martedì 6 gennaio 2026

Senza restituzione - Racconto completo

 




6 gennaio 2026
Questo racconto completo è il mio regalo per l'Epifania.

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                                                   SENZA RESTITUZIONE

Sirio, passando dalla luce bianca e monotona dei neon nell’atrio, a quella tiepida, dicembrina, del piazzale antistante la facoltà, alle due e mezza del pomeriggio di giovedì non distinse subito il giovanotto appoggiato alla sella del motorino. Sorprese l’agitarsi della mano e si diresse verso di lui.

Si raggiunsero a metà della gradinata.

«Professore…»

Il ragazzo aveva occhiaie profonde. Non sorrideva.

«Mirko, che succede?»

«Ginestra è sparita.»

Mirko puzzava di tabacco e paura.

«Che intendi?»

«Sparita, non c’è più, non risponde.»

Aveva alzato la voce. Studenti che passavano accanto a loro giravano la testa, esitavano.

«Vieni con me in macchina. E intanto calmati.»

I contorni degli edifici disegnavano ombre nette e brevi sul lastricato. Camminarono di fretta fino all’antiquata Clio color vinaccia nei parcheggi. Sirio, con la chiave, aprì lo sportello del passeggero.

«Allora, spiegami per bene.»

Nel chiuso dell’abitacolo, dal giaccone felpato veniva odore di sudore stantio.

«Stanotte non è tornata.»

Sirio non sapeva che vivessero assieme. In effetti sapeva ben poco del giovane Mirko.

«Come mai non eri con lei?»

«Mi ha chiamato ieri sera che stava con certi tipi… da qualche parte… per lo sballo. Stava su di giri. Qualcosa aveva già preso.»

Sirio lo guardò di profilo. Il ragazzo fissava un punto immobile oltre il parabrezza.

«Non le hai chiesto dove fosse e con chi?»

«Che ne so. Non mi ricordo. Pure io avevo fumato qualcosa. Che ne so… la birra magari. Insomma che vuoi da me? Quando mi sono svegliato il letto era vuoto.»

«Capisco, Mirko, ma stai calmo. Aiutami a capire. Dunque, ti svegli e lei non è in casa. A che ora, questo?»

«Mezzogiorno, le dodici e mezza.»

«OK. A questo punto hai chiamato gli amici, immagino.»

Mirko sferrò un colpo a palmo aperto contro il finestrino.

«Certo. Che facevo sennò? Nessuno l’ha vista e sentita.»

«I suoi genitori?» chiese Sirio, imponendosi calma.

«Sei scemo? Magari lei sta smaltendo la sbornia da qualche parte e quelli fanno scoppiare la guerra mondiale. La fanno rinchiudere dentro quella cazzo di comunità un’altra volta e amen.»

«Uhm. Immagino che se ti suggerissi di informarne tuo zio la risposta sarebbe la stessa. E quindi, cosa ti aspetti da me? Vuoi che sia io a chiamare lo zio Aldo?»

Mirko doveva non averci pensato, soppesò la proposta, lo sguardo che oscillava tra la disperazione e il calcolo.

«No. Se lo sa lui, mette di mezzo mia madre e buonanotte libertà. Per come sono messo coi miei, finisce che ingabbiano pure me.»

Si agitò, strinse i pugni.

«Senti professore…»

«Chiamami Sirio.»

Scosse la testa esasperato: «Senti, devi trovarla. Tu fai questo di mestiere, dico bene?»

*

Sirio e Aldo Crescenti, agente di pubblica sicurezza e suo amico, qualche volta condividevano la penombra di un separé nel pub di via Sestri Levante, per una serata di Sangiovese Superiore e qualche risata scacciapensieri.

Una volta che aveva il vino triste, Aldo si era confidato.

Il nipote, figlio di sua sorella, stava prendendo una brutta piega. Compagnie sbagliate e via dicendo. Nessun reato, che si sapesse, fino a quel momento; ma i genitori erano preoccupati e lo zio, rimaste inutili raccomandazioni, avvertimenti e minacce, temeva di vederlo entrare in commissariato in manette, una volta o l’altra.

«Quanti anni ha?» aveva chiesto Sirio.

«Diciassette.»

«Età difficile.»

«Già,» aveva scosso la testa l’amico poliziotto.

Era dura vedere un uomo di quasi sessant’anni, in pieno vigore, un agente di polizia che nella propria carriera aveva affrontato situazioni d’ogni genere, frustrato in quel modo; ma è quanto fa spesso il vino, esfolia la scorza e denuda l’essenza.

«Potrei provare a parlargli,» aveva sospirato Sirio.

L’amico aveva scosso la testa: «Credi non ci abbia provato suo padre e io stesso?»

«Un tentativo non può far male,» aveva insistito. «Dopotutto ho a che fare con studenti di poco più della sua età ogni giorno, conosco le frequenze su cui trasmettono. Dai, fammelo conoscere.»

«E come?»

«Invitami a cena.»

Aldo si era lasciato andare a una smorfia di sconforto: «Sirio, forse non ti è chiaro, il ragazzo sì e no se rientra a dormire».

«Allora fammelo incontrare per caso. Saprai pure che posti frequenta.»

«Questo sì. Mi ha fatto un piacere personale un collega. L’ha pedinato. Ti ci porto.»

*

Ai Ronchi, procedendo a passo d’uomo con i finestrini abbassati lungo via dei Ciliegi, l’imbrunire sapeva di piscio e gomma bruciata. Sirio guidava, Aldo, in borghese, scrutava i marciapiedi. Avevano superato capannelli di giovinastri seduti ai tavoli fuori dai bar, oppure in piedi nei piazzaletti di minimarket, poi, nello slargo che circondava l’obelisco, un gruppetto fumava e beveva birra direttamente dalle bottiglie, appoggiato ai motorini parcheggiati in disordine. Mirko e una ragazzina più o meno della sua età erano seduti al ciglio del marciapiede, per conto loro. Sirio aveva accostato, senza spegnere il motore. Crescenzi si era sporto dal finestrino.

«Ohilà!»

Il tono sorpreso perfettamente credibile.

Il ragazzo e la sua amica si erano scambiati un’occhiata. Interrogativa lei, contrariata lui. Quelli sui motorini avevano smesso di ridere ed erano rimasti a guardare. Un po’ curiosi, un po’ perplessi.

Aldo era sceso e Sirio aveva girato attorno alla macchina per raggiungerlo.

«È qui che vi riunite?»

Recitava bene. Occhiata bonaria al gruppo, interesse per la signorinella con le ginocchia ancora infantili, espressione da zio contento d’aver incontrato il nipote per caso.

Mirko, controvoglia, si era alzato, passandosi la mano sui calzoni come per pulirseli. Anche la ragazza si era alzata, rimanendogli un passo indietro.

«Ciao, zio.»

Voce bassa, vergognosa.

Entusiasmo di Aldo: «Non mi presenti la tua amica?»

Lei aveva allungato una mano languida: «Ginestra».

Il poliziotto gliel’aveva stretta, poi: «Lui è Sirio, un mio amico. È un professore dell’università. Criminologia».

Sguardi furtivi si erano incrociati. Un’onda di riflusso aveva agitato il gruppo di quelli sugli scooter. Un paio avevano messo in moto e si erano allontanati.

«Perché non andiamo a prendere qualcosa al bar,» aveva proposto Aldo al nipote.

«No zio, meglio di no. Abbiamo da fare.»

Crescenti non aveva insistito. Lui e Sirio erano tornati alla macchina.

«E adesso?» aveva chiesto il poliziotto.

«Quelli con le bustine in tasca sono scappati subito, a scanso di guai. I duri sono rimasti a controllare gli sviluppi, tanto non correvano rischi; Mirko e la sua ragazzetta, che già stavano in disparte, forse verranno allontanati. Comunque saranno mantenuti ai margini.»

«Sempre dell’idea di incontrarlo solo a solo?»

Sirio aveva guardato nello specchietto retrovisore.

Mirko e Ginestra erano ancora in piedi, due figure piccole e isolate nello slargo.

Erano rimpicciolite rapidamente, inghiottite dalle ombre dei Ronchi.

*

Nella Clio, nel parcheggio dell’università, l’aria era ferma. Le ultime parole del ragazzo riverberavano ancora come l’eco riflessa di un diapason: Devi trovarla. Tu fai questo di mestiere.

Sirio guardava il profilo di Mirko e ragionava che se a Ginestra era successo qualcosa di brutto, Aldo o chi per lui, dopo una notte sui terminali della questura, lo saprebbe già, e avrebbe avvisato il nipote. Restava però l'ipotesi che il dramma – magari un'overdose non ancora scoperta – fosse rimasto nell'ombra. In quel caso, assecondare il silenzio di Mirko non avrebbe cambiato nulla. Ma poteva benissimo trattarsi di un rapimento, di un malore o di un altro qualsiasi accidente in cui ricerche tempestive potevano rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

E loro due stavano lì a cincischiare!

«No, Mirko, trovare ragazze scomparse non è il mio mestiere. Spetta alla polizia.»

Mirko era sul punto di piangere, ma la maschera che aveva scelto di duro non glielo consentiva.

«Sei tu il criminologo, cazzo,» urlò.

Una reazione isterica, che Sirio cercò di arginare.

«Lasciami chiamare tuo zio, vedrai che saprà gestire ogni cosa senza far scoppiare il finimondo con i tuoi, o con la famiglia della tua ragazza.»

«No. Se ti azzardi, ti sputo in faccia e sparisco pure io.»

Gli occhi non mentivano, e se davvero Mirko si rendeva irreperibile, con lui sarebbe sparito l’unico sentiero che portasse a Ginestra in tempi brevi.

«Va bene. Facciamo a modo tuo, per ora,» cedette. «Dunque, ieri pomeriggio, Ginestra ti ha chiamato per dirti che si stava divertendo. Ma non ricordi dov’era e con chi. Giusto?»

Mirko scosse la testa: «Avevo fumato e bevuto, e poi lei parlava a raffica, era eccitata, non me lo ricordo quello che diceva».

«Va bene, va bene. Ma con chi era uscita… questo, almeno, lo sai?»

«Doveva incontrarsi con Natasha.»

«Bene. E naturalmente tu, verso mezzogiorno o la mezza, quando ti sei accorto che Ginestra non era tornata, l’hai chiamata!?»

«Certo, per prima. E non ne sapeva niente. Dice che a un certo punto se n’era andata.»

«Se n’era andata? Senza un perché? Avevano discusso?»

«Boh, ma che ne so. Natasha dice che aveva un impegno.»

«Andiamo da lei.»

«A che serve? Ha detto che se n’era andata e non ne sa niente. Stop.»

«Una faccia mente meno di una lingua. Portami da lei.»

*

«Sta là sotto,» indicò Mirko. La voce si perdeva nel grigiore degli edifici.

Su quel lato, il palazzo di quattro piani che sovrastava i garage, non aveva finestre.

Scesero dalla Clio e presero giù per la rampa. L’aria si fece più fredda man mano che scendevano; densa dell’odore di gas di scarico stagnante, quando arrivarono al chiuso. Nessuna cellula fotoelettrica attivò l’illuminazione del lungo corridoio costeggiato da serrande abbassate. Mirko tirò dritto per qualche metro e martellò col pugno sul metallo. Un colpo isolato, poi tre in rapida successione. Da dentro venne un tramestio e il rumore di qualcosa che cadeva, e poi una voce maschile impastata di fastidio: «Chi cazzo è?»

«Mirko.»

«Qui Ginestra non c’è. Sparisci.»

«Apri. Voglio parlare con Natasha.»

Dopo un’attesa e un conciliabolo sottovoce, la serranda sferragliò verso l’alto.

Un fornello da campeggio sopra un mobile da cucina con la formica scrostata, una bombola del gas, piatti unti in un lavandino a pozzetto, indumenti che pendevano dai cassetti aperti di un comò, un motorino e uno scooter inclinati contro il muro si mostrarono man mano che la serranda saliva. C’era puzza di benzina, di piatti sporchi e di corpi in calore.

Nell’angolo lontano, su un letto a due piazze senza spalliere, Natasha sedeva nuda, a gambe incrociate.

Il muscoloso che aveva manovrato l’apertura, un uomo sulla trentina e i boxer macchiati di un liquido recente, indicò Sirio a palmo teso e testa reclinata: «Questo chi è?»

«Sta con me,» tagliò corto Mirko.

Sirio entrò, prima che approfondissero.

«Che vai cercando?» sibilò la ragazza. «T’ho detto tutto quello che sapevo. Che altro vuoi?»

«E che deve volere,» intervenne Sirio, concentrandosi sul muscoloso, rimasto in piedi accanto al comando elettrico. «O va alla polizia, o cerca in giro. Tu non faresti lo stesso?»

L’uomo scrollò le spalle, andò a sedersi a bordo del materasso. Si sistemò braccia conserte.

Natasha invece si accigliò: «E tu, non sei un poliziotto?»

«No,» rispose Mirko, riprendendo un briciolo di spavalderia. «Se volevo andare alla questura mica venivo qui.»

«Facciamola finita,» sbuffò il muscoloso. «Che volete?»

«Poche domande,» Sirio mostrò i palmi aperti in un gesto di finta resa. «Se Ginestra è in pericolo, solo noi possiamo tirarla fuori.»

Natasha sbuffò e guardò il pavimento alla sua sinistra. Un segnale di fuga mentale.

«Tu l’hai vista per ultima,» riprese Sirio, inchiodandola con gli occhi. «Dove stavate, quando vi siete lasciate?»

«Dentro un bar. Quello di via Rosaspina.»

«Cosa è successo?»

«Niente. Due chiacchiere prima di cena. Una cosa normale.»

«Avete preso qualcosa? Pasticche, erba?»

«Lei ha fumato. Un dieci minuti prima di entrare, sulle panchine fuori.»

«Cosa? Roba pesante?»

«Ma va, cobrino? Mica siamo sceme. Solo Erba.»

«E alcol?» Sirio sapeva che il mix di THC e alcol è il preludio perfetto per la perdita di controllo.

«Stavamo in un bar, certo che bevevamo. Ma che sei, mio padre, con tutte ‘ste domande?»

Natasha, raccolse un lembo del lenzuolo e lo fece passare sotto le ascelle, coprendosi.

«Sono uno che vuole sapere che fine ha fatto Ginestra.»

«Va bene, va bene, ho capito. Una birra o due, fuori. Un Jägermeister al bar, assieme a qualche patatina e fesserie così.»

«E poi?»

Lei balenò gli occhi verso Mirko, esitante.

«C’erano due tipi al tavolo vicino. Facevano gli scemi… con lei. Me mi schifavano. E lei, all’inizio, finché stavano per conto loro, li schifava pure lei. Poi, quando si sono seduti con noi, s’è messa a fare la cretina. Risatine, gomitate, rideva che sputava noccioline.»

Ha guardato Mirko vergognosa e si è girata verso l’uscita.

Eh no, pensò Sirio, non ti lascio scappare!

«Com’erano? Alti, bassi… colore dei capelli? qualche segno particolare?»

«Ma che ne so. Io non ci badavo,» sfuggiva gli occhi del muscoloso.

Geloso? Manesco?

Al momento non aveva importanza, contava solo seguire la traccia che portava a Ginestra.

«Ho capito che non ti interessavano, ma avrai pur visto com’erano vestiti…»

«Normale. Ah… il tatuaggio. Quello più carogna, che parlava sempre lui, aveva un tatuaggio di serpente sul collo.»

«Si sono mai chiamati, fra loro?»

«No,» scosse la testa. «Mai fatti nomi.»

«E poi?»

«Ginestra se n’è andata con quelli.»

«E tu?»

«Sei cretino? Me mi schifavano.»

Era la seconda volta, in poche ore, che si beccava del cretino!

«Hanno accennato a dove andavano? Che so, una festa, un ritrovo.»

«No, no, niente».

«Sono andati via con una macchina, una motocicletta o…»

«Ma che ne so. Sono usciti e basta.»

«E dopo? Qualche telefonata di Ginestra, SMS?»

Lei esitò, poi rispose: «T’ho detto niente».

Sirio era certo che mentiva.

*

Sirio aprì e Mirko montò in macchina. Prima di salire a sua volta, Sirio diede un’occhiata allo smartphone. L’SMS di Aldo Crescenti diceva: “Ieri pomeriggio i cellulari di Natasha e Ginestra sono rimasti nel bar di via Rosaspina fino alle sei e un quarto. Quello di Ginestra è sparito poco dopo le sei e mezza in via della Maga Circe, a giusto un quarto d’ora di macchina dal bar. Stiamo cercando se qualche altro telefono si trovava nei due posti nello stesso momento e stiamo lavorando anche sul tatuaggio, ma ci vuole tempo. Continua a lasciare acceso lo smartphone. Appena andate via, una squadra entra a fare due chiacchiere con quelli nel garage”.

«Andiamo in via Rosaspina,» disse Mirko.

Era molto sicuro di sé, adesso.

«Quella tua amica mentiva,» disse Sirio, posando il cellulare nel porta oggetti della Clio.

«Che ne sai?»

«I messaggi inconsci del corpo.»

Mirko scosse le spalle.

«Ha paura di buscarle dal suo uomo, se non l’avessi capito. Comunque noi dobbiamo cercare quello col tatuaggio. Andiamo al bar.»

«D’accordo.»

Sirio inserì la prima.

«Spiegami una cosa. È normale che la tua ragazza se ne vada in cerca di sballo senza di te?»

«Che c’è di male?»

«Vuoi dire che non ti importerebbe, se si… lasciasse andare con un altro?»

«Non lo farebbe mai,» la voce non era così sicura.

«Le hai mai dato uno schiaffo?»

Mirko si girò di scatto: «Come ti viene in mente?»

«Ricordi la sera che io e tuo zio siamo capitati ai Ronchi? Ginestra aveva un livido in faccia. Non era il risultato di un bacio.»

«Era caduta.»

«Uhm. Conosci la mia professione…»

Il ragazzo l’interruppe: «Come no. Il linguaggio del corpo, il mentalista!»

«Insomma, ieri avevate litigato sì o no?»

«Ma che ti frega? che importanza ha?»

«Diventa importante se Ginestra avesse deciso di fartela pagare. Potrebbe essere da un’amica, in questo momento, e aver semplicemente spento il telefono. Natasha le starebbe reggendo il gioco, mentre io e te staremmo cercando farfalle.»

Mirko rimase a fissare davanti a sé per un pezzo.

«Non ci avevo pensato,» disse.

«Quindi?»

«È vero, avevamo discusso, e mi è scappata una sberla.»

«Succedeva spesso?»

«Uhm, qualche volta.»

«E lei come reagiva?»

«Be’, piangeva un po’, io le chiedevo scusa e facevamo pace.»

«Quindi escludi che possa aver accettato la corte di chicchessia solo per farti dispetto.»

«Vuoi dire che se n’è andata di proposito, con quello col tatuaggio?»

«È un’altra ipotesi.»

Mirko si prese la testa tra i pugni: «Non ci sto capendo più niente».

*

Via Rosaspina, giù ai Ronchi, era una traversa tortuosa quasi al buio, alle sei del pomeriggio. Il bar era un buco con le luci al neon troppo bianche, persisteva odore di caffè bruciato – e va bene – e di candeggina. Al bancone c’era un uomo sulla cinquantina con i capelli unti; una ragazza, poco più che ventenne, con le occhiaie coperte da troppo correttore, stava passando uno straccio sul pavimento, vicino a un tavolino dov’era caduto qualcosa. Fra i giovani attorno a un tavolo più avanti, Sirio riconobbe qualcuno che stava in via dei Ciliegi, la sera che c’era passato con Crescenti. Mirko tirò dritto al bancone, Sirio un passo dietro.

«Senti, Massimo, sto cercando Ginestra. Natasha m’ha detto che ieri è uscita da qua assieme a due tipi, gente di fuori, secondo lei. Ne sai niente?»

«E che dovrei sapere?»

«Uno aveva un tatuaggio di serpente sul collo, li avevi mai visti?»

«E chi ci ha badato? Ho da lavorare, io.»

La ragazza stava uscendo da un ripostiglio, dove aveva lasciato lo spazzolone.

«E tu?» le chiese Mirko, «li avevi visti mai?»

Lei fece spallucce: «Perché non chiedi agli amici tuoi, laggiù?»

Un attimo di esitazione, e Mirko si avviò verso il gruppo.

Prima che parlasse, uno con la felpa tre taglie più grande e un sorriso da prenderlo a schiaffi, stravaccandosi sulla sedia disse: «Arriva il bell’abbandonato assieme al criminologo».

Sirio lo riconobbe, era quello scappato per primo.

Gli amici sghignazzavano.

Mirko, scuro in viso, accelerò il passo a pugni serrati. Felpa si alzò e gli si piazzò davanti. Lo superava di tutta la testa e lo guardava cattivo. Gli altri tenevano d’occhio Sirio.

Felpa disse: «Rassegnati, merlo, la tua bella t’ha mollato. L’hanno vista ai capannoni abbandonati dietro la ferrovia. Quelli della vecchia zona industriale. Dicono che quello col tatuaggio ha le chiavi di un magazzino e un coltello di trenta centimetri. Dopo una notte e un giorno che se la sbattono, se corri, magari ne trovi ancora un pezzetto».

Felpa scoppiò a ridere. Gli amici al tavolo lo imitarono. Mirko sembrava un pupazzo di cera coi vestiti di Mirko. Si voltò verso Sirio, gli occhi gli ballavano nelle orbite.

«I capannoni. Dobbiamo andare ai capannoni!»

Sirio studiava Felpa, che per un attimo sostenne lo sguardo, poi sbatté le palpebre troppo velocemente.

Sta mentendo, capì Sirio.

«Come ti chiami?» gli chiese.

E quello, arrogante: «Kevin, perché?»

Sirio cavò di tasca il cellulare. La linea con Crescenti era aperta. Scattò una foto del gruppo, Kevin in primo piano.

Ci fu un movimento di tutti contro di lui.

«Commissario!?»

Una parola magica. Scandita nel telefono, bloccò sul nascere il sollevarsi da sedie e lo scattare in avanti.

«Aldo,» aggiunse Sirio, «ti mando una foto. Vale la pena di interrogarli a uno a uno, questi amici di tuo nipote. Sono certo che procurato allarme, intralcio alle indagini, favoreggiamento o qualche altro reato puoi trovarlo. Ci vediamo ai capannoni.»

*

Venti minuti dopo, le volanti illuminavano a giorno il cemento crepato dei magazzini della ferrovia. I poliziotti avevano sfondato tre portoni e setacciato ogni angolo, tra polvere, amianto e lerciume.

Aldo uscì togliendosi i guanti in lattice. Aveva la faccia di chi ha mangiato sabbia. Si avvicinò alla Clio, dove Mirko, seduto sul sedile del passeggero, stava tremando.

«Niente,» disse il poliziotto, aprendo lo sportello dalla sua parte. «Vuoto. Solo ratti e vecchi giornali.»

Sirio, appoggiato al volante, guardò lo zio e poi il ragazzo. Mirko si coprì la faccia con le mani.

«Era solo uno scherzo idiota,» disse Crescenti. «Mirko, il tuo amico Kevin si è divertito alle tue spalle.»

«E Ginestra?» Mirko tirò su col naso.

«Tutte le forze dell’ordine, continueranno a cercarla. E preghiamo che anche la sua scomparsa sia solo uno scherzo.»

Un ispettore di polizia era quasi alla Clio, lo seguiva un agente. Crescenti si rialzò, portando la mano alla visiera. L’ispettore l’invitò ad avvicinarsi con un gesto. Gli disse qualcosa sottovoce e si avviò verso una volante.

La suoneria troppo alta di un cellulare vibrò nell’abitacolo.

Mirko mostrò lo smartphone.

«È Natasha,» sussurrò.

«Metti in vivavoce,» ordinò Sirio.

Che poteva essere accaduto, ancora?

Crescenti stava tornando.

Dal telefono nessun saluto, solo un respiro corto, spezzato da quello che sembrava il rumore del traffico di una circonvallazione.

«Che succede?» chiese Mirko

«È pieno di poliziotti qui. Riccardo sa chi è quello col tatuaggio. Gliel’ha detto.»

«Chi è?» strinse Mirko il cellulare.

«Uno di Bologna, del giro dei VIP, quelli che pagano,» Natasha era disperata. «Imbottite di Scoop, capisci? cedute per tutto il tempo che vogliono e per l’uso che ne vogliono fare. Hai capito? Sadici e bastardi di ogni genere! E quelle che non ce la fanno, spariscono.»

Parlava a singhiozzi, sottovoce. Non tutto si capiva, ma bastava quello che si sentiva.

Alla parola Scoop, Mirko si era come accasciato verso il cruscotto, Sirio aveva provato un senso chimico di freddo risalirgli per la schiena. Conosceva la sigla clinica del gamma-butirrolattone, del 1,4-butanediolo, delle Benzodiazepine. Droghe dello stupro, capaci di trasformare un essere umano in un oggetto inerme, un corpo senza memoria di cui poter disporre a piacimento.

Guardò il ragazzo: era diventato grigio.

Qualcuno urlò nel microfono di Natasha: «Da’ qua quel cellulare, tu.»

La comunicazione cadde.

Aldo Crescenti era allo sportello.

«Sono risaliti a quello col tatuaggio,» sospirò. «Brutta gente.»

L’ispettore stava urlando ordini. Le radiotrasmittenti gracchiavano codici che trasmettevano urgenza. Due autopattuglie sgommarono nel fango, accendendo le sirene. Un elicottero attraversò la notte in quel momento. Sfrecciò dritto a nord ovest.

I lampi bluastri dei lampeggianti delle auto rimaste continuavano a tagliare il buio con la regolarità di un pendolo privato dei rintocchi.

«Io e te non possiamo fare più niente,» disse Sirio a Mirko. «Se non aspettare.»

«Andate via,» disse l’agente Aldo Crescenti. «Sirio portalo a casa. Qui non c’è più niente da vedere.»

*

Quando Sirio entrò puntuale alle sette di sera, in casa di Aldo Crescenti tutti lo aspettavano in piedi, ignorando il tavolo imbandito. Ginestra corse per abbracciarlo, Mirko si avvicinò ciondoloni e gli porse la mano. Aldo procedette alle presentazioni. Anna, sua moglie, una donna florida con le gote arrossate che usciva dalla cucina slacciandosi il grembiule. Sua sorella Aurora, che, magra e la faccia preoccupata, non gli somigliava affatto. Osvaldo, il padre di Mirko, alto e magrissimo a sua volta. E poi Donatella e Dario, i genitori di Ginestra, col sorriso di chi l’ha scampata a un bombardamento di droni. E tutti avevano domande da porgli, a quanto pareva.

Aldo li lasciò fare per un po’, poi si impose e invitò tutti a prendere posto.

«Gente, lasciate in pace Sirio. Abbiamo tutta la sera per fargli domande».

Invece Sirio, che aveva letto i rapporti di polizia – proprio Aldo glieli aveva mostrati qualche ora prima – non aveva alcuna intenzione di soddisfare curiosità sull’argomento, apprensive o morbose che fossero.

Il tappo dello spumante saltò col botto secco di un piccolo sparo festoso. Aldo riempì i calici con una foga eccessiva, e la guantiera d’argento si macchiò di spuma dorata.

Sirio osservava Ginestra. La ragazza non aveva preso il calice. Le sue dita tormentavano l’orlo della tovaglia, un movimento ipnotico e compulsivo. Quando gli altri brindarono, prima di sollevarlo, coprì l’orlo col palmo della mano, quasi per evitare che il contenuto venisse inquinato.

REFERTO MEDICO. STATO DI SHOCK CATATONICO INDOTTO MEDIANTE SOMMINISTRAZIONE FORZATA DI PSICOTROPI.

Vennero serviti gli antipasti, che furono consumati in silenzio.

Sembrava che nessuno avesse argomenti, o che l’unico che interessava non venisse affrontato.

Poi il padre di Mirko chiese a Ginestra: «Ma tu, davvero non ti ricordi che t’hanno fatto?»

L’argine, inesorabilmente, era stato sbrecciato.

Ginestra si fermò con un pezzo di crostino a metà strada. Sirio notò le unghie, un tempo smaltate di nero, adesso rovinate, mangiucchiate fino alla carne.

RAPPORTO MEDICO-LEGALE: LE LESIONI UNGUEALI E LE ECCHIMOSI SUGLI AVAMBRACCI INDICANO TENTATIVI DI DIFESA NELLE PRIME ORE DEL SEQUESTRO.

«Uffa,» Ginestra si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. La pelle, vicino alla tempia, era di un candore innaturale, quasi traslucida. «Saranno cento volte che ripeto tutta la storia, alla polizia, ai giudici... a voi tutti, mille volte!»

«Non a Sirio, però.»

Lui si sentì addosso gli occhi di tutti.

Che speravano? Che entrasse nella testa della ragazza per recuperare ventiquattr’ore di buio?

Ginestra si addolcì: «Be’, che vuoi sapere?»

L’avevano messo in campo a tradimento. Eppure, quale altro argomento poteva interessare quelle persone, quel giorno? Di certo sapevano – sospettavano – che lui sapesse – come in effetti sapeva, avendo letto i rapporti – compresa Ginestra, che invece ignorava tutto, o fingeva di ignorare.

AUSL BOLOGNA – PRESIDIO OSPEDALIERO "MAGGIORE" - UNITÀ OPERATIVA OSTETRICIA E GINECOLOGIA - Servizio di Soccorso Violenza Sessuale

PAZIENTE: Ginestra xxxxxxx    ANNI: 17

OGGETTO: Verbale di accertamento clinico post-rinvenimento.

Si certifica che in data odierna, alle ore 04:50, la minore è stata sottoposta a visita medica generale. Si riscontra stato di torpore residuo da ipnotici, ecchimosi multiple agli arti superiori e irritazione cutanea ai polsi. Invitata a procedere con l’esame ispettivo ginecologico per la ricerca di tracce biologiche (Kit Antiviolenza), la paziente ha manifestato una ferma, lucida e reiterata opposizione. Nonostante il consenso espresso dai genitori presenti, l’equipe medica, valutata la capacità di intendere della minore e al fine di evitare ulteriore nocumento psicofisico (vittimizzazione secondaria), prende atto del dissenso informato. L'accertamento ginecologico non viene eseguito. Resta pertanto l’impossibilità clinica di confermare o escludere l’avvenuta violenza sessuale.

Gli occhi grigio verdi di Ginestra aspettavano e si prestò al gioco, rivolgendole la domanda più indolore: «Qual è l’ultima situazione di cui hai memoria?»

Ginestra saettò gli occhi verso Mirko: forse a lui l’aveva già detto, forse no.

«Nel bar, quello col tatuaggio e l’altro, avevano fatto il filo a Natasha per tutto il tempo, dal tavolo accanto. Poi si erano seduti con noi. Lei, tutta sorrisi e cosce scoperte, gli dava corda. Quando ha visto fuori dai vetri Riccardo che smontava dallo scooter, è uscita di fretta.»

«E tu sei rimasta da sola con i due sconosciuti,» concluse suo padre.

«Sì. E poi non ricordo nient’altro.»

«Quindi non ti sei accorta se hanno versato qualcosa nel tuo bicchiere,» insistette la madre.

Doveva averglielo chiesto chi sa quante volte. Ginestra scosse le spalle e la guardò male.

Seguì un lungo silenzio. Qualcuno spostava il cibo nel piatto, qualcuno sorseggiava, qualcuno si tamponava le labbra. Nessuno la guardava direttamente.

Sirio analizzava. Ginestra aveva fornito una risposta troppo pulita: la memoria, dopo un’esperienza del genere, non sparisce come un file cancellato, lascia dei pixel bruciati, delle sensazioni termiche o uditive. Lei stava offrendo la versione ufficiale, quella che serviva a tenere in piedi la cena, alla quale lei stessa voleva credere per difendersi da una realtà dolorosa.

«Non rispondi a tua madre?» rincarò Dario, il padre, come se a quel vuoto di parole corrispondesse il denso peso del non detto.

La ragazza rispose di malavoglia: «L’avranno fatto quando mi sono girata per guardare fuori».

I suoi genitori avevano le facce di chi sente l’arrivo dei droni. Non li vedevano, non volevano conoscerli, ma seguitavano a fissare da quella parte.

La madre insistette: «Ti hanno portata a Bologna, tenuta sequestrata quasi due giorni, possibile che non ricordi proprio niente?»

Ginestra esplose.

Non un grido, ma un sibilo: «Se mi hanno violentata? Se mi hanno ceduta a qualche maniaco come dicono? È questo che vi importa? Non lo so e non me ne frega niente. A chi importa davvero, qui dentro?»

ESTRATTO VERBALE INTERROGATORIO di IVAN Vvvvv. (Serpente): Interrogato sul coinvolgimento di terzi, l’arrestato dichiara: «Noi forniamo solo l'ambiente e il "prodotto". Chi entra paga per l'uso esclusivo. Non facciamo domande, non chiediamo nomi. Il cliente voleva una "brava ragazza di provincia". L'abbiamo trovata ed era a sua disposizione».

Ginestra guardava a uno a uno tutti i presenti.

Le sue parole rimanevano sospese. Mirko abbassò la testa, le orecchie rosse di vergogna e rabbia impotente.

Sirio conosceva la dinamica: Ginestra stava usando il "non ricordo" come un'arma difensiva. Se non ricordava, non era successo. Se non era successo, non doveva provare vergogna. Era la suprema barriera contro i postumi dello Scoop: il diritto all'oblio coatto.

«A noi importa, Ginestra,» disse il padre.

«No,» lo interruppe lei, guardandolo con durezza. «A voi importa sapere se sono ancora intera, la brava ragazza di Forlì che va a scuola col motorino. Be’, quella ragazza si è persa strada facendo. E voi immaginate pure quello che vi pare.»

RELAZIONE DI SERVIZIO DELLA SQUADRA MOBILE, BOLOGNA: Rilevamento ambientale in Villa "Le Ortensie". L'irruzione avviene senza resistenza. Sequestrata una videocamera montata su treppiede nel seminterrato. Sullo schermo, il fermo immagine di una ragazza bionda in stato di incoscienza indotta.

Sua madre sospirò.

«Ci importa solo che sei qui.»

APPENDICE TECNICA AL RAPPORTO N. 88/B – ANALISI TRAFFICO CELLE AREA BOLOGNA SUD.

L’esame dei ripetitori nell’area limitrofa alla villa ha evidenziato il transito di apparati mobili (n. 14 visitatori), durante il periodo di contenzione della minore. I presenti al momento dell’irruzione (sei donne e due uomini) hanno rilasciato dichiarazioni che si accludono. Nel periodo in esame sono stati rilevati n. 4 terminali unici (IMEI non censiti) rimasti attivi all'interno del perimetro per tempi variabili dai 45 ai 90 minuti. Tali dispositivi risultano riconducibili a utenze fittizie o intestate a prestanome. La Procura ha disposto il tracciamento dei suddetti terminali al fine di identificare i soggetti che hanno avuto accesso alla villa. L’obiettivo è stabilire la natura dei contatti con la vittima, la quale, a causa della somministrazione di benzodiazepine, non è in grado di fornire riscontri testimoniali sull'entità degli abusi o sul numero degli assalitori.

Sirio bevve un sorso di spumante. Era dolce, troppo dolce. Guardò Mirko, poi Aldo. Capì che quella cena non era una celebrazione, ma il primo atto di una lunga finzione. Lo schiaffo di Mirko, le bugie di Natasha, lo scherzo idiota di Kevin erano stati solo l'innesco; la vera tragedia era quella polvere chimica che aveva reso la verità irrilevante.

ESTRATTO di INTERCETTAZIONE TELEFONICA n. 445/SN.

DATA: Giovedì ccccccc

SOGGETTI: Ivan Vnnnn. (Serpente)/Soggetto Ignoto (S.I.  / È in corso accertamento identità).

Serpente: «Hai visto il film. La biondina è a posto. Non la cerca nessuno, per adesso. Perciò deciditi. Se non la vuoi... sai quanti ne trovo.»

S.I.: «Va bene, la voglio.»

Serpente: «Per i soldi?»

S.I.: «T’ho detto va bene. Portamela domani sera alle otto.»

Serpente: «Per l’apericena? (Risata)»

S.I.: «La voglio docile.»

Serpente: «Nessun problema. È già piena di Scoop, non sa nemmeno come si chiama.»

S.I.: «Bene... Ah, un’altra cosa.»

Serpente: «Che c’è ancora?»

S.I.: «Per quel prezzo... il contratto si intende senza restituzione...»

Serpente: «Uhm... senti, io te la mollo. Poi fa’ come ti pare, ma non chiamarmi per il ritiro degli scarti. A quello ci pensi da solo.»

S.I.: «Ma come faccio?»

[FINE DELLA COMUNICAZIONE]

Per Sirio era inutile e crudele seguitare le torture su quella vittima. Per cambiare discorso, chiese a Mirko: «Ricordi com’è cominciata questa storia? Tuo zio voleva allontanarti dalla strada e io mi ero offerto di parlarti e cercare di convincerti. Una volta mi hai chiesto cosa ti avrei detto. Be’, non l’ho mai saputo con certezza. Forse semplicemente che per un uomo c’è altro, oltre lo sballo e la birretta in compagnia.»

«Adesso lo so.»

Ginestra gli prese la mano.

«Diglielo,» lo incitò.

«Be’… dopo il liceo, vorrei che mi insegnasse la sua professione.»

«Le iscrizioni sono aperte… e ai miei corsi possono partecipare anche i liceali, già da domani.»

martedì 23 dicembre 2025

Cedesi Attività - Racconto completo

 


23 dicembre 2025

Questo racconto completo è il mio regalo di Natale a lettrici e lettori che amano il crimonologo Sirio.

Auguri.


CEDESI ATTIVITA’

 

Lunedì mattina Sirio aveva lezione alle dieci. Verso le nove, al chiosco bar di via Ganimede, malgrado tentasse, non riusciva a non sbirciare.

Maggio a Forlì quell’anno offriva giornate limpide. La tenda a strisce verdi e arancione, leggermente agitata, giocava con le ombre. La signora bionda, elegante, sedeva qualche tavolino più avanti assieme a un uomo con i capelli folti, quasi bianchi, in completo grigio e cravatta a righe. A Sirio non importava l’età, non gli dispiacevano le donne mature.

Lei non lo aveva mai guardato apertamente ma, continuando a cambiare posizione alle gambe – chiare, lunghe, perfette – sembrava le usasse come un richiamo.

Osvaldo, il cameriere, aveva trent’anni. Lavorava in quel bar da due. Aveva una madre invalida. Avrebbe voluto continuare gli studi, invece eccolo lì, indaffarato a servire cappuccini la mattina e Aperol e seltz alla sera. Erano in confidenza e Sirio, vedendolo passare, gli fece cenno di avvicinarsi. Osvaldo si chinò leggermente.

«Sai chi sono?»

Il ragazzo capì senza bisogno che Sirio accennasse.

«Lui è l’avvocato Malbruto, lei sua moglie. Bella donna eh?»

«Non li ho mai visti.»

«Di solito capitano nel pomeriggio. Lui ha lo studio due traverse più avanti. Affari societari

«E lei?»

Osvaldo appoggiò il bicchiere vuoto di Sirio sul vassoio. Fece spallucce.

«Vuole altro?»

«No, no, grazie. La lavanderia sta aprendo, devo andare.»

Sirio infilò una banconota sotto al bicchiere, sul vassoio. Passando accanto alla coppia, la donna bionda, pur senza guardarlo, si toccò la base del collo: un gesto che nel linguaggio spontaneo può significare attrazione.

Sirio attraversò la strada.

A quel tempo, era al secondo anno di cattedra, abitava nel monolocale mansardato in via dei Villini, a due passi dalla facoltà. Gli piaceva spostarsi a piedi, approfittando del tragitto per risolvere i minuti problemi di sopravvivenza. Mariangela, finito di sollevare la serranda, stava avviando il registratore di cassa; sua sorella Lia era dietro al bancone.

Sirio aveva conosciuto anche la madre, una signora pesante che sembrava provasse dolore a spostare ogni passo.

«Buongiorno Sirio.»

Mariangela non era un tipo espansivo, quella volta però aveva un sorriso addirittura tirato. E poi non guardava lui, ma fuori, oltre la vetrina.

«Che abbiamo, oggi?»

Lia trasse a sé la sacca che Sirio aveva appoggiato sul banco e fece scorrere la zip.

I due uomini che entrarono si diressero subito alla cassa. Relativamente giovani, ben vestiti, Sirio li ritenne agenti di commercio.

Lia ritirò i panni e sparì nel retro, lasciando ricadere la tenda di separazione. Uno dei due parlava a bassa voce a Mariangela, l’altro la fissava con intenzione, l’accenno di un sorriso ambiguo. L’espressione della donna mutava di parola in parola. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi passavano dal sospetto alla preoccupazione, dall’indecisione a qualcosa di molto vicino alla paura.

Quello che aveva parlato ostentò un saluto a voce alta: «Buon giorno.»

L’altro, che l’aveva sempre fissata, aveva un’espressione minacciosa. Sembrò faticare a staccarle gli occhi di dosso. Uscì senza salutare.

«Che succede?» chiese Sirio.

Mariangela era pallida, si passò la mano nei capelli.

«Niente.»

Lia era tornata: «Perché non lo dici al professore?»

«Ma niente, niente», Mariangela scosse la testa. «Sirio, ti preparo la ricevuta.»

Di solito c’era la confidenza del cliente abituale, lo scambio di battute sul tempo o sugli sceneggiati insipidi della TV.

Lia, come per l’intenzione di aprirgli la porta vetrata, lo seguì fuori.

«Mia sorella è testarda, ma non possiamo risolvere questa faccenda da sole…»

«Lia, lascia in pace il professore.»

Mariangela, un piede dentro e uno fuori, teneva la testa piegata di lato e le braccia sui fianchi.

Lia esitò molto, prima di voltarsi e rientrare.

 

*

Sirio, procedendo verso la facoltà, ragionava che non si era mai sentito parlare di pizzo a Forlì. Ma esiste pur sempre una prima volta.

Per i corridoi del tribunale aveva conosciuto Aldo Crescenzi, un agente di polizia convocato per una testimonianza. Era addetto al settore informatico della questura e doveva riferire su delle intercettazioni. Nell’attesa di essere ammessi in aula, avevano scambiato qualche parola, in piedi nel corridoio. Si erano fatti simpatia e, in seguito, qualche volta avevano condiviso un bicchiere di vino in un pub a fine giornata.

Sirio, senza rallentare il passo, lo chiamò.

Crescenzi rispose subito: «Qual buon vento? Se di vento buono si tratta?»

Dopo un breve scambio di come va come stai, Sirio domandò: «Hai sentore o riscontro di casi di estorsione ai danni dei commercianti, qui da noi?»

«Perché la domanda? Vuoi segnalare qualcosa? Qualche sospetto?»

«No, no, solo una curiosità mia.»

Crescenti borbottò qualcosa. Da buon segugio non era convinto. Comunque rispose: «Tentativi sporadici. Drogati in crisi e balordi disperati. Nulla di serio.»

«Bene, questo mi tranquillizza.»

Invece la risposta metteva in campo nuove domande.

L’amico lo pressò: «Sicuro di non aver niente da dire?»

«Ma sì, solo un’idea mia.»

«Uhm. Tienimi aggiornato.»

Le risposte non convincevano il poliziotto; le domande che si poneva, non convincevano Sirio.

 

*

Martedì Sirio doveva trovarsi in facoltà alle dieci, l’azzurro oltre la finestra prometteva profumi di primavera e la faccenda della lavanderia gli ingolfava la testa. Impossibile aspettare in casa, lasciò ricadere la tendina sui vetri e uscì.

Il chiosco bar sorgeva in uno slargo circondato da alberelli e qualche panchina. Sirio scelse un tavolino lambito dal sole, sul limitare della tenda a fasce colorate. La serranda della lavanderia era ancora abbassata. Malbruto e consorte non c’erano. Due suoi studenti del primo anno, poco più in là, erano concentrati sul cellulare. Lo videro e lo salutarono. Sirio rispose col pollice in alto.

«Che ne deduce?»

Andrea Pincivalle veniva da Napoli. Si era iscritto a Criminologia spronato dal padre poliziotto, che gli ripeteva: «È la professione di domani!»

Era un buon elemento, Andrea: assiduo alle lezioni, attento, perspicace. Sirio, per coinvolgere gli studenti, usava chiedere: «Cosa ne deducete?»

Il sangue allegro dello studente aveva trasformato l’intercalare in un codice di complicità scherzosa, una sorta di bonario sfottò.

«Ci sto ragionando!»

La risposta era il rifugio degli studenti, un modo di prendere tempo che lui stesso aveva suggerito, una volta.

Ai ragazzi scappò una risatina, tornarono ad agitare i pollici sui tasti.

Sirio, accennando a Osvaldo di avvicinarsi, ordinò un cappuccino bollente e una brioche. Guardò verso la serranda abbassata sull’altro marciapiede.

Lia stava scendendo dalla bicicletta, la sistemò nella rastrelliera e inserì la chiave nella serratura elettrica.

Sirio si affrettò ad attraversare.

«Buon giorno.»

«Buon giorno. I tuoi capi non sono ancora pronti.»

«Sono qui per un altro motivo.»

Lia spinse la porta a vetri, la trattenne per lasciarlo passare.

«Per cosa, allora?»

«Quei due, ieri, che volevano?»

La ragazza guardò fuori, strinse le labbra un secondo.

La cinesica indicava incertezza. Aveva bisogno di una sollecitazione, che le si infondesse coraggio e di un gesto rassicurante. Sirio sorrise.

«Ci conosciamo da quando sono arrivato qui, sai bene qual è il mio ambito professionale. Chi erano e che volevano quei due?

«Mariangela…»

Lia esitava.

Da dietro al banco vedeva fuori, Sirio era di spalle. Sentì la voce.

«Professore…»

Con lei sarebbe stato più difficile.

Sirio si voltò mentre la donna andava a mettersi accanto alla sorella.

Si trovarono su due fronti, fra loro la barriera del bancone di formica celeste.

Le sorelle, sul loro territorio, si univano contro l’estraneo.

«L’estorsione è un reato,» disse Sirio. «Non denunciarla è complicità.»

Aveva aggrottato la fronte, stretto gli occhi a fessura.

Cambiato l’approccio si protendeva in avanti, invadendo la terra di nessuno.

Lia accennò un passettino indietro. Mariangela, più risoluta, mostrò comunque un lieve cedimento: guardò in rapida successione il varco del banco e la porta: la via di fuga.

La voce di Sirio suonò amichevole: «Ma quei due signori non volevano estorcere soldi. Troppo ben vestiti, e poi i modi. Non hanno aspettato che io uscissi per intimidirti brutalmente; usavano fermezza, non violenza. E dunque, chi erano?»

Lia rispose di fretta: «Dopo la morte di mamma eravamo entrate una volta a chiedere informazione e adesso non ce li scrolliamo più di dosso».

«Entrate? Informazioni?»

Sirio si concentrò su Mariangela, che rispose: «Ma sì… Mamma aveva curato sempre tutto lei, la contabilità, le spese, l’ipoteca. Quando è morta, ci siamo sentite perse. Sole, due donne senza esperienza. Siamo entrate a chiedere quanto si poteva ricavare. Ragionavamo se ci convenisse chiudere e cercarci un altro lavoro.»

«Uhm, capisco. E vi siete rivolte a chi, esattamente?»

Intervenne Lia: «L’agenzia di via Callisto».

«Ma poi abbiamo deciso di tenerci la lavanderia.»

Mariangela girò attorno al banco e andò a mettersi dietro al registratore di cassa.

Per lei, la questione era chiusa.

Salutò a denti stretti: «Arrivederci».

*

Via Callisto era di strada; l’insegna si estendeva su quattro vetrine. Sirio si fermò a studiare gli annunci ordinati per categorie: vendita di immobili residenziali, bandi d’asta, locali in affitto, settore commercio.

Entrò.

I due di prima non c’erano. Varie scrivanie vuote. Una segretaria spigliata dal sorriso perfetto disse «Buongiorno» e si alzò.

Stretta di mano energica da donna in carriera. Chiese se poteva essere utile.

«Qualche informazione.»

Sirio prese posto di fronte a lei, sorrise e accavallò le gambe.

«Devo fare degli investimenti.»

Il sorriso già perfetto della segretaria migliorò ulteriormente.

«A cosa sarebbe orientato?»

«Direi… sul commerciale.»

«Oh, abbiamo una vasta gamma,» le tremò la palpebra, forse un tic. «Qui vicino, un locale a tre vetrine in vendita. Prima era un esercizio di generi alimentari ma si presta molto bene a…»

«No, no…» Sirio agitò le mani in maniera convinta, sfoderò un sorriso da ingenuo furbetto navigato. «Mia sorella, a Roma, gestisce una lavanderia. Sa, di quelle dove le macchine fanno tutto da sole e la sera vai a svuotare la gettoniera. Le va molto bene, me la consiglia. Insiste!»

«Vuole acquisire una gestione?»

«Ecco, sì, brava. Lei se ne intende. Per me è un campo nuovo. Avete qualcosa?»

«Lavanderia, dunque,» sbirciò dei prospetti sul tavolo, agitò il mouse fissando il computer. «No, mi dispiace.»

«Ah,» Sirio si finse deluso. «Al momento niente, quindi. Nel prossimo futuro?»

«Lo escludo. Però, se vuole lasciarmi i suoi recapiti, nel caso…»

«Oh,» Sirio si toccò frettolosamente le tasche. «Al momento non ho un biglietto, ma ripasserò. Moolto volentieri.»

Lo sguardo che accompagnò l’interminabile “o” avrebbe lusingato perfino la brutta strega con la mela. Sirio, in aggiunta, fece l’occhiolino apertamente.

Lei si alzò e gli porse la mano: languida stretta di donna insicura.

Sirio arrivò in facoltà con quindici minuti di ritardo.

L’ascensore era in salita e davanti alle porte si era formata la fila.

Affrontò i gradini due per volta fino al quarto piano.

*

Due agenti immobiliari invitano insistentemente le titolari di un esercizio commerciale a vendere la licenza di esercizio.

Eccesso di zelo?

Facile supporre che i due mirassero semplicemente al ricavo minimo e immediato di una “acquisizione” per l’Agenzia e del relativo tornaconto percentuale per gli Agenti. Ma l’ipotesi veniva smentita dalla segretaria sorridente, che non aveva in agenda, né prevedeva in futuro, l’offerta di vendita di un esercizio commerciale di lavanderia.

Allora agivano in proprio?

Insolito, ma possibile che due funzionari infedeli approfittassero delle occasioni offerte dalla posizione aziendale per scopi personali. In questo caso, però, dovevano già avere l’acquirente.

Aveva modo di scoprirlo?

La maniera più sicura per ottenere risposte, è di fare la domanda giusta a chi, appunto, conosce la risposta.

*

Mercoledì la giornata era ombrosa. La tenda a fasce bicolori era stata ritirata. Pochi clienti sedevano all’interno. Sirio doveva arrivare in facoltà alle nove e trenta, con la lavanderia che apriva alle nove: il tempo era tiranno, quel giorno. Consumò il suo cappuccino ben caldo e la brioche ripassata al microonde, scambiò qualche parola con Osvaldo,

Dalla vetrina riconobbe la Smart di Mariangela. Avrebbe preferito la sorella, che era più malleabile. Ma pazienza.

Era cominciato a piovere, goccioline lievi formavano una foschia rarefatta nell’aria. Tirò su il cappuccio impermeabile e attraversò la strada.

Mariangela rispose freddamente al saluto e aggiunse di fretta: «Devi ripassare domani, i tuoi indumenti non sono pronti».

Sirio aveva poco tempo e non voleva sprecarlo.

Entrò una signora trafelata, carica di grosse buste di plastica.

«Mariangela, ti prego, vado di corsa,» prese a distribuire indumenti sul banco.

Mariangela andò a etichettarli, mentre la cliente raccontava di aver lasciato soli in casa i due nipotini di tre e quattro anni, tanto buoni… ma, sapete com’è coi bambini, può succedere di tutto. L’altro ieri, per esempio…

Sirio era sul punto di lasciar perdere e andarsene.

Pioveva grosse gocce, adesso. Scorse di là dalla strada Lia che si rifugiava nel bar. Uscì e attraversò.

«Osvaldo, servici al tavolo,» chiese subito al ragazzo del bar. Passò la mano sotto il gomito di Lia e la guidò verso il primo tavolino libero.

«Chi è l’acquirente?» le domandò a bruciapelo, occhi negli occhi.

«Be’, se Mariangela te ne ha parlato, posso dirtelo.»

Sirio si guardò bene dallo smentire qualsiasi fosse la conclusione della ragazza.

Mariangela tirò fuori dalla borsetta un biglietto da visita: “Avv. Marco Malbruto, indirizzo dello studio, e-mail e telefoni”.

«Non so se sia l’acquirente, ma quei due insistono che dobbiamo incontrarlo. Non è strano?»

«Certo che è strano.»

«Che dobbiamo fare?»

Arrivò Osvaldo con l’ordinazione di Lia. Posò tazza e piattini davanti a lei.

«Direi niente, al momento.»

«Anche Mariangela dice così. Aveva anche buttato il biglietto da visita, ma io l’ho ripreso. Mi sembra così stramba tutta questa faccenda, che mi fa paura.»

«Vedrai che la risolviamo,» la rassicurò.

*

Con la ragazza si era mostrato sicuro, ma qualsiasi idea gli venisse, andava a imboccare un vicolo cieco. Durante un intervallo fra le lezioni chiamò l’amico poliziotto.

«Aldo, mi serve un piacere.»

«Dimmi.»

«Avvocato Malbruto, ti dice niente?»

«Niente di niente. Ma perché non la finisci con gli indovinelli e mi racconti di che si tratta?»

«Mi sto muovendo a tentoni e non voglio farti perdere tempo su piste inesistenti. Se trovo qualche inghippo giuro che sarai il primo a saperlo.»

Crescenti sospirò: «Va bene, vediamo se qualche amico ha avuto a che fare con questo Malbruto. Ti richiamo».

*

Alle sette, quando Sirio uscì dalla facoltà, era spiovuto, ma nuvoloni spessi e scuri nascondevano il sole al tramonto. Si avviò verso casa sull’asfalto lucido di pioggia, le pozzanghere riflettevano le insegne colorate dei negozi e le plafoniere stradali. Avvertì la vibrazione nella tasca del giaccone e rispose a Crescenti.

«Quell’avvocato,» disse il poliziotto, «niente di particolare sul suo conto. In tribunale cura esclusivamente procedimenti su ricorsi aziendali. Adesso puoi spiegarmi perché ti interessi a lui?»

«Oh, meglio così. Si vede che mi erano arrivate voci sbagliate.»

«Che genere di voci?»

«Oh, non vorremo metterci a ragionare sulle calunnie. Ti devo un favore.»

Sirio chiuse la comunicazione.

*

Gli sembrava di girare per luoghi sconosciuti di notte, con la luna che giocava a nascondino tra le nuvole. A momenti vedeva qualcosa, poi buio di nuovo. Il ritornello era lo stesso: due sorelle inesperte sondano la convenienza di vendere l’attività, poi decidono di tenerla. Agenti immobiliari le incalzano per convincerle a disfarsene. I quali agenti, però, non hanno un incarico ufficiale, e nemmeno agiscono in proprio; però le sollecitano a rivolgersi a un certo avvocato.

A meno che…

Sirio, cammin facendo, era all’altezza della lavanderia. Prese lo smartphone per richiamare l’amico Crescenti ma si fermò. Dallo sportello di una Mercedes accostata al marciapiede opposto stavano sbocciando le gambe più belle della settimana. A seguire, sopra lo scollo dell’impermeabile griffato, il sorriso ammiccante e lo sguardo seducente della signora Malbruto.

Perché non chiedere a chi sapeva?

Sirio aveva sentito un aneddoto popolare, una volta. Se una donna dice no, vuol dire ni. E se dice ni, intende sì. Gli occhi della bella moglie dell’avvocato erano già alla fase NI. Una piccola sollecitazione poteva aprire paradisi.

Accelerò e la raggiunse in tempo per tenerle la porta vetrata del bar.

«Grazie,» il sorriso superò la soglia angusta del Ni, scivolando verso una suadente, sfacciata Esse, che sapeva già di Sì. «Che cavaliere. Ne esistono ancora?»

«Nessuno sarebbe rimasto indifferente. Mi permetta di tenerle compagnia, mentre aspettiamo l’avvocato.»

«Ma certo, professore, perché no?»

Osvaldo, il gran pettegolo, si finse assorto ad ammirare le bottiglie di super alcolici allineate sulla mensola più alta.

Ma tutto sommato gli aveva fatto un piacere: meglio giocare a carte scoperte. Sirio indicò i tavolini e si fece da parte per lasciarla passare.

«Sai,» la signora appoggiò la borsetta sulla sedia libera. «Ho notato le tue attenzioni, l’altro giorno.»

Era l’approccio che Sirio, in un altro momento, avrebbe desiderato. Ma adesso era interamente proteso a sbrogliare il nodo della lavanderia.

L’aiutò a togliere l’impermeabile e presero posto. Ordinarono gli aperitivi.

Osvaldo sembrava un maggiordomo di casa reale: inespressivo e dignitoso.

«Tuo marito è un uomo fortunato,» disse Sirio.

«In che senso?»

«Una donna come te. Una professione invidiabile. Oh, ma non mi sono ancora presentato, mi chiamo Sirio.»

«Gloria. So che insegni.»

«Criminologia.»

«Com’è che si chiama quella vostra materia sul linguaggio del corpo?»

«Cinesica.»

«Le tue occhiatine dell’altra mattina, mi ero illusa di interessarti. Devo dedurre che mi studiavi?»

«Mi interessi molto, in effetti. E non come materia didattica.»

Un guizzo malizioso degli occhi: «Sai, penso che una donna possa sentirsi… bloccata, a stare con un uomo che può leggerle i pensieri».

Sirio sorrise: «Non è così semplice leggere i pensieri».

«Oh,» ridacchiò lei. «Quindi qualche scappatella se la possono permettere anche le mogli dei mentalisti?»

Sirio rise con lei: «Ma certo, come tutti, naturalmente. Però…»

«C’è un però?»

«Be’, chi conosce le regole può applicarle a proprio favore. Per mentire in maniera abbastanza convincente, intendo. Nel contempo è agevolato a individuare le bugie del partner.»

«Non avrei scampo, allora. Be’, caro professore,» gli appoggiò la mano sul braccio in maniera confidenziale e allegra. «Mi conviene rimanere con mio marito, allora.»

Guardò alle spalle di Sirio: «Ma eccolo che arriva».

L’espressione dell’avvocato Malbruto era di pura curiosità. Sorrise in risposta al sorriso della moglie.

«Marco, il signore è un professore universitario, mi ha tenuto compagnia mentre ti aspettavo.»

Tornò serio per stringere la mano a Sirio.

Prese posto assieme a loro e ordinò un Aperol.

«Sa avvocato, parlando con la sua signora, pensavo di passare a trovarla, uno di questi giorni, per una mia idea di investimento.»

«Investimento?»

«Già. Dispongo di una certa somma e mi dispiace vedere che si deprezza con l’inflazione. Parlandone in famiglia, ero arrivato all’idea di investire in una lavanderia. Sa, di quelle a gettoni. Capisce il motivo, non avrei da gestire del personale. Ce n’è una proprio qui di fronte.»

L’avvocato e la moglie si voltarono d’istinto. Sirio concentratissimo a sorprendere la minima reazione dell’avvocato.

«Mah, non saprei. Comunque, se vuol passare a trovarmi faccia pure.»

Nessuna reazione visibile.

Eh, la cinetica non è una scienza esatta!

Malbruto sorseggiò l’aperitivo. Fece scricchiolare sotto i denti un pugnetto di noccioline. Prese dal taschino un biglietto da visita e lo porse a Sirio.

«Ecco i miei recapiti. Telefoni, prima. Potrà prendere appuntamento con la segretaria.»

Sirio ringraziò. Alzandosi fu tentato di fare il baciamano a Gloria, poi si limitò a sorriderle.

«Scusatemi, devo andare.»

*

Giovedì mattina una nebbia da bonaccia di scirocco rimaneva attaccata al terreno, offuscando i contorni e assorbendo i rumori. Sirio si diresse al solito bar riconoscendo i punti noti, man mano che apparivano. La tale ringhiera, il tal albero, la tale casetta rosa. Il solito bar gli si parò davanti solo quando gli fu quasi addosso.

Il piccolo bluff della sera prima – mostrarsi interessato alla lavanderia – era andato a vuoto. O Malbruto era troppo navigato per scoprire le carte, oppure non era affatto interessato all’acquisto. Restava la certezza che i due dell’agenzia lo avevano nominato alle sorelle, incalzandole peraltro a rivolgersi proprio a lui.

Sirio ordinò e andò a sedersi.

Giocherellò con lo smartphone, poi si decise.

«Aldo.»

«Sirio, dimmi.»

«Questo avvocato Malbruto… puoi ricavare un elenco dei suoi clienti?»

«Ahi. Sai che non posso interrogare i database senza un foglio firmato da un magistrato.»

«Non ti chiederei mai un atto illegale, lo sai.»

«E allora?»

«Puoi interrogare qualche collega che interroga i database. Quante risate ci siamo fatti per i casi sghimbesci che ti capitavano davanti al computer dell’ufficio? E non dirmi che fra voi non ne parlate…»

Bastava un mezzo bicchiere in più di Sangiovese Superiore per spedire il termometro dell’allegria di Aldo a quaranta e quello della logorrea a quarantadue. Aldo aveva un’ottima memoria e una rara capacità di correlazione cross-modale: un fiuto per le ricorrenze che si incontrano in contesti diversi. Gli bastava un nome in un fascicolo di furto perché nel suo cervello si accendesse una spia quando mesi dopo lo ritrovava in una visura fallimentare.

«Si dice il peccato, non il peccatore. Ho mai fatto nomi?»

«No. Ma questa volta mi servono proprio quelli. Giuro che ne farò un uso personale. Solo pochi grammi per una sniffata, diciamo.»

La battuta non fece ridere l’amico, che comunque rispose: «Vedrò che posso fare. Ma prendo sul serio il tuo giuramento, mi dirai il perché di tutto quest’interesse per l’avvocato.»

Sirio gli rispose «Vostro Onore lo giuro» e si lasciarono.

*

Venerdì alle quattro del pomeriggio Sirio uscì dalla facoltà frustrato da cinque ore di interrogazioni d’esame a studenti che avevano tentato la sorte. La commissione aveva avuto ben poco da valutare. La maggior parte dei candidati avrebbe usufruito di tempo ulteriore per apprezzare le materie d’esame.

Alle cinque, spinto giù per l’esofago un tramezzino senza sapore, Sirio sbucò in piazza Garfagnana da via Setteventi. Le colonnine sotto l’insegna sconosciuta della Bi-Oil si tenevano strette in uno slargo del marciapiede. Il casotto esibiva sigle sovrapposte di writer tracciate con spray di vari colori. La tabella mostrava prezzi eccessivi per tutti i carburanti e mancava qualsiasi addetto, in tuta dei colori societari o clandestino, che si occupasse del servizio. Le macchine parcheggiate davanti negavano qualsiasi intenzione di rifornirsi.

Sirio attraversò verso l’edicola dei giornali giusto di fronte. L’edicolante, seduta a uno sgabello fra ombra e sole accanto all’espositore esterno, chattava molto concentrata. Un ciuffo di capelli le ricadeva davanti alla faccia.

«Funziona quel distributore?» chiese Sirio, fingendo di cercare una rivista.

«Io non ci vedo mai nessuno. Forse di notte ci si fermerà qualche disperato col rosso fisso. Che cerca?»

«Il numero ventidue di Caccia e Pesca.»

Aveva in mano il 34.

Si era alzata. Lo guardò storto.

«Se vuole glielo ordino.»

«Come? Ah, no, no, grazie.»

Sirio si girò per andarsene.

«Ma guarda che tipo,» la senti che borbottava

*

In via Soldiretto, Sirio si accorse di essere passato oltre. Cercava un’insegna che invece non c’era, così fu costretto a tornare indietro.

Non c’era vetrina e non c’era porta. Solo tre gradini in salita e macchine automatiche per snack e bevande spalla a spalla lungo le pareti. Due ragazzotti con i piercing, i tatuaggi sulla tempia e le magliette fuori misura bevevano Peroni dalle bottiglie seduti sugli scalini. Oltre i vetri dei distributori vedeva merendine allineate pressoché per tutta la lunghezza delle scansie e ne dedusse o che erano state rifornite da poco o che lo smercio era irrisorio. Fece precipitare nello sportello a ribalta una bottiglietta d’acqua minerale e uscì.

Sul marciapiede, sorseggiando, notò la scritta alla finestra subito sopra il self service: “Sartoria accurata – Riparazioni veloci”. Si ripeteva uguale su una targa accanto al portone. Ma qui era stato sovrapposto un secondo cartello: “Cedesi Attività”. Sirio suonò al citofono.

La vecchia sarta indossava uno scialle lavorato a mano, come Sirio ricordava sulle spalle della nonna. Alla macchina per cucire la giovane non sollevò nemmeno gli occhi.

Probabilmente l’anziana si aspettava una busta abbastanza grande per un capo da aggiustare, che invece Sirio non aveva.

«Mi dica.»

Lui si sentì a disagio. La carta da parati che forse era stata gialla ed era marrone, l’affumicato sopra il radiatore, la ragazza che quasi non respirava dietro all’ago che andava da solo e l’espressione delusa dell’anziana gli fecero strappare il bottone allentato dalla tasca interna del giaccone, che le mostrò a palmo aperto.

«Avrei bisogno di questo piccolo intervento,» disse, con un sorriso vergognoso.

«Venga dentro.»

L’anziana l’aiutò a sfilarsi il soprabito e inforcò gli occhiali a mezzaluna, sedendosi a una seggiola impagliata con le gambe segate.

Da fuori venne un vociare. Durò poco. Un motorino smarmittò allontanandosi.

«Quest’esercizio qui sotto dev’essere un richiamo per la ghenga,» buttò lì Sirio.

L’anziana sollevò le pupille sopra gli occhiali.

«Ma no, anzi. Non capisco che ci ricavino quelli che hanno messo quelle macchinette. Una strada come questa… che non ci passa mai nessuno.»

Si alzò e gli porse il giaccone.

«Ecco qua, ho rammendato anche lo strappo dell’asola.»

«Mi dica quant’è.»

«Ma niente… ci son voluti due secondi.»

Arrivò alla porta accompagnato dal ronzio di zanzara insistente della macchina della ragazza. Uscì portandosi dietro quel senso di vergogna provato all’inizio.

 *

Quando Sirio arrivò all’autolavaggio a gettone di via Roccabrulla, il sole faceva capolino dai palazzi più bassi. Metro più metro meno quel pomeriggio aveva percorso a piedi una decina di chilometri. Si fermò a una certa distanza a valutare l’insieme.

Due rulli sotto una tettoia, quattro vani separati da pannelli opachi con altrettante colonnine per gli aspirapolvere, uno spazio attrezzato con gli strizzatoi per le pelli di asciugatura, una garitta col vetro rotto alla finestra, una macchina automatica per il caffè con la scritta “Guasta”. Nell’angolo più lontano e meno illuminato un’unica autovettura dimenticata senza ruote, appoggiata su quattro blocchetti di cemento.

A questo punto non aveva bisogno di ulteriori conferme. Raggiunto lo scopo, poteva considerare conclusa la pratica.

Il carretto dei fiori metteva tristezza almeno quanto la sartoria.

L’ometto dai tratti sud asiatici seduto a una sediola pieghevole, rispose alla sua occhiata con un sorriso speranzoso.

Sirio si avvicinò.

«Cosa desidera?» chiese l’uomo, con una voce sottile.

«Due mazzi di rose.»

«Due?»

Il sorriso della dea Laksmi lo illuminò.

«Come?»

«Rosse.»

«Quante?»

«Sette e sette.»

Il sorriso superò il divino, tendendo al sublime.

Sirio non aveva bisogno di ulteriori conferme. Eppure chiese:

«Viene mai nessuno a lavare la macchina, lì di fronte?»

«Tutto rotto. Forse sei mesi. Nessuno ripara. Sta così.»

CVD.

Si ricordò Sirio una sigla che non usava più dal liceo: Come volevasi dimostrare.

Pagò i fiori, rifiutando il resto.

*

Mariangela si stava arrotolando una sigaretta con lo sportello della Smart aperto, mentre Lia finiva di abbassare la serranda.

«Posso?»

Le piazzò Sirio le rose davanti, nascondendo l’altro mazzo dietro la schiena.

«Per me? Oh…»

«Per voi,» sorrise Sirio andando alla Smart.

Mariangela non sorrise.

«Grazie,» disse, semplicemente.

Lia prese Sirio sottobraccio.

«Tanta gentilezza merita almeno un caffè,» lanciò un’occhiata veloce dall’altra parte della strada, avviandosi.

Lo teneva stretto, e scendendo dal marciapiede, come ricordandosi, si voltò per gridare alla sorella: «Tu non vieni?»

Mariangela li raggiunse davanti all’ingresso ed entrarono assieme.

Lia, con l’entusiasmo della ragazzina che ha ricevuto la sua prima Barbie, disse a Osvaldo, senza rallentare: «Ci sediamo lì in fondo».

«Che bello,» si sedette e afferrò la mano di Sirio. «Professore, ti amo.»

Mariangela appoggiò i fiori sul tavolo.

«Mi lavo le mani,» si infilò nella toilette.

«Come mai i fiori?» chiese Lia, più seria e indagatrice.

«Per festeggiare.»

Divenne seria del tutto.

«Abbiamo poco da festeggiare, io e mia sorella. Invece di quei due dell’agenzia, nel pomeriggio sono entrati due tatuati. Avessi visto che facce.»

«Anche loro vi hanno detto di andare da Malbruto!»

«Come lo sai?»

«Lo so. E un giorno, con calma, se vorrai, ti racconterò come stanno le cose. Adesso non è il caso,» accennò verso Osvaldo dietro al bancone.

«C’entra anche lui?»

«Ma no, poveraccio. Ha solo la lingua troppo lunga.»

«Uhm. E secondo te che dovremmo fare?» bisbigliò.

«Andare da Malbruto.»

«Anche tu,» scosse la testa. «E poi?»

«Aspettare una telefonata.»

Lo fissò come se vedesse un pazzo.

Uscì Mariangela: «Di che parlavate?»

Lia fu svelta: «Ma niente, cose nostre».

La smorfia che rivolse alla sorella, mentiva su un’intesa fra lei e il criminologo.

Consumarono gli stuzzichini e uscirono. Osvaldo ringraziò Sirio per la mancia.

*

Una settimana dopo, giugno era entrato con irruenza e c’era già chi faceva escursioni in riviera, Aldo chiamò Sirio e presero appuntamento al solito pub.

Si facevano riservare una panca dietro a un separé.

Aldo arrivò per primo, e quando arrivò Sirio si era già scolato il primo calice. Due bottiglie del loro Sangiovese erano in attesa.

«C’è un motivo?» Sirio le indicò.

«Avevi fatto un giuramento, ricordi?»

Sirio si mise a ridere: «Come se tu non ne sapessi niente».

«Come l’hai scoperto?»

«Ci voleva poco. Scommetto che ti sei portato dietro la registrazione.»

Aldo incassò la testa fra le spalle: Che ci vuoi fare!

«Be’, fammela sentire.»

«Prima bevi,» gli riempì il calice.

Si guardarono negli occhi e li sollevarono assieme.

Fresco e profumato al punto giusto. Superata la lingua, scaldava.

Aldo, sornione, fece rotolare ogni parola per un tempo interminabile: «Come se tu non sapessi quello che hai fatto e detto».

«E va bene,» ammise Sirio. «Lo so. Però mi fa sempre un certo effetto sentire la mia voce intercettata dalla polizia italiana.»

Aldo si guardò attorno da cospiratore.

«Davvero?» si stava divertendo.

Appoggiò lo smartphone sul tavolo.

«Devo partire da quando ti ho passato l’elenco che mi avevi chiesto su Malbruto o me lo risparmio?»

«Risparmialo. Vai direttamente al clou.»

Aldo, dispettoso, impiegò quasi cinque minuti a mandare giù un sorso. Altri cinque a cercare la registrazione – che sicuramente aveva pronta sullo schermo – e almeno due a dare l’invio.

La voce di Mariangela: “Capitano, mi dica”.

La voce di Sirio: “Fingi di ascoltare. Conta fino a cinque e poi dì nel telefono: Capitano, è proprio necessario?

Dopo cinque secondi Mariangela ripetette: “È proprio necessario?”

Di nuovo Sirio: “Molto bene. Fingi di ascoltare per almeno dieci secondi. Poi dì: Va bene, farò come dice lei, capitano. E chiudi la conversazione. A questo punto recita bene. Ti ricordo cosa devi dire a Malbruto: La Guardia di Finanza ha voluto i registri contabili della lavanderia e vuole incontrarmi per chiarimenti”.

Aldo batté la mano a palmo aperto sul tavolo.

«Magistrale,» si mise a ridere. «Prevedevi che Malbruto sarebbe scappato a gambe levate davanti alla parola GdF.»

«So che nessuno è più passato dalle mie amiche a intimidirle. A me questo interessava. Indagini e arresti sono affar vostro. Ma tu, quando hai capito?»

Aldo fece rotolare il vino nel calice, lo studiò in controluce. Lo sciabordio doveva avere per lui lo stesso richiamo del mare d’agosto, quando sudi in cima a uno scoglio. Mandò giù e Sirio tornò a riempire. Le gote di Aldo, infine, avevano lo stesso colore del vino e le pupille lo stesso sfavillio del cristallo.

«Ti conosco bene amico mio,» la voce del poliziotto sembrava masticare a fatica. «Già dalla prima telefonata sul pizzo in Romagna ti sei ritrovato il telefono sotto controllo.»

Calici si sollevarono e toccarono.

«Mi hai pilotato?» chiese Sirio.

«Ma no. Anzi, sono convinto che tu avessi previsto sia le tue che le mie mosse.»

«E adesso?»

«Abbiamo scaricato la patata bollente sulla GdF.»

«Finirà in galera nessuno?»

«Bof,» scosse le spalle il poliziotto. «Come se tu non lo sapessi. È tutto legale. I due balordi dell’intermediazione intermediavano, l’avvocato svolgeva un incarico onesto, la Holding SM & C, che detiene gli esercizi che hai visitato, presenterà bilanci limpidissimi e si affretterà a fallire, prima che si possa accertare come autolavaggi inattivi, rivendite automatiche di merendine senza insegna e distributori di carburanti inutilizzati incassassero migliaia di euro al giorno di denaro riciclato.»

«Be’, mi consolerò pensando di aver salvato Lia e Mariangela.»

«Soprattutto Lia.»

Il poliziotto ammiccò, da canaglia che sapeva.

Sirio sollevò la spalla e inclinò la testa: Così gira il mondo!

Alzò il calice per l’ultimo brindisi della serata. Aldo accostò il suo con la faccia arrossata e gli occhi brillanti; e Sirio, da vera canaglia, fece tintinnare i cristalli un tantino troppo forte. Quanto bastava per trasferire una macchia viola di Sangiovese sulla camicia immacolata dell’amico.


Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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