martedì 14 luglio 2020

Indagini sulla morte di Betty - Raccolta di racconti



Titolo opera: Indagini sulla morte di Betty
Numero pagine: 140
Sinossi: Sirio è sempre disponibile. È la disponibilità assoluta quest’uomo. Ha la capacità di ascoltare e di arrivare perfino a ciò che non gli dici. Agisce nei rapporti con le persone come la manopola della sintonia nelle vecchie radio: esclude i rumori di fondo ed afferra la frequenza giusta. Con lui ti apri e racconti, anche quello che non vorresti, perfino l’inconfessabile. È una sua peculiarità naturale. È un docente, insegna “Scienze criminologiche e psicologia criminale” presso un prestigioso ateneo italiano. Da qui le sue capacità acquisite. In questa raccolta verrà chiamato a sciogliere sei misteri, sei delitti talmente ben occultati da essere sfuggiti alle indagini ufficiali.
Prezzo e-book:  €. 2,99
Ritirato dal commercio.


domenica 12 luglio 2020

Una collina sospesa - Racconto




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Una collina sospesa

 

Ester spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza.

«Finalmente il giorno» disse Ester. Avevano viaggiato tutta la notte. Arrivati col buio.

Ester spinse le persiane. L’azzurro del mare ammiccò guizzi di luce lontana, riflessi bianchi concentrati di luce fra gli infiniti toni di azzurro cangiante del mare. Più prossime, sotto la finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini oscillavano sopra i tetti in declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa. Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando fra i vicoli.

«Che meraviglia» disse Ester « Nanni vieni a vedere.»

Dal letto Nanni la fissava come si ammira la luna dalla cima dell’Everest. Toccò il lenzuolo vicino a sé: «Torna qui» le disse.

Ester fece un risolino e tornò a sdraiarsi accanto a lui. Gli passò un braccio sul petto e lui l’attrasse più vicina. Sulle pareti e il soffitto, l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri chi sa quanto distanti producevano movimenti incompiuti, luminelli incostanti di chiarore impalpabile.

Nanni l’attrasse e la baciò. Poi rimasero supini a fissare oltre il soffitto, le teste che si toccavano, i capelli confusi. E da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica, e la risacca del mare, e richiami offuscati di ragazzi lontani.

Ester sospirò: «Poter stare sempre così, noi due soli in un guscio tutto nostro. A lui non gli voglio male, e non vorrei mai fargli del male, ma con te è un amore diverso».

Accanto a lei Nanni ebbe come un fremito immobile: «Non ci pensare adesso» le disse «non lasciargli spazio fra noi, l’unica cosa importante è che siamo insieme. Voglio una giornata memorabile». 

Poi vivace si sollevò sul gomito: «Allora, che programmi per oggi?».

Ester volle sorridergli, assecondare il suo entusiasmo: «È quasi mezzogiorno. Subito abbondante colazione in compagnia dell’uomo che amo, poi, giocoforza, violino. Tu, invece?».

«Meravigliosa luculliana colazione insieme alla mia bella violinista» le sorrise «poi, purtroppo, tela e pennelli.»

«Dove?» Chiese Ester.

«Forse qui. Soggetto: una musicista bellissima che suona il violino. O forse fuori, ancora non so.»

«Fuori è bellissimo, devi vedere. Ieri, col buio, chi l’immaginava.» Gli si strinse addosso, ne assaporò il profumo della pelle, strofinò la guancia contro il suo petto nudo. Da quanto sognava momenti come questi, di poter stare con lui così come adesso. All’improvviso pensò che aveva finora vissuto unicamente in funzione di questo momento.

Nanni si riscosse e si tirò su: «Fame da lupi» disse ridendo. Poi ebbe un ripensamento e si chinò per baciarla. E mentre la baciava, donne presero a cantare con voce acuta in un dialetto gutturale sulle note della fisarmonica, e qualcuno le accompagnava battendo le mani, e qualcuno rideva. Ester rise nella bocca di Nanni e si staccò.

«Scusa» disse, perché la guardava stranito «deformazione professionale, ascoltavo l’armonico disaccordo del concertino là fuori.» Ridendo si buttò di spalle sul letto e distese le braccia. «Voluttuosa beatitudine» sospirò serrando i pugni e inarcando il bacino.

«Be'» disse Nanni «devo fare la solita telefonatina di routine, il mio piccolo dovere coniugale. Poi scendiamo a colazione.»

Mentre Nanni si girava per prendere il cellulare dal comodino, Ester si rotolò sul letto e si alzò. «Sono pronta in un attimo» disse, e andò a chiudersi in bagno.

«Gabriella… i bambini?» Sentì la voce di Nanni prima di serrare la porta, poi la coprì con lo scroscio del rubinetto.

Nel ristorante dell’albergo, musica di sottofondo offuscava con note di seta il brusio dei commensali e il toccarsi delle stoviglie. Un cameriere ossequioso li accolse: «Prego, da questa parte». Pochi i posti occupati. Il cameriere li precedeva nel corridoio fra i tavoli. Scivolando dalle finestre la luce stendeva tappeti assordanti sul pavimento verde marino, pozze gialle di luce sospesa.

«Prego.» 

Ecco che il cameriere offriva la sedia, prendeva le ordinazioni, apriva bottiglie con gesti usuali. Irrequieta una bimbetta si agitava fra genitori arcigni al tavolo accanto. Fiori freschi sulla tovaglia. Dagli altoparlanti nascosti note soffuse di canzoni d’amore.

«Da quanto sognavamo di questi momenti» sospirò Ester.

Nanni le prese le mani sul tavolo, e prese ad accarezzargliele, nello sguardo un sogno appagato. 

«Momenti solo nostri» le disse. 

Oltre le tende e i vetri il mare aveva un sapore d’estate, il cielo un profumo di festa.

«Sono felice.» Sospirò Ester. La musica, sull’ultima nota melodica, era scivolata in un ritmo di jazz. Fra loro sfiorarsi di dita, sguardi senza parole, soffice silenzio steso sul brusio sopito dei commensali. Nanni si portò alle labbra la mano di Ester e la baciò.  

«Anch’io lo sono. Una vacanza tutta nostra, finalmente. Giuro che niente potrà disturbarla.»

Nella borsetta di Ester il telefono cellulare emise un richiamo, una, due volte, tre volte. E fu come una nuvola che passi sul sole.

 «È Toni» ansimò Ester.


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Il sorriso del candidato - Racconto





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IL SORRISO DEL CANDIDATO


Giangi non ce l’aveva affatto contro quel candidato, e se qualcuno asserì il contrario… ebbene, mentiva.

Il fatto vero è che il candidato, per usare le parole di Giangi, l’aveva, non esattamente perseguitato, ma ossessionato sì.

Per capire cosa intendesse Giangi immaginate strade, immaginate quartieri e rioni, immaginate la città intera tappezzata da un susseguirsi continuo e ininterrotto di cartelloni inneggianti al candidato; ciascuno traboccante della sua effigie.

Bene, immaginato che avete questo, con un ulteriore impiego di fantasia immaginate ancora che quel candidato, in queste sue fotoriproduzioni in primissimo piano, sorrideva a tutto campo.

Oh, si badi, era un bell’uomo il candidato; e il sorriso che offriva agli elettori faceva proprio un bel vedere. E poi si è già detto prima che Giangi non ce l’aveva affatto con lui: non gli aveva fatto nulla e nemmeno gli era antipatico. Ma allora, direte voi, perché lo fece? Si è detto anche questo: a causa dell’ossessione.

Giangi, di mestiere, faceva il tipografo.

Vedo che cominciate a capire, o perlomeno intuire.

Giangi infatti lavorava proprio nella grande tipografia cui erano stati commissionati i cartelloni per la campagna elettorale del candidato. Erano così grandi, questi cartelloni, che venivano stampati in quindici riquadri, che dall’alto verso il basso, in file da tre, così lo ritraevano:

capelli, calvizie, capelli

tempia, fronte, tempia

occhio, naso, occhio

guancia, bocca, guancia

spalla, cravatta, spalla.

Costretto a controllare le rotative, Giangi se le vedeva sfilare davanti al naso tutto il santo giorno queste porzioni anatomiche del candidato: capelli calvizie capelli, tempia fronte tempia, occhio naso occhio… tanto in ordine composto ma spesso, anche, in ordine sparso: guancia occhio naso… cravatta bocca occhio… naso fronte spalla… per cui, dopo, le doveva riunire, accatastare, impacchettare, imballare, riordinare, spostare, caricare, scaricare, trasportare, trasbordare, immagazzinare, ricaricare, riscaricare e ritrasportare per tutto il tempo che gli imponeva il contratto di lavoro; e poi, quando a sera usciva dai capannoni della tipografia, l’immagine del candidato, ricomposta, ora, nella sua magnifica grandezza, seguitava a osservarlo dall’alto dei cartelloni posti lungo i bordi delle strade.

Si dirà che una volta giunto a casa, basta! 

Ma, no!

Giangi abitava due stanzette a primo piano, e tutte le finestre gli affacciavano su una piazza vasta che, trovandosi alla periferia estrema, si andava a perdere nei prati. Ora, c’è da credere che qualcuno, per nascondere agli occhi dei cittadini lo spettacolo di quella campagna così aperta che si sperdeva in lontananza in macchie d’erba verde e paglierina, aveva contornato la piazza di cartelloni pubblicitari i quali, adesso, erano tutti abbigliati sul davanti, ma forse anche a tergo, verso i campi, con l’immagine sorridente del candidato.

Per Giangi non c’era pace. Non aveva bisogno d’affacciarsi per vedere i cartelloni, poiché si trovavano giusto alla sua altezza; e con essi l’effige del candidato ricomposta e sorridente.

Gli ultimi fra voi obietteranno che giunta infine l'oscurità della notte… basta. Macché, ma no! Un cartellone alto due piani rivestiva il fianco del palazzo davanti al letto di Giangi; il quale palazzo, da quel lato, non aveva le finestre e l’intonaco era così malandato e brutto che per non turbare con esso la vista del vicinato si era deciso di nasconderlo con quel viso bonario e sorridente. Potenti fari poi, sistemati con grande studio, illuminavano a spolvero quel cartellone di quasi un ettaro. Ebbene, il sorriso del candidato stava in linea proprio col cuscino del nostro Giangi.

Chiudesse le persiane! Calasse le tapparelle! Tirasse le tende! Concluderà qualcuno. 

Facile a dirsi e anche a farsi... per chiunque altro! Non per le fobie multiple di Giangi che, grande e grosso, aveva paura del buio e temeva i luoghi chiusi.

Ma nel sonno almeno, insisterà l’ultimo obiettore, avrà pur trovato ristoro questo Giangi, dalla vista del sorriso del candidato che, come dice, l’ossessionava. Il guaio è che Giangi soffriva d’insonnia.

Chi, fra voi, ha mai provato un’ossessione, di qualsiasi genere intendiamoci, sa per certo che sconvolge l’ordine naturale dei valori, l’obbiettività dei giudizi, l’equità dei pareri; che offusca ogni altro aspetto della vita. Sa bene costui che l’oggetto ossessionante assurge al primo posto nei suoi pensieri, spingendo a calci e gomitate tutti gli altri sotto a lui.

Dopo giorni di campagna elettorale Giangi aveva un solo desiderio: non rivedere mai più il candidato; il che, fra tanti altri desideri che gli sarebbero stati facilmente consentiti, gli era invece precluso fermamente. In tipografia distoglieva lo sguardo, si distraeva, si girava altrove; per la via si osservava i piedi; in casa camminava come i gamberi, di lato, con le spalle alle finestre; la notte stava a occhi chiusi, o voltato verso il muro; ma inutilmente, perché alla minima distrazione, al breve sollevarsi delle ciglia, il sorriso cubitale del candidato incombeva sopra di lui. 

Basta! 

Fu una scintilla. Un lampo. Un moto fulmineo di ribellione, un volersi infine difendere o riscattare.

Imposizione per imposizione, si disse, e agì.

Con l’arte propria al suo mestiere alterò le matrici, ritoccò le rotative, ricombinò i quindici segmenti anatomici ormai ben noti e infine, soddisfatto e curioso, attese.

Durante la notte un esercito di operai affisse i nuovi cartelloni per strade e piazze della città. Ma, fra essi, nessuno notò nulla, nessuno se ne accorse, oppure, se a qualcuno fu dato di vedere, tacque.

Anche Giangi non trascorse la notte inerme. Rimase sveglio. Non per causa dell’insonnia questa volta, e nemmeno per l’ossessione che gli dava il grande tabellone affisso di fronte a casa sua. Anzi, malgrado la fatica di arrampicarsi sulla scala a pioli, si divertì non solo a stare sveglio, ma anche a esprimere su quel tabellone un’arte da pittore caricaturista che nessuno gli sospettava.

L’indomani un’alba linda illuminò il nuovo volto del candidato; o meglio i suoi nuovi volti; giacché appariva adesso, sui nuovi tabelloni, qui sdentato, là strabico convergente, più avanti parimenti strabico, ma divergente; ove con una grossa goccia di moccolo sotto la narice, ove con i denti da castoro; su alcuni con un bubbone o porro sopra il mento, su altri con un nasone rosso da pagliaccio.

Sorpresa, meraviglia, sorrisetti, battutine; espressioni compiaciute, indispettite, sconcertate, impermalite; commenti sarcastici, sagaci, divertiti, indulgenti, plaudenti, consenzienti o dissenzienti. Un nugolo, un esercito, una folla stava a naso in su quella mattina, passando da un cartellone all’altro, giacché tutti apparivano diversi: mille volti di un unico candidato. 

Mai, per tutta la campagna elettorale, il volto del candidato era stato osservato così tanto!

Il candidato ne fu felice...! Si dirà.

Macché. Montò su tutte le furie.

Ben presto ne seguì una denuncia, le indagini... il processo... per direttissima.

Giangi, non molto dopo, si ritrovò sul banco degli imputati. 

Fu interrogato.

Invitato a parlare, gli venne chiesto di spiegarsi. E Giangi ripetette al giudice quello che abbiamo detto a voi.

Il giudice era un tipo austero. Il solo guardarlo incuteva soggezione. Aveva i capelli bianchi, il volto pallido, lo sguardo lavato. E se invece di essere così chiaro, avesse avuto la pelle scura, te lo saresti raffigurato come quei mascheroni africani che hanno il naso lungo lungo, gli occhi vicini vicini, la fronte alta alta e la bocca stretta stretta. Sarebbe stato insomma davvero un bel soggetto per le rotative del nostro Giangi… Ma basta, torniamo a noi. Il giudice guardò dunque Giangi con cipiglio e chiese:

«Insomma, Giangiacomo Carlomarialuigi…» fece una pausa per studiare certi fogli, borbottando fra sé «ma diamine, qual è il nome?» 

Si distolse infine e tornò a Giangi: «Insomma, a questa Corte le modalità del crimine ascrittovi appaiono chiare; non così i moventi… e dunque, per concludere, li dichiarate, questi moventi, di ordine politico?»

Giangi si guardava attorno smarrito, si mordicchiava un’unghia mangiucchiata, si passava la mano fra i capelli. «Ma no» borbottava «che c’entra la politica? Io non sono né per questo né per quello; la politica che c’entra?» 

Il giudice dava segni d’impazienza; spostava qualche oggetto, tamburellava con le dita, sbuffava in aria. Infine, spazientito, non si trattenne più e sbottò:
«Ma davvero signor Gian… Gian… come vi chiamate, davvero pretendete che il sottoscritto possa credere a questa storia dell’ossessione? Comunque sia» e qui il giudice si eresse in tutta la sua maestà, assumendo, della maschera africana, anche quella certa aria mistica da totem che le è propria, comunque sia, cos’avete da dire a vostra discolpa?»

«Che invoco la legittima difesa…?» accennò Giangi titubante. 

Ma il giudice a quanto pare non sentì, o non capì; o non volle sentire né capire, poiché picchiò forte il martelletto ed emise la sentenza.

«Basta. Siete condannato a risarcire i danni!»

«Ma…» tentò Giangi un’obiezione «con che soldi?»

«La seduta è chiusa» fece rintoccare il suo strumento un’ultima volta il giudice; e fatto il suo dovere si alzò senz’altro e uscì.

Eh, con la legge non si scherza cari miei. La condanna parlava chiaro. Giangi avrebbe dovuto pagare di tasca sua la carta necessaria, e ristampare, fuori dell’orario, altrettanti tabelloni di quanti ne aveva danneggiati.

Questa è equità! E anche lui lo ammette.

Adesso, ancora stampa pubblicità e volantini durante il giorno; poi, la notte, e in questo l’insonnia gli è d’aiuto, ripubblica l’effige giusta del candidato, il quale, a campagna elettorale già conclusa da un bel pezzo, ancora sorride dai bordi delle strade.

Chi sa, forse per le prossime elezioni Giangi non avrà ancora esaudito la sentenza… o esaurito la condanna che dir si voglia, e il candidato potrà sorridere lungo i marciapiedi, sulle piazze, appeso al palazzo che sta di fronte al letto di Giangi fra questa legislatura e l’altra senza soluzione di continuità.

* * *

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sabato 11 luglio 2020

Marion è sparita - Raccolta di racconti


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venerdì 10 luglio 2020

1934 o il canto della Sirena - Racconto


 



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ANTEPRIMA:

1934 o il canto della Sirena

Sirio e Mariele, in due sdraio sulla spiaggia, sotto un ombrellone abbassato, osservavano il crepuscolo che avanzava dal mare. Erano quasi le sei della sera del dieci di febbraio e il sole era tramontato dietro le case di Cervia, alle loro spalle.

Mariele si stringeva addosso il giaccone, si sporse verso Sirio e gli appoggiò la mano sul braccio.

I suoi occhi erano di un verde unico. A volte si incupivano disegnandole impercettibili rughe sulla pelle chiara e fresca.

«Devo ringraziarti» disse «è stata una settimana intensa, meravigliosa. E debbo chiederti un favore…»

Si protese verso la borsa in tela accanto alla sdraio e ne estrasse una piccola confezione in carta da regalo, sigillata sui lembi con l’adesivo di un cuore. Poteva essere un libro.

«Quando sarà il momento dovrai darlo a Rodolfo.»

«Quando sarà il momento…?»

«Sì. Lo capirai. Succederà una cosa talmente fuori dal comune… lo capirai. Adesso toglilo per favore, Rodolfo sta tornando.»

Sirio l’avvolse nella propria giacca a vento appoggiata sul tavolino che reggeva l’ombrellone.

«Per scaldarci un po’… Bourbon, non del migliore, ma è quel che ho trovato…!» Disse Rodolfo porgendo il primo bicchiere a Mariele: «Alla mia bella».

Prese posto anche lui, nella sdraio dall’altro lato di Mariele.

«Quindi avete deciso» disse Sirio «nessun ripensamento…?»

«Siamo stati bene da te… sei il miglior amico, e lo sai. Ma la nave salpa domani da Genova. Dobbiamo andare…» Disse Rodolfo.

E Mariele: «Oh, ma saremo sempre in contatto. Ti manderemo fotografie di ogni nostro bacio…» Si protese verso Rodolfo per strofinargli il naso sul naso.

«Le aspetterò» disse Sirio. «Voglio che siate felici per tanti anni ancora come in questo momento…» Alzò il bicchiere.

Rodolfo lo toccò col suo: «Alla felicità di Mariele…».

E Mariele: «Finché sarà il momento». Fece tintinnare il suo sugli altri.

Rimasero a osservare le increspature del mare che sembravano portare a terra la notte, l’una dopo l’altra come giorni che passano. Poi Rodolfo si riscosse: «Dobbiamo rientrare».

Presero posto nella piccola, antiquata Clio color vinaccia di Sirio.

C’era poco da dire, gli addii sono sempre un po’ mesti. Salirono in casa. E mentre Mariele riordinava i bagagli, Rodolfo prese Sirio in disparte. Gli porse un fascicolo rilegato con spilli metallici.

«Questo è il romanzo che sto scrivendo. È la nostra storia, mia e di Mariele. È solo una prima stesura, una bozza, mi piacerebbe che lo leggessi, se ti va…»

«Certo che lo leggerò. È una storia bellissima la vostra, vivetela appieno, senza perdere attimi. Mariele è semplicemente meravigliosa: abbi cura di lei.»

«Lo farò. Qualunque sia il futuro.»


 

Il Canto della Sirena.

Capitolo primo.

In gennaio avevo affittato un villino in una località poco a nord di Nettuno, appartata quanto bastava al mio scopo. Avevo bisogno di tranquillità per raccogliere le idee e sviluppare la trama complessa che avevo a mente per il mio prossimo romanzo. Quella mattina, saranno stati un due o tre giorni dal mio arrivo, ho sentito un canto. Una voce di soprano che entrava dalla finestra sul lato del mare, dove avevo ricavato il mio studio. Sarebbe potuto essere un disco di opera lirica. Invece no, perché ritornava sulle strofe, ripeteva passaggi, provava intonazioni. Una voce bellissima che mi induceva a sognare. Ho aperto un nuovo file e digitato un titolo: “Il Canto della Sirena” e lasciato che la fantasia corresse dietro a quel canto. Ho deciso che avrei scritto e descritto in prima persona.

Arrivato a “prima persona” sono uscito. Ho preso per la direzione da cui proveniva la voce. Man mano che avanzavo affondando nella sabbia, quella voce diveniva più distinta e armoniosa e musicale e le parole chiare e intelligibili. Era un canto d’amore.

Il villino era a un paio dopo il mio.

Fuori dalla siepe, attraverso la finestra aperta, la vedevo.

Era al pianoforte.

Capelli d’un castano dorato che piovevano sulla camicetta chiara.

Sono rimasto ad ascoltarla e osservarla. Confesso che ero confuso e affascinato.

Non so come, dopo un po’ che mi trovavo lì in silenzio e quasi senza respirare, deve aver percepito la mia presenza. Si è voltata di scatto verso la finestra ed ha sorriso.

“Perdonami” le ho detto “non avevo intenzione di spiare. Ti ho sentita e non ho potuto fare a meno di fermarmi. Mi chiamo Rodolfo Sanavalle, e abito poco più in là.”

Lei è venuta alla finestra e sorrideva. Due meravigliosi occhi verdi che però, mi sovviene adesso, si nascondevano dietro un velo, non so se di tristezza o disperazione.

È arrivata al davanzale e ha detto: “Io sono Mariele Rugantini. Debbo esibirmi a Milano, fra una settimana. Sarà la mia ultima performance e vorrei lasciare un bel ricordo nel mio pubblico.”

Non sono un intenditore d’opera lirica. E sì, forse, da qualche parte avevo sentito o letto il suo nome.

“Perché l’ultima?” Le ho chiesto.

E lei: “Sono stanca. Voglio ritirarmi. Forse farò una crociera, o un viaggio di un paio di mesi. Per dopo… si vedrà.”

“Fortunato tuo marito…!” Le ho detto, non so bene perché.

“Marito?” Si è messa a ridere. “Nessun marito, o amante… o altro. Troppo impegnativo…”

Ha arricciato il naso e scosso la testa e si è soffermata a fissare dalla parte del mare, con quei meravigliosi occhi verdi e tristi.

“È un bel posto tranquillo, qui.” Ho detto io.

Si è riscossa: “L’ideale per i miei vocalizzi, non do fastidio a nessuno e nessuno disturba me. Lei piuttosto, un uomo, cosa ci fa in questa stagione in questo deserto?”

“È per un motivo molto simile al tuo.” Ho detto e le ho spiegato di essere uno scrittore in cerca di tranquillità per riordinare le idee.

Lei ridendo ha confessato di non conoscermi come autore e di non aver mai letto un mio libro. “Ma questo non mi impedisce di offrirle un caffè”. Ha concluso aprendomi il cancelletto.

 

Versato il caffè nelle tazzine le ha portate sul tavolo di cucina fra noi.

“E questa sua professione, sì, insomma, di scrivere libri” ha detto mentre faceva girare il cucchiaino “le dà di che vivere?”

“Non del tutto” ho confessato “arrotondo con delle ripetizioni di italiano.”

“Coltiva nuove generazioni di scrittori, insomma.” Una breve risata ha accompagnato le ultime parole.

Non penso volesse deridermi, così ho risposto sinceramente: “Mi piacerebbe crederlo. A te, invece, piace leggere?”

 “C’è stato un periodo, diciamo intorno ai dodici, tredici anni in cui mi aveva affascinata Alberto Moravia…”

“Ah, inusuale per una femminuccia.”

“No, perché? Mi coinvolgeva invece, c’erano molte eroine nelle sue storie: La Romana, la Ciociara, Carla degli Indifferenti… e mi assorbivano tutti quei suoi ragionamenti sulla noia e la disperazione che li seguivi pagina dopo pagina tanto che ti sembrava si ripetessero e invece no, andavano avanti e oltre. Era come una voce nella testa che ti sospingeva ad arrivare in fondo. Sa che ho ritrovato giorni addietro 1934 e l’ho riletto?”

È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?” Ho citato a memoria. E lei, con di nuovo quell’incredibile angoscia negli occhi:

“La domanda giusta è: È possibile vivere nella disperazione? E se così dev’essere, perché non desiderare la morte?”

Il duplice quesito, traslato nella vita, quindi fuori dalla fantasia romanzata, mi ha sconvolto. Mentre ancora cercavo un modo per replicare, o comunque sdrammatizzare, lei ha aggiunto: “Mi scusi, non voglio scacciarla, ma devo tornare al lavoro.” E subito dopo, come pentendosi: “Però possiamo vederci più tardi, se vuole…”

Le ho lasciato uno dei cartoncini da cui risultava che offrivo ripetizioni di italiano e materie letterarie, e sono tornato alla porta che dava sulla spiaggia.

 

Rientrato a casa ho trascritto il nostro incontro. Ero diventato a un tempo persona e personaggio e la mia stessa vita l’ambientazione di un romanzo.

Attraverso la finestra aperta seguitava a raggiungermi la voce di Mariele, alimentandomi pensieri, spingendomi a scrivere pagine su pagine, fino a perdere la cognizione del tempo. Mi sono riscosso che fuori era buio. Mariele, la sua voce, adesso, d’improvviso, era un’assenza e quasi con una sorta di rimorso non sapevo ricostruire il  momento in cui avevo smesso di sentirla. Le sette, le otto della sera? Dal mare giungeva il suono monotono della risacca.

Non mi aveva chiamato.

Ho pensato di tornare alla sua villa lungo la spiaggia.

Ma no: indiscreto invadente pressante. No: non era il caso.

Invece il telefono finalmente ha squillato.

L’insegna della trattoria fuori Nettuno tremolava. Ammiccamenti. Quasi inviti.

All’interno, fuori stagione, i tavoli erano tutti liberi. La donnona rubiconda, con indosso il grembiulone e un cappellone floscio da cuoca, sorrideva venendoci incontro. La giovialità fatta persona! Non ha smesso di coccolarci tutto il tempo: suggerito i piatti migliori, i vini più appropriati, raccontato aneddoti e storielle buffe di clienti. Si era apparecchiata una seggiola e veniva a sedersi con noi nei tempi d’attesa fra una portata e l’altra. Ciarlava in continuazione, metteva allegria.

O forse eravamo noi, Mariele e io, ad essere allegri e felici, e così, per simpatia o induzione, avrebbero asserito un chimico o un fisico, tutto all’intorno ci appariva felice ed allegro.

Mi rendo conto che al giorno d’oggi non si scrive più come sto facendo… ma butto giù emozioni di getto, forse dopo taglierò… ma per adesso riporto ciò che provavo in quanto persona, più in là, forse, lo farò calzare con un me personaggio.

Quella stessa notte Mariele ed io ci siamo amati la prima volta.

Poi, molto più tardi, fuori s’intravvedeva il primo chiarore, ed io non volevo dormire benché non avessi dormito, mi sono alzato e tornato verso casa dalla parte del mare. Era freddo, e il vento mi contrastava mentre procedevo nella sabbia. Mi sono messo subito alla tastiera, perché non intendevo perdere nulla di quanto stavo vivendo.

 

I tre giorni successivi si sono replicati, uguali a sé stessi, con quella cadenza forse monotona che uno non percepisce né apprezza, se non quando sono passati. Durante il giorno lavoravamo, lei in preparazione dell’Opera a Milano, io al mio romanzo; la sera si cenava nella ormai nostra trattoriola di Nettuno, la notte ci si amava. Poi, quando Mariele si addormentava, io tornavo a casa per scrivere la nostra storia.

La quarta notte, vigilia della partenza di Mariele per Milano, sono accadute alcune cose, in un crescendo – o meglio, un decrescendo – che mi ha condotto dalla felicità alla disperazione e all’angoscia.

Siamo rientrati da Nettuno intorno alla mezzanotte. Mariele era del solito umore, allegra e felice. In macchina aveva canticchiato motivetti con quella sua voce così musicale. In casa gli occhi verdi meravigliosi mi hanno accarezzato: “Sei reale?”, ha chiesto passandomi una mano sul viso. “Che peccato averti incontrato proprio alla fine…”

Non ho capito, eppure ho lasciato correre, non le ho chiesto che intendesse. Anche perché lei ha subito aggiunto:

“Amami”. E mi ha offerto la bocca.

Non descriverò gli abbracci, le carezze, i baci, la ricerca di lembi di pelle, di un collo da baciare, di un contatto umido, di mani sulla schiena e dita sulla nuca, di lingua e bocca intrepidi e della scoperta di brividi nuovi, e poi gli spasimi e gli spasmi e gli abbandoni.

Resteranno fatti intimi e nostri.

È stato soltanto dopo che mi ha chiesto se volevo accompagnarla a Milano per l’Opera e se mi andava di condividere la Crociera che aveva programmato.

“Sarà l’ultima” ha detto “vorrei che ci vieni anche tu.”

Perché l’ultima? Stavo per chiederle, quando una smorfia le ha contratto la faccia, serrato gli occhi.

“Scusami, un’emicrania… improvvisa, atroce. Perdonami, mi sdraio un momento, tra un poco mi passa.”

Ha ingoiato qualcosa, e si è distesa; e forse addormentata.

Più tardi mi ha voluto accanto a sé sul letto.

“Ricordi Moravia e la disperazione?” Mi ha chiesto.

“Certo.”

“Lucio, il protagonista, era giovane, sano, sarebbe potuto essere felice. Invece si sentiva disperato, l’assenza di speranza che si acquisisce alla nascita, quella per cui qualsiasi inizio comporta una fine l’angosciava. La consolazione, nostra, di tutti, è che ne ignoriamo la data, della nostra fine. Ma se invece la conoscessimo? Be’, allora la disperazione, l’assenza di speranza, sarebbe tangibile. Rodolfo… Ho un tumore, un grosso tumore inoperabile al centro della testa. Inattaccabile da radiazioni e farmaci. Un nemico delle dimensioni di una noce che ogni momento si dà da fare per uccidermi. E ci riuscirà. A meno che io non uccida lui per prima. In ogni caso moriremo insieme.”

I suoi occhi magnifici verdi mi fissavano velati di angoscia: “C’è una guerra sul tempo fra me e lui, a chi fa prima. Se vinco io mi sarò risparmiati gli ultimi giorni tremendi: sonni sempre più lunghi, risvegli ogni giorno più brevi; dolori lancinanti in crescendo, capacità di pensiero che si esaurisce nel nulla. È questa la disperazione vera, Rodolfo, quella che ti nega ogni speranza. Quando sarà il momento non so se ce la farò da sola. Tu mi aiuterai.”


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