giovedì 11 maggio 2023

Un caso anomalo - Racconto (Anteprima)


 
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Anteprima:

Un caso anomalo

1

 

Il mese di giugno del duemilacinque era stato particolarmente torrido, in Sicilia, e non sembrava che luglio sarebbe stato da meno. Molti corsi d’acqua si erano prosciugati, la siccità danneggiava le colture e, fatto curioso, nelle zone rurali, specie in prossimità di fattorie, stalle o altri assembramenti di bestiame, malgrado le ripetute disinfestazioni si verificava una recrudescenza allarmante di Calliphora vomitoria, più comunemente detto moscone della carne.

Nel resto d’Italia, tutto questo arrivava attraverso i notiziari.

A Forlì, alle due del pomeriggio, il professor Anselmo Urbani, disteso sul divano, che giusto il giorno precedente aveva spostato sotto il getto del condizionatore, spense la televisione e si tirò su a sedere.

Il medico, dopo aver sbuffato alla lettura degli esami ematici, gli aveva raccomandato di evitare la pennichella postprandiale e di soprassedere al consumo di carni rosse, alcoolici e dolciumi e, soprattutto, di fare ogni giorno una passeggiata di almeno un’ora, preferibilmente fuori di città, immerso nella natura, se voleva abbassare colesterolo, glicemia e tutta una serie di valori – che aveva enumerato con sadico puntiglio – pena più serie patologie che, dietro l’angolo, in agguato, lo aspettavano.

Urbani strinse i pugni e allargò le braccia, stirandosi con quanta più energia gli fu possibile (era pur sempre attività fisica… o no?), quindi si avvicinò alla finestra, che stava esattamente sotto la bocchetta dell’aria gelida. Fuori la calura riverberava lungo la fascia d’asfalto della strada, oltre gli zampilli intermittenti che irrigavano il prato all’inglese. Il professore sbuffò, decidendo di rinviare la passeggiata a dopo il tramonto, quindi, con calma, si spostò verso il tavolo a centro stanza, sul quale, rincasando dal lavoro, aveva abbandonato la corrispondenza arrivata quella mattina.

La lettera, ripiegata due volte all’uso commerciale e contenuta in una busta con la finestra trasparente, proveniva da Palermo. Al disotto delle intestazioni affiancate del Ministero della Giustizia e della Regione Sicilia, che sponsorizzavano l’iniziativa, così recitava: “Oggetto: Seminario sulle procedure atte a contrastare la criminalità organizzata”.

Urbani lesse rapidamente il testo:

“Egregio professore, facendo seguito ai contatti telefonici intercorsi, confermiamo che il Suo intervento è programmato per lunedì 11 luglio p.v. alle ore… In attesa di incontrarLa… Cordialmente…”

Al foglio erano spillati i biglietti aerei e la prenotazione per due stanze presso il Superior Hotel di Palermo.

Il professore se ne era completamente dimenticato.

Con preoccupazione tornò a guardare, fuori dalla finestra, la luce incandescente che colorava di arancione la chioma del pino davanti alla casa. E si trovava a Forlì, figuriamoci cosa poteva essere Palermo! Poi il discorso… roba del mese passato! A proposito, che ne era stato del discorso?

Chiamò Sirio.

Si erano lasciati non più di tre ora prima, in facoltà, dopo una lezione sugli alibi contraffatti e i moventi fuorvianti.

«Dove sei?» quasi l’aggredì, quando rispose.

«In riviera.»

Immaginò il corpo tonico del suo allievo disteso al sole.

«Che fai?»

«Sdraiato su un telo.»

Ho indovinato! Si congratulò con se stesso.

Qualche giorno prima, aveva sorpreso una studentessa del terzo anno mentre gli strapazzava il naso da pugile. Immaginò che fossero insieme.

«Con chi?» domandò, curioso.

«Con… Professore, perché tutte queste domande?»

Urbani, lisciandosi il pizzo bianco della barba, sorrise fra sé per la propria arguzia.

«È arrivato l’invito a quel seminario sulla mafia,» spiegò allo studente, «non ricordo dove ho messo il discorso che avevo preparato.»

«Non può ricordarlo,» giunse, dopo una risata, la voce del suo giovane amico, «perché non ha preparato alcun discorso.»

Gli sovvenne che il ragazzo si era offerto di redigerlo al posto suo. Finse di non averlo mai dimenticato:

«Appunto… quando me lo porti?»

«Già fatto,» esclamò il suo allievo preferito, «l’ha infilato nel primo cassetto dello scrittoio, nello studio.»

Urbani, fingendo un black-out per non doversi giustificare, chiuse la comunicazione.


 

2

Nella vasta sala conferenze del Superior Hotel di Palermo, Sirio aveva preso posto in una poltrona d’angolo dell’ultima fila, da cui abbracciava l’ambiente intero. Nel prestare orecchio ai relatori che a turno si spostavano dal lungo tavolo fino al leggio, replicati sul maxi schermo affisso alla parete di fondo, osservava i presenti, li catalogava, li suddivideva per gruppi omogenei. Personalità politiche occupavano la prima e la seconda fila, rigorosamente in ordine di importanza nella gerarchia nazionale, regionale e comunale; rappresentanti delle varie forze di polizia, di cui alcuni in uniforme; poi cronisti, sia di testate nazionali che locali, fra i quali spiccavano più o meno noti volti del piccolo schermo.

Il relatore di turno, fra altri luoghi comuni, allarmismi e assicurazioni circa le incisive azioni di controffensiva delle Istituzioni, si accalorava, affermando come la criminalità organizzata quasi ostentasse i propri crimini, incurante delle leggi e con disprezzo spudorato nei confronti della giustizia e dello Stato.

Sirio notò il giornalista, sui cinquanta, baffetti sottili e occhiali cerchiati di nero. Sedeva con le gambe accavallate e le braccia conserte in una poltrona lungo il corridoio. Lo notò per via della custodia a tracolla marchiata Nikon e per il fatto che, al contrario di altri suoi colleghi, non effettuava riprese né scattava fotografie dell’evento; anzi, sembrava, non tanto annoiarsi, quanto subirlo.

Dal palco venne annunciato un break coffee: potevano accomodarsi nella sala adiacente.

Sirio e Urbani si ritrovarono accanto a un maresciallo dei carabinieri in divisa, in fila al tavolo del buffet, un cinquantenne con i baffi folti, curati, con i capelli segnati dalle prime striature.

«Io la conosco,» disse a Urbani, voltandosi, dopo aver ordinato un caffè. Urbani rimase a osservarlo interdetto, tenendo in equilibrio un cumulo di pasticcini, in bilico nel piatto che sosteneva all’altezza del mento.

«Lei non può ricordare,» gli venne in soccorso il maresciallo, «sedevamo vicini alla prima dell’Aida, al teatro comunale di Bologna, due anni fa. Ci siamo presentati e abbiamo scambiato qualche commento durante l’intervallo, nel foyer. Io mi chiamo Achille Preposti e lei è il professor Urbani, se non ricordo male.»

«Una memoria notevole,» ricambiò il sorriso il professore, con il piatto nella destra e un pasticcino tra il pollice e l’indice della sinistra, agitandosi nell’impossibile tentativo di porgergli la mano.

Sirio notò il cronista con la macchina fotografica a tracolla che si avvicinava.

«Ah, il maresciallo Preposti…» disse, ignorando sia il professore che Sirio.

L’altro ne sembrò scontento: «Oggi la Nikon è rimasta nella custodia…»

«Non le sfugge niente! D’altra parte, cosa c’era da immortalare? Un susseguirsi di pseudo esperti e tuttologi?»

Preposti si schiarì la voce, rivolgendosi al professore: «Le presento Giulio Cassioro».

Seguirono strette di mano.

Urbani presentò Sirio a entrambi.

«Il prossimo intervento è il suo,» disse Preposti al professore.

«Già,» rispose Urbani, con un sorrisetto schivo che lo fece assomigliare al Poirot degli sceneggiati, «dovrò disquisire di mafia… io che vengo da Forlì.»

Il giornalista sembrò sul punto di intromettersi, ma il trillo di un cellulare e il maresciallo che lo estraeva di tasca, lo bloccarono.

«Pronto,» rispose Preposti, facendo un passo indietro.

Chi era all’altro capo della linea possedeva una voce squillante e concitata: «Maresciallo, abbiamo trovato l’assessore… è morto!»

Preposti sembrò chiudersi attorno al telefono. Si allontanò ancora.

Altri telefoni avevano cominciato a squillare.

Urbani si rivolse al cronista:

«Assessore? Morto?»

Cassioro, adesso, sembrava elettrizzato, si guardava attorno, come assimilando l’animazione che si andava diffondendo nella sala.

«Riccardo Pellosi,» rispose al professore, «era scomparso da alcuni giorni. Venga, lei che proviene da Forlì… se vuole erudirsi sui metodi della mafia. Non si preoccupi per il suo discorso sul palco, tanto qui, fra cinque minuti, non ci sarà più nessuno.»

Infatti la sala si andava vuotando.

Magistrati e funzionari di polizia rispondevano ai telefoni cellulari, si scambiavano commenti, informavano i politici che li assediavano curiosi. I cronisti orecchiavano, chiamavano le redazioni.

A quanto pareva le notizie scorrevano di bocca in bocca a una velocità incredibile e tutti, a quanto pareva, sapevano esattamente cosa fare e dove recarsi.


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Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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