’allarme, ma come poteva tradire quegli occhi?

«Come ti chiami?»

«Zahra.»

«Hai il permesso di soggiorno?»

Terrore puro, in quel viso sbarcato troppo presto nel nostro vasto mondo opulento.

«No.»

«Da dove vieni?»

«Senegal, Dakar.»

«Dove dormi?»

«Nella pineta, con altri de mon pays… del mio paese. Ci portano qui la mattina, col furgone, e ci riprendono quando finisco il turno, me e Amina. Non posso lasciare la bambina con gli uomini.»

Lo scenario mostrava la lotta per la sopravvivenza più estrema.

«Ci sono luoghi molto pericolosi, per una bambina, qui,» disse, ma forse voleva trovare argomenti a sé stesso.

«I primi giorni portavo Amina con me, nel carrello, sotto la biancheria sporca. Ma la surveillante… Irina, lei è sempre in giro a controllarci. Non potevo rischiare.»

Si agitò, divenne supplichevole: «Signore, io ho bisogno di lavorare. Solo questo».

E questo chiudeva il cerchio delle opzioni di Zahra.

«Ma per la bambina, che intendi fare?»

«Amina torna sempre quando è ora di andare. Tornerà anche oggi.»

«Hai una sua foto, nel caso la vedessi?»

Lei esitò, poi gli mostrò il cellulare.

Amina aveva gli occhi felici, due guance come prugne e piccoli denti brillanti. Indossava un abituccio giallo con le manicucce a volant.

Sirio fece di sì con la testa: «Buon lavoro, Zahra».

*

Sirio si godeva il sole sul petto e le gambe, stemperato di tanto in tanto da una brezza sottile che risaliva dal mare. A occhi chiusi, con l’ombreggiante del letto da spiaggia abbassato sul viso, il colorato rincorrersi di voci infantili nella piscina a pochi passi da lui, oltre la siepe, sembrava distante. Non più uno schiamazzo vacanziero, ma il gorgheggiare remoto di una cascatella in montagna.

Vista dalla sua camera al quarto piano, giusto alle sue spalle, la piscina dedicata ai bambini sembrava l’occhio rotondo, nero e rilucente di un’aquila. Sirio, osservandola da lassù, si era chiesto cosa avesse spinto i progettisti del resort a scegliere quella forma e quel fondo così cupo; e perché l’avessero poi bordata con grosse piastrelle di ceramica bianca. Il risultato era una pupilla smisurata e cieca rivolta al cielo – e forse era lo scopo – oppure un oblò che si apriva verso il centro della terra, invitando a immergersi.

Nella piazzola accanto, su due teli accostati, Juliette e il suo uomo peloso amoreggiavano. Lui si chiamava Saverio, era del posto e lei l'aveva conosciuto al bar del paese qualche sera prima. Sirio aveva ricostruito tutto dai loro discorsi, che si scioglievano lungamente nell'aria calda, fra risatine piccanti e carezze nascoste. Non facevano altro da quando lei, subito dopo colazione, aveva scaricato Isabelle alla baby-sitter della piscina e se l'era trascinato fin lì.

«Non lo faresti nel furgone della lavanderia?» stava dicendo in quel momento.

Lui aveva una voce meno sonora, ma stava più vicino, qualche parola delle risposte comunque arrivava.

«Quando?»

«Adesso, prima che se ne vada!»

Lui aveva mugugnato qualcosa e poi: «Un’altra volta?»

Sirio, non poteva fare a meno di seguire tutto l’evolversi delle avances.

Era divertente.

«Non ti piaccio più?» Juliette si era appoggiata sul gomito, il naso impertinente e gli occhi golosi.

Sirio sbirciava attraverso le ciglia socchiuse. E lei, per un qualche istinto femminile, sembrava saperlo. Atteggiò le labbra a un bacio.

Ma forse il messaggio mirava solo a fare ingelosire l’amante. Infatti lui si girò a controllare la reazione di Sirio – che continuò a fingere di dormire – e si tirò su di scatto.

«Andiamo,» le disse a voce bassa.

Lei ridacchiò e attraversò di corsa il prato davanti ai piedi di Sirio, per mano al suo Saverio.

Anche Sirio aveva notato il furgone, scendendo dopo l’incontro con Zahra. L’oblò della lavatrice industriale, visto attraverso una lente a grandangolo, campeggiava sulle fiancate accanto alla scritta: “Lavanderia Mancuso – Torre Muzzo – Lecce” e ai recapiti telefonici.

In effetti l’automezzo gli aveva fatto considerare, fra le innumerevoli possibilità, quella che Amina, legata in un sacco di panni da lavare, fosse proprio lì dentro.

Rendendosi conto che il pensiero della bambina diventava ossessivo, si era obbligato a non pensarci.

Andata via Juliette e l’amante, aveva chiuso gli occhi. Ascoltava il vocio festaiolo dei bimbi oltre la siepe. E volentieri si sarebbe lasciato scivolare nel sonno, in quel rovente mezzogiorno salentino.

«Professor Bonanni.»

Wanda, la cameriera dell’est, reggeva sul vassoio un drink che lui non aveva ordinato.

La donna si chinò, la schiena rigida, per posarlo sulla mensola che sporgeva dall’ombrellone.

«Io trovato questo.»

Dalla tasca del grembiule estrasse un piccolo sandalo di cuoio scuro.

«È di Amina. Era dentro asciugatrice. Io non detto niente a Zahra. Io non sa cosa fare, adesso.»

Wanda aveva le gote arrossate e gli occhi verdi lucidi.

Sirio si tirò su: «Portami dove hai trovato il sandalo».

Un’ispezione non è mai tempo sprecato.

La stretta scala di ferro scendeva ripida fra due muri e una volta incombente di blocchetti grigi senza intonaco. Ogni passo sembrava un colpo di batacchio contro la campana sentito dall’interno. Wanda arrivò a una porta tagliafuoco e la tirò a sé con un gemito del metallo. Quando riuscì ad aprirla, il frullare pesante delle lavasciugatrici che ruotavano li sospinse indietro. L’aria era densa di vapore e dell’odore aggressivo e dolciastro dei detersivi industriali.

Si trovarono in una specie di cattedrale sepolta. Il soffitto altissimo era un susseguirsi di volte a raggiera. I blocchi di tufo erano a vista. Incastrati fra loro convergevano al centro. Disegnava allungate stelle di pietra. Il locale era lungo forse quindici metri, e largo non meno di cinque. Le macchine erano allineate ai due lati. Cesti enormi di biancheria occupavano in disordine il centro di quella navata.

«Qui, in piena stagione, macchine non fermano mai,» disse Wanda, alzando la voce sopra il ruggito dei cestelli. «E non basta. Noi manda roba anche in lavanderia in paese. Furgone fa la spola due volte al giorno.»

Un lungo serpente di neon, sospesi al soffitto, diffondeva una luce bianca, creando zone d’ombra fra le macchine e le cataste della biancheria. Sirio cominciò a ispezionare.

La donna ogni tanto chiamava Amina, ma inutilmente: le macchine la sovrastavano.

«Qual è l’asciugatrice?» le chiese Sirio.

Wanda indicò un oblò enorme. La centrifuga era in movimento, un cerchio bianco ruotava impazzito. Entrambi cercarono lì attorno, chinandosi fra i carrelli.

«Quello cos’è,» domandò Sirio, indicando un nastro trasportatore fermo.

«Porta a trituratrice di scarti tessili,» ripose Wanda. «Noi butta dentro lenzuola con buco o macchia. C’è stemma di albergo sopra, direzione non vuole che noi porta a casa. Dice che è brutta pubblicità per l’hotel, capisce?»

Annaspò, quasi l’avesse investita la folata di una bocca di forno.

«Mio Dio!»

Corse verso la macchina. Si sporse nell’imbuto di carico. Si precipitò allo sportello di sgombro e lo aprì con uno strattone.

«Non c’è sangue,» riprese a respirare. Si passò la mano sulla fronte sudata. «Non è qui.»

«Ma qui c’è l’altro sandalo,» Sirio si rialzò, dopo averlo sfilato da sotto la porta tagliafuoco.

«Come finito lì? Forse bambina buttato via perché cammina male con uno solo?»

«È un’ipotesi.»

«Oppure lei tirato calci mentre qualcuno portata via lei?»

«Possibile anche questo.»

«Adesso che si fa?»

Lo guardò e cominciò a scuotere la testa: «Oh no, professore. Polizia no. Grossi guai per tutti noi. Se viene polizia, noi tutti a casa. Prima, dico io, avvisa sua mamma. Poi… ragiona professor, se qualcuno portata fuori Amina, solo personale di albergo può entrare qui. Nessuno vuole male Amina, qui.»

*

Una porta arrugginita socchiusa attrasse l’attenzione di Sirio.

«Quella?» chiese a Wanda.

«Là c’è locale pompe. Serve per spingere acqua su, fino a ultimo piano e alle piscine. È un posto sporco, pieno di grasso e rumore. Ma c’è un buco... un tubo vecchio che portava vapore fuori, prima di ristrutturazione. Due giorni fa Amina si era nascosta lì.»

Sirio entrò. Tubature trasudavano condensa. Arrivavano, si intrecciavano e ripartivano verso due cunicoli laterali. A quanto gli era dato capire, l’edificio moderno poggiava sulle fondamenta di uno antico, una vecchia masseria probabilmente, e quei due cunicoli angusti, con la pietra a vista e le volte che schiacciavano, non erano che le intercapedini di areazione delle fondazioni antiche, adattate a ospitare i visceri tecnologici del resort.

«Perché proprio qui dentro?» chiese Sirio.

«Lei si diverte. Da quel condotto si sente tutto,» rispose Wanda. «Si sentono voci di cuochi in cucina, si sente acqua che scorre. Di là si può andare in tutto l’albergo. Bambina gioca così, bambina conosce bene stretti corridoi.»

«Si arriva anche all’esterno?»

«Oh, sì.»

A terra, nel grasso nero che colava dai macchinari, c’erano delle piccole impronte di piedi nudi.

In quel momento, dal condotto buio, arrivò un suono, uno scrocchio metallico improvviso. E subito dopo un secondo e poi un terzo.

Wanda si fece il segno della croce alla maniera ortodossa.

«Questo non è Amina. Questo è qualcuno che chiude grate.»

«Dove porta questo cunicolo?»

«Verso il retro,» disse lei. «Dove Irina dice che c’è il vecchio pozzo nero e il depuratore nuovo.»

Sirio guardò l'apertura. Era un rettangolo di tenebra che esalava odore di muffa e polvere antica. Accese la torcia dello smartphone ed entrò.

«Professor, lei impazzito,» mormorò Wanda.

«Se è entrata una bambina, posso farlo anch’io.»

Lo spazio era angusto, doveva procedere con le spalle girate di lato per non tagliarsi contro le staffe che reggevano i tubi. L’oscurità divenne ben presto assoluta, rotta solo dai deboli riflessi del cellulare. Ogni centimetro aumentava il senso di soffocamento. Si voltò, e aveva percorso solo pochi metri. Il rumore metallico si ripetette, e riprese ad avanzare.

*

Il condotto faceva una curva secca verso l'alto, trasformandosi in una sorta di camino. Sirio puntò la luce in su. Una scaletta di ferro era infissa nel muro. Con uno sforzo che gli fece scricchiolare le vertebre si appese. Puntando i piedi contro le pareti rugose si arrampicò. Raggiunto col piede il primo piolo cominciò a salire. A circa tre metri sopra di lui, una grata di aerazione filtrava una luce fioca, lattiginosa. Arrivato lì, spiò attraverso le fessure. Lo spazio, piastrellato di celeste, riverberava luminelli iridati. Più avanti acqua scorreva in una canaletta. Si sentivano voci. Sirio sospinse la grata e proseguì disteso nella zona piastrellata lungo la canaletta. Capì di trovarsi nell’area di troppopieno che circondava la SPA, al piano meno uno del nuovo edificio. L'acqua della piscina, satura di sali e oli profumati, tracimava a ondate regolari proprio davanti al suo viso, scivolando con un singhiozzo costante verso il condotto di recupero. Attraverso quel velo liquido e i buchi della griglia vide Juliette. Era immersa fino alla vita nell'acqua azzurrina, le braccia allacciate al collo di Saverio. Il riverbero dei fari subacquei disegnava cerchi di luce sulle pareti di mosaico e sulla pelle nuda dei due. Gli arrivavano le risatine soffocate di lei e il respiro pesante di lui, distorti dal riverbero dell'ambiente soffocato. Sirio retrocedette strisciando verso il camino da cui era salito.

*

Il cunicolo antico proseguiva e lui riprese a seguirlo. Il Clang metallico che l’aveva allarmato all’inizio risuonò di nuovo, ora più forte e vicino. Sirio aveva la mano sul tubo e lo sentì fremere, trasmettendogli il colpo d’ariete della conduttura d’acciaio dilatata dal calore. Non aveva più idea di dove si trovasse.

Poi una porticina in tutto simile a quella da cui era entrato lasciava filtrare luce dallo spiraglio. Passò nella camera vuota, un ambiente quadrato con la volta a stella altissima. Salì la scaletta di ferro. Appeso alla ringhiera c’era un abituccio giallo: il vestitino di Amina.

Lo prese.

Di là dalla porta metallica arrivavano voci di bambini.

Agì sulla maniglia e uscì. Il sole pomeridiano l’accecò. Stridule voci di bimbi giocavano, tra sbruffi d’acqua e scalpiccii di piedini bagnati. Una voce adulta di donna li richiamava: «Buoni, bambini, non vi fate male…»

«Sirio!»

Sirio, schermandosi, socchiuse gli occhi.

Juliette, col suo pareo annodato in vita e un cappello di paglia a tese enormi sorrideva.

Abbassò gli occhiali da sole: «Che bello rivederti. Vado a riprendere Isabelle per portarla a pranzo. Ci fai compagnia?»

La piscina circolare si trovava a pochi metri, Sirio la scorgeva attraverso il varco nella siepe. La baby-sitter, dal bordo, si sbracciava verso i bambini in acqua.

Stava per ringraziare di no, quando una voce infantile lo fece esitare.

«C'est à moi, rends-le-moi!»

Amina e Isabelle, in costumini identici, una color di prugna matura, l’altra rosata di latte tenuto al sole, si stringevano per mano nel varco della siepe. Amina indicava il suo vestitino. Sirio appoggiò a terra il ginocchio e glielo porse.

«Salut Amina, il était là-dedans,» indicò di averlo trovato oltre la porta da cui era uscito.

«Le vestiaire!» fece una risatina la piccola.

Già, lo spogliatoio! pensò Sirio.

«Non vuoi andare dalla tua mamma?» le chiese, in francese

«Non, il est tôt. Maintenant, on joue avec Isabelle… No, è presto. Adesso gioco con Isabelle.»

«Allora?» Juliette gli appoggiò la mano sul braccio. «Pranziamo assieme?»

«Certo,» Sirio sorrise. «Raggiungo te e le bambine al ristorante fra un minuto. Prima devo fare una cosa.»

«Capito,» ammiccò Juliette, arricciando il naso.

Sirio capì cos’aveva capito. Ma prima della pur urgente doccia, doveva cercare Zahra.

Fece l’occhiolino a Juliette e si avviò verso il resort.

 




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