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Anteprima:
L’INTRUSA
Era
il 25 di aprile e Sirio ragionava che la soluzione di quel caso singolarissimo era
custodita nei ricordi di Alessandro Pastone, il giovane imputato. Uscì dalla Mercedes
dell’avvocato Girovenale e discesero anche il professor Anselmo Urbani, stimato
criminologo e consulente della difesa, e Duilio Pastone, padre dell’imputato.
La caserma dei carabinieri era una palazzina
a due piani, circondata da un cortile recintato. Al primo piano, il maresciallo
Luigi Indaga guardò fuori dalla finestra.
«Il legale e i periti di parte sono arrivati,»
annunciò a Matteo Orripilante, il giudice per le indagini preliminari.
Andò direttamente alla porta.
«L’una precisa, che puntualità,» sorrise ai
nuovi venuti.
«Lamartana, non c'è?» chiese l’avvocato guardandosi
attorno.
«Il pubblico ministero,» rispose il GIP, «è
stato trattenuto da precedenti impegni. Ma possiamo procedere ugualmente, in
fin dei conti si tratta solo di un interrogatorio informale.»
Il giudice rivolse un rapido sguardo al padre
dell’imputato.
«Ho qualche perplessità, circa la presenza
del signor Pastone,» disse.
«È indispensabile,» reagì l’avvocato, col suo
vocione abituato alle arringhe in tribunale, «ai fini procedurali lo consideri
un incidente probatorio. Mi spiego, l’imputato è affetto da ritardo mentale
lieve…»
«Non ne so niente. Agli atti non risulta…» si
guardava attorno, il GIP.
«Si tratta, ripeto, di patologia cognitiva di
lieve entità, e la presenza del padre non può che risultare utile ai fini
dell’interrogatorio. Lo consideri un testimone, se preferisce. Sono certo che
il Senatore…»
Aveva caricato di sottintesi l’ultima parola.
«Va bene, va bene, ho capito,» tagliò corto
il giudice, «procediamo. Ma ricordi, avvocato, che effettueremo una
registrazione audiovisiva.»
Sembrava una minaccia.
«Certamente,» Girovenale non si lasciò
intimidire.
In fila indiana dietro al maresciallo Indaga,
si avviarono lungo il corridoio fino alla stanza degli interrogatori. Prima di
entrare, attraverso il cristallo unidirezionale, osservarono l’imputato. Era
seduto a un tavolo al centro della stanza, ammanettato. Un brigadiere, in piedi
accanto alla porta, lo sorvegliava.
Il giovane Alessandro, barbona scura folta e
capelli crespi, aveva la stessa corporatura esile del padre. A testa china,
immobile, fissava il ripiano del tavolo.
«Perché ha le manette?» chiese l’avvocato.
«Ve l’ho detto, ha scatti d’ira improvvisi. È
una precauzione necessaria.»
Il padre, Duilio Pastone, si torceva le mani.
L’avvocato si rivolse al magistrato: «Sarebbe
opportuno toglierle».
Orripilante fece un cenno affermativo al
maresciallo, che si avvicinò al microfono e impartì l’ordine al brigadiere
nella stanza di là dal cristallo.
Appena Pastone padre varcò la soglia, suo
figlio gli si gettò tra le braccia. Un ventenne con la barba folta che piangeva
come un bambino di undici anni.
Con parole e carezze, Duilio riuscì a
calmarlo e sedette accanto a lui.
Gli altri occuparono delle sedie attorno al
tavolo, Sirio si mise di fianco ad Alessandro.
«Questi signori,» disse Duilio al figlio, «ti
devono fare delle domande.»
Alessandro, a occhi bassi, si guardò attorno
imbronciato, con la testa appoggiata alla spalla del suo papà:
«Perché?»
Tutto
era cominciato con la dipartita della signora Annamaria Siniboldi Castigliano
in Ramino, che si era spenta serenamente nel proprio letto all’età di centodue
anni, alle prime ore dell’alba del 20 di aprile, giorno della Pasqua di
Resurrezione.
Le due badanti di nazionalità romena che
l’accudivano amorevolmente da svariati anni, Alina e Catinca, giurarono in
lacrime che fosse ancora calda quando erano entrate. Con le loro urla disperate,
avevano svegliato il marito, il senatore Mario Ramino, che si era precipitato in
pigiama. A questo punto, benché la notizia non fosse giunta del tutto inattesa,
stante l’età della Siniboldi, si innescarono un susseguirsi di eventi, alcuni
sì pianificati secondo il buon senso e l’uso comune, altri del tutto imprevedibili,
per non dire sconvolgenti.
La signora Siniboldi Castigliano, nata nel
1912, era stata donna bellissima, di nobili natali, dalla vita intensa,
dinamica, per certi versi frenetica. Il suo primo marito, il pittore francese
Jean Philippe Christianne, di vent’anni più grande, durante un soggiorno a
Forlì l’aveva notata e voluta, procace sedicenne, dapprima come modella, subito
dopo in moglie. Matrimonio felice ma breve il loro. La primogenita Corinne aveva
cinque anni e il piccolo Gabriel era ancora in fasce quando Jean Philippe se
n’era andato, portato via da una polmonite fulminante.
Annamaria aveva amato intensamente Jean
Philippe; e la sua natura romantica l’aveva indotta a considerare, malgrado
all’epoca avesse appena ventiquattro anni, che quando fosse giunto il suo
momento avrebbe voluto riposargli accanto. Così aveva avviato le procedure per
la costruzione di una cappella funeraria e conosciuto Ettore Vianotti,
architetto giovane ma ambizioso, dotato di indubbia genialità. Commissionatogli
l’incarico, si era messo alacremente al lavoro.
Il Vianotti aveva suggerito più soluzioni,
tutte assai valide, per il futuro monumento funebre, e il susseguirsi degli
incontri per discutere il progetto era sfociato – quasi come le acque di un
placido fiume in quelle burrascose dell’oceano – in una passione
incontrollabile. Ettore e Annamaria convolarono a nozze nel 1939, giusto in
tempo per mettere al mondo Benito e Rosa, prima che lui venisse chiamato a
combattere sul fronte russo.
La costruzione della cappella – un monumento
elegante, col tetto a falde e sul frontone il bassorilievo di un angelo che
scende in volo a confortare le anime dei trapassati – venne completata in tempo
per accogliere il corpo di Ettore alla fine del conflitto mondiale.
Dal suo terzo e attuale marito, il senatore
Mario Ramino, di ben vent’anni più giovane, l’Annamaria Siniboldi non ebbe figli,
accogliendo comunque amorevolmente Marco, nato dal primo matrimonio del
senatore.
Ora, il 20 di aprile, giorno di Pasqua, alla
sua morte, la Siniboldi Castigliano lasciava un patrimonio considerevole in
immobili locati e titoli di Stato, oltre all’appartamento di pregio che abitava
nel centro di Forlì; patrimonio equamente ripartito fra tutti gli aventi
diritto così come disposto da documento testamentario redatto innanzi a notaio
in piena facoltà di intendere e volere.
Le
peripezie, anche drammatiche, che sopravvennero alla sua dipartita, non furono
quindi da imputare a incuria o negligenza, ma a una casualità sconcertante e del
tutto fortuita.
L’ottantaduenne
senatore dormiva nella stanza attigua. Si svegliava ogni mattina intorno alle
sei, ma si attardava ad ascoltare i rumori e le voci delle due badanti che
accudivano sua moglie, filtrate dai muri. Poi l’andava a trovare, poiché la
lucidità di pensiero non aveva abbandonato la Siniboldi Castigliano, e
parlottavano un po’.
Quella mattina, le grida e i pianti che gli
pervennero attraverso la parete divisoria, furono più che eloquenti. In
pantofole e pigiama entrò nella stanza accanto. Annamaria, era ormai
trapassata. Pallida e serena aveva infine trovato riposo dalla sua lunga
intensa esistenza terrena. Ora bisognava attivare tutte quelle procedure che
tante volte avevano pianificato assieme, quelle che fra loro avevano sempre
chiamato le tre telefonate.
Il senatore aveva baciato sua moglie sulla
fronte e si era ritirato nello studio.
Per
primo aveva informato don Pasquino Bonsangue, parroco della chiesa di santa
Lucia in Forlì, affinché intervenisse per l’ultimo Sacramento; poi suo figlio
Marco perché estendesse la notizia ai figlioli di Annamaria e parenti tutti;
infine la premiata ditta F.lli Taburri,
con la quale erano stati presi accordi, Annamaria vivente, circa l’ultima
cerimonia e l’allestimento della dimora finale.
Daniel
Mihalake, cinquantatre anni, nativo di Slobozia, Romania, trasferitosi a Forlì
da clandestino nel 1996, era un uomo felice. Faceva parte di quella schiera
dell’umanità che, dopo averne passate tante e trovata infine una certa
tranquillità, ebbene… questa tranquillità la apprezza. Lavorava per la Zanzini
Marmi e il 22 aprile, insieme al giovane Florin, suo compaesano, ma immigrato
in tempi recenti, avevano l’incarico di rimuovere la lastra provvisoria del
loculo vuoto.
Daniel conosceva perfettamente il cimitero e
non ebbe difficoltà a trovare la cappella con l’angelo a volo radente scolpito
sul prospetto. Appoggiarono le borse con gli attrezzi e si accomodarono sui
gradini, illuminati da un gradevole solicello. Erano le dieci, e i due, a
quell’ora, facevano colazione. Scartarono i panini imbottiti e stapparono le
birre.
Fra loro parlavano rumeno.
«Lo senti questo odore?» disse Florin dopo
aver dato il primo morso, arricciando il naso.
Daniel annusò l’aria: «Non sento niente».
Florin disse: «Di cadavere».
Anche Daniel l’individuò. E gli venne da pensare che nel cimitero quell’odore mai l’aveva avvertito.


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