martedì 14 luglio 2020
Indagini sulla morte di Betty - Raccolta di racconti
domenica 12 luglio 2020
Una collina sospesa - Racconto
Una
collina sospesa
Ester
spinse le persiane e il giorno dilagò nella stanza.
«Finalmente il giorno» disse Ester. Avevano
viaggiato tutta la notte. Arrivati col buio.
Ester spinse le persiane. L’azzurro del
mare ammiccò guizzi di luce lontana, riflessi bianchi concentrati di luce fra
gli infiniti toni di azzurro cangiante del mare. Più prossime, sotto la
finestra dell’albergo, le cime spinose dei pini oscillavano sopra i tetti in
declivio. Fili di nubi stazionavano fra terra e cielo, sospese come un’attesa.
Rondini si rincorrevano giocando con l’aria e precipitando fra i vicoli.
«Che meraviglia» disse Ester « Nanni vieni
a vedere.»
Dal letto Nanni la fissava come si ammira
la luna dalla cima dell’Everest. Toccò il lenzuolo vicino a sé: «Torna qui» le
disse.
Ester fece un risolino e tornò a sdraiarsi
accanto a lui. Gli passò un braccio sul petto e lui l’attrasse più vicina.
Sulle pareti e il soffitto, l’ombra chiara dei pini e riflessi di vetri chi sa
quanto distanti producevano movimenti incompiuti, luminelli incostanti di
chiarore impalpabile.
Nanni l’attrasse e la baciò. Poi rimasero
supini a fissare oltre il soffitto, le teste che si toccavano, i capelli
confusi. E da fuori veniva una nostalgia di fisarmonica, e la risacca del mare,
e richiami offuscati di ragazzi lontani.
Ester sospirò: «Poter stare sempre così,
noi due soli in un guscio tutto nostro. A lui non gli voglio male, e non vorrei
mai fargli del male, ma con te è un amore diverso».
Accanto a lei Nanni ebbe come un fremito immobile: «Non ci pensare adesso» le disse «non lasciargli spazio fra noi, l’unica cosa importante è che siamo insieme. Voglio una giornata memorabile».
Poi vivace si sollevò sul gomito: «Allora, che programmi per oggi?».
Ester volle sorridergli, assecondare il suo
entusiasmo: «È quasi mezzogiorno. Subito abbondante colazione in compagnia
dell’uomo che amo, poi, giocoforza, violino. Tu, invece?».
«Meravigliosa luculliana colazione insieme
alla mia bella violinista» le sorrise «poi, purtroppo, tela e pennelli.»
«Dove?» Chiese Ester.
«Forse qui. Soggetto: una musicista
bellissima che suona il violino. O forse fuori, ancora non so.»
«Fuori è bellissimo, devi vedere. Ieri, col
buio, chi l’immaginava.» Gli si strinse addosso, ne assaporò il profumo della
pelle, strofinò la guancia contro il suo petto nudo. Da quanto sognava momenti
come questi, di poter stare con lui così come adesso. All’improvviso pensò che
aveva finora vissuto unicamente in funzione di questo momento.
Nanni si riscosse e si tirò su: «Fame da
lupi» disse ridendo. Poi ebbe un ripensamento e si chinò per baciarla. E mentre
la baciava, donne presero a cantare con voce acuta in un dialetto gutturale
sulle note della fisarmonica, e qualcuno le accompagnava battendo le mani, e
qualcuno rideva. Ester rise nella bocca di Nanni e si staccò.
«Scusa» disse, perché la guardava stranito «deformazione
professionale, ascoltavo l’armonico disaccordo del concertino là fuori.»
Ridendo si buttò di spalle sul letto e distese le braccia. «Voluttuosa beatitudine»
sospirò serrando i pugni e inarcando il bacino.
«Be'» disse Nanni «devo fare la solita
telefonatina di routine, il mio piccolo dovere coniugale. Poi scendiamo a
colazione.»
Mentre Nanni si girava per prendere il
cellulare dal comodino, Ester si rotolò sul letto e si alzò. «Sono pronta in un
attimo» disse, e andò a chiudersi in bagno.
«Gabriella… i bambini?» Sentì la voce di
Nanni prima di serrare la porta, poi la coprì con lo scroscio del rubinetto.
Nel ristorante dell’albergo, musica di
sottofondo offuscava con note di seta il brusio dei commensali e il toccarsi
delle stoviglie. Un cameriere ossequioso li accolse: «Prego, da questa parte».
Pochi i posti occupati. Il cameriere li precedeva nel corridoio fra i tavoli.
Scivolando dalle finestre la luce stendeva tappeti assordanti sul pavimento
verde marino, pozze gialle di luce sospesa.
«Prego.»
Ecco che il cameriere offriva la sedia,
prendeva le ordinazioni, apriva bottiglie con gesti usuali. Irrequieta una
bimbetta si agitava fra genitori arcigni al tavolo accanto. Fiori freschi sulla
tovaglia. Dagli altoparlanti nascosti note soffuse di canzoni d’amore.
«Da quanto sognavamo di questi momenti» sospirò Ester.
Nanni le prese le mani sul tavolo, e prese ad accarezzargliele, nello sguardo un sogno appagato.
«Momenti solo nostri» le disse.
Oltre le tende e i vetri il mare aveva un sapore d’estate, il cielo un profumo
di festa.
«Sono felice.» Sospirò Ester. La musica, sull’ultima nota melodica, era scivolata in un ritmo di jazz. Fra loro sfiorarsi di dita, sguardi senza parole, soffice silenzio steso sul brusio sopito dei commensali. Nanni si portò alle labbra la mano di Ester e la baciò.
«Anch’io lo sono. Una vacanza tutta nostra,
finalmente. Giuro che niente potrà disturbarla.»
Nella borsetta di Ester il telefono
cellulare emise un richiamo, una, due volte, tre volte. E fu come una nuvola che passi sul
sole.
«È Toni» ansimò Ester.
Il seguito è su:
https://www.amazon.de/s?k=una+collina+sospesa+romano+greco&i=digital-text&ref=nb_sb_noss
Il sorriso del candidato - Racconto
Il fatto vero è che il candidato, per usare le parole di Giangi, l’aveva, non esattamente perseguitato, ma ossessionato sì.
Per capire cosa intendesse Giangi immaginate strade, immaginate quartieri e rioni, immaginate la città intera tappezzata da un susseguirsi continuo e ininterrotto di cartelloni inneggianti al candidato; ciascuno traboccante della sua effigie.
Bene, immaginato che avete questo, con un ulteriore impiego di fantasia immaginate ancora che quel candidato, in queste sue fotoriproduzioni in primissimo piano, sorrideva a tutto campo.
Oh, si badi, era un bell’uomo il candidato; e il sorriso che offriva agli elettori faceva proprio un bel vedere. E poi si è già detto prima che Giangi non ce l’aveva affatto con lui: non gli aveva fatto nulla e nemmeno gli era antipatico. Ma allora, direte voi, perché lo fece? Si è detto anche questo: a causa dell’ossessione.
Giangi, di mestiere, faceva il tipografo.
Vedo che cominciate a capire, o perlomeno intuire.
Giangi infatti lavorava proprio nella grande tipografia cui erano stati commissionati i cartelloni per la campagna elettorale del candidato. Erano così grandi, questi cartelloni, che venivano stampati in quindici riquadri, che dall’alto verso il basso, in file da tre, così lo ritraevano:
capelli, calvizie, capelli
tempia, fronte, tempia
occhio, naso, occhio
guancia, bocca, guancia
spalla, cravatta, spalla.
Costretto a controllare le rotative, Giangi se le vedeva sfilare davanti al naso tutto il santo giorno queste porzioni anatomiche del candidato: capelli calvizie capelli, tempia fronte tempia, occhio naso occhio… tanto in ordine composto ma spesso, anche, in ordine sparso: guancia occhio naso… cravatta bocca occhio… naso fronte spalla… per cui, dopo, le doveva riunire, accatastare, impacchettare, imballare, riordinare, spostare, caricare, scaricare, trasportare, trasbordare, immagazzinare, ricaricare, riscaricare e ritrasportare per tutto il tempo che gli imponeva il contratto di lavoro; e poi, quando a sera usciva dai capannoni della tipografia, l’immagine del candidato, ricomposta, ora, nella sua magnifica grandezza, seguitava a osservarlo dall’alto dei cartelloni posti lungo i bordi delle strade.
Si dirà che una volta giunto a casa, basta!
Ma, no!
Giangi abitava due stanzette a primo piano, e tutte le finestre gli affacciavano su una piazza vasta che, trovandosi alla periferia estrema, si andava a perdere nei prati. Ora, c’è da credere che qualcuno, per nascondere agli occhi dei cittadini lo spettacolo di quella campagna così aperta che si sperdeva in lontananza in macchie d’erba verde e paglierina, aveva contornato la piazza di cartelloni pubblicitari i quali, adesso, erano tutti abbigliati sul davanti, ma forse anche a tergo, verso i campi, con l’immagine sorridente del candidato.
Per Giangi non c’era pace. Non aveva bisogno d’affacciarsi per vedere i cartelloni, poiché si trovavano giusto alla sua altezza; e con essi l’effige del candidato ricomposta e sorridente.
Gli ultimi fra voi obietteranno che giunta infine l'oscurità della notte… basta. Macché, ma no! Un cartellone alto due piani rivestiva il fianco del palazzo davanti al letto di Giangi; il quale palazzo, da quel lato, non aveva le finestre e l’intonaco era così malandato e brutto che per non turbare con esso la vista del vicinato si era deciso di nasconderlo con quel viso bonario e sorridente. Potenti fari poi, sistemati con grande studio, illuminavano a spolvero quel cartellone di quasi un ettaro. Ebbene, il sorriso del candidato stava in linea proprio col cuscino del nostro Giangi.
Chiudesse le persiane! Calasse le tapparelle! Tirasse le tende! Concluderà qualcuno.
Facile a dirsi e anche a farsi... per chiunque altro! Non per le fobie multiple di Giangi che, grande e grosso, aveva paura del buio e temeva i luoghi chiusi.
Ma nel sonno almeno, insisterà l’ultimo
obiettore, avrà pur trovato ristoro questo Giangi, dalla vista del sorriso del
candidato che, come dice, l’ossessionava. Il guaio è che Giangi soffriva
d’insonnia.
Chi, fra voi, ha mai provato
un’ossessione, di qualsiasi genere intendiamoci, sa per certo che sconvolge
l’ordine naturale dei valori, l’obbiettività dei giudizi, l’equità dei pareri;
che offusca ogni altro aspetto della vita. Sa bene costui che l’oggetto
ossessionante assurge al primo posto nei suoi pensieri, spingendo a calci e
gomitate tutti gli altri sotto a lui.
Dopo giorni di campagna elettorale Giangi
aveva un solo desiderio: non rivedere mai più il candidato; il che, fra tanti altri
desideri che gli sarebbero stati facilmente consentiti, gli era invece precluso
fermamente. In tipografia distoglieva lo sguardo, si distraeva, si girava
altrove; per la via si osservava i piedi; in casa camminava come i gamberi, di
lato, con le spalle alle finestre; la notte stava a occhi chiusi, o voltato
verso il muro; ma inutilmente, perché alla minima distrazione, al breve
sollevarsi delle ciglia, il sorriso cubitale del candidato incombeva sopra di
lui.
Basta!
Fu una scintilla. Un lampo. Un moto fulmineo di ribellione, un volersi infine difendere o riscattare.
Imposizione per
imposizione, si disse, e agì.
Con l’arte propria al suo mestiere alterò
le matrici, ritoccò le rotative, ricombinò i quindici segmenti anatomici ormai
ben noti e infine, soddisfatto e curioso, attese.
Durante la notte un esercito di operai
affisse i nuovi cartelloni per strade e piazze della città. Ma, fra essi,
nessuno notò nulla, nessuno se ne accorse, oppure, se a qualcuno fu dato di
vedere, tacque.
Anche Giangi non trascorse la notte inerme.
Rimase sveglio. Non per causa dell’insonnia questa volta, e nemmeno per
l’ossessione che gli dava il grande tabellone affisso di fronte a casa sua.
Anzi, malgrado la fatica di arrampicarsi sulla scala a pioli, si divertì non
solo a stare sveglio, ma anche a esprimere su quel tabellone un’arte da pittore caricaturista che nessuno gli sospettava.
L’indomani un’alba linda illuminò il
nuovo volto del candidato; o meglio i suoi nuovi volti; giacché appariva adesso, sui nuovi tabelloni, qui sdentato, là strabico convergente, più avanti
parimenti strabico, ma divergente; ove con una grossa goccia di moccolo sotto la narice,
ove con i denti da castoro; su alcuni con un bubbone o porro sopra il mento, su
altri con un nasone rosso da pagliaccio.
Sorpresa, meraviglia, sorrisetti, battutine; espressioni compiaciute, indispettite, sconcertate, impermalite; commenti sarcastici, sagaci, divertiti, indulgenti, plaudenti, consenzienti o dissenzienti. Un nugolo, un esercito, una folla stava a naso in su quella mattina, passando da un cartellone all’altro, giacché tutti apparivano diversi: mille volti di un unico candidato.
Mai, per tutta la campagna
elettorale, il volto del candidato era stato osservato così tanto!
Il candidato ne fu felice...! Si dirà.
Macché. Montò su tutte le furie.
Ben presto ne seguì una denuncia, le
indagini... il processo... per direttissima.
Giangi, non molto dopo, si ritrovò sul banco degli imputati.
Fu interrogato.
Invitato a parlare, gli venne chiesto di
spiegarsi. E Giangi ripetette al giudice quello che abbiamo detto a voi.
Il giudice era un tipo austero. Il solo
guardarlo incuteva soggezione. Aveva i capelli bianchi, il volto pallido, lo
sguardo lavato. E se invece di essere così chiaro, avesse avuto la pelle scura,
te lo saresti raffigurato come quei mascheroni africani che hanno il naso lungo
lungo, gli occhi vicini vicini, la fronte alta alta e la bocca stretta stretta.
Sarebbe stato insomma davvero un bel soggetto per le rotative del nostro
Giangi… Ma basta, torniamo a noi. Il giudice guardò dunque Giangi con cipiglio
e chiese:
«Insomma, Giangiacomo Carlomarialuigi…» fece una pausa per studiare certi fogli, borbottando fra sé «ma diamine, qual è il nome?»
Si distolse infine e tornò a Giangi: «Insomma, a questa Corte le modalità del crimine ascrittovi
appaiono chiare; non così i moventi… e dunque, per concludere, li dichiarate,
questi moventi, di ordine politico?»
Giangi si guardava attorno smarrito, si mordicchiava un’unghia mangiucchiata, si passava la mano fra i capelli. «Ma no» borbottava «che c’entra la politica? Io non sono né per questo né per quello; la politica che c’entra?»
Il giudice dava segni d’impazienza; spostava qualche
oggetto, tamburellava con le dita, sbuffava in aria. Infine, spazientito, non
si trattenne più e sbottò:
«Ma davvero signor Gian… Gian… come vi
chiamate, davvero pretendete che il sottoscritto possa credere a questa storia
dell’ossessione? Comunque sia» e qui il giudice si eresse in tutta la sua
maestà, assumendo, della maschera africana, anche quella certa aria mistica da totem che le è propria, comunque sia,
cos’avete da dire a vostra discolpa?»
«Che invoco la legittima difesa…?» accennò Giangi titubante.
Ma il giudice a quanto pare non sentì, o non capì; o non
volle sentire né capire, poiché picchiò forte il martelletto ed emise la
sentenza.
«Basta. Siete condannato a risarcire i
danni!»
«Ma…» tentò Giangi un’obiezione «con che
soldi?»
«La seduta è chiusa» fece rintoccare il
suo strumento un’ultima volta il giudice; e fatto il suo dovere si alzò senz’altro
e uscì.
Eh, con la legge non si scherza cari miei.
La condanna parlava chiaro. Giangi avrebbe dovuto pagare di tasca sua la carta necessaria,
e ristampare, fuori dell’orario, altrettanti tabelloni di quanti ne aveva
danneggiati.
Questa è equità! E anche lui lo ammette.
Adesso, ancora stampa pubblicità e
volantini durante il giorno; poi, la notte, e in questo l’insonnia gli è
d’aiuto, ripubblica l’effige giusta del candidato, il quale, a campagna
elettorale già conclusa da un bel pezzo, ancora sorride dai bordi delle strade.
Chi sa, forse per le prossime elezioni
Giangi non avrà ancora esaudito la sentenza… o esaurito la condanna che dir si
voglia, e il candidato potrà sorridere lungo i marciapiedi, sulle piazze, appeso
al palazzo che sta di fronte al letto di Giangi fra questa legislatura e
l’altra senza soluzione di continuità.
* * *
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sabato 11 luglio 2020
Marion è sparita - Raccolta di racconti
Anteprima:
Confidenze di letto
Il venticinque le passò accanto ed
Erika fece una corsetta fino alla fermata; in dieci minuti l’avrebbe scaricata
in stazione.
Sirio tutto sembrava fuorché un professore,
con quel naso da pugile e l’espressione da farabutto. Avevano avuto una
relazione, all’incirca un quattro mesi addietro. Breve. Perché quando era
tornata dalle vacanze invernali già stava con un’altra. Ma gli stavano dietro
un po’ tutte e quindi un po’ se l’aspettava: niente telefonate, niente
messaggi… – se si esclude un laconico buon
Natale! – Comunque nessuna scenata o broncio. Ne avevano parlato
civilmente, seduti al tavolino della mensa durante la pausa pranzo e si erano
detti che sarebbero rimasti buoni amici.
Scese dal venticinque e si
affrettò verso l’ingresso della stazione ferroviaria.
Da Bologna a Forlì un’oretta. Per
le nove sarebbe stata in facoltà.
Aveva trovato posto accanto al
finestrino. Il Regionale
sferragliava, mentre fuori scorrevano campi e casolari, gli alberi in
fioritura.
Erika era al primo anno, stava
preparando un esame di psicologia, e ne aveva già superati un paio con una
buona media. Sirio non era un suo docente, l’aveva conosciuto e cominciato a
frequentare semplicemente perché esisteva, e non potevi non notarlo e non
potevi non rimanere ad ascoltare se ti parlava.
Tutt’altra cosa Moreno.
Uno chiuso, con la testa rasata e
l’orecchino.
Le si era messo dietro in
discoteca. Non era male. Così, dopo uno spinello e qualche bicchiere di birra
se l’era ritrovato nel letto. Faceva l’elettricista, veniva da un paese sperduto
della Calabria e passava due ore ogni sera in palestra a sollevare pesi. Aveva
la fissazione di diventare ricco!
Tra loro andava avanti senza infamia
né lode da circa un mese: qualche cena a base di pizza, qualche drink pomeridiano
o qualche serata in discoteca; nel letto, un po’ frettoloso, ma accettabile.
Però…!
Se non ci fossero i però la vita sarebbe come il panorama
che scorreva là fuori: senza suoni. Case, alberi, persone, animali, anonimi e
fugaci. Tremendamente monotona.
Ma il però di Moreno la inquietava.
Ne parlerò a Sirio. Saprà cosa c’è da fare. Si disse.
Imbastito sul manichino, il modello aveva perso il suo fascino.
Sabrina, capelli neri legati a
coda, quarantadue anni portati con eleganza, assorta ci girò attorno una
seconda volta, mentre la sarta l’osservava con il puntaspilli a mezz’aria.
«Non ti piace?» Le chiese la
sarta.
«Me l’aspettavo… diverso. Forse è
il tessuto, forse la fantasia… oppure il colore…»
Le squillò il telefonino e si
voltò per rispondere: «Michele…»
«Senti» rispose suo marito «non
vengo per pranzo, devo vedere il direttore della banca e poi quelli
dell’ufficio acquisti di un’azienda che vuole rinnovare il parco macchine…»
«Come mai il direttore di banca?
Altri problemi?»
«Niente che non posso gestire.»
Aveva tagliato corto Michele, e chiuso la linea.
Durante la telefonata la sarta era
tornata al banco da lavoro e Sabrina la raggiunse: «Prova a tagliarlo su
velluto di cotone e poi chiamami.» Le disse e si avviò verso gli uffici.
Michele stava diventando una
preoccupazione. Da qualche parte doveva esserci un’emorragia: soldi che
uscivano; ma non aveva idea di dove finissero. Già un paio di volte era dovuta
intervenire finanziariamente per risanare i bilanci dell’autosalone ed
evitargli la bancarotta. Quando si erano sposati, cinque anni prima, lei aveva
il proprio atelier e lui l’attività di rivendita di automobili d’occasione; e
ciascuno aveva seguitato a curare i propri affari in maniera indipendente,
conservando i vecchi conti correnti bancari; anche quelli personali. Di comune
accordo si erano limitati a creare una cassa per le spese del menage familiare.
Quindi Sabrina non aveva idea di quanto guadagnasse e di che fine facessero i
suoi soldi. Che si permettesse una vita dispendiosa lo vedeva, che potesse
avere un’amante – una sanguisuga – non lo escludeva, che non sapesse
amministrarsi lo dava ormai per scontato.
I sentimenti avevano poco o niente
a che vedere in tutto questo. Entrambi erano gente pratica. Si erano conosciuti
e amati – o avevano creduto di amarsi – poi la passione era scivolata nel
disinteresse, quindi nell’indifferenza. Ormai andavano avanti per inerzia.
Quante volte succede?
Inerzia, era la parola giusta, pensò.
Non avevano mai nemmeno
considerato l’ipotesi di una separazione o del divorzio. Non ce n’era motivo,
perché nemmeno litigavano. Poi, un giorno, un paio d’anni prima, le aveva
chiesto di aiutarlo a rialzarsi: aveva contratto dei debiti con un istituto di
credito ipotecando i locali dell’autosalone. Se non pagava entro la scadenza
perdeva tutto. Chiaramente aveva ripianato i suoi ammanchi. La cosa si era
ripetuta a distanza di un anno e Sabrina era intervenuta di nuovo.
Adesso riconosceva tutte le
premesse per una terza richiesta di aiuto. Ma questa volta non gli sarebbe
andata in soccorso.
Forse doveva decidersi e dare un
taglio netto al matrimonio, se non voleva che la trascinasse in chi sa quale
complicazione.
Però… E se fossero state soltanto
fantasie?
Non fasciarti la testa prima d’essere caduta.
Si disse.
Ma la curiosità di scoprire se i
sospetti fossero fondati era più forte del senso pratico, per adesso. Comunque
non avrebbe aspettato che gli eventi le precipitassero addosso: un sistema per
scoprire come stessero effettivamente le cose lo poteva trovare.
Aveva in animo di far svolgere una
certa indagine.
Erika, sotto la trapunta, si strofinò al
corpo nudo di Sirio: «Sono una donna» disse «che ci vedi di strano se sono curiosa?»
Il braccio dietro la nuca gli
formicolava e Sirio lo tolse e si aggiustò meglio sul cuscino addossato alla
spalliera, Erika si accomodò alla nuova posizione.
«Insomma» disse Sirio «questo tuo
Moreno parla nel sonno…»
«Non hai capito» gli rispose
piccata.
«Diciamo che ho capito ma non mi
convince.»
«Eppure non è così strano. Lui,
dopo aver fatto l’amore, comincia a raccontare. Di solito racconta
dell’infanzia, o degli amici, o di qualche altra cosa… e mentre racconta diciamo
che va in trance…»
«Ma come in trance… si addormenta! Vuoi dire.»
«Uffa Sirio. Uno che si addormenta
si mette a russare… e quand’anche parlasse nel sonno direbbe frasi sconclusionate
e poi, se lo svegli e gli domandi, lui risponde che sognava e ti racconta il
sogno…»
«Allora un dormiveglia…»
«Nemmeno. Perché lui non
farfuglia, ha la voce limpida, racconta tutto chiaramente e alla fine, prima di
addormentarsi dice: “Adesso dormo”. Tutto qui! E per finire c’è il foglietto!»
«Ecco, il foglietto… perché tu sei
curiosa e gli hai frugato in tasca e l’hai trovato. Un disegno fatto a mano con
su scritto “armadio frigo”, “ufficio”, “atelier”, “4343” e “telecamera”…»
«Be’, ma la confessione resa in trance, più il biglietto fanno una prova.»
Sirio si mise a ridere:
«Ragazzina, hai fatto due esami e già ti senti una criminologa!»
Erika gli mollò un pugno nel
fianco: «Ti odio»
«Allora spicciatela da sola» scherzò Sirio.
«Ma dai. Se sono venuta da te è
perché non so cosa fare. Mica posso andare alla polizia, no? E che gli dico? A
dir poco mi prendono per scema.»
«Allora devi smetterla di girarci attorno
e riferirmi le cose esattamente come stanno.»
«Va bene, ti racconto ogni cosa parola per parola. Ieri sera io e Moreno siamo stati a ballare. Abbiamo fatto le tre, lui si è fumato di tutto. Quando siamo usciti parlava a raffica e appena arrivati a casa da me lui si butta sul divano e... insomma, hai capito.»
Fece rotolare l’indice a mezz’aria. «E comunque, dopo, non la smetteva più di straparlare… Stava con gli occhi chiusi che forse dormiva e intanto seguitava a cianciare. E mi fa: “Se quello si decide, divento ricco in un’ora. La moglie ci ha una pellicceria… un mucchio di soldi…” In certi momenti le parole non si capiscono ma il senso è chiaro, e continua: “Il marito mi passa le chiavi, entro e porto via tutto”. “Sei strafatto e vaneggi” gli dico io. E lui: “Strafatto sì… che mi si rigira lo stomaco e la testa… ma mica scemo”. Allora gli domando: “E perché proprio te?” E lui: “Perché sono elettricista e posso disconnettere gli allarmi e le telecamere… Chi glielo fa?” E io: “Moreno lascia perdere, non mi piace…” ci dico. Ma lui si arrabbia: “Sei scema. Con tutti i soldi che mi dà gliela posso pure ammazzare la sua Sabrina.”
Il seguito su:
https://www.unilibro.it/libro/greco-romano/marion-e-sparita/9788831690041?idaff=googlebase-03
venerdì 10 luglio 2020
1934 o il canto della Sirena - Racconto
Mariele si stringeva
addosso il giaccone, si sporse verso Sirio e gli appoggiò la mano sul braccio.
I suoi occhi erano di un
verde unico. A volte si incupivano disegnandole impercettibili rughe sulla
pelle chiara e fresca.
«Devo ringraziarti» disse
«è stata una settimana intensa, meravigliosa. E debbo chiederti un favore…»
Si protese verso la borsa
in tela accanto alla sdraio e ne estrasse una piccola confezione in carta da
regalo, sigillata sui lembi con l’adesivo di un cuore. Poteva essere un libro.
«Quando sarà il momento
dovrai darlo a Rodolfo.»
«Quando sarà il momento…?»
«Sì. Lo capirai. Succederà
una cosa talmente fuori dal comune… lo capirai. Adesso toglilo per favore,
Rodolfo sta tornando.»
Sirio l’avvolse nella
propria giacca a vento appoggiata sul tavolino che reggeva l’ombrellone.
«Per scaldarci un po’…
Bourbon, non del migliore, ma è quel che ho trovato…!» Disse Rodolfo porgendo
il primo bicchiere a Mariele: «Alla mia bella».
Prese posto anche lui,
nella sdraio dall’altro lato di Mariele.
«Quindi avete deciso»
disse Sirio «nessun ripensamento…?»
«Siamo stati bene da te…
sei il miglior amico, e lo sai. Ma la nave salpa domani da Genova. Dobbiamo
andare…» Disse Rodolfo.
E Mariele: «Oh, ma saremo
sempre in contatto. Ti manderemo fotografie di ogni nostro bacio…» Si protese
verso Rodolfo per strofinargli il naso sul naso.
«Le aspetterò» disse
Sirio. «Voglio che siate felici per tanti anni ancora come in questo momento…»
Alzò il bicchiere.
Rodolfo lo toccò col suo:
«Alla felicità di Mariele…».
E Mariele: «Finché sarà il
momento». Fece tintinnare il suo sugli altri.
Rimasero a osservare le
increspature del mare che sembravano portare a terra la notte, l’una dopo
l’altra come giorni che passano. Poi Rodolfo si riscosse: «Dobbiamo rientrare».
Presero posto nella
piccola, antiquata Clio color vinaccia di Sirio.
C’era poco da dire, gli
addii sono sempre un po’ mesti. Salirono in casa. E mentre Mariele riordinava i
bagagli, Rodolfo prese Sirio in disparte. Gli porse un fascicolo rilegato con
spilli metallici.
«Questo è il romanzo che
sto scrivendo. È la nostra storia, mia e di Mariele. È solo una prima stesura,
una bozza, mi piacerebbe che lo leggessi, se ti va…»
«Certo che lo leggerò. È una
storia bellissima la vostra, vivetela appieno, senza perdere attimi. Mariele è semplicemente
meravigliosa: abbi cura di lei.»
«Lo farò. Qualunque sia il
futuro.»
Il Canto della Sirena.
Capitolo primo.
In gennaio avevo
affittato un villino in una località poco a nord di Nettuno, appartata quanto
bastava al mio scopo. Avevo bisogno di tranquillità per raccogliere le idee e
sviluppare la trama complessa che avevo a mente per il mio prossimo romanzo.
Quella mattina, saranno stati un due o tre giorni dal mio arrivo, ho sentito un
canto. Una voce di soprano che entrava dalla finestra sul lato del mare, dove
avevo ricavato il mio studio. Sarebbe potuto essere un disco di opera lirica.
Invece no, perché ritornava sulle strofe, ripeteva passaggi, provava
intonazioni. Una voce bellissima che mi induceva a sognare. Ho aperto un nuovo
file e digitato un titolo: “Il Canto della Sirena” e lasciato che la fantasia
corresse dietro a quel canto. Ho deciso che avrei scritto e descritto in prima
persona.
Arrivato a “prima
persona” sono uscito. Ho preso per la direzione da cui proveniva la voce. Man
mano che avanzavo affondando nella sabbia, quella voce diveniva più distinta e
armoniosa e musicale e le parole chiare e intelligibili. Era un canto d’amore.
Il villino era a un
paio dopo il mio.
Fuori dalla siepe,
attraverso la finestra aperta, la vedevo.
Era al pianoforte.
Capelli d’un castano
dorato che piovevano sulla camicetta chiara.
Sono rimasto ad
ascoltarla e osservarla. Confesso che ero confuso e affascinato.
Non so come, dopo un
po’ che mi trovavo lì in silenzio e quasi senza respirare, deve aver percepito
la mia presenza. Si è voltata di scatto verso la finestra ed ha sorriso.
“Perdonami” le ho detto
“non avevo intenzione di spiare. Ti ho sentita e non ho potuto fare a meno di
fermarmi. Mi chiamo Rodolfo Sanavalle, e abito poco più in là.”
Lei è venuta alla
finestra e sorrideva. Due meravigliosi occhi verdi che però, mi sovviene
adesso, si nascondevano dietro un velo, non so se di tristezza o disperazione.
È arrivata al davanzale
e ha detto: “Io sono Mariele Rugantini. Debbo esibirmi a Milano, fra una
settimana. Sarà la mia ultima performance e vorrei lasciare un bel ricordo nel
mio pubblico.”
Non sono un intenditore
d’opera lirica. E sì, forse, da qualche parte avevo sentito o letto il suo
nome.
“Perché l’ultima?” Le
ho chiesto.
E lei: “Sono stanca.
Voglio ritirarmi. Forse farò una crociera, o un viaggio di un paio di mesi. Per
dopo… si vedrà.”
“Fortunato tuo
marito…!” Le ho detto, non so bene perché.
“Marito?” Si è messa a
ridere. “Nessun marito, o amante… o altro. Troppo impegnativo…”
Ha arricciato il naso e
scosso la testa e si è soffermata a fissare dalla parte del mare, con quei meravigliosi
occhi verdi e tristi.
“È un bel posto
tranquillo, qui.” Ho detto io.
Si è riscossa: “L’ideale
per i miei vocalizzi, non do fastidio a nessuno e nessuno disturba me. Lei
piuttosto, un uomo, cosa ci fa in questa stagione in questo deserto?”
“È per un motivo molto
simile al tuo.” Ho detto e le ho spiegato di essere uno scrittore in cerca di
tranquillità per riordinare le idee.
Lei ridendo ha
confessato di non conoscermi come autore e di non aver mai letto un mio libro.
“Ma questo non mi impedisce di offrirle un caffè”. Ha concluso aprendomi il
cancelletto.
Versato il caffè nelle tazzine le ha
portate sul tavolo di cucina fra noi.
“E questa sua
professione, sì, insomma, di scrivere libri” ha detto mentre faceva girare il
cucchiaino “le dà di che vivere?”
“Non del tutto” ho
confessato “arrotondo con delle ripetizioni di italiano.”
“Coltiva nuove
generazioni di scrittori, insomma.” Una breve risata ha accompagnato le ultime
parole.
Non penso volesse deridermi,
così ho risposto sinceramente: “Mi piacerebbe crederlo. A te, invece, piace
leggere?”
“C’è stato un periodo, diciamo intorno ai
dodici, tredici anni in cui mi aveva affascinata Alberto Moravia…”
“Ah, inusuale per una
femminuccia.”
“No, perché? Mi
coinvolgeva invece, c’erano molte eroine nelle sue storie: La Romana, la
Ciociara, Carla degli Indifferenti… e mi assorbivano tutti quei suoi ragionamenti
sulla noia e la disperazione che li seguivi pagina dopo pagina tanto che ti
sembrava si ripetessero e invece no, andavano avanti e oltre. Era come una voce
nella testa che ti sospingeva ad arrivare in fondo. Sa che ho ritrovato giorni
addietro 1934 e l’ho riletto?”
“È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?” Ho
citato a memoria. E lei, con di nuovo quell’incredibile angoscia negli occhi:
“La domanda giusta è: È
possibile vivere nella disperazione? E se così dev’essere, perché non
desiderare la morte?”
Il duplice quesito, traslato
nella vita, quindi fuori dalla fantasia romanzata, mi ha sconvolto. Mentre
ancora cercavo un modo per replicare, o comunque sdrammatizzare, lei ha aggiunto:
“Mi scusi, non voglio scacciarla, ma devo tornare al lavoro.” E subito dopo,
come pentendosi: “Però possiamo vederci più tardi, se vuole…”
Le ho lasciato uno dei cartoncini
da cui risultava che offrivo ripetizioni
di italiano e materie letterarie, e sono tornato alla porta che dava sulla
spiaggia.
Rientrato a casa ho trascritto il nostro
incontro. Ero diventato a un tempo persona
e personaggio e la mia stessa vita
l’ambientazione di un romanzo.
Attraverso la finestra
aperta seguitava a raggiungermi la voce di Mariele, alimentandomi pensieri,
spingendomi a scrivere pagine su pagine, fino a perdere la cognizione del
tempo. Mi sono riscosso che fuori era buio. Mariele, la sua voce, adesso,
d’improvviso, era un’assenza e quasi con una sorta di rimorso non sapevo
ricostruire il momento in cui avevo
smesso di sentirla. Le sette, le otto della sera? Dal mare giungeva il suono
monotono della risacca.
Non mi aveva chiamato.
Ho pensato di tornare
alla sua villa lungo la spiaggia.
Ma no: indiscreto
invadente pressante. No: non era il caso.
Invece il telefono finalmente
ha squillato.
L’insegna della
trattoria fuori Nettuno tremolava. Ammiccamenti. Quasi inviti.
All’interno, fuori
stagione, i tavoli erano tutti liberi. La donnona rubiconda, con indosso il
grembiulone e un cappellone floscio da cuoca, sorrideva venendoci incontro. La
giovialità fatta persona! Non ha smesso di coccolarci tutto il tempo: suggerito
i piatti migliori, i vini più appropriati, raccontato aneddoti e storielle
buffe di clienti. Si era apparecchiata una seggiola e veniva a sedersi con noi
nei tempi d’attesa fra una portata e l’altra. Ciarlava in continuazione,
metteva allegria.
O forse eravamo noi, Mariele e io, ad essere allegri e felici, e così, per simpatia o induzione, avrebbero asserito un chimico o un fisico, tutto all’intorno ci appariva felice ed allegro.
Quella stessa notte Mariele
ed io ci siamo amati la prima volta.
Poi, molto più tardi, fuori
s’intravvedeva il primo chiarore, ed io non volevo dormire benché non avessi
dormito, mi sono alzato e tornato verso casa dalla parte del mare. Era freddo,
e il vento mi contrastava mentre procedevo nella sabbia. Mi sono messo subito
alla tastiera, perché non intendevo perdere nulla di quanto stavo vivendo.
I tre giorni successivi si sono
replicati, uguali a sé stessi, con quella cadenza forse monotona che uno non
percepisce né apprezza, se non quando sono passati. Durante il giorno lavoravamo,
lei in preparazione dell’Opera a Milano, io al mio romanzo; la sera si cenava
nella ormai nostra trattoriola di Nettuno, la notte ci si amava. Poi, quando Mariele
si addormentava, io tornavo a casa per scrivere la nostra storia.
La quarta notte,
vigilia della partenza di Mariele per Milano, sono accadute alcune cose, in un
crescendo – o meglio, un decrescendo – che mi ha condotto dalla felicità alla
disperazione e all’angoscia.
Siamo rientrati da
Nettuno intorno alla mezzanotte. Mariele era del solito umore, allegra e
felice. In macchina aveva canticchiato motivetti con quella sua voce così
musicale. In casa gli occhi verdi meravigliosi mi hanno accarezzato: “Sei
reale?”, ha chiesto passandomi una mano sul viso. “Che peccato averti
incontrato proprio alla fine…”
Non ho capito, eppure
ho lasciato correre, non le ho chiesto che intendesse. Anche perché lei ha
subito aggiunto:
“Amami”. E mi ha
offerto la bocca.
Non descriverò gli
abbracci, le carezze, i baci, la ricerca di lembi di pelle, di un collo da
baciare, di un contatto umido, di mani sulla schiena e dita sulla nuca, di lingua
e bocca intrepidi e della scoperta di brividi nuovi, e poi gli spasimi e gli
spasmi e gli abbandoni.
Resteranno fatti intimi
e nostri.
È stato soltanto dopo
che mi ha chiesto se volevo accompagnarla a Milano per l’Opera e se mi andava
di condividere la Crociera che aveva
programmato.
“Sarà l’ultima” ha
detto “vorrei che ci vieni anche tu.”
Perché
l’ultima? Stavo per chiederle, quando una smorfia le ha
contratto la faccia, serrato gli occhi.
“Scusami, un’emicrania…
improvvisa, atroce. Perdonami, mi sdraio un momento, tra un poco mi passa.”
Ha ingoiato qualcosa, e
si è distesa; e forse addormentata.
Più tardi mi ha voluto
accanto a sé sul letto.
“Ricordi Moravia e la disperazione?”
Mi ha chiesto.
“Certo.”
“Lucio, il
protagonista, era giovane, sano, sarebbe potuto essere felice. Invece si
sentiva disperato, l’assenza di speranza che si acquisisce alla nascita, quella
per cui qualsiasi inizio comporta una fine l’angosciava. La consolazione,
nostra, di tutti, è che ne ignoriamo la data, della nostra fine. Ma se invece
la conoscessimo? Be’, allora la disperazione, l’assenza di speranza, sarebbe
tangibile. Rodolfo… Ho un tumore, un grosso tumore inoperabile al centro della
testa. Inattaccabile da radiazioni e farmaci. Un nemico delle dimensioni di una
noce che ogni momento si dà da fare per uccidermi. E ci riuscirà. A meno che io
non uccida lui per prima. In ogni caso moriremo insieme.”
I suoi occhi magnifici
verdi mi fissavano velati di angoscia: “C’è una guerra sul tempo fra me e lui,
a chi fa prima. Se vinco io mi sarò risparmiati gli ultimi giorni tremendi:
sonni sempre più lunghi, risvegli ogni giorno più brevi; dolori lancinanti in
crescendo, capacità di pensiero che si esaurisce nel nulla. È questa la
disperazione vera, Rodolfo, quella che ti nega ogni speranza. Quando sarà il
momento non so se ce la farò da sola. Tu mi aiuterai.”
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