mercoledì 18 febbraio 2026

Identità Zero - Racconto

 





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Identità Zero

Sirio, sprofondato nella sua poltrona preferita, guardava svogliatamente i bagliori bluastri del telegiornale della sera. Da giorni si dava risalto a quello che i cronisti, col solito estro per i titoli, avevano battezzato lo Scandalo della Sanità vs AI. In pratica diceva tutto senza spiegare nulla, per chi non avesse seguito le vicende fin dall’inizio.

Le notizie che promettono scandalo fanno audience, così, in breve, ai TG si erano accodati talkshow e programmi d’intrattenimento a vario titolo. Si erano avvicendati personaggi politici di ogni colore, direttori di testate editoriali e tuttologi di ogni genere. Avevano sciorinato opinioni e teorie, tanto variegate quanto confuse, inducendo nell’opinione pubblica più smarrimento che chiarezza.

Rosanna Vidor, bioetica di fama internazionale, nota per la sua moralità e considerata incorruttibile, aveva ricevuto l’incarico di istituire e condurre una commissione governativa finalizzata alla regolamentazione e all’utilizzo dell'intelligenza artificiale nella medicina di base. Il suo compito era tracciare il confine tra il diritto alla cura e il calcolo algoritmico. Poi, con la precisione di un attacco mirato, un video era emerso dai bassifondi del web ed era esploso nei palinsesti della cronaca, travolgendo la sua vita, la sua identità e il suo lavoro.

Nel filmato, Rosanna Vidor era in piedi, indossava una giacca azzurra dal taglio maschile e una camicia grigia aperta. Dal colletto si scorgeva la collana col crocifisso che portava sempre. Si scorgeva alle sue spalle una parete tinteggiata di grigio e soffusa nella penombra. Stampe di nature morte sulla parete. Era evidente un’espressione ingorda, vorace, della donna, che fissava un punto preciso davanti a sé, leggermente in basso, all’altezza del petto o delle mani di chi le stava di fronte.

Una voce d’uomo, greve, profonda, diceva: «Allora, d’accordo?»

Il tono era molto basso e le parole non si afferravano subito. Chi aveva immesso il video in rete aveva eseguito un montaggio, per cui la scena si replicava: espressione golosa, occhi attenti, voce dell’uomo che ripeteva in crescendo: «Allora, d’accordo… allora d’accordo?»

L’uomo, che probabilmente aveva nascosto su di sé una microcamera, rimaneva fuori dall’inquadratura.

Nel video, Rosanna Vidor rispondeva chiaramente: «Va bene».

Gesticolava e aggiungeva: «Adesso».

Compariva la mano dell’uomo nell’atto di porgerle una mazzetta di banconote, che la donna afferrava e nascondeva subito nella tasca della giacca.

Questa ripresa sarebbe fors’anche passata inosservata, se Antonella Sordoni, telecronista di Canale Surprise non avesse deciso di ricavarne uno scoop.

Aveva fatto accomodare l’ospite nella poltrona eccessiva di pelle bianca e l’aveva brevemente presentata ai telespettatori e al pubblico in sala.

Poi le aveva chiesto: «Dottoressa Vidor, ci parli più nel dettaglio del suo incarico, quali sono le finalità, i passi che intende intraprendere?»

Rosanna, per l’occasione, indossava un tailleur giacca e gonna grigio. Aveva toccato con gesto automatico il crocifisso al collo e aveva spiegato, rivolgendosi alla telecamera.

«Le nuove frontiere della tecnologia informatica aprono opportunità eccezionali per quanto riguarda i servizi sanitari. L’integrazione dell’intelligenza artificiale deve diventare lo strumento per garantire il diritto all’accesso tempestivo alle cure. Attraverso la modellazione dei dati, potremo gestire le liste d’attesa con precisione, velocizzando lo smistamento verso le visite specialistiche e i ricoveri. Il nostro obiettivo è eliminare quegli appesantimenti burocratici e le aree di discrezionalità che spesso favoriscono i clientelismi. Stiamo lavorando per trasformare la sanità in un sistema a trasparenza totale, dove l'efficienza non sia un calcolo matematico a freddo, ma un servizio reale al cittadino. Il nostro impegno è finalizzato a una migliore funzionalità e trasparenza ei servizi al cittadino.»

«Spieghi bene ai telespettatori. Vi rivolgerete al mercato esterno, per individuare lo sviluppatore delle tecnologie di intelligenza artificiale necessarie?»

«Certo, e non potrebbe essere altrimenti. Vi sono oggi realtà private, le cosiddette Società di Gestione Algoritmica, che detengono il monopolio della potenza di calcolo e dei brevetti sui modelli generativi più avanzati. Lo Stato non ha le infrastrutture per competere con lo sviluppo dei loro codici, ma ha il dovere di governarli. Queste aziende non vendono solo software; offrono architetture decisionali capaci di elaborare miliardi di dati in pochi millisecondi. Tuttavia, il punto critico non è l'efficienza tecnologica, ma la Black Box…»

«Mi perdoni,» l’aveva interrotta la telecronista. «Può essere più chiara, per gli spettatori?»

Rosanna aveva sospirato: «Certamente. Black Box, che significa scatola nera, è un termine tecnico reale, in informatica. Indica quando un'AI prende decisioni senza che gli umani possano capirne esattamente le motivazioni. Il compito della commissione è assicurarsi di scegliere e utilizzare algoritmi che svolgano criteri di selezione dei pazienti basati sul diritto alla salute e non su variabili di profitto o, peggio, di valore produttivo dell'individuo. La commissione è finalizzata a questo: garantire che la macchina resti uno strumento, non che diventi un giudice indipendente.»

«Quindi, se capisco bene, la commissione… per meglio dire lei, che la dirige, è titolata a individuare un’azienda del settore di Gestione Algoritmica cui affidare l’elaborazione e installazione sui server della Sanità di un software di intelligenza artificiale che serva allo scopo.»

«Per semplificare, sì.»

«Può farci i nomi di queste aziende?»

«Perché no. Esistono diversi attori globali che hanno presentato protocolli d'interesse. Parliamo di colossi come la Omnia Logics, che gestisce già sistemi predittivi per il mercato assicurativo asiatico, o la Neural Path Solutions, specializzata in bio-informatica applicata. C'è poi la Kratos-Med, che punta molto sull'integrazione tra dati genomici e cartelle cliniche.»

«La Sintesis SpA?»

«Anche. Ha sede a Milano. La conosco.»

«Non l’ha citata, però.»

Rosanna, inquadrata in primo piano, aveva sollevato di poco le spalle, con un’espressione che significava: Non ci ho pensato. Non credo sia grave.

La conduttrice si era sporta in avanti, riducendo lo spazio fisico tra sé e l’ospite; la voce si era fatta pressante.

«Dottoressa Vidor, restiamo con i piedi per terra. Stiamo parlando di un progetto che sposta equilibri miliardari. Non teme che l’entità economica in gioco possa innescare tentativi di manipolazione, di pressioni indebite volte a favorire un’azienda specifica a scapito della concorrenza?»

L’ospite aveva spostato leggermente il peso sulla poltrona dello studio.

Era tesa e si vedeva.

«Lo escludo.»

«È sicura?»

«Nella maniera più categorica.»

La conduttrice aveva il sorriso di chi sta per sferrare un colpo violento.

«Prima di lanciare la pubblicità, vorrei mostrarle un filmato.»

*

Tutto questo e altro ancora, tagliato, ricucito e adattato ai vari palinsesti, era stato divulgato e replicato più e più volte negli ultimi giorni. Sirio vi aveva prestato un’attenzione distratta da spettatore passivo.

Squillò il telefono. Fissando il display, si sorprese.

Il suo padrone di casa, che abitava nell’appartamento sottostante, lo chiamava alle dieci di sera.

Non era mai successo prima. Immaginò un’emergenza e rispose.

«Perdonami,» esordì Luigi Fronziani. «Vedo che hai la luce accesa. Se non ti disturbo troppo avrei urgenza di parlarti.»

Sirio gli era andato incontro per le scale: «Che succede?»

«Ti chiedo ancora scusa, ho bisogno di un tuo parere.»

Erano risaliti assieme e si erano accomodati sulle poltrone.

«Avrai sentito il caso di Rosanna Vidor.»

«Quasi non si parla d’altro,» Sirio accennò alla TV senza volume.

«Forse non sai, non ti ho mai detto, che Rosanna è stata mia moglie. Confesso subito, perché sia chiaro quanto sto per dire, che la rottura del nostro matrimonio è dipesa da me. Mi ero innamorato di Anastasia, la donna con cui convivo.»

C’era imbarazzo nel modo in cui muoveva gli occhi senza mai sollevarli.

Riprese: «Nessuno conosce Rosanna meglio di me. Non farebbe ciò di cui l’accusano.»

«Uhm. Spiegami meglio.»

«Il filmato è falso. Rosanna lo ha affermato in vari ambiti e io le credo.»

Rosso in viso, si passava le dita nel colletto del golf.

Sirio andò a prendergli un bicchiere d’acqua.

«Stai calmo, se c’è una soluzione, la troveremo.»

Luigi si bagnò le labbra, respirò a fondo.

«Sirio, devi aiutarla. Solo tu puoi farlo. Gli avvocati a cui mi sono rivolto vedono le solite vie d’uscita, le solite procedure, non saprebbero andare oltre. Io ti conosco ormai da anni e sono convinto che solo tu possa scorgere l’invisibile.»

Sirio sorrise.

«Calma, non anticipiamo. Riassumi i fatti. Cos’è successo durante la trasmissione e subito dopo?»

«Dunque, dopo che quella iena della Sordoni ha lanciato la pubblicità, le ha teso un secondo agguato. Rosanna ha perso il controllo, e non immaginava che le telecamere continuassero a riprenderla. Ha urlato che il filmato era un falso e le sono sfuggite invettive contro la conduttrice. La Sordoni non l’ha riammessa in trasmissione, negandole di fatto la possibilità di una replica pubblica e, carogna fino in fondo, nelle trasmissioni successive ha mandato in onda vari frammenti di quanto accaduto dietro le quinte, stravolgendone la continuità temporale e utilizzandoli per denunciare Rosanna anche di diffamazione.»

Sirio non aveva incrociato la trasmissione di Canale Surprise, ma immaginò facilmente la scena.

«Capisco,» disse soltanto, in attesa che l’altro proseguisse.

«Ho una registrazione,» Luigi tese una pennetta USB. «Ne ho parlato con l’avvocato di Rosanna. Mi ha suggerito lui di mostrartela, quando l’ho informato che ti conosco; sembra che vi siate incontrati, in passato.»

«Chi è?»

«Arturo Difalco.»

Erano stati su sponde opposte, tempo prima; eppure si era fatto l’opinione che dietro la sua rigidezza professionale ci fosse una persona corretta.

«Sì, mi ricordo di lui.»

Luigi tornò ad allentarsi il colletto. «Ci aiuterai?»

Sirio si protese in avanti, si stropicciò il naso sbilenco.

«Voglio prima conoscere meglio Rosanna Vidor. Cominciamo da questi files.»

*

Andato via Luigi, Sirio prese posto davanti al computer. Era quasi mezzanotte.

La memoria flash conteneva sia il video scaricato dal web, sia le registrazioni di varie trasmissioni televisive.

Sirio partì proprio dal fuori onda, perché lì c’era la vera Rosanna Vidor.

La telecamera la inquadrava in piedi ancora nello studio, gli occhi scintillanti, il volto contratto.

«Siete in pausa,» giunse la voce di qualcuno della regia. «Pubblicità per dieci minuti.»

«Quel filmato è falso,» urlò Rosanna. «Sembro io, potrei essere io, se non sapessi con certezza che non sono io.»

Sirio fermò il fotogramma. Tornò indietro. Rallentò la velocità al 25%.

Il volto umano dispone di circa diecimila espressioni, molte delle quali involontarie. Vengono comandate da quarantatré muscoli mimici. In un momento di rabbia autentica, le pupille reagiscono alla luce, i corrugatori della fronte si attivano, la mascella si contrae in un guizzo improvviso sotto la pelle della guancia.

L’ira più genuina era su quel volto.

Sirio fece scorrere i singoli frame, concentrandosi su dettagli impossibili da individuare a velocità normale. Notò che la palpebra destra reagiva in ritardo di un millisecondo rispetto al ringhio del labbro. Quando era davvero fuori di sé, tendeva a immobilizzare il lato destro del volto – retaggio di una vecchia nevralgia o forse di un’abitudine nervosa.

La natura non è mai simmetrica, considerò.

Tutti elementi, quelli che individuava, del dialetto emotivo di Rosanna Vidor.

Sirio studiò a lungo la registrazione, poi passò alla trasmissione di Canale Surprise. L’espressione iniziale dell’intervistata era distesa. Toccava distrattamente il crocifisso con la punta delle dita: un gesto inconscio, legato forse a un vecchio bisogno auto consolatorio. Prima di replicare, mostrava una leggera tensione della fronte, che esprimeva la normale concentrazione per cercare risposte appropriate. Niente di più. Ma poi, quando l’atteggiamento dell’intervistatrice era diventato, dapprima insinuante e poi aggressivo, l’espressione era divenuta guardinga, le dita erano sbiancate per la pressione sul metallo del ciondolo, il busto era arretrato in un riflesso difensivo di chiusura posturale.

Tutto molto umano.

Sirio passò al film recuperato dal web.

Analizzandolo fotogramma per fotogramma, notò che le reazioni facciali di Rosanna non corrispondevano. Nello studio televisivo, irritata, sollevava l'angolo sinistro della bocca, mentre nel film del web, sotto analogo stress, non avveniva. E poi c’era il gesto che lei ripeteva inconsciamente, quasi un tic, di accarezzare il crocifisso. Nel fuori onda si vedeva come il sangue affluisse in maniera diversa alle dita stringendolo, nel video della mazzetta non succedeva.

Quel filmato era un falso, un rendering algoritmico generato da un’applicazione di intelligenza artificiale. Un Deepfake di sostituzione, dove il volto di Rosanna Vidor era stato giustapposto sul corpo di un’altra donna o addirittura generato artificialmente. La maschera digitale non aveva la nevralgia della persona umana: l’intelligenza artificiale non era stata istruita a replicare le sue asimmetrie e i tic specifici.

Sirio non aveva dubbi. Non si trattava di pixel, ma di emozioni. Ogni individuo è un unicum, mentre la macchina aveva ignorato il dialetto emotivo della vittima per assegnarle delle espressioni standard.

Il software l'aveva fatta recitare come un’attrice da sceneggiato.

Alle quattro del mattino, spegnendo il PC, Sirio aveva raggiunto questa certezza e delineato le sue strategie.

*

Sirio aveva conosciuto l’avvocato Arturo Difalco in occasione di una causa civile; dove si erano trovati su banchi opposti.

Maria Carringi, cinquantacinque anni, vedova da due, era stata travolta e uccisa da un autotreno. L'autista non si era accorto di nulla. Aveva proseguito la marcia finché, molti metri più avanti, i gesti frenetici dei passanti non l’avevano indotto a fermarsi. L'investimento era stato ripreso dalla telecamera installata in un distributore di carburante.

La compagnia assicuratrice, per ricusare il risarcimento, aveva eccepito in sede di giudizio il difetto di responsabilità del proprio assicurato, sostenendo l'esclusiva condotta colposa (o volontaria) della vittima. Secondo la difesa, lo stato depressivo di cui soffriva la donna avrebbe configurato la volontà del suicidio, interrompendo così il nesso di causalità tra la guida del mezzo e l'evento morte. Il tribunale, a fronte di molteplici testimonianze discordanti e non ravvisando elementi sufficienti per emettere la sentenza, aveva disposto la presentazione di consulenze tecniche d’ufficio.

*

TRIBUNALE DI BOLOGNA

Procedimento n. 4243 / RGNR

Eredi Maria Carringi c/ Assicurazioni ZPN-Alfa.

OGGETTO: Relazione di Consulenza Tecnica di Parte (CTP)

CONSULENTE EX ART. 233 C.P.P.: Dott. Sirio Bonanni.

CASO: Sinistro Mortale, Vittima: Maria Carringi.

QUESITO TECNICO: Analisi della dinamica dell'impatto tra il veicolo industriale (autoarticolato) e il pedone (Sig.ra Maria Carringi) al fine di accertare l'eventuale volontarietà dell'atto (ipotesi di suicidio sostenuta dalla difesa) o la natura accidentale dell'evento.

METODOLOGIA DI ANALISI: Analisi comparativa tra la dinamica d'impatto e la risposta neuromuscolare riflessa della persona investita.

L’analisi biomeccanica delle emozioni non si è limitata alla cinematica del veicolo, ma si è estesa alla scomposizione micro-espressiva e posturale del comportamento non verbale tramite scansione dei file video estratti dalla telecamera di sorveglianza presente nella "Stazione Servizio Nord". I video sono stati analizzati a 1/100 di secondo.

RILIEVI CRITICI ED EVIDENZE:

A. L'Assenza del "Set-up Suicidario".

In letteratura forense e psichiatrica, l'atto suicidario per investimento è preceduto da una fase di "abbandono motorio": il soggetto riduce la tensione muscolare, inclina il baricentro in avanti e spesso chiude gli occhi o china il capo.

  Rilievo sul video (Frame 452-460): La Sig.ra Carringi mantiene lo sguardo fisso sull'asse stradale opposto al camion. Il suo baricentro è arretrato. Non c'è "intenzione" verso il mezzo, ma "allontanamento" dal punto di partenza.

B. Il Riflesso di Difesa e di Trasalimento.

L'evidenza più schiacciante risiede nel Frame 468. Un istante prima dell'impatto, la vittima solleva il braccio destro verso il parabrezza del camion e volta di scatto la testa verso il veicolo.

Osservazione: Il sollevamento dell'arto superiore a protezione del volto (arco riflesso tronco-encefalico) è incompatibile con la volontà di autodistruzione. Il cervello di chi vuole morire inibisce le reazioni di difesa; qui, il sistema nervoso della vittima ha lottato per la sopravvivenza fino all'ultimo millisecondo. L’evidente trasalimento nega l’intenzionalità all’atto preordinato.

C. L'Incongruenza dei Tempi (L'errore del software).

La perizia di controparte sosteneva un "balzo improvviso". Tuttavia, l'analisi vettoriale dimostra che la velocità di spostamento laterale della donna è costante (4,2 km/h). La sensazione di "balzo" nel video originale è un artefatto ottico causato dalla mancanza di tre fotogrammi intermedi, probabilmente persi durante la compressione del file effettuata dalla Compagnia Assicurativa. Ripristinando la fluidità originale, si nota chiaramente un cedimento della caviglia sinistra.

CONCLUSIONI: La Sig.ra Carringi non si è gettata sotto il veicolo. È scivolata mentre attraversava con passo rapido, come si evidenzia nel Frame 465-468 (si vedano ingrandimenti delle immagini). Il tentativo estremo di proteggersi il volto con le braccia nega categoricamente ogni ipotesi di volontarietà. La versione del "suicidio" è da considerarsi un'ipotesi costruita su lacune tecniche e suggestioni psicologiche indotte.

*

L’avvocato Difalco era un uomo di statura modesta. Seduto dietro la scrivania del suo studio, esibiva baffetti sottili, fuori moda, e indossava un abito gessato completo di gilet. Le labbra inclinate verso il basso conferivano ai suoi sorrisi un che di mesto. Di fronte a lui, Sirio e Fronziani occupavano le poltrone per gli ospiti, immersi nell’ambiente poco illuminato e nel silenzio pesante di quell'ufficio d'altri tempi.

«In casi come questo, i giudici tendono sempre a favore della vittima,» concluse la sua ricostruzione, quasi a voler giustificare il fallimento del precedente incontro con Sirio. «E devo riconoscere che lei è stato molto abile a individuare i fotogrammi mancanti, suggerendo, senza accusare apertamente nessuno, che il video fosse stato manipolato per avvalorare la tesi del suicidio.»

Difalco appoggiò i gomiti sullo scrittoio. Fissò con quel suo triste sorriso prima Fronziani, poi Sirio: «Be’, questa volta siamo dallo stesso lato della barricata. Ma in questo caso il giudice, di fronte a un reperto video, non accetterà una semplice perizia stragiudiziale che ne contesti l’autenticità. Se vogliamo ottenere la revoca della misura cautelare della dottoressa Vidor, dobbiamo fornirgli di più».

 «Devo parlare con la dottoressa al più presto,» Sirio cambiò posizione sulla poltrona. «Il primo passo è la mia nomina a Consulente Tecnico di Parte. Lei dovrebbe depositare già domattina un’istanza al Pubblico Ministero e al GIP. La motivazione è l’esigenza della difesa di procedere a un’analisi tecnica del materiale probatorio. Se non la vedo di persona, non potrò mai provare che quella raffazzonatura di pixel apparsa sul web è un falso.»

«Uhm. È agli arresti domiciliari. Il monitoraggio è stretto e il GIP ha imposto il divieto di comunicazione assoluto. Ma vedrò cosa posso fare.»

*

Aveva aperto un poliziotto. Ritirate le credenziali che Difalco gli porgeva, li aveva lasciati entrare. Rosanna Vidor, in una poltrona del soggiorno, appoggiò il libro che stava leggendo e si alzò per stringere la mano a Sirio e all’avvocato. Occhiaie profonde e capelli trascurati, appariva smagrita e invecchiata, rispetto ai video girati non molto tempo prima. Si accomodarono.

«La immaginavo diverso,» si rivolse a Sirio. «Più austero e meno giovane.»

«Colpa del pomposo termine Professore,» sorrise Sirio.

L’avvocato si intromise: «Veniamo a noi, Bonanni…»

«Chiamatemi Sirio… meno formale.»

«Sirio – dunque – studiando le espressioni e la prossemica dei filmati, ha concluso che è stato realizzato un deepfake di sostituzione facciale della sua immagine.»

Rosanna si illuminò: «Questo mi scagiona?»

«Purtroppo non è sufficiente, in sede stragiudiziale,» precisò Difalco.

«Quindi?»

«Però è un primo traguardo, importante per noi,» Sirio si protese in avanti. «A questo punto si tratta di stabilire chi aveva interesse a screditarla e farla rimuovere dalla commissione. Ho letto, fra gli atti che l’avvocato mi ha messo a disposizione, che lei ha informato il pubblico ministero, in fase di interrogatorio, di aver subito un tentativo di corruzione. Vorrei che me ne parlasse.»

La donna sospirò: «Che potrei dire, oltre quanto ho riferito al magistrato?»

«È diverso l’approccio dell’ascoltatore. Per il PM potrebbe trattarsi di un suo tentativo di spostare il focus delle responsabilità, oppure, quand’anche le credesse, un elemento inutile, perché impossibile da provare. Dal nostro punto di vista, invece, può fornire spunti di riflessione, nonché di indagine.»

«Be’,» Rosanna corrugò la fronte. «Due uomini mi hanno avvicinata.»

«Dove, in che modo?»

«Nel bar sotto il mio ufficio, in via Sestriere.»

«Un luogo pubblico, quindi, dove lei è conosciuta. Può essere un motivo per cui il filmato riprende un ambiente estraneo: parete bianca e quadri anonimi. Chi l’ha contattata, in quella occasione?»

«Due uomini, che non avevo mai visto prima. Non si sono presentati, hanno esordito con: La Sintesis…»

«Saprebbe riconoscerli?»

«Certamente.»

«Saprebbe ricavarne un identikit, se le mettiamo a disposizione un ritrattista forense?»

«Immagino di sì.»

«Le hanno porto materialmente del denaro, come si vede nel video?»

«No. In pratica si è trattato di un monologo, probabilmente preparato, di uno dei due. Più o meno il succo era che l’azienda possedeva tutti i requisiti richiesti.»

«Uhm. E avevano questi requisiti?»

«No. Avevo messo al lavoro il mio staff tecnico, per questa come per le altre società partecipanti. Il sistema di Intelligenza Artificiale presentato dalla Sintesis è progettato per decidere in maniera autonoma chi avviare a cure mediche costose e chi no, e questo in base al valore potenziale del cittadino.»

«Un momento,» Sirio agitò la mano. «Mi spieghi meglio.»

«L'algoritmo discrimina sistematicamente le persone in base a criteri prefissati. In pratica è una banca dati che cataloga gli individui secondo criteri prestabiliti. Se ricevesse il via libera, frammenterebbe la popolazione in base a censo, ideologie e razza, riducendo tutti noi a una semplice variabile di calcolo. In pratica, pagando la Sintesis, chiunque potrebbe trarne profitti enormi. Per esempio, all’algoritmo basterebbe declassare uno, dieci, cento pazienti a favore di altrettanti coperti dalla compagnia d’assicurazioni X, per garantirle un’economia sistematica sugli esborsi per le coperture sanitarie.»

«Capisco. Dopo, cos’è successo nel bar?»

Rosanna sollevò le spalle: «Se io avessi avuto un occhio di riguardo, mi avrebbero ringraziato in maniera tangibile. Facessi pure io il prezzo. Li ho scacciati prima che potessero aggiungere un’altra parola».

«Ha alzato la voce?»

«Lo credo bene.»

«Qualcuno potrebbe testimoniare?»

Lei rifletté qualche istante: «Non credo, c’era una festicciola, non credo badassero a noi».

Il poliziotto si piazzò sulla porta e Difalco controllò l’orologio: «Dobbiamo andare, il tempo concesso dal GIP è scaduto».

«Solo un istante,» Sirio sollevò l’indice. «Dottoressa… Rosanna, nel suo staff ha sicuramente dei tecnici informatici qualificati. Mi serve il recapito di qualcuno di cui abbia piena fiducia.»

«Non capisco…»

«Le spiegherò,» mosse un attimo gli occhi verso il poliziotto alle sue spalle. «Deve fidarsi di me.»

«Sandro Sometin,» abbassò la voce la donna.

«Ho io i recapiti,» precisò Difalco.

Si stavano alzando, quando Rosanna chiese; «E adesso?»

Sirio si costrinse a sorriderle: «Abbia fiducia».

*

L’autostrada verso Forlì era una striscia d'asfalto grigia che emergeva dall’oscurità man mano che i fari la illuminavano. Sirio guidava senza fretta, lasciando che la monotonia del viaggio mettesse in ordine lo schifo di tutta quella faccenda. Poche ore prima aveva raccomandato fiducia a Rosanna Vidor, le aveva rivolto sorrisi rassicuranti, pur essendo consapevole di aver raggiunto il muro alto e liscio di un vicolo cieco.

Il quadro era chiaro. La presidente della Commissione, a un certo momento, aveva rappresentato l'unico granello di sabbia in un ingranaggio da miliardi di euro. In un mondo di furbi, le avevano offerto dei soldi per trasformare la sanità in un business per ricchi. Lei aveva opposto la sua moralità, tanto solida da apparire ingenua a un meccanismo che non conosceva sentimenti. Così l'avevano annullata. Non con la violenza del sangue, che dopotutto conserva una sua dignità umana, ma creando una seconda Rosanna, una maschera che le somigliava in modo insultante, e l'avevano lanciata in pasto alla folla. Qualcuno – e ogni indizio puntava dritto alla Sintesis SpA – davanti al suo rifiuto secco e incorruttibile, era ricorso a un omicidio dell’identità pianificato in ogni dettaglio e celebrato con la fredda eleganza di un'equazione matematica. Il prezzo dell’onestà era stato la privazione della reputazione, del lavoro e della libertà individuale. L’arma del delitto era un algoritmo infame, usato per sostituire la donna reale con un fantoccio meschino.

Un omicidio perfetto, dunque, pulito. Un assassinio dell’anima e del nome, altrettanto definitivo di uno di sangue. Adesso lei si trovava ridotta in una stanza, mentre fuori qualcuno della Sintesis SpA brindava al traguardo raggiunto e a un bottino miliardario. 

Sirio, sprofondato nel sedile dell’auto, era consapevole di trovarsi con le spalle al muro. Aveva la verità, sentiva di aver colto ogni asimmetria del video, ogni battito di ciglia che non apparteneva a Rosanna, bensì a un ladro d’identità meccanico istruito dalla Sintesis. Eppure, con la stessa sicurezza, era consapevole che la verità, in quel caso, era una moneta leggerissima, senza alcun valore di scambio. Il Pubblico Ministero e il GIP erano in possesso di un filmato, e un filmato è un fatto. Per loro l’opinione di un criminologo sarebbe stata un esercizio accademico da cestinare con un sorriso di scherno, un parere soggettivo contrapposto a una prova oggettiva.

Era una partita truccata.

La giustizia cammina col bastone, ha bisogno di passi cauti e tempi lenti; il male informatico ha invece i riflessi pronti e scattanti di un giovane yuppie. In un’aula di tribunale la verità nuda sarebbe morta di freddo, davanti a quella menzogna così ben vestita. Da quel groviglio di codici e algoritmi non si usciva con le buone maniere. Se voleva salvare la Vidor, Sirio doveva smettere di fare il professore.

Guardò lo specchietto retrovisore. Nessuno lo seguiva, se non i suoi stessi pensieri, intenti a studiare come vincere contro una maschera digitale, contro un nemico privo di volto umano.

Ma forse un modo c’era.

E forse l’aveva trovato.

A volte, per far uscire un ratto dalla fogna, può essere utile un pezzo di formaggio. Gli venne un’idea. Meglio se avvelenato.

Guardò l’orologio sul cruscotto: le nove di sera.

Avviò il numero di Sandro Sometin, il tecnico informatico nello staff della Vidor.

*

Alle dieci del mattino Sirio chiamò Canale Surprise e chiese di Antonella Sordoni.

«Chi la desidera?» domandò una voce femminile, cortese e blandamente apatica.

Sirio scandì nome e cognome, lasciando che il peso della sua qualifica sedimentasse dall’altra parte del filo.

«Ho comunicazioni decisive sul caso di Rosanna Vidor,» aggiunse.

«La dottoressa è fuori sede, riferirò.»

La dottoressa – che doveva essere rientrata in tutta fretta da qualsiasi fuori sede si trovasse – aveva richiamato dopo dieci minuti.

«Lei è il professor Sirio Bonanni del caso Carringi contro ZPN-Alfa?»

«Tra le altre cose,» sorrise Sirio, pur sapendo che non poteva vederlo.

«E avrebbe importanti comunicazioni sulla Vidor?»

«Esatto.»

«Nello specifico, di che si tratta?»

Tono perentorio da cronista d’assalto.

«È complicato, per telefono. Incontriamoci e gliene parlo.»

Ci fu una lunga pausa meditativa. Poi: «Guardi, professore, qui è un continuo di telefonate sulla faccenda. Con tutto il rispetto, se dovessi dedicare un incontro a chiunque sostiene di avere uno scoop…»

«Come preferisce. Chissà se a TV Romagna & Affini sono meno impegnati.»

Altra pausa, più breve e meno meditativa: «D’accordo, domani in serata potrei…»

«Meglio oggi all’ora di pranzo al ristorante Delizie Nostrane. È a due passi dalla vostra sede. Diciamo all’una.»

Nessuna pausa, meditativa o d’altro genere. Solo un sospiro: «Va bene».

*

Sirio arrivò con dieci minuti d’anticipo, scelse un tavolo nell'angolo più riparato e appoggiò il tablet. Antonella Sordoni entrò all'una precisa, l’assenza di trucco rivelava una stanchezza da frenesia che in trasmissione veniva nascosta.

«Spero che la notizia valga la trasferta,» esordì.

«Si accomodi, Sordoni,» Sirio esibì per lei il sorriso più sfacciato del proprio repertorio. «Qui fanno dei passatelli che riconciliano col mondo.»

Lei sbuffò e prese posto: «Guardi che non ho molto tempo».

«Oh, ha un aspetto stressato, si rilassi,» Fece un gesto al cameriere. «Siamo di fretta. Per me passatelli. Per te, Sordoni?»

«Lo stesso,» fece un gesto della mano.

Poi, quando il cameriere si fu allontanato, aggiunse: «Se proprio dobbiamo darci del tu, chiamami Antonella».

Molto telegenica, Antonella Sordoni. Addirittura più bella di persona che in video.

Per un momento, l’ammirazione doveva essere trasparsa e lei l’aveva colta.

«Perché mi fissi così?»

«Oh,» Sirio fece Sciò con la mano. «L’hai capito benissimo.»

«Non siamo in una situazione da corteggiamenti. Veniamo a noi, cos’hai da propormi?»

«Hai distrutto Rosanna Vidor.»

«Ho fatto solo il mio lavoro. C’era una notizia, l’ho messa a disposizione del pubblico. Se la magistratura ha ravvisato un reato nel comportamento della Vidor, dipende da lei, non da me.»

«Anche se quel filmato risultasse costruito in un laboratorio informatico?»

«Hai le prove?»

«Ho esaminato con la massima attenzione ogni frame…»

«Come avevi fatto per il caso Carringi?»

«Esattamente. E posso assicurarti che non mi sbaglio.»

«Perché lo dici a me? Vai dal giudice.»

«Sai bene che non ne terrebbe conto, in sede stragiudiziale. E conosci altrettanto bene i tempi processuali del nostro Paese.»

«Senti, io pubblico notizie, e la tua opinione su quel video non lo è. O perlomeno non è una notizia appetibile per i miei telespettatori.»

«Guarda questo filmato e poi dimmi se è appetibile,» avviò il tablet e glielo porse.

*

Rosanna Vidor veniva incontro alla telecamera lungo un corridoio stretto in penombra. Quando fu vicina, si portò istintivamente la mano al crocifisso che aveva al collo.

«Vorrei parlarle.»

La voce di un uomo fuori campo doveva appartenere a chi effettuava la ripresa.

Con una microcamera nascosta su di sé, evidentemente.

«A che proposito?»

L’espressione della donna mostrava in successione allarme, meraviglia, sospetto. Alle sue spalle, stampe di nature morte su una parete grigia.

La risposta dell’interlocutore era confusa. Si capiva solo la parola: «Incontrarla».

«Nel mio ufficio,» rispondeva Rosanna.

Nuovo borbottio dello sconosciuto e le parole: «Allora, d’accordo?»

«Va bene.»

La donna faceva un gesto per indicare il corridoio e aggiungeva: «Adesso mi lascia passare?»

Nuovo borbottio. Nell’inquadratura compariva la mano dell’uomo nell’atto di porgerle una mazzetta di banconote.

La donna sbarrava gli occhi. Frustava con la mano la mano dell’altro. Le banconote svolazzavano. Rosanna si voltava di scatto e si allontanava a passo affrettato nella direzione da cui era venuta.

*

Erano arrivati i passatelli. Sirio aveva aspettato che Sordoni finisse col tablet.

«Buon appetito,» si era dedicato ad arrotolare la forchetta.

Invece Sordoni li ignorava: «Chi mi dice che non sia questo il falso?»

«Infatti lo è. L’ha realizzato un tecnico dello staff di Rosanna Vidor. Vedi quant’è facile?»

«A me non interessa. Quel che m’importa è l’audience, e quanto mi stai proponendo non alzerebbe l’indice degli ascolti di una sola unità.»

Sirio deglutì.

«Non mangi?» le sorrise.

«Non ho tempo per le stupidaggini.»

Sirio si appoggiò alla spalliera. Esibì il sorriso più beffardo che gli riuscì.

Sorrideva e taceva.

Taceva e sorrideva in maniera spudorata.

Sordoni lo fissò a lungo, prima di decifrare quell’espressione nella maniera giusta.

«Ho capito. Non ti permetterò di portarlo alla concorrenza. Avrai la tua intervista, anche se non vedo a che servirebbe.»

«A te eviterebbe la figuraccia di aver pubblicato una notizia senza accertarne la fonte e l’autenticità. Reato grave nel giornalismo, specie d’assalto. Fuga di audience? Direi molto probabile. A Rosanna Vidor una parziale riabilitazione dal linciaggio mediatico che le hai causato. In generale il diritto al beneficio del dubbio.»

«Basta così, ho capito,» la giornalista si alzò. «Adesso scusa ma devo scappare. Contatta la mia segreteria per i dettagli.»

Si allontanò senza perdere tempo a porgere mani.

Sirio vuotò il suo piatto nel proprio e infilzò un boccone abbondante di passatelli.

*

Lo studio televisivo, quando non era in uso da Canale Surprise, era un teatro di media grandezza nella semiperiferia di Bologna. Normalmente il pubblico era formato da teatranti e gente presa dalla strada, cui veniva corrisposto un gettone di presenza. Un tabellone si illuminava per sollecitare gli applausi.

Ultimamente, dopo lo scoop della Sordoni, veniva riempito da un pubblico pagante. Il tabellone rimaneva spento e gli applausi erano spontanei. Per l’occasione, preannunciata da giorni con spot mirati, erano state aggiunte delle sedute supplementari lungo i corridoi.

Sul plateau troneggiava la poltrona bianca per l’ospite e lo sgabello per la conduttrice, alto, scelto strategicamente per sovrastare l’ospite e dare autorevolezza alla conduttrice. Il fondale, realizzato con pannelli di plexiglass retroilluminati di blu elettrico, dava l'illusione di uno spazio infinito. Il pavimento di linoleum imitava il marmo. Una superficie nera così lucida da sembrare liquida.

Il pubblico in sala cercava i posti. Sirio si accomodò nella poltrona. Un tecnico accorse per sistemargli il microfono. Davanti a lui, Antonella Sordoni in un tailleur giacca pantaloni color avorio, controllava con occhio competente tutti i preparativi.

Un altoparlante chiese il silenzio. Le persone in sala si voltarono verso il palco. Sordoni si appoggiò allo sgabello, rassettò il tailleur.

Un assistente di studio, con le cuffie calzate e il fare sbrigativo, fece un cenno.

«Siamo in onda tra cinque, quattro, tre...» l'uomo abbassava le dita una alla volta, poi puntò l'indice verso la conduttrice.

Antonella cambiò espressione in un microsecondo, illuminandosi a favore della Camera 1.

«Buonasera e bentornati. Continuiamo a occuparci del caso che sta scuotendo i palazzi della sanità e l'opinione pubblica: lo scandalo Rosanna Vidor. Un clip, che vi abbiamo mostrato in esclusiva, sembrava aver chiuso ogni dubbio. Ma stasera abbiamo qui con noi un ospite che sostiene una tesi controcorrente, una tesi che, se confermata, rimetterebbe in discussione ogni certezza.»

Fece una pausa drammatica.

«È con noi il professor Sirio Bonanni, criminologo, esperto di analisi comportamentale e consulente tecnico degli organi giudiziari,» rivolse a Sirio un sorriso di plastica. «Professore, lei stasera è qui per sostenere che quello che abbiamo visto non è ciò che sembra. È esatto?»

Sirio non rispose subito. I suoi occhi cercarono la Camera 2, quella che stava stringendo su di lui per il primo piano. La riconobbe dal piccolo led rosso acceso, che segnalava la messa in onda.

Sotto l'obiettivo, vide il gobbo elettronico col testo predisposto dai collaboratori della conduttrice. Accanto alla telecamera, un monitor di servizio gli rimandava la sua stessa immagine. La sua pelle risultava quasi diafana, sotto i riflettori da cinquemila watt.

Appariva calmo, leggermente concentrato. Distese la fronte, sorrise.

Poteva vedere la propria immagine riflessa anche nel monitor Preview ai piedi della Sordoni.

Raddrizzò la schiena.

Non guardò Antonella. Guardò dritto nell'obiettivo della Camera 2, come se volesse parlare personalmente a ogni singolo spettatore.

«In sintesi… s.»

Notò lo scatto della testa di Sordoni. La ignorò.

La prima volta aveva aggiunto una esse prolungata alla parola. Ripetette più fluidamente: «In sintesi, qualcuno deve cominciare a preoccuparsi. I nostri esperti informatici stanno esaminando al microscopio ogni file video. Per chi non è un esperto del campo, preciso che ogni prodotto informatico porta con sé un DNA invisibile: i metadati di compilazione, le tracce lasciate dai codec di esportazione e, soprattutto, l'impronta del kernel del sistema operativo che ha generato il rendering».

Fissò il centro dell’obiettivo, rivolgendosi direttamente alla persona o alle poche persone cui il messaggio era veramente rivolto. Fece una pausa, affinché i termini tecnici pesassero nell'aria, suonassero come una minaccia mirata.

«Siamo riusciti a isolare la stringa identificativa dell'hardware. Attraverso un’analisi forense dei pacchetti di rete, stiamo risalendo a ritroso lungo i nodi di scambio. Ogni passaggio lascia un log di sistema, e quindi non importa quanti server proxy o VPN siano stati usati per mascherare l'origine: ci arriveremo. Intanto siamo a un passo dal mappare il server sorgente e, di conseguenza, il terminale fisico da cui è partito l’input… in sintesi…s.»

Sordoni, incerta se interromperlo o lasciargli corda lo fissava.

Sirio non le diede spazio.

«A chi è meno aduso del gergo informatico voglio spiegare che qualsiasi software ha una vulnerabilità nota, che genera un ID univoco, nel flusso dei bit. Quel codice è ora nelle mani di specialisti che sanno come interrogarlo. Per usare un esempio: abbiamo la targa della macchina che ha investito la reputazione della dottoressa Vidor. È solo questione di tempo, prima di arrivare al garage.»

«Benissimo, professore,» l’interruppe Sordoni, cercando di riprendere il controllo. «Ma lei – scoop nello scoop – ci ha portato anche una prova della facilità di manipolazione. Vediamo questo contributo video.»

Sul monitor gigantesco ad uso degli spettatori, Rosanna Vidor veniva incontro alla telecamera lungo un corridoio stretto in penombra. La qualità era granulosa, tipica di una camera spia. Rosanna appariva tesa, si toccava il crocifisso. Un uomo fuori campo le si avvicinava, mormorava qualcosa. Poi il gesto: una mano porgeva del denaro. Rosanna, con un movimento secco, lo respingeva facendo volare le banconote.

«Quello che vedete sembra il negativo del video che ha incastrato la Vidor,» commentava Sordoni sopra le immagini. «Qui la vediamo rifiutare la mazzetta con sdegno. Ma questo filmato è stato creato in laboratorio. Non è vero, professore?»

«Il filmato appena visto è stato realizzato utilizzando l’intelligenza artificiale,» Sirio rispose, la voce ferma. «Sono state impiegate sia elementi reali – il volto della dottoressa Vidor, le sue espressioni facciali, le intonazioni della voce – che immagini generate elettronicamente. Osservando bene lo sfocato del fondo e la fluidità dei movimenti della dottoressa, si nota un leggero ghosting intorno alla figura. Questo video è un falso totale, è una esercitazione realizzata in poche ore al computer. Eppure, se lo trasmettessi senza spiegazioni, metà del Paese griderebbe al complotto.»

Sordoni si voltò verso di lui, sullo sgabello scomodo.

«Quindi, lei sta dicendo che la verità è diventata una questione di software?»

«Dico che l'autore del falso originale ha commesso degli errori di rendering, e che li stiamo decriptando. Ha lasciato delle impronte digitali nel codice sorgente. In estrema sintesi: chi ha fabbricato quella menzogna ha le ore contate. Stiamo isolando il server di provenienza e incrociando i dati della frequenza di campionamento audio. La tecnologia che hanno usato per distruggere Rosanna Vidor sarà la stessa che li smaschererà.»

Fece una pausa, fissando di nuovo la Camera 2. Voleva che il tecnico della Sintesis, ovunque fosse, sentisse il sudore freddo colargli lungo la schiena.

«L’autore del falso farebbe bene a preoccuparsi. Ha peccato di presunzione, pensava di aver cancellato le tracce informatiche, invece ha lasciato una porta aperta nel back-end del file. Chi ha fabbricato quella menzogna farebbe bene a smettere di dormire sonni tranquilli. Perché, in estrema sintesi, chi di spada ferisce di spada perisce.»

*

Sirio, intorno alle dieci di sera, lasciò la poltrona per andare a prepararsi uno spuntino. Il suo frigo da scapolo offriva desolazione. Trovò un pacchetto di burro. La data scaduta prometteva striature verdognole di muffa e affini; invece, scartatolo, aspetto e profumo sembravano asserire: Botulino zero.

Lo spalmò su qualche fetta biscottata e se le portò davanti alla TV.

Squillò il cellulare. Fissando il display, questa volta non si sorprese che fosse il padrone di casa a chiamarlo. Senza individuare subito il perché di quella certezza, Ci siamo, si disse.

«Sirio, perdona l’orario,» esordì Luigi Fronziani. «È venuto adesso qui da me un signore che vorrebbe parlarti.»

«Va bene, salite.»

Il signore poteva avere venticinque anni, forse meno; indossava un giaccone troppo largo e scarpe da running. Precocemente stempiato e col naso affilato, si chiamava Gianni Santrelli. Qualifica: tecnico informatico presso Sintesis SpA.

Gettata in un unico fiato questa presentazione ancora sulla soglia, tacque, occhi a terra.

Sirio l’aiutò a togliere il giaccone e invitò lui e Fronziani ad accomodarsi. La televisione trasmetteva l’ennesimo gruppo di tuttologi riuniti a commentare Sirio che guardava in camera e diceva: «Sintesi…s».

Sirio tolse l’audio.

«Sei qui per quello, ritengo,» indicò lo schermo.

Il giovane rispose con un borbottio indecifrabile.

Sirio prese posto sulla poltrona opposta a quella di Santrelli. Appoggiò le fette biscottate sul tavolino da buffet. Fronziani, sul divano, si chiuse a braccia conserte.

«Come stanno le cose?» domandò Sirio al tecnico.

«In azienda gli incarichi sono compartimentati, vale a dire che ogni processo viene spezzettato fra più tecnici. Io opero in Ricerca e Sviluppo e il mio compito era l'ottimizzazione dei rendering per le simulazioni forensi; o almeno, così mi era stato venduto. Ricevevo solo dei layer isolati…»

«Che significa?» quasi l’aggredì Fronziani.

Santrelli spostò le gambe, come per allontanarsi.

«Degli strati video… vedevo solo un pezzetto della faccia, non l’intera scena. Mi passavano dei pacchetti di dati, brevi sequenze di pochi secondi, e dovevo perfezionare la fluidità dei labiali o la sincronizzazione del battito delle palpebre. Un puro esercizio tecnico per testare i nuovi software di sicurezza, a detta del mio capogruppo.»

Si protese in avanti: «Ho capito cosa mi avevano fatto realizzare solo quando ho visto la trasmissione su Canale Surprise.»

«Ma non ti sei fatto avanti,» si intromise Fronziani, sempre a braccia incrociate sul petto. «Te ne sei fregato: di Rosanna e delle conseguenze.»

Il giovane informatico – l’istinto alla fuga – guardò verso la porta. Sirio intervenne.

«È comprensibile, la prospettiva del licenziamento deve aver avuto un suo ruolo.»

Sorrise a entrambi, per motivi diversi: l’aggressività del primo avrebbe prodotto la chiusura dell’altro. Cosa che doveva impedire.

«Come mi hai trovato?» la domanda ingenua doveva servire a resettare le passioni.

Santrelli accennò un sorriso: «Be’, sono un informatico. Ho frugato un po’. L’indirizzo era esatto, solo non sapevo che abitassi al piano di sopra».

«Già, capisco,» Sirio fece una risatina. «Ma andiamo avanti.»

«Be’, poi lei…»

«Dammi del tu, chiamami Sirio,» fece rotolare la mano, disponibile, da pari a pari.

«Ecco, insomma, quello che hai detto in televisione mi ha mostrato la verità vera.»

Si era confuso, si guardava attorno.

«Le conseguenze, intendi,» gli andò incontro Sirio. «E dimmi, hai l’antidoto?»

Gianni si illuminò: «Ecco».

Infilò la mano nella tasca dei jeans e ne tirò fuori una chiavetta USB in acciaio satinato. La posò sul tavolino al centro fra loro.

«Cosa c’è, lì dentro?»

«I negativi digitali,» sorrise liberamente il giovane Santrelli. «I file sorgente originali, prima del rendering finale. Ci sono i log dei comandi impartiti dal server centrale della Sintesis e le maschere grezze applicate sul volto della dottoressa Vidor. C'è la prova che il video è stato creato su una workstation dell'ufficio marketing. È tutto lì. Le coordinate, gli orari, la firma del software.»

Sirio guardò la chiavetta.

«Molto bene, il tuo gesto non riabiliterà subito la dottoressa Vidor, le convinzioni della massa sono difficili da cambiare, ma se non altro convincerà il magistrato della sua innocenza. Te ne ringrazio per lei. Ma io voglio di più!»

«Cosa?» si allarmò Santrelli.

Sirio lasciò la poltrona, cercò in un cassetto, tornò con dei fogli formato A4.

Li porse al giovane informatico.

«Sono gli identikit dei due che hanno tentato realmente di corrompere la dottoressa Vidor. È accaduto in un bar di via Sestriere, li riconosci?»

Gianni non esitò: «Sì. Uno è Ugo Ramballi l’alter ego di Marcus Thorne, il CEO della Sintesis; l’altro un suo sottoposto lecca-mutande che vale men che zero, in azienda.»

«Sicuro al cento per cento?»

«No. Al mille per mille.»

«Puoi reperire delle loro fotografie e registrare le voci?»

Gianni Santrelli capì. Si illuminò: «Come schioccare le dita!»

«Bene,» trionfò Sirio. «Ti propongo uno scambio che ti riabiliterà di fronte alla giustizia e salverà il tuo posto di lavoro.»

«Chi devo uccidere?» scherzò il giovane.

Uccidere era la parola giusta, la stessa morte dell’identità, dell’onore, della professione, della libertà che avevano inflitto a Rosanna Vidor.

Si protese verso di lui e gli spiegò il suo piano.

Alla fine, Luigi Fronziani sciolse le braccia e si aprì in una gran risata.

*

All’inizio, nessuno mise in relazione la lenta erosione in borsa del titolo Sintesis SpA con un evento particolare. Anzi, dopo l’estromissione di Rosanna Vidor dalla Commissione, gli analisti scommettevano su un imminente rialzo delle quotazioni.

Mentre la capitalizzazione della società andava depauperandosi, un video amatoriale faceva la sua comparsa nel dark web e rimbalzava poi rapidamente sui canali d'informazione legali.

Il filmato sembrava del tutto irrilevante: una giovane coppia sconosciuta si scambiava effusioni tra i tavolini di un anonimo bar.

Inizialmente, nessuno aveva prestato attenzione allo sfondo, finché la curiosità della rete non si era focalizzata sui personaggi rimasti accidentalmente nell'inquadratura.

Il primo allarme scattò proprio all’interno della Sintesis SpA, quando qualcuno identificò i volti nitidi di Ugo Ramballi e del suo braccio destro. Poi l'opinione pubblica riconobbe anche la donna seduta con loro: Rosanna Vidor. La presenza dei tre nello stesso luogo e nello stesso momento, documentava quanto la presidente della commissione aveva denunciato fin dall’inizio.

I due funzionari, interrogati dall’ufficio etico interno, pur negando il tentativo di corruzione, dovettero confermare di aver incontrato la Vidor in quel bar. Quando poi la Procura comunicò di averli iscritti nel registro degli indagati per istigazione alla corruzione, vennero sospesi dal servizio con effetto immediato, in attesa di ulteriori sviluppi.

*

Lo Studio 4 di TV Romagna & Affini era un perimetro di ombre avvolto nel silenzio. Non c’erano applausi pilotati né tribune per il pubblico; solo il ronzio soffuso dei condizionatori e l’occhio rosso delle telecamere che si muovevano lente su binari invisibili. Una ambientazione minimalista. Un fondale blu notte e una scenografia ridotta a pochi elementi geometrici. Al centro, su una pedana circolare, le poltrone identiche per l’ospite e il conduttore. La luce, perpendicolare e tagliente, isolava le figure dal vuoto circostante.

Graziano Trefoli sedeva con la schiena dritta, le mani rilassate sui braccioli. Esprimeva l’atteggiamento autorevole e il tono grave confacenti a una trasmissione di approfondimento in prima serata.

«Siamo in diretta con il professor Sirio Bonanni per discutere i recenti, clamorosi sviluppi sul caso Rosanna Vidor», esordì, fissando l’obiettivo della camera uno. «Ma prima, un riepilogo nel servizio della nostra redazione.»

Sullo schermo dello studio apparve una clip montata con ritmo serrato. Le immagini mostravano i pannelli della Borsa, con l’andamento azionario della Sintesis SpA. Una freccia rossa precipitava verso il basso per mostrare che il titolo era crollato del 40% in tre sedute, bruciando miliardi di capitalizzazione.

La voce fuori campo della cronista scandiva i fatti:

«Terremoto ai vertici della Sintesis SpA. Marcus Thorne ha rassegnato le dimissioni ed è attualmente indagato per istigazione alla corruzione e calunnia aggravata. Nel frattempo, la Procura ha disposto gli arresti domiciliari per il dirigente Ugo Ramballi e il suo assistente, entrambi estromessi con effetto immediato dalla Società. L'inchiesta è scaturita da un filmato emerso dal dark web. Girato da un testimone anonimo in un bar di via Sestriere, documenta l’incontro tra i due indagati e la dottoressa Vidor. Un incontro che confermerebbe la denuncia di tentata corruzione già avanzata dalla Vidor medesima.»

Seguiva un riepilogo sui fatti salienti relativi all’intera vicenda, poi la linea tornò in studio con un primo piano di Trefoli.

«Abbiamo appena visto le immagini che stanno terremotando la Borsa e i palazzi di giustizia. Lei, in quanto consulente nel collegio difensivo della dottoressa Vidor, come commenta questi fatti?»

Sirio appariva perfettamente a suo agio. La mancanza di pubblico eliminava ogni distrazione.

«Veda,» rispose, la voce piana che riempiva lo studio. «Come ben illustrato dal servizio, tutto nasce da un filmato attinto da internet e messo in onda da una emittente privata. Senza volerci soffermare se sia lecito diffondere informazioni senza averne verificato la fonte e l’attendibilità, ricordiamo che la Procura ha già chiesto il non luogo a procedere e la revoca immediata di ogni misura cautelare nei confronti della dottoressa Vidor.»

«Com’è stato possibile raggiungere questo obiettivo? Quali nuovi elementi hanno convinto i magistrati dell’innocenza della sua assistita?»

Sirio si mostrò concentrato: «I negativi digitali, i file sorgente originali, sono stati consegnati al Pubblico Ministero, dimostrando la manipolazione».

«Cosa può dirci dell'esecutore materiale?» incalzò Trefoli.

«L’autore del deepfake è un tecnico della Sintesis. Chiamiamolo un ghostwriter del codice,» spiegò Sirio. «Scrive stringhe di realtà virtuale per conto di altri, senza una volontà diretta e senza firmarle. Era stato indotto con l’inganno dai superiori a lavorare su frammenti isolati, convinto di testare un software di sicurezza. Non aveva idea della mostruosità che stava assemblando. Infine, consegnando spontaneamente i log del server al magistrato, si è riabilitato, dimostrando nel contempo la propria estraneità al raggiro. È grazie alla sua collaborazione, se la verità è emersa.»

«Una domanda, che molti telespettatori si stanno ponendo con me: la tecnologia può davvero fabbricare una menzogna perfetta?»

«Posso risponderle che sarà sempre più difficile distinguere la verità dal falso,» Sirio incrociò le gambe. «Ci stiamo avvicinando alla Identità Zero

«Che termine suggestivo. Cosa intende, precisamente?»

«Se in un video ti si fanno dire cose che non hai mai pensato o compiere azioni contrarie alla tua morale, la tua identità reale vale Zero, nel mercato della verità,» il suono della sua stessa voce, amplificato dal microfono a clip sul risvolto della giacca, gli parve estraneo, metallico. «La reputazione diventa indifendibile; ma non solo, il fango digitale è un acido che non si lava via del tutto; l'ombra del dubbio resta sempre.»

«Quanto afferma, fa paura.»

Sirio guardò fisso nella telecamera: «La verità non sarà mai più un monolite, ma un vetro sottilissimo che un software da pochi spiccioli potrà infrangere in qualsiasi momento».

Il conduttore si affrettò a riprendere in mano le redini dell’intervista: «Professore, cosa può dirci del filmato nel bar di Bologna? È anch’esso un deepfake di sostituzione?»

Sirio si fece spuntare le rughe sulla fronte: «Non posso asserirlo né negarlo. Se è un falso, è molto ben realizzato. Paradossalmente, se fosse un falso, direbbe la verità. Infatti i tratti fisiognomici dei due uomini che vi compaiono corrispondono a quelli dei funzionari che agganciarono Rosanna Vidor in via Sestriere per sollecitarla a favorire la Sintesis. D’altro canto, i due funzionari hanno ammesso che l’incontro c’è stato. Quindi, perché dubitare del video?»

«Noi giornalisti avremo sempre il dubbio di stare diffondendo delle notizie false?» scherzò il conduttore.

Sirio rispose serio: «Esatto, il problema non sarà più cosa avete visto. Il problema sarà che vi siete fidati dei vostri occhi in un'epoca in cui la vista è l'ultimo dei sensi di cui ci si possa fidare».


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Identità Zero - Racconto

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