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L’oblò
«Le bambine spariscono. È normale.»
La voce
femminile bisbigliata proveniva da una porta socchiusa. Sirio si bloccò sul
corridoio del quarto piano.
«Non è
normale,» replicò una seconda donna, sempre a bassa voce.
Entrambe
parlavano in italiano, ma venivano da paesi lontani. Lo rivelavano le
inflessioni e certe pause innaturali tra una parola e l'altra. La prima poteva
essere dell’est Europa; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del
sud del mondo.
La prima
voce insistette: «Invece sì, se la madre dice di stare sempre nascosta».
Sirio
trattenne il respiro, mentre la prima donna aggiungeva: «Ieri, poi, dov’era finita?»
«Nel sacco
della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»
«Il sacco
era legato… e lei dentro? Com’è possibile? Chi avrebbe fatto una cosa del
genere?» rincarò la prima voce, che veniva dall’est.
«La caporala.
Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava
rancore e paura.
«Anche ai
piani, lei fiuta tutto.»
«Sì.
Anche ai piani.»
«Vuoi che
vado giù a vedere se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.
«Sì, Wanda,
per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.
Una terza
voce congelò il ripostiglio del piano.
«Professor
Bonanni, necessita di qualcosa?»
Sirio,
nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del
ripostiglio per andare incontro alla nuova venuta, appena sbarcata
dall’ascensore.
«Buon
giorno signora Irina.»
Si erano
già incontrati, e il nome era sulla targhetta spillata al petto della divisa
azzurra. Dalla porta socchiusa del ripostiglio, adesso, nemmeno un respiro.
«Mi
godevo il vostro bel mare,» Sirio sorrise a Irina.
La
finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare
merlata rimandava bagliori puri di luce.
Irina era
una tipica bellezza della sua terra natia: la Polonia, o forse l’Ucraina. Naso
diritto, narici leggermente divaricate, quasi dispettose; rossetto rosa che falliva
nel tentativo di nascondere la passione turgida della bocca; bionda, con i
capelli raccolti in un moderno chignon di treccine elaborate. Nella sua
posizione doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che lavorava
per l’albergo.
In quel
momento, i suoi occhi azzurri si domandavano perché, oltre l’ascensore da cui
era appena uscita, le porte delle camere fossero tutte chiuse e nessun carrello
di servizio stazionasse nel corridoio.
«Cerca
l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio
dell’accappatoio che le avevo chiesto.»
Sospinse l’anta,
che cigolò leggermente.
Dalla
semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse
fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite era adagiato un
accappatoio candido.
Passò fra
loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.
La camera
di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo sulla destra, dal lato opposto al mare.
Si trovava davanti alla porta a vetri dell’uscita di sicurezza, da cui si
scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia: una distesa monotona di stoppie
giallastre schiacciate contro la terra brulla
Sirio,
seguendo la cameriera di colore, induceva la governante a stargli dietro.
«Lei,
Irina, lavora qui da molto?» le chiese.
Con la
coda dell’occhio sorprese il movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda
– che imboccava le scale in discesa.
La
governante guardava avanti. «Dodici anni,» rispose.
«Parla
molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»
«Kiev.»
«Oh,»
Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo,
intendo.»
Irina si
lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.
La
giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera 453.
Sirio invece
proseguì. Sorridendo alla governante arrivò alla porta vetrata che affacciava
sulle scale di fuga.
«Deve
esserle sembrata molto diversa dalla sua, fors’anche ostile, questa terra,
all’inizio.»
Irina
sorrise.
«Qualsiasi
mondo è ostile, all’inizio.»
Sirio acconsentì
con un leggero cenno pensoso.
«Le sue
mansioni? Capo del personale, immagino.»
La donna
non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non
rispose.
«Deve
averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata.
D’inverno l’albergo sarà deserto.»
Lei non
capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.
«Oh, fino
a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle
richieste.»
La
cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo
riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che
Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.
“Hai
trovato mia figlia?”
“No.”
Irina si
rivolse alla cameriera di colore: «Hai finito, qui?»
«Sì,
signora.»
«Allora
vai di sopra.»
Voce
cortese, come si confà in un albergo di categoria. La cameriera di colore
spinse il carrello verso l’ascensore.
Sirio, alla
base della struttura d’acciaio della scala antincendio, notò un movimento.
C’era un
piccolo recinto laggiù, delimitato da un grigliato metallico. Dei bassi cipressi
chiudevano la visuale.
«Avrete
bisogno di molta acqua, in una struttura così grande,» si rivolse a Irina.
La
domanda dovette suonarle strana. La governante si soffermò a soppesare per
qualche momento quello strano cliente che poneva strane domande.
«Abbiamo
un pozzo artesiano,» rispose infine. «È molto profondo. Pensi che attingiamo
acqua potabile. Guardi, è proprio lì dentro.»
Indicava
il recinto coi cipressi.
«Sarà
certamente ben chiuso,» Sirio la fissava preoccupato. «Sa, i bambini si
infilano dappertutto.»
«Bambini?»
si sorprese Irina.
Una donna
con i capelli rossi e un pareo legato in vita uscì lestamente dal recinto e si
avviò verso le piscine. Sirio la riconobbe: occupava la camera accanto alla
sua. Un uomo aspettava che lei si allontanasse, nascosto fra i cipressetti.
Sebbene non potesse vederlo in volto, Sirio immaginò di chi si trattasse.
*
La donna con i capelli rossi
che occupava la camera accanto alla sua, la 451, era francese. La sua voce
stridula aveva perforato la parete divisoria con la 453 già dalla sera
precedente. Poi, durante la notte, Sirio l’aveva sentita rivolgersi apprensiva
alla sua bambina, che si chiamava Isabelle. Infine, quella stessa mattina, erano
uscite proprio nel momento in cui Sirio chiudeva la porta della propria camera.
«Comment
va votre petite fille?» le aveva chiesto.
«Parlo
italiano,» aveva sorriso lei. «Mi chiamo Juliette.»
Sirio le
aveva stretto la mano, presentandosi a sua volta col solo nome.
«Come
sta?» aveva ripetuto in italiano. «L’ho sentita lamentarsi, nella notte.»
La bimba,
di circa quattro anni, lo fissava da sott’in su con gli occhi preoccupati.
«Una
febbre,» aveva risposto la madre. «I bambini… sa, succede. Ma adesso sta bene,
vero Isabelle?»
Juliette
era una rossa naturale. Le lentiggini, a dispetto di qualsiasi grado di
protezione, macchiettavano il volto arrossato dal sole salentino di agosto.
Occhi verdi, esaltati da pochissimo trucco; labbra atteggiate a un bacio
perenne. Indossava un pareo trasparente annodato in vita.
Avevano
percorso assieme il corridoio. Lei gli arrivava alla spalla.
A Sirio
era parso indiscreto chiederle se fossero sole, ma bisognava riempire il
silenzio.
«Di che
zona?» le aveva chiesto.
«Marsiglia.»
«Oh, vini
d’eccezione!»
«Lei?» si
era interessata Juliette.
«Io sono
di Roma, ma vivo a Forlì.»
Sirio aveva
premuto la chiamata dell’ascensore.
«Et tu
fais quoi à Forlì, en Romagne? Je connais.»
Era
passata al tu e Sirio prontamente si era adeguato.
«Conosci
la Romagna? Io insegno.»
L’ascensore
era arrivato al piano, erano entrati.
«Ai bimbi
piccoli?»
«Università.»
La punta
della lingua si era affacciata dalle labbra, per subito tornare a nascondersi.
«Cosa?»
«Criminologia.»
«Oh là
là!»
La sala
per la colazione aveva due pareti vetrate, ma era in penombra. Fuori invece,
sotto gli ampi ombrelloni drappeggiati, il sole del mattino creava ombre fluide.
Due tavoli, all’interno, erano occupati da coppie di una certa età vestite da
città, uno da un giovane solitario con i bermuda colorati e la canotta senza
maniche.
«Preferisco
fuori,» aveva proposto Juliette. «Ci fai compagnia?»
Il
solitario in bermuda aveva agitato le gambe pelose sotto il tavolo. Aveva dato
un piccolo sbuffo con le dita sul tovagliolo. Si era nascosto dietro al menu.
Lo spazio
esterno era delimitato da un folto pitosforo. Oltre, oscillavano le chiome slanciate
di alcune palme. La brezza accarezzava gli ombrelloni, qualche cicala, già a
quell’ora, conversava con i vacanzieri che facevano colazione in costume da
bagno.
«Reste
ici!» aveva intimato Juliette a sua figlia, tirandola sulla sedia.
Si era voltata
e aveva fatto cenno a Sirio di seguirla al tavolo da buffet.
Per sé aveva
scelto un pasticciotto leccese, dei fichi fioroni locali, una fetta di melone
giallo e uno yogurt nel vasetto di vetro. Per Isabelle aveva spalmato del miele
sulle fette biscottate, aveva riempito un bicchiere di succo d’albicocca, e aveva
versato qualche cucchiaio di anellini di cereali in un bicchiere. Sirio aveva chiesto
al cameriere che gli portassero al tavolo un cappuccino e una brioche.
La bimba
ubbidiente non si era mossa. La mamma le appoggiava davanti le cose buone che
aveva preso per lei e la invitava a manger toute seule, comme une grande.
Juliette sgranocchiava
i cereali e lo fissava.
«Un
mentaliste. È vero che leggete i pensieri?» aveva rivolto gli occhi
brillanti su Sirio.
«Oh, è
impossibile leggere i pensieri. Si possono cogliere le contraddizioni fra quel
che si dice, o che si mostra volontariamente, e quello che invece il corpo
esprime in maniera spontanea.»
Lei aveva
sbucciato con espressione concentrata un fiorone per imboccare la bambina, che aveva
fatto una smorfia: «C’est sucré!»
«Dice che
è smielato,» aveva tradotto per Sirio. Poi aveva ripreso il discorso di prima:
«Seguo la serie in TV, quando Isabelle dorme. Non sempre capisco quel che
capisce Patrick Jane. Invece per te sarà uno scherzo.»
Sirio
sorrise, lei spezzò in due il pasticciotto, armeggiò per non far colare la
crema, se ne fece cadere una metà in bocca a testa alzata.
Fece una
smorfia: «È bollente…»
Si
affrettò a mandar giù un sorso di succo di frutta.
«Tutto
buono, ma… c’est dangereux, ici,» si mise a ridere, tirando via un
rivolo di crema dal bordo della bocca e succhiandosi a lungo il dito.
«Maman,
pipi!» la guardò supplichevole la bambina.
Juliette
la mise giù dalla sedia: «Va, demande aux serveuses où sont les toilettes».
«La mandi
sola?» si meravigliò Sirio.
«Oh, elle
est autonome,» scosse la mano Juliette. «Sa cavarsela.»
Diede una
pacca al culetto della bimba, che si avviò.
Juliette
fece l’occhietto a Sirio: «E di me, che ti dice il mio corpo?»
Poi si era
accorta del tipo con le gambe pelose in bermuda che osservava appoggiato alla
vetrata della sala interna e si era irrigidita.
«Non è il
papà di Isabelle,» le aveva sorriso Sirio, fissandola dritto negli occhi.
«Oh, solo
un amico.»
Rigidamente,
aveva fatto Ciao con la mano a Gambe Pelose.
«Scusa,
devo lasciarti,» aveva sospirato a Sirio, alzandosi per andare incontro a
Isabelle, che stava tornando.
*
Sirio, ancora assorto
dall’uomo che si nascondeva fra i cipressetti al piede della scala antincendio,
venne richiamato al presente da Irina.
«Mi
scusi, ho del lavoro urgente da fare.»
Irina si
avviò a passo veloce per il corridoio, dicendo a qualcuno al telefono: «Vai
subito a chiudere il recinto del pozzo».
Anche
Sirio aveva qualcosa di urgente da fare. Salì a piedi al piano superiore e
scorse la cameriera giovane di colore che spostava il carrello da una porta
all’altra. Bussava e poi, non ricevendo risposta, apriva una camera.
«Mi
scusi.»
Lei
sollevò occhi liquidi neri verso di lui.
«Mi dica,
signore.»
Che
poteva avere, diciotto, diciannove anni?
«Perché
non dà l’allarme, per sua figlia?»
«Oh… ci
ha sentite, prima?» fece una smorfia. «Amina gioca sempre a nascondersi. Lei fa
così.»
Non
occorreva un mentalista per capire che le tremavano le gambe.
«La
caposquadra non sa che lei porta la bambina sul lavoro, vero?»
«No. Mi scaccerebbe.»
La voce
conteneva una supplica: Non mi tradisca.
Sirio era
combattuto. La cosa saggia sarebbe stata di dare l’allarme, ma come poteva
tradire quegli occhi?
«Come ti
chiami?»
«Zahra.»
«Hai il
permesso di soggiorno?»
Terrore
puro, in quel viso sbarcato troppo presto nel nostro mondo opulento.
«No.»
«Da dove
vieni?»
«Senegal,
Dakar.»
«Dove
dormi?»
«Nella pineta,
con altri de mon pays… del mio paese. Ci portano qui la mattina, col
furgone, e ci riprendono quando finisco il turno, me e Amina. Non posso
lasciare la bambina con gli uomini.»
Lo
scenario mostrava la lotta per la sopravvivenza più estrema.
«Ci sono
luoghi molto pericolosi, per una bambina, qui dentro,» disse, ma forse voleva
trovare argomenti a sé stesso.
«I primi
giorni portavo Amina con me, nel carrello, sotto la biancheria sporca. Ma la surveillante…
Irina, lei è sempre in giro a controllarci. Non potevo rischiare.»
Si agitò,
divenne supplichevole: «Signore, io ho bisogno di lavorare. Solo questo».
E questo
chiudeva il cerchio delle opzioni di Zahra.
«Ma, per
la bambina, che intendi fare?»
«Amina
torna sempre quando è ora di andare. Tornerà anche oggi.»
«Hai una
sua foto, nel caso la vedessi?»
Lei
esitò, poi gli mostrò il cellulare.
Amina
aveva gli occhi felici, due guance come prugne e piccoli denti brillanti.
Indossava un abituccio giallo con le manicucce a volant.
Sirio
fece di sì con la testa: «Buon lavoro, Zahra».
*
Sirio si godeva il sole sul
petto e le gambe, stemperato di tanto in tanto da una brezza sottile che risaliva
dal mare. A occhi chiusi, con l’ombreggiante del letto da spiaggia abbassato
sul viso, il colorato rincorrersi di voci infantili nella piscina a pochi passi
da lui, oltre la siepe, sembrava distante. Non più uno schiamazzo vacanziero,
ma il gorgheggiare remoto di una cascatella in montagna.
Vista dalla
sua camera al quarto piano, giusto alle sue spalle, la piscina dedicata ai
bambini sembrava l’occhio rotondo, nero e rilucente di un’aquila. Sirio, osservandola
da lassù, si era chiesto cosa avesse spinto i progettisti del resort a scegliere
quella forma e quel fondo così cupo; e perché l’avessero poi bordata con grosse
piastrelle di ceramica bianca. Il risultato era una pupilla smisurata e cieca
rivolta al cielo – e forse era lo scopo – oppure un oblò che si apriva verso il
centro della terra, invitando a immergersi.
Nella
piazzola accanto, su due teli accostati, Juliette e il suo uomo peloso
amoreggiavano. Lui si chiamava Saverio, era del posto e lei l'aveva conosciuto
al bar del paese qualche sera prima. Sirio aveva ricostruito tutto dai loro
discorsi, che si scioglievano lungamente nell'aria calda, fra risatine piccanti
e carezze nascoste. Non facevano altro da quando lei, subito dopo colazione,
aveva scaricato Isabelle alla baby-sitter della piscina e se l'era trascinato
fin lì.
«Non lo
faresti nel furgone della lavanderia?» stava dicendo in quel momento.
Lui aveva
una voce meno sonora, ma stava più vicino, qualche parola delle risposte
comunque arrivava.
«Quando?»
«Adesso,
prima che se ne vada!»
Lui aveva
mugugnato qualcosa e poi: «Un’altra volta?»
Sirio non
poteva fare a meno di seguire tutto l’evolversi delle avances.
Era
divertente.
«Non ti
piaccio più?» Juliette si era appoggiata sul gomito, il naso impertinente e gli
occhi golosi.
Sirio
sbirciava attraverso le ciglia socchiuse. E lei, per un qualche istinto
femminile, sembrava saperlo. Atteggiò le labbra a un bacio, verso di lui.
Ma forse
il messaggio mirava solo a fare ingelosire l’amante. Infatti lui si voltò a
controllare la reazione di Sirio – che continuò a fingere di dormire – e si
tirò su di scatto.
«Andiamo,»
le disse a voce bassa.
Lei
ridacchiò e attraversò di corsa il prato davanti ai piedi di Sirio, per mano al
suo Saverio.
Anche Sirio
aveva notato il furgone, scendendo dopo l’incontro con Zahra. L’oblò della
lavatrice industriale, visto attraverso una lente a grandangolo, campeggiava
sulle fiancate accanto alla scritta: “Lavanderia Mancuso – Torre Muzzo – Lecce”
e ai recapiti telefonici.
In
effetti l’automezzo gli aveva fatto considerare, fra le innumerevoli
possibilità, quella che Amina, legata in un sacco di panni da lavare, fosse
proprio lì dentro.
Rendendosi
conto che il pensiero della bambina diventava ossessivo, si era obbligato a non
pensarci.
Andata
via Juliette e l’amante, aveva chiuso gli occhi. Ascoltava il vocio festaiolo
dei bimbi oltre la siepe. E volentieri si sarebbe lasciato scivolare nel sonno,
in quel rovente mezzogiorno salentino.
«Professor
Bonanni.»
Wanda, la
cameriera dell’est, reggeva sul vassoio un drink che lui non aveva ordinato.
Era una donna sulla cinquantina
dal volto rubicondo. Ricordava certe bambole di legno della sua terra. Aveva i
capelli biondo paglierino, mal ossigenati, sparati come aculei sopra le
orecchie, e piccoli occhi infossati tra pieghe di pelle lucida. Si chinò, la
schiena rigida, per posare il vassoio sulla mensola che sporgeva
dall’ombrellone.
«Io
trovato questo.»
Dalla
tasca del grembiule estrasse un piccolo sandalo di cuoio scuro.
«È di
Amina. Era vicino asciugatrice. Io non detto niente a Zahra. Io non sa cosa
fare, adesso.»
Wanda
aveva le gote arrossate e gli occhi verdi lucidi.
Sirio si
tirò su: «Portami dove hai trovato il sandalo».
Un’ispezione
non è mai tempo sprecato.
Wanda lo
precedeva per corridoi sempre più profondi. Camminava con un’andatura pesante,
dondolando sui fianchi larghi, compressi, nella divisa di una taglia troppo
piccola. Arrivarono a una stretta scala di ferro. Precipitava ripida, fra due
muri e una volta incombente di blocchetti grigi senza intonaco. Mentre
scendevano, ogni passo sembrava un colpo di batacchio contro la campana sentito
dall’interno. La donna arrivò a una porta tagliafuoco e la tirò a sé con un gemito
del metallo. Quando con uno strattone riuscì ad aprirla, il frullare pesante
delle lavasciugatrici che ruotavano li sospinse indietro. L’aria era densa di
vapore, e dell’odore aggressivo e dolciastro dei detersivi industriali.
Si
trovarono in una specie di cattedrale sepolta. Il soffitto altissimo era un
susseguirsi di volte a raggiera. I blocchi di tufo erano a vista. Incastrati fra
loro, convergevano al centro. Disegnavano slanciate stelle di pietra. Il locale
era lungo forse quindici metri e largo non meno di cinque. Le macchine erano
allineate ai due lati. Cesti enormi di biancheria occupavano in disordine il
centro di quella navata.
«Qui, in
piena stagione, macchine non fermano mai,» disse Wanda, alzando la voce sopra il
ruggito dei cestelli. «E non basta. Noi manda roba anche in lavanderia, in
paese. Furgone fa spola due volte al giorno.»
Un lungo
serpente di neon, sospesi al soffitto, diffondeva una luce bianca, lattiginosa,
creando zone d’ombra fra le macchine e le cataste della biancheria. Sirio
cominciò a ispezionare.
La donna ogni
tanto chiamava Amina, ma inutilmente: il frastuono la sovrastava.
«Qual è l’asciugatrice?»
chiese Sirio.
Wanda
indicò un oblò enorme. Dietro il vetro leggermente appannato, il tumulto bianco
dei panni ruotava senza sosta: un groviglio di lenzuola che si gonfiavano e
ricadevano, rendendo impossibile distinguere cosa ci fosse davvero lì dentro.
«C’è modo
di fermarla?»
«Tasto
rosso. Ma io non può. Se Amina è lì dentro, io muore.»
Sirio la
superò e premette il grande fungo rosso che sporgeva dalla macchina.
Ma non
accadde niente.
«Rotto,»
Wanda si portò le mani alla bocca.
Sirio
sollevò il coperchio trasparente sul muro e abbassò la leva del sezionatore
elettrico.
Ci fu uno
scatto secco, meccanico, seguito da un sibilo pneumatico mentre il motore
smetteva di spingere. La rotazione non si arrestò subito: il cestello continuò
a girare per inerzia, rallentando pigramente davanti ai loro occhi angosciati.
Ogni giro svelava un lembo di tessuto diverso, un pezzo di lenzuolo, una
federa... e il silenzio che subentrava era più terribile del rumore che faceva
prima la macchina.
Quando
l’asciugatrice finalmente fu ferma, Sirio tirò la leva d’apertura, che non
cedette.
Lunghi
interminabili secondi: poi un click meccanico indifferente liberò il fermo e
l’oblò si ribaltò sulla cerniera. Una zaffata di vapore investì Sirio, che non
esitò a immergere le mani per gettare fuori il contenuto di quello stomaco
ingordo, finché rimase il fondo rilucente dell’acciaio.
«Non è
qui,» riprese a respirare.
Wanda si
fece il segno della croce alla maniera ortodossa.
«E
adesso?» chiese.
Sirio si
guardò attorno: «Quello cos’è,» indicò un nastro trasportatore fermo.
«Porta a trituratrice
di scarti tessili,» ripose Wanda. «Noi butta dentro lenzuola con buco o macchia.
C’è stemma di albergo sopra, direzione non vuole che noi porta a casa. Dice che
è brutta pubblicità per l’hotel, capisce?»
Annaspò,
quasi l’avesse investita la folata di una bocca di forno.
«Mio Dio!»
Corse
verso la macchina. Si sporse nell’imbuto di carico. Si precipitò allo sportello
di sgombro e lo aprì con uno strattone.
«Non c’è
sangue,» si rilassò. Si passò la mano sulla fronte sudata. «Non è qui.»
«Ma qui
c’è l’altro sandalo.»
Sirio si rialzò, dopo averlo sfilato da sotto
la porta tagliafuoco.
«Come
finito lì? Forse bambina buttato via perché cammina male con uno solo?»
«È
un’ipotesi.»
«Oppure lei
tirato calci mentre qualcuno portava via?»
«Possibile
anche questo.»
«Adesso
che si fa?»
Lo guardò
e cominciò a scuotere la testa: «Oh no, professore. Polizia no. Grossi guai per
tutti noi. Se viene polizia, noi tutti a casa. Prima, dico io, avvisa sua
mamma. Poi… ragiona professor, se qualcuno portata fuori Amina, solo personale di
albergo può entrare qui. Nessuno vuole male ad Amina, qui.»
*
Una porta arrugginita
socchiusa attrasse l’attenzione di Sirio.
«Quella?»
chiese a Wanda.
«Là c’è
locale pompe. Serve per spingere acqua su, fino a ultimo piano e alle piscine.
È un posto sporco, pieno di grasso e rumore. Ma c’è un buco... un tubo vecchio
che portava vapore fuori, prima di ristrutturazione. Due giorni fa Amina si era
nascosta lì.»
Sirio entrò.
Tubature trasudavano condensa. Arrivavano, si intrecciavano e ripartivano verso
due cunicoli laterali. A quanto gli era dato capire, l’edificio moderno poggiava
sulle fondamenta di uno precedente, una vecchia masseria probabilmente, e quei
due cunicoli angusti, con la pietra a vista e le volte che ti schiacciavano,
non erano che le intercapedini di areazione delle fondazioni antiche, adattate
a ospitare i visceri tecnologici del resort.
«Perché
proprio qui dentro?» chiese Sirio.
«Lei si
diverte. Da quel condotto si sente tutto,» rispose Wanda. «Si sentono voci di cuochi
in cucina, si sente acqua che scorre. Di là si può andare in tutto albergo. Bambina
gioca così, bambina conosce bene stretti corridoi.»
«Si
arriva anche all’esterno?»
«Oh, sì.»
A terra,
nel grasso nero che colava dai macchinari, c’erano delle piccole impronte di
piedi nudi.
In quel
momento, dal condotto buio, arrivò un suono, uno scrocchio metallico improvviso.
E subito dopo un secondo e poi un terzo, portati dall’eco dei cunicoli.
Wanda ebbe
un fremito e si segnò.
«Questo
non è Amina. Questo è qualcuno che chiude grate.»
«Dove
porta questo passaggio?»
«Verso il
retro,» disse lei. «Dove Irina dice che c’è vecchio pozzo nero e nuovo depuratore.»
Sirio
guardò l'apertura. Era un anfratto di tenebra che esalava odore di muffa e
polvere antica. Accese la torcia dello smartphone ed entrò.
«Professor,
lei impazzito,» mormorò Wanda.
«Se è
entrata una bambina, posso farlo anch’io.»
Nel
budello stretto doveva procedere di lato per non tagliarsi contro le staffe che
reggevano i tubi. L’oscurità divenne ben presto assoluta, rotta solo dalla
torcia del cellulare. A ogni centimetro aumentava il senso di soffocamento. Si
voltò, e aveva percorso solo pochi metri. Il rintocco metallico si ripetette, e
lui riprese ad avanzare.
*
Il condotto curvava
bruscamente verso l'alto, trasformandosi in una sorta di camino. Sirio puntò la
luce in su. Una scaletta di ferro era infissa nel muro. Con uno sforzo che gli
fece scricchiolare le vertebre si appese. Puntando i piedi contro le pareti
rugose riuscì a raggiungere il primo piolo e cominciò a salire.
A circa
tre metri sopra di lui, una grata di aerazione filtrava una luce fioca.
Arrivato in cima, spiò attraverso le fessure. Lo spazio, rivestito di piastrelle
celesti, riverberava riflessi iridati; poco più avanti, acqua scorreva in una
canaletta. Sentì delle voci. Sollevò la griglia e s'introdusse nel camminamento
tecnico che circondava la SPA, al piano meno uno del nuovo edificio.
L'acqua
della piscina, satura di sali e oli profumati, tracimava a ondate regolari
proprio davanti al suo viso, scivolando con un singhiozzo costante verso il
condotto di recupero. Attraverso quel velo liquido e le fessure della griglia
vide Juliette. Era immersa fino alla vita nell'acqua azzurrina, le braccia
allacciate al collo di Saverio. Il riverbero dei fari subacquei proiettava
cerchi di luce sulle pareti a mosaico e sulla pelle nuda dei due. Gli
arrivavano le risatine soffocate della donna e il respiro pesante dell’uomo,
distorti dall’acustica ovattata dell'ambiente.
Sirio
retrocedette verso il camino da cui era salito.
*
Il cunicolo antico
proseguiva e lui riprese a seguirlo per un tempo che gli sembrava interminabile.
Il Clang metallico che l’aveva allarmato all’inizio risuonò di nuovo, ora
più forte e vicino. Sirio aveva la mano sul tubo e lo sentì fremere,
trasmettendogli il colpo d’ariete della conduttura d’acciaio dilatata dal
calore.
Non aveva
più idea di dove si fosse spinto, nel labirinto sotterraneo dell’hotel.
Poi una
porticina in tutto simile a quella da cui era entrato lasciava filtrare luce
dallo spiraglio. Passò nella camera vuota, un ambiente quadrato con la volta a
stella altissima. Salì la scaletta di ferro.
Appeso
alla ringhiera c’era un abitino giallo: il vestitino di Amina, quello che
indossava nella foto mostratagli dalla madre.
Lo prese.
Di là
dalla porta metallica arrivavano voci di bambini.
Agì sulla
maniglia e uscì. Il sole pomeridiano l’accecò. Voci stridule di bimbi
giocavano, tra sbruffi d’acqua e scalpiccii di piedini bagnati. La voce adulta della
baby-sitter li richiamava: «Buoni, bambini, non vi fate male…»
«Sirio!»
Sirio,
schermandosi con la mano, socchiuse gli occhi.
Juliette,
col suo pareo annodato in vita e un cappello di paglia a tese enormi sorrideva.
Abbassò
gli occhiali da sole: «Che bello rivederti. Vado a riprendere Isabelle per
portarla a pranzo. Ci fai compagnia?»
Sirio
sapeva dei suoi ripetuti incontri amorosi con Saverio, eppure era così limpida
e sincera mentre diceva: Ci fai compagnia?
Si chiese
cosa significasse davvero quell’invito.
La piscina circolare si trovava a pochi metri,
lui la scorgeva attraverso il varco nella siepe. La baby-sitter, dal bordo, si
sbracciava verso i bambini in acqua.
Stava per
ringraziare Juliette e rifiutare l’invito quando una voce infantile lo fece
esitare.
«C'est
à moi, rends-le-moi!»
Amina e
Isabelle, in costumini identici, una color prugna matura, l’altra rosata come latte
tenuto al sole, si stringevano per mano nel varco della siepe. Amina indicava
il suo vestitino. Sirio appoggiò a terra il ginocchio e glielo porse.
«Salut
Amina, il était là-dedans,» indicò di averlo trovato oltre la porta da cui
era uscito.
«Le
vestiaire!» fece una risatina la piccola.
Già,
lo spogliatoio! pensò
Sirio.
«Non vuoi
andare dalla tua mamma?» le chiese in francese
«Non,
il est tôt. Maintenant, on joue avec Isabelle… No, è presto. Adesso gioco con
Isabelle.»
«Allora?»
Juliette gli appoggiò la mano sulla spalla. «Pranziamo assieme?»
«Certo,»
Sirio sorrise. «Raggiungo te e le bambine al ristorante fra un minuto. Prima
devo fare una cosa.»
«Capito,»
ammiccò Juliette, arricciando il naso.
Sirio
capì cos’aveva capito. Ma prima della pur urgente doccia per ripulirsi
dell’unto dei cunicoli, doveva cercare Zahra.
Fece l’occhiolino a Juliette e si avviò verso il resort.

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