venerdì 20 giugno 2025

Cosa non avvenne quel sabato notte - Racconto

 

 

 


 

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COSA NON AVVENNE QUEL SABATO NOTTE

 

Sapete quelle giornate in cui tutto è andato storto e ti ritrovi a sera con la voglia o di assassinare qualcuno o di buttarti a far notte per non pensarci? Era una di quelle!

Alle cinque mi aveva svegliato Sorcione, il capo reparto del forno quattro; alle cinque di mattina, dico, di sabato!

Sorcione si chiama Alessandro Spannaretti, nome troppo lungo, per cominciare; ha i denti sporgenti e il muso allungato in avanti come i topi… come un sorcio, dicono qui a Roma.

Insomma mi sveglia stamattina alle cinque e mi fa, lindo lindo: «Erma’ il forno quattro si è spento».

Avevo ancora gli occhi chiusi: «Come spento!?»

«Spento smorzato morto kaput!»

Ho cominciato a capire: «E i tecnici del pronto intervento?»

«Venuti. Sono davanti alla bocca a grattarsi la testa, non ci capiscono niente!»

La Bocca è l’apertura per alimentarlo. Siccome funziona ad energia elettrica ho chiesto:

«E gli elettricisti?»

«Hanno guardato quadri, circuiti, cablaggi. Tutto! Adesso stanno a grattarsi la testa assieme agli altri.»

Ero quasi sveglio: «E il funzionario reperibile?»

«All’ospedale, appendicite. È stata l’attrippata di trippa di ieri sera, così ha detto la moglie. A quest’ora sarà in sala operatoria… non penso che viene qui.»

Scherzava lui, io ero nel panico.

Infatti…

«Ho una chiamata di Santoricco, in attesa, lo sento e ti richiamo.»

Santoricco è il responsabile della produzione, quello che conta i centesimi. Gli tagliano la testa se gli utili calano. E, se dio non voglia la produzione si ferma e gli utili calano, la testa che cade prima della sua è attaccata al mio collo.

Chiaro, no? Ecco perché sudavo freddo.

Commuto sulla chiamata in arrivo col pollice che trema.

«Sei già uscito? Ci vediamo lì,» fa lui, e chiude.

Ho infilato i calzoni sopra al pigiama e ho dimenticato di lavarmi la faccia.

Percorro la Pontina a centoventi e all’inferno gli autovelox. Nel parcheggio aziendale la sua macchina non c’è e questo mi dà qualche momento di respiro.

Raggiungo Sorcione davanti alla bocca del forno. È al centro del gruppo e sbraita contro tutti. Anche la sua testa è instabile, se non risolviamo alla svelta.

«Che si fa?» dice lui.

In macchina mi son fatto un piano d’azione, potremmo discuterne, io, lui e i due del pronto intervento tecnico, se avessimo cinque minuti. Ma non li abbiamo. La BMW di Santoricco inchioda davanti al portone, lui entra come un carrarmato. È un bisonte alto un metro e novanta per centoventi chili di peso. Con quattro falcate che fanno tremare il capannone ci raggiunge. Io, Spannaretti e gli altri, tutti muti.

«Ancora spento?» l’eruzione del terribile Sakurajima fa meno rimbombo.

Sorcione balbetta qualcosa, gli altri si agitano, ma lui guarda me.

«Sono appena arrivato. Ci mettiamo subito al lavoro. Entro un’ora risolviamo.»

«Ti do mezz’ora,» fa lui, puntandomi contro l’indice.

Per fortuna se ne va verso la palazzina degli uffici. Provo subito un senso di sollievo, appena esce, come se ci fosse più spazio, più aria respirabile.

Raduno l’élite dei tecnici e ci chiudiamo nello stanzino che serve a Sorcione per compilare i moduli della burocrazia aziendale.

Loro mi fissano, tocca a me.

«Dunque,» dico, «è capitato un caso analogo dove lavoravo prima, su a Milano. Ho chiamato un amico di lì. Pare che sia un difetto dei forni della generazione del nostro, se si forma una microfessura nel mantello, e con gli anni può succedere, la temperatura sale nelle asole di raffreddamento e si attiva un sistema di sicurezza che blocca tutto.»

«Ma sul manuale di manutenzione, c’è? Io non l’ho visto mai,» obietta Pangrilli, il capotecnico del pronto intervento.

«Forse il manuale è vecchio, forse non è spiegato bene e forse non c’è. Inutile rimuginarci sopra. Quelli di Milano, a suo tempo, risolvettero il problema coinvolgendo gli impiantisti della casa costruttrice. Il mio amico mi ha passato il numero e li ho chiamati. In aereo, entro tre ore, sono qui.»

«È già un’ora che è spento,» dice Arnisano, l’elettricista capo.

«E Santoricco ti ha dato mezz’ora,» rincara Spannaretti.

«Mezz’ora per trovare la soluzione,» faccio io, «poi i tempi di lavorazione sono quelli che sono.»

«E le spese?» storce il naso Sorcione.

«Problema suo,» faccio la voce dura, «noi siamo la squadra tecnica.»

Loro alzano le spalle.

«Che facciamo?» chiede Arnisano, mentre gli altri mi fissano in attesa.

«Rimanete nei paraggi, è chiaro. E verificate il magazzino, se quelli di Milano avessero bisogno di pezzi di ricambio, meglio averli a portata di mano.»

Mi avvio verso gli uffici, meno sicuro di come ho dato a vedere.

«Allora?» ruggisce Santoricco.

È dietro la scrivania e figurati se si alza.

Ripeto anche a lui tutta la filastrocca sulla squadra di Milano. Lui continua a fare di no con la testa.

«Costi?» grugnisce.

Prendo aria.

Qui ci vuole diplomazia, se vuoi conservare la testa sulle spalle e il posto di lavoro – che poi al momento è la stessa cosa. Questo considero.

«Oh, l’alternativa sarebbe un forno nuovo.»

«Non se ne parla nemmeno,» si batte un gran pugno sulla coscia.

«Ecco, appunto, quello che pensavo pure io,» dico, come se l’idea fosse sua.

Lui scuote la testa, amareggiato, facendo oscillare la pelle sotto il mento.

«È una decisone che devo condividere,» indica il soffitto.

Dio? Ma no, qualche gradino più giù, ma nemmeno troppi!

 

 

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😁 

 

 

giovedì 19 giugno 2025

Dedizione gratuita - Racconto


 

 

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DEDIZIONE GRATUITA

 

Trastevere è ancora avvolta nel silenzio del mattino, le strade sono vuote e il cielo ha quella sfumatura di azzurro pallido che promette una giornata luminosa. Io abito i vicoli antichi, dove arrivando per la prima volta come è capitato a me, ti aspetteresti di incontrare un carretto attaccato a un mulo, con a cassetta un artigiano di allora, con i baffoni arricciolati e il cappello con le falde flosce. Dipende forse dalle strade lastricate di sampietrini (come chiamano qui i cubi di selce che usano), o forse dalle palazzine basse, accostate l’una all’altra, o dai tetti di tegole scure, oppure dai balconcini minuti con le ringhiere ricoperte di gerani pendenti. Ma Roma non è così da per tutto, anzi, tutt’altro. Anche per questo il mio monolocale mansardato mi è piaciuto e ci sono rimasto, malgrado mi ci voglia più di un’ora per arrivare in facoltà e poi un’altra per ritornare. Comunque per me non è un problema, io mi sveglio presto; sarà per l’abitudine della campagna siciliana, dove sono nato e cresciuto fino a tre anni fa. Faccio colazione in casa, per risparmiare, con una tazza di latte e qualche fetta di pane. La strada, quando scendo, ha l’aspetto straniante di una piazza dopo un concerto rock, oppure dello stadio deserto. Non è una via di transito. A quest’ora del mattino incontri solo i residenti che rincasano dal turno di notte e quelli che vanno al lavoro. Poi, nel corso della mattinata le cose cambiano, si alzano le serrande dei negozi, arrivano i furgoncini dello scarico merci e i primi turisti curiosi. Più tardi i due ristoranti sul marciapiede di fronte allestiscono i tavoli, apparecchiano per il pranzo; e ancora dopo, col crepuscolo, comincia l’afflusso della movida, il ricambio delle generazioni. Arrivano i ragazzi e le ragazze con i jeans calati e le magliette sbrindellate e i tatuaggi e i piercing, si aggirano con in mano la birra tenuta per il collo e vanno a occupare i tavoli lasciati dagli stranieri, si siedono ai gradini davanti alle porte, formano gruppi, vanno avanti e indietro, e così fanno notte.

Quando esco io tutto questo è passato, le pedane dei due ristoranti sono quiete, i tavoli lasciati nudi dai camerieri sembrano abbandonati, le sedie aspettano il nuovo turno impilate da un lato. Io cammino veloce, l’aria è ancora frizzante, conserva il profumo della rugiada. Camminare veloce mi aiuta a riscaldarmi. Con la coda dell’occhio colgo una stonatura, di qualcosa fuori posto. Devo tornare indietro qualche passo, per controllare. La donna è seduta – no, meglio, riversa – sulla soglia del ristorante, nascosta dai tavoli. Indossa un vestito rosso, abbastanza lungo. I capelli che le ricadono dalla testa reclinata nascondono il viso. Non è raro il caso di senzatetto che trovi a dormire nei cantoni più incredibili, o di ubriachi e tossici rimasti accasciati dove sia, in attesa di riprendersi e ritrovare la via di casa. Io di solito tiro dritto, tanto la cosa, nella sua normalità – o anormalità – si risolve da sé. Questa volta è diverso. Mi avvicino, ma non la tocco. Non le vedo bene il petto, in quella sua posizione, con la spalla in avanti e il braccio che le ricade fino a terra. Non so stabilire se respira.

«Scusi,» dico.

Mi rendo conto di aver usato un tono troppo basso, indeciso.

Mi faccio coraggio e le scuoto piano il braccio, ma non reagisce.

Devo chiamare il 112, penso.

Mentre cerco il telefonino, lei solleva la testa; mi fissa strizzando gli occhi per mettermi a fuoco; con la fronte contratta cerca di raccapezzarsi, di ricostruire fatti.

«Dove sono?» dice.

«Come si sente?» chiedo io, invece di rispondere.

«Che è successo?»

Se sono i postumi di una sbornia, l’ha presa brutta, penso.

«Non ricorda niente? Vuole che chiami l’ambulanza?»

«No, no…» si porta la mano alla fronte, «sto bene.»

In effetti sembra solo confusa.

«Mi dia la mano, l’aiuto ad alzarsi, se la sente?»

Fa di sì con la testa, si tira su a fatica. Barcolla leggermente, si appoggia al muro, si regge alla mia mano.

Devo dire che è bella, davvero molto bella. Potrà avere una ventina d’anni più di me, intorno ai quaranta, quindi. È vestita da sera, ma senza gioielli.

«La mia borsetta?» si guarda attorno.

Guardo anch’io: non ci sono borsette.

«Com’è finita qui? Vuole che chiami suo marito, qualcuno?» agito appena il telefonino.

Ma lei: «No, no. Mi faccia sedere, un momento».

Libero la sedia in cima alla pila e l’aiuto a sedersi.

Ha la mano aperta davanti alla fronte, come per ripararsi dal sole.

«A teatro,» dice.

In effetti c’è un teatro, a poche traverse da lì.

«Era a teatro? Da sola? E poi, che è successo?»

Scuote la testa: «Non ricordo».

Non vedo lividi sulla fronte o altri segni che facciano pensare a una caduta o che abbia battuto la testa. Davvero non so che pensare.

«Dunque era a teatro, ma non ricorda cos’è successo prima e dopo. Ma se è sposata e come si chiama, questo deve saperlo.»

Mi rendo conto di aver usato un tono impaziente.

Lei fa di no con la testa: «Non sono sposata. Vivo sola. Mi chiamo Tiziana, avevo prenotato con internet, doveva venire anche una mia amica che si chiama Luisa, poi non si sentiva bene e sono venuta da sola. C’era un tipo, nella poltrona accanto, uno spigliato, sorridente, ha attaccato discorso, si è presentato, si chiama Mario, faceva commenti spiritosi sulle battute degli attori, sottovoce, accostandosi al mio orecchio. Durante la pausa mi ha offerto da bere. Poi… non ricordo più niente...

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domenica 15 giugno 2025

25.06.12 intervista di Veronica Sorrentino

 



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Intervista di Veronica Sorrentino del 12 giugno 2025

la trovate sul sito:
lacittasegreta.blogspot.com

Domanda:

Nei tuoi romanzi segui le indagini di Sirio, un criminologo che affronta casi complessi e spesso legati a misteri sfuggiti alle autorità. Com’è nato questo personaggio e in che modo si è evoluto nel tempo?

Romano:

Negli anni precedenti, durante i ritagli di tempo, nei giorni liberi da altri impegni, avevo scritto delle storie brevi, dei racconti. Quindi, volendo infine indossare una veste “professionale”, dovevo cimentarmi con un romanzo e affrontare tutto ciò che comporta.

Il genere. Avevo letto, più o meno in quei giorni, la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson, rimanendone – e come poteva essere altrimenti? – affascinato. Non pretendevo competere o emulare, sia chiaro, ma il mondo creato da questo grandissimo autore mi aveva coinvolto. Dopo aver riflettuto un po’ ho optato per il poliziesco.

Il protagonista rappresentava il passo successivo. Lo volevo diverso dagli stereotipi di detective e marescialli e commissari già visti e rivisti. Ma dove cercare? mi sembrava che letteratura e cinema avessero saturato tutte le possibilità: non mancavano uomini della strada, casalinghe, pensionati, scrittrici di gialli, falegnami e perfino preti, impegnati a risolvere delitti intricatissimi. La soluzione mi è venuta incontro casualmente, cercando nel web non so più cosa: a Forlì esiste una rinomata facoltà di criminologia! Era incredibile, nessun criminologo, che io sapessi, aveva calpestato il palcoscenico e tanto meno animato le pagine di un romanzo poliziesco.

Le caratteristiche del protagonista. Lo volevo diverso da Sherlock, Poirot, Colombo e altri inquirenti dai caratteri “eccessivi”. Il mio eroe, quindi, sarebbe stato del tutto “normale” – al massimo col setto nasale leggermente deviato –, giovane e affascinante – perché no? – e naturalmente dotato di intuito e perspicacia, caratteristiche irrinunciabili per un investigatore di talento.

La scelta del nome. Per un autore, ne converrete, come si chiamerà il suo personaggio principale è importante. Basti pensare alla cura di Svevo nello scegliere “Zeno” per il protagonista della “Coscienza” (l’ultima consonante dell’alfabeto, contrapposta alla prima vocale, la A – che lui riservava al gentil sesso, l’alfa della vita – e aveva dedicato ad Ada, Alberta e Augusta, le coprotagoniste femminili); oppure al Salvo e Augello di Camilleri (il condensato, in una sola parola, delle caratteristiche peculiari dell’uno e dell’altro). Anch’io – più modestamente – volevo per il mio eroe un nome inusuale. Non saprei dire quante ore ho trascorso a sfogliare siti internet alla ricerca di quello giusto. “Sirio” è arrivato per caso, forse al risveglio, quando la mente riposata e insegue soluzioni. Sirio è il nome di una stella e, che io sappia, nessuna persona si chiama così. Tre sillabe: Si-ri-o. Cinque lettere d’alfabeto, di cui, tre vocali e due consonanti. Quasi una simmetria, l’asse centrale fissato sulla R, affiancata dalle due I: s-iRi-o. La parola si insinua, come un sussurro, come un sospiro, scorrendo semplicemente sulla S iniziale, si adagia sulla piccola I, la vocale minutina, piccina, piccolina, che contrasta in maniera prepotente – quasi un ossimoro – con la successiva R, la consonante rude, ridondante, roboante, quella che rotola nel palato, che gonfia il petto mentre pronunci: “Riccardo cuor di Leone”. La I successiva stempera il suono della voce, le dà musicalità, si pospone per blandirla, fa da anello di congiunzione con la O in chiusura di parola, l’anello finale della catena, il lucchetto serrato.

Come si è evoluto nel tempo. Sirio, dalla pubblicazione di UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE, avvenuta nel 2020, ha risolto indagini in ben 8 romanzi e 4 raccolte di racconti. In quattro anni – l’ultimo libro, MIA È LA VENDETTA, è di gennaio 2025 – è rimasto il professore disponibile e pronto ad affrontare qualsiasi rischio pur di risolvere misteri. Che cosa lo spinge? “Curiosità,” ha affermato in qualche occasione, “di scoprire quali passioni spietate si celano sotto la maschera degli esseri umani, e quali storture ne derivino.” E c’è da credergli.

Domanda:

Le tue storie affrontano temi forti come mafia, corruzione, crimini tecnologici, psiche umana e giustizia. Quanto c’è di reale in ciò che scrivi, e da dove trai ispirazione per i tuoi intrecci narrativi?

Romano:

Mi poni una domanda articolata e per rispondere devo necessariamente partire dal primo romanzo: UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE, che getta le basi per i successivi. Dunque avevo il protagonista e il genere letterario, mi serviva una trama, che volevo complessa, non un semplice omicidio per gelosia o per accaparrarsi l’eredità. E mi serviva un “antagonista forte”, che facesse risaltare il mio eroe. Cosa di meglio, quindi, di uno psicopatico che fosse anche un imprenditore di successo sostenuto e spalleggiato dalla mafia?

Questi temi sono poi stati ripresi nei due sequel ODIO e MIA È LA VENDETTA (tutti, comunque, autoconclusivi). INDAGINI NEL WEB OSCURO è invece il frutto di una constatazione: la tecnologia informatica sta progressivamente, e in maniera inarrestabile, soppiantando l’essere umano. Basti guardare l’organizzazione di Amazon: il computer programma, dirige e organizza. Gli addetti di magazzino e i corrieri (Umani) eseguono meccanicamente. Nel romanzo tutto questo viene traslato (Dio non voglia) a dei killer, che agiscono orchestrati da AI (è uno spoiler del finale, tuttavia mi auguro che i lettori non rinuncino a leggerlo). La ricerca di originalità ha comunque guidato la stesura di trame più convenzionali in LA VITTIMA, IL TERZO MOVENTE, VIOLENZA PRIVATA e CHI MUORE SI SALVA (non dico di più per non rivelare di nuovo i finali). VIOLENZA PRIVATA è stato ispirato da due casi di cronaca raccapriccianti, che confermano come la realtà, purtroppo, sia più cruda e crudele di qualsiasi fantasia.

Domanda:

Il romanzo “Chi muore si salva” affronta un caso in cui la verità è abilmente nascosta sotto una superficie di apparenze. Cosa ti ha spinto a scrivere questa storia e cosa ti ha colpito di più durante la stesura?

Romano:

Il problema che spesso mi si presenta, accingendomi a una nuova indagine di Sirio, è di coinvolgerlo. Non è un poliziotto, per cui gli inquirenti ufficiali spesso lo contrastano, ritenendolo un intruso inopportuno. In CHI MUORE SI SALVA viene chiamato in causa per una verifica ufficiosa che l’amica Marianna – giovane magistrato alla prima esperienza in tribunale – gli chiede dopo aver visionato le riprese di una telecamera stradale: un motociclista, coinvolto in un incidente, sembra essere stato colpito da una fucilata. Da qui la sua indagine che, capitolo dopo capitolo, disvelerà un imprevedibile sottobosco criminale. In VIOLENZA PRIVATA un giudice tutelare lo incarica di trovare il padre di una bambina rimasta orfana della mamma che è appena stata assassinata, coinvolgendolo così nell’inchiesta per l’omicidio. In LA VITTIMA sono i padroni di casa che l’avevano ospitato da studente a chiedergli di scagionare un loro nipote accusato di omicidio. In IL TERZO MOVENTE è l’amico criminologo Anselmo Urbani a volere “una mano” per redigere una “perizia” da presentare al magistrato che indaga sull’omicidio di Gabriella Provvidi.

Domanda:

 Attualmente stai pubblicando su Wattpad “La vita nuova”, un romance molto diverso dai tuoi thriller. Cosa ti ha spinto a cimentarti in questo nuovo genere e come sta reagendo il pubblico a questa svolta narrativa?

Romano:

Sono un impaziente! Dal 2020 a oggi ho pubblicato 12 libri, in media tre ogni anno, tutti fra le 200 e le 400 pagine. MIA È LA VENDETTA era l’ultimo, a lungo rinviato, della trilogia sulla famiglia mafiosa dei Mugnuso, dopo UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE e ODIO. Mi è sembrato un traguardo, e ho sentito la necessità di rinnovarmi, di tentare nuove strade. Nella mia impazienza non ho saputo aspettare di aver completato LA VITA NUOVA per pubblicarlo, così mi sono rivolto a WattPad. Al momento ho scritto una cinquantina di capitoli e ne ho offerti al pubblico una trentina, a cadenza più o meno giornaliera. Le visualizzazioni sono costanti, il che mi fa supporre che molti si stiano affezionando, e la cosa mi rende felice.

 Domanda:

Le tue raccolte di racconti esplorano non solo il crimine, ma anche le coincidenze e i piccoli eventi che cambiano il destino. C’è una storia, tra tutte quelle scritte, che ti ha colpito particolarmente o ti rappresenta di più?

Romano:

Il discorso sarebbe lungo e articolato, mi limito a qualche curiosità. INDAGINI SULLA MORTE DI BETTY si è scritto praticamente da solo. Nei cinque anni impiegati a lavorare su “LAVAGNA” avevo buttato giù diverse versioni di sottotrame che servissero a presentare le peculiarità investigative del protagonista. Questi capitoli, rielaborati, sono diventati dei racconti, poi entrati a far parte della raccolta. Una delle short story in LA SIGNORA AMERICANA mi è stata ispirata da un libro che avevo letto in quel periodo, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon – un libro bellissimo il cui protagonista, un quattordicenne affetto dalla sindrome di Asperger, affronta delle sfide che per noi sono la normalità: uscire di casa, prendere l’autobus. In LA MEMORIA DELLA CARTA è stato il maestro Camilleri a ispirarmi, sia col suo “Il cane di terracotta” che con alcuni racconti “sul filo della memoria”, come diceva lui. Invece la raccolta PICCOLI CRIMINI INNOCENTI è formata per la maggior parte da storie brevi scritte negli anni novanta, rielaborati e inseriti in un trait d'union narrativo dal punto di vista di Sirio. Alla domanda “quale storia io senta più mia”, senza dubbio 1934 O IL CANTO DELLA SIRENA, nella raccolta “La memoria della carta”. L’anteprima è sul mio Blog https://romanogreco.blogspot.com/, mentre sulla presentazione del libro su Amazon è possibile leggere il racconto completo.

 Domanda:

La tua è un’attività da autore indipendente, con pubblicazioni in self su Amazon. Quali sono i pro e i contro che hai vissuto nel mondo del self-publishing, e che consiglio daresti a chi vuole intraprendere questo percorso?

Romano:

Ho già detto: sono un impaziente. Non saprei aspettare i tempi per sondare, interpellare, relazionarmi con le Case Editrici (sempre a trovarne una disposta a pubblicare i lavori di un Romano Greco qualsiasi), quindi il self è stata l’unica opzione. Per capire quanto questa mia impazienza mi vincoli, sempre a titolo di curiosità, cito che sia UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE che LA VITTIMA hanno superato la prima selezione del concorso IO-SCRITTORE, rispettivamente nel 2019 e nel 2022, quella dedicata alle prime 60.000 cartelle editoriali (circa 30 pagine). Nel primo caso su 3.000 concorrenti, nel secondo su 4.000. Non ho inviato il romanzo completo perché – eh, l’impazienza! – lo avevo già pubblicato con Amazon.

Domanda:

Guardando al futuro: hai già in mente nuove avventure per Sirio o pensi di continuare a esplorare nuovi generi e personaggi, come stai facendo con “La vita nuova”?

Romano:

Pietro, il protagonista de LA VITA NUOVA, ha più o meno la mia età ed è, in certa misura, un mio alter ego. Sirio è una forza della natura, quello che un po’ tutti vorremmo – o avremmo voluto – essere. Non so chi dei due, o se qualcun altro ancora fra le nuvole vorrà accompagnarmi per quel che resta del giorno.

 


mercoledì 11 giugno 2025

Amnesia - Racconto

 



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AMNESIA

Le dieci di sera. Per molti la giornata si avvia al suo termine naturale: divano, televisione, Buonanotte cara… buonanotte caro, letto; per me sta per cominciare. L’Amnesia è un locale dalle parti del Gasometro, chi conosce Roma sa dov’è.  Ci passo le notti del sabato, bisogna pur vivere, no? Il basso della musica non è ancora frastuono, ma una vibrazione sorda, un battito cardiaco che risale dal pavimento attraverso le suole delle scarpe e va a installarsi nello sterno. L’aria odora ancora del profumo chimico del detersivo al limone, che entro un’ora sarà cancellato, quando l'alito alcolico della folla, il sudore e un miscuglio di profumi costosi e deodoranti pubblicizzati si mescoleranno in un unico, soffocante aroma. Io mi muovo dietro il bancone, nella mia isola illuminata immersa in un acquario che si prepara a ribollire. Controllo le scorte, allineo i bicchieri, taglio i lime con la precisione meccanica dei gesti abituali. Faccio calcoli, anche. Se mi va male con le mance, questa notte pagherà due ore di affitto della mia stanza a San Lorenzo; se mi va bene, anche una rata delle tasse universitarie. Sono un contabile del divertimento altrui, un fantasma che serve pozioni per rendere la notte colorata a chi può permetterselo.

La gente comincia ad affluire, prima a piccoli gruppi, poi a ondate. Eccoli, i miei clienti. Non conosco i loro nomi, ma ormai so distinguerli per categorie. Gli Erasmus, che si accontentano di qualche birra; i turisti, che chiedono cocktail improbabili sentiti nelle serie TV; quelli delle borgate, che ordinano super alcolici e si guardano attorno in cerca di tossici da rifornire, di cellulari da rubare e di ragazze da portarsi in macchina; e poi ci sono loro, quelli che spendono senza star lì a contare i soldi e che le ragazze se le scelgono, le prendono e lasciano: perché possono. Un gruppo di questi viene ogni sabato, arrivano verso le undici, rumorosi come un'onda anomala che si prende il suo spazio, occupano il privé rialzato sulla sinistra, che considerano il loro palco personale. Mi hanno dato l’incarico – e mance appropriate – per tenerglielo libero, e io lo faccio. Il capo del branco è un tipo con la mascella dura e l'aria di chi non ha mai ricevuto un rifiuto, ho sentito che lo chiamano Lillo, o Antonello. La sua ragazza si chiama Tiziana, è bionda, carina e ben fatta. Stasera indossa un vestito nero così corto che è difficile girarsi da un’altra parte; mentre si allaccia le scarpe sportive e infila sotto al tavolino quelle eleganti, ride a una battuta del suo uomo. Ride, ma forse nemmeno l’ha sentita. I suoi denti perfetti sono il risultato di costose mascherine trasparenti e di ottimi dentisti, ma il sorriso non riesce a scaldarle gli occhi. Per me è solo La ragazza del tavolo sette.

I loro amici si attardano, si guardano attorno, indicano il deejay, indicano qualcuno sulla pista. Quando finalmente si siedono, Lillo o Antonello fa un cenno secco nella mia direzione.

Il primo ordine della serata. Inizia il rituale. Mentre mi avvicino, lui passa il braccio sulle spalle di Tiziana, un gesto ostentato, di possesso, più che di affetto. Sembra quasi mi voglia dimostrare qualcosa, per come mi fissa. La musica è alta, mi chino per captare le ordinazioni, comincio dal tipo più vicino e dalla ragazza con i capelli rossi accanto a lui, e poi man mano tutti gli altri. Loro gridano, ma la musica è più alta. Quello che non riesco a sentire lo leggo sul labiale, interpreto i gesti, ricostruisco dalle serate precedenti: Whisky, Vodka, Aperol Spritz, Mojito… scorza di limone… niente ghiaccio… doppio ghiaccio… liscio… scecherato…

Tengo tutto a mente, è la pratica.

Al banco si è fatta la fila e io sono solo. Servo quelli davanti a me, già sudati ma con la fretta di tornare in lizza. Preparo per i tavoli. Porto il vassoio in equilibrio, evitando quanti si aggirano per la sala fregandosene di me. Lillo o comunque si chiami mi tiene d’occhio – ho l’impressione – manda occhiate sbieche alla sua ragazza – mi sembra.

Problemi suoi, penso, appoggiando i bicchieri davanti a ognuno.

Sto per tornarmene al mio posto quando lui mi punta contro l’indice e abbassa il pollice.

Mi spara!

Perché poi?

Mah… ne trovi di gente strana!

Fingo di non aver visto e tiro dritto al bancone, che già è circondato da più gironi di assetati in attesa.

Per un'ora va avanti così. Ordinazioni ai tavoli, servizio in sala, servizio al banco… non ho tempo di pensare a nient’altro. Poi li vedo, Lillo e Tiziana, vengono verso di me, sono accaldati, lei si tampona con un fazzolettino di carta, lui gronda senza ritegno.

«Champagne,» fa lui.

«In calice?» all’Amnesia vogliono che si chieda.

«Bottiglia, cretino,» assesta uno schiaffo con la manona sul banco.

È già ubriaco, si vede.

Do un’occhiata verso il buttafuori accanto all’uscita ma poi lascio correre.

Chi me lo fa fare di rischiare il posto per questo qui?

Appoggio la bottiglia sul tavolo senza chiedergli che marca preferisca o altro. Con una certa perfidia gli mollo la più costosa e ritiro i gettoni che ha lasciato sul bancone bagnato.

«Portamela al divano,» fa lui.

Passa la mano dietro la vita alla sua ragazza e si avvia.

Le tocca il sedere, mentre camminano, senza nessuna discrezione.

Mi vergogno per lui, posso dirlo?

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sabato 7 giugno 2025

La ragazza sul balcone - Racconto


 

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LA RAGAZZA SUL BALCONE

Capelli neri, lunghi fino alle spalle, la vedevo ogni giorno fra le 13 e le 14. Non distinguevo bene i lineamenti, ma brutta non era; e posso assicurare che le gambe avrebbero compensato qualunque difetto. Per chi sa quale gioco urbanistico, per quale studiato incastro di volumi, il mio palazzo fronteggiava il suo. Io mi trovavo al primo piano, lei al quarto e trascorrevamo quell’ora del dopopranzo a scambiarci occhiate da balcone a balcone, o meglio, io la guardavo… e mi sembrava che lo facesse anche lei.

Ero un fuorisede, un leccese trapiantato nella magniloquente caotica Roma; il mio universo si riduceva a un pendolo oscillante tra la Facoltà di Architettura alla Sapienza e uno studio di progettazione dalle parti di Piramide. A giorni alterni frequentavo i corsi inseguendo la laurea, negli altri mi seppellivo nello studio, dove svolgevo calcoli di stabilità per ingegneri che avevano molta fretta e poca pazienza. Ormai la mia esistenza era un diagramma di forze, un computo di tensioni e compressioni, e, in tutto questo rincorrere, tempo per lo svago e le ragazze ne rimaneva ben poco… anzi, a essere onesti, direi niente. Lo studio si trovava a una sola fermata di metropolitana dal monolocale in affitto, così potevo sfuggire al triste rito del panino al bar assieme ai colleghi. Dalla facoltà riuscivo a rientrare più o meno nello stesso tempo. Mi scaldavo un boccone di pasta avanzata e uscivo sul balcone.

Era maggio. Le giornate a quell’ora avevano il tepore della natura al risveglio; il prato tra il mio palazzo e quello della ragazza bruna profumava di erba fresca e di margherite appena sbocciate; il rumore del traffico, in quella periferia di città, era solo un mormorio distante. Mi sedevo sulla mia sdraio con in mano un libro che non avrei letto e guardavo in su, con cautela, senza farmene accorgere. Lei era sempre lì, sul suo balcone. A volte usava una bottiglia per annaffiare i vasi, altre riordinava qualcosa, si spostava, si affacciava, si ritirava; l’incarnato rosa delle sue gambe mi ammiccava dall’ombra della gonna, mentre si voltava. Io speravo di sorprendere il colore delle mutandine, che immagino nere, oppure color carne, e mi ritrovavo a fantasticare che forse non le indossava affatto. Altre volte, anche lei sulla sdraio, leggeva un libro o una rivista, forse si appisolava, per qualche minuto. Sedeva sempre con le gambe rivolte verso di me, facendomi sognare.

Per tutto il periodo antecedente al fatto che sto per raccontarvi, non le avevo mai fatto un cenno. Oh, non per timidezza, ma perché non ero mai sicuro che mi stesse veramente guardando. Io stesso, per non farle immaginare che sbirciavo, usavo una tecnica furtiva: a testa bassa fingevo di leggere o di mangiare un frutto e alzavo soltanto gli occhi. Eppure sentivo che si era creato un feeling fra noi, un legame sottile, teso attraverso il vuoto che ci separava, invisibile eppure persistente, una relazione costruita su traiettorie di sguardi, su coincidenze di orari, sulla condivisione della medesima porzione di vita.

Non ci eravamo mai incontrati per il quartiere, forse per via degli orari, o semplicemente perché l’ingresso del suo palazzo affacciava sulla strada alle sue spalle (ad est) e quello del mio sulla via dietro di me (ad ovest). Ma presentivo che prima o poi sarebbe successo.

L’occasione è stata un ritardo. L’ingegnere mi aveva trattenuto per una questione urgente: una verifica strutturale dell’ultimo momento, col cliente che aspettava in anticamera. Tastiera, computer, formule statiche, algoritmi. Percussione di tasti, sequenze di formule, calcoli ultraveloci. Erano passate le tre, quando ho ritirato i tabulati dalla stampante.

«Dovrei andare in pausa pranzo,» ho detto sottovoce all’ingegnere, mentre glieli passavo.

La sua priorità era il cliente in attesa. «Vai pure,» ha risposto distratto.

Metropolitana. La mia fermata.

Affiorando dalle scalette nel sole del pomeriggio ho visto la ragazza bruna. Non era una sagoma umana a venti metri di distanza, una figura femminile distorta dalla prospettiva, ma lei, meravigliosamente donna. Veniva diritta verso di me e finalmente distinguevo i dettagli. Occhi scuri, fissi, decisi; naso diritto, bocca che non sente il bisogno del rossetto. Aveva la giacca ripiegata sul braccio, i capelli oscillano, la minigonna svolazzava a ogni passo delle gambe nervose e perfette. Fermo sull’ultimo gradino aspettavo che si avvicinasse. Era il momento di trasformare ogni fantasia in una realtà concreta e meravigliosa.

Le ho sorriso.

Ciao, sono io, ci vediamo ogni giorno dal balcone… stavo per dirle.

Sono stato sul punto di afferrarla per il braccio.

Lei mi è passata accanto col naso che puntava le scale della metropolitana. È sparita in quell’antro buio.

Non mi ha visto, volevo giustificarla.

Invece ero sicuro che mi aveva notato, riconosciuto e ignorato.

Il seguito? Appena lo pubblico vi informo tramite social,  intanto leggete qualcos'altro, non manca da leggere, qui.

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