lunedì 13 gennaio 2025

Mia è la vendetta - Romanzo

 



Questo mio nuovo romanzo è disponibile su Amazon.

Link diretto: https://amzn.to/41SMcMC


Antaprima:

1.

 Il 18 novembre aveva svegliato Trenta Tornesi con le campane a morto.

Trenta Tornesi era una proprietà terriera di svariati ettari. Si estendeva su una fascia compresa fra il litorale palermitano e il versante settentrionale della catena montuosa delle Madonie. La gente del luogo raccontava che quel nome veniva dalla somma pagata da un antenato lontano di don Calogero Mugnuso per l’acquisto del primo piccolo podere, al quale, di generazione in generazione e con metodi più o meno leciti erano stati accorpati nuovi appezzamenti. Lontano da orecchie indiscrete si sussurrava che il venditore fosse stato trovato ucciso da un colpo di lupara, la mattina successiva alla firma del contratto. Le indagini dei Carabinieri Reali avevano appurato che il denaro era sparito, trafugato da ignoti. Le malelingue locali insinuavano che Trenta Tornesi suonava assai prossimo a Trenta Denari, il prezzo del tradimento. Negli anni il possedimento era diventato un piccolo feudo. Attorno alla villa padronale erano sorte le abitazioni dei parenti prossimi del vecchio Mugnuso e poi le casette dei lavoranti e le stalle, i fienili e i magazzini, i caseifici, le cantine e i frantoi. Perfino una chiesetta privata. Un muro difendeva i possedimenti per l’intero perimetro e l’unico accesso, ben sorvegliato, era da un cancello all’estremità occidentale, rivolto verso Palermo e il mare.

Penetrare in quel fortilizio e ancor più raggiungere la casa colonica senza essere notati era impossibile.

Quel mercoledì, dunque, era giorno di lutto. Santo era morto e Adelina sparita. Gli uomini mandati da don Calogero a Palermo erano tornati dicendo che la casa della madre era vuota. I vicini l’avevano vista salire su un’auto assieme alla figlia e ai due picciriddri di Turi, nessuno aveva saputo dire dove fossero dirette. Per don Calogero era stato facile fare due più due. Quella aveva programmato tutto per tempo e il motivo era chiaro: la vendetta.

Ma se di vendetta si vive, di vendetta si muore, si disse.

Accantonò il pensiero, aveva problemi più immediati da risolvere. Si era appena affacciato Totonno ad annunciargli l’arrivo del dottor Seggiu, il medico di famiglia.

Don Calogero uscì sul patio in tempo per vederlo scendere dalla Mercedes. Magro e con i radi capelli lunghi passati dietro le orecchie, dimostrava appieno i suoi settanta e più anni. Alle undici di mattina, malgrado il cielo limpido e il sole siciliano, sembrò rabbrividire.

Gli uomini del borgo, in piccoli gruppi sparsi per l’aia, stavano a osservare in silenzio, vestiti di scuro e col nodo della cravatta ancora quello dell’ultimo funerale. Erano stati esentati dal lavoro, per la triste occasione, dopo aver munto le bestie, naturalmente, che non si poteva lasciarle muggire con le mammelle gonfie, sul punto di scoppiare.

«Mi dispiace,» disse il medico, «ma… come fu? Solo ieri lo lasciai che stava… diciamo bene, in fase di ripresa, per così dire.»

Don Calogero gli strinse la mano, allargò le braccia, affranto.

«Infarto, sospetto io. Ma venite, giudicate voi.»

Lo guidò alla cappella allestita a camera ardente. Le ante della porta erano coperte da un drappo nero, i lembi laterali fermati al centro da un cordone dorato.  Santuzzo era stato vestito e composto sulla panca rivestita di velluto, la testa verso l’altare. Quattro ceri ardevano sui quattro spigoli del letto. Donna Rosalia, accanto al capezzale, fissava il vuoto con gli occhi asciutti. I banchi erano stati spostati, e le donne del borgo, tutte in nero, stavano sedute lungo le pareti e snocciolavano il rosario. Alla vista del medico si alzarono. Un’occhiata eloquente di don Calogero bastò a farle uscire a testa china.

«Mi dispiace assai,» strinse il dottor Seggiu la mano di donna Rosalia, «facemmo l’impossibile per lui, ma dopo quell’avventura… il cuore non ha retto.»

Una madre non riconosce ragioni dinanzi alla morte di un figlio. Liberò la mano e uscì a testa bassa anche lei.

Il medico si rivolse verso la salma.

«Be’… don Calogero perdonatemi,» esclamò cavando di tasca lo stetoscopio, «devo farlo.»

Finse di auscoltare un cuore che taceva.

«Infarto,» diagnosticò, «senza dubbio, infarto. Rilascerò subito il certificato di morte.»

Si avviarono alla porta.

Le donne rientrarono.

«Dottore, un caffè?» chiese donna Rosalia, in piedi sul piccolo sagrato, «o forse un liquore?»

«Grazie, grazie di cuore, come avessi accettato, ma vado di corsa,» si accomiatò il medico. Si strinse addosso lo scollo della giacca e si avviò verso la macchina.

Il brusio sommesso dei braccianti subito tacque. Gli uomini si spostarono per far spazio alla Mercedes che manovrava avanti e indietro e ripartiva. In silenzio sbirciavano verso il padrone, che indugiava, che si tastava le tasche, recuperava il telefonino e rispondeva.

«Va bene,» disse.

Fece qualche passo sullo spiazzo inghiaiato, incontro alla macchina del parrino, che arrivava lungo il viale coi cipressi.

Don Giusto aveva la faccia contrita già sulla Panda celeste. Quando scese, sembrava lui stesso sul punto di stramazzare colto da infarto. Strinse la mano a don Calogero e la scosse, quasi in lacrime.

«Appena adesso ho saputo e subito mi precipitai. Ma come fu?»

«Infarto, mi disse il dottor Seggiu, infarto. Ma venite, vi accompagno.»

Le donne si alzarono, donna Rosalia baciò la mano al prete. Un chierico di forse dieci, undici anni li aveva seguiti, reggendo l’ampolla e il turibolo.

«Figlia mia che strazio, per una madre,» accarezzò don Giusto il capo chino di donna Rosalia.

«Che il Signore, nella Sua infinità pietà, ti accolga fra le sue braccia,» concluse poi, disegnando un ampio segno di croce rivolto al defunto.

Tutti i presenti, anche quelli rimasti fuori dalla cappella, si inginocchiarono e fecero compostamente il segno di croce, primo fra tutti don Calogero, che uomo di fede era stato sempre. Poi don Giusto prese dalle mani del chierichetto l’ampolla dell’olio benedetto e unse in successione la fronte, gli occhi, la bocca e le mani del defunto, mondandolo dai peccati, quindi recitò il Pater Noster, accompagnato dai presenti, infine asperse incenso girando attorno alla salma per formare una croce.

«Adesso è nella pace del Signore,» appoggiò le mani sulle spalle di donna Rosalia, in un rispettoso abbraccio a distanza.

«Don Calogero perdonatemi, devo scappare,» si diresse alla macchina seguito dal ragazzino.

La polvere sollevata dalla Panda non era ancora ricaduta che il cellulare di don Calogero annunciò un nuovo arrivo.

L’avvocato Mario Cartacianca, prossimo ai sessanta, pizzo e stempiatura alla Luigi Pirandello, ma notevolmente più grasso e panciuto, aveva rappresentato in più occasioni, oltre ad altre famiglie notabili del palermitano, sia i Mugnuso che gli amici dei Mugnuso, per cui si considerava buon amico di don Calogero, quasi di famiglia.

Si calò con un certo sforzo dal SUV della Mercedes e pestò la ghiaia per andare a stringergli la mano.

«Che notizia terribile,» scosse la testa, «ma ditemi, dov’è?»

Gli uomini sull’aia fecero spazio e i due si avviarono alla cappella. Cartacianca, devoto anche lui, si segnò e, per quel poco che poteva, si genuflesse. Si affrettò poi verso donna Rosalia.

«Che strazio! Che dolore!»

Fissò il morto a lungo, con le manone intrecciate davanti alla pancia piena. Quando poi uscì, don Calogero stava rispondendo al telefono.

«Certo,» diceva, «lasciateli passare… tutti, certo, tutti. E che volete scatenare la terza guerra mondiale?»

Pochi minuti, e una processione di macchine della polizia e dei carabinieri riempì il cortile, dalla cappella fino alla stalla giù in fondo.

«E questi che vogliono,» bisbigliò l’avvocato senza muovere le labbra.

«Forse capitate a proposito,» mormorò a sua volta don Calogero, guardando fisso davanti a sé, «ma stiamo a sentire… di certo invenzioni, favolette per picciriddri ci vengono a raccontare.»

«Ho capito! Contate su di me…»

Da una vettura senza insegne, scese il giudice Cordaci. Un sessantenne coi baffetti e i capelli crespi e schiariti e le sopracciglia irsute, la faccia pallida da malato.

Si guardò attorno, preoccupato dall’assembramento di tanti uomini, quindi si rivolse a Don Calogero e all’avvocato, rimasti in attesa.

«Ho un mandato di comparizione per…» esordì, subito bloccato dal vocione di Cartacianca.

«E per un mandato di comparizione vi presentate con tutta sta parata da filmi americano?»

L’avvocato aveva accennato col capo allo schieramento delle autopattuglie e agli agenti che ne erano discesi.

Don Calogero sbirciò verso i braccianti, che guardavano attenti la scena, e trattenne l’avvocato per il gomito.

«Giudice, forse è meglio se ne parliamo in casa,» disse.

Si avviò verso il casolare, con l’avvocato a fianco. Il magistrato e un maresciallo dei carabinieri gli tennero dietro.

Entrarono nel salotto, dove Assuntina, la sua ultima figlia, stava rassettando. Le ordinò di preparare il caffè e indicò le poltrone e il divano al giudice e al maresciallo, che declinarono l’invito. Rimasero tutti in piedi.

«Dunque,» si rivolse a Cordaci, «dicevate, un mandato di comparizione…»

«Sì, per Santo Mugnuso.»

E Cartacianca, subito: «Di che si tratta?»

«Vorrei incontrarlo. Consegnerò l’avviso direttamente a lui.»

L’avvocato trattenne una risata: «Suvvia giudice, sono il suo legale e lo rappresento. Lui adesso non può darvi ascolto, dite pure a me, di che si tratta?»

Le tende erano accostate per via del lutto e le persiane chiuse, ma da fuori, attraverso le ante socchiuse delle finestre, arrivava il brusio dei braccianti radunati di fronte ai poliziotti. Si percepiva la tensione di due schieramenti contrapposti che non si avevano in simpatia.

Il pensiero dovette attraversare anche il giudice, perché disse: «Sapete che il vostro uomo al cancello ha un’arma, nella guardiola?»

«Arma? Che arma? Un bazooka? Una mitragliatrice?» scherzò l’avvocato.

«Un fucile.»

«Ah, sì, la doppietta di Nittuzzu,» gli rivolse un sorriso aperto don Calogero, «sapete, Nittuzzu cacciatore è, bravo picciotto, dotato di regolare porto d’armi. Nella proprietà, lo tiene, al sicuro, a norma di legge, e dopo il servizio gli piace sparare qualche colpo ai passeri.»

«E ci sono altri… cacciatori, qui fuori?»

«Forse, ma oggi non è giorno di caccia, abbiamo altri pensieri,» scosse la testa Calogero.

«Torniamo a noi,» intervenne l’avvocato.

Cordaci sospirò. Lanciò un’occhiata d’intesa al maresciallo, che disse: «Conoscete il cantiere per la costruzione della variante autostradale che si trova in località Contenero?»

«Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai visto,» l’avvocato era pensoso, «voi, don Calogero?»

«No, no, io esco poco…»

«Ma perché lo chiedete?» insistette  l’avvocato.

Il maresciallo attese un cenno di assenso del magistrato, prima di rispondere: «A noi risulta che Santo Mugnuso è precipitato in un foro per le palificate di fondazione, ieri a sera, in quel cantiere».

L’avvocato Cartacianca si mise a ridere: «Precipitato? Cantiere? I Mugnuso agricoltori sono, mica manovali dei cantieri…»

«C’è un testimone.»

«Testimoni? Quanti ne vuole ce ne sono, che l’hanno visto qui a Tornesi,» l’avvocato tese la mano verso il brusio sommesso che entrava da fuori.

«Siete stato male informato,» tagliò corto don Calogero, «e comunque mio figghiu, in questo momento, impossibilitato è, di rispondere alle vostre domande. Ma venite, vi porto da lui.»

Uscirono in fila indiana, don Calogero in testa, l’avvocato in coda, ignorando Assuntina che appoggiava sul tavolo la guantiera coi caffè. Gli uomini nel cortile si ritrassero come le acque del mar Rosso davanti a Mosè, all’avanzare del padrino. I quattro entrarono nella cappella e si fermarono a piedi della salma, zittendo le preghiere delle donne in lutto.

Il maresciallo tolse il berretto, il giudice contemplò il morto per qualche momento, poi uscirono.

«Dunque non è sopravvissuto alla caduta,» esclamò a bassa voce il giudice, per non farsi sentire da quanti li circondavano.

«Ma quando mai…» don Calogero avrebbe voluto ridere, si rese conto invece d’aver fatto una smorfia, «infarto, fu, abbiamo il certificato del dottor Seggiu.»

Il giudice, infastidito, scosse le spalle.

«Dovrete spiegarmi,» sibilò.

«A disposizione,» fu sarcastico Cartacianca.

«Servo vostro,» usò don Calogero quell’antica espressione, ma senza mettervi astio, ironia o reverenza.

Aspettò che fosse risalito in macchina assieme al maresciallo con tutta la sua truppa e che si fossero avviati, prima di rivolgersi all’avvocato.

«Be’, se vi stavate annoiando, da adesso avrete qualcosa da fare.»

«Dovere mio, don Calogero.»

Cartacianca gli strinse la mano con espressione di circostanza e si arrampicò sul SUV. Si avviò, tenendo dietro a debita distanza al serpentone celeste e azzurro delle macchine con le sirene sul tettuccio.

Non passò mezz’ora e i braccianti tornarono a voltarsi con gli occhi curiosi. Un Van nero da noleggio con i vetri oscurati risaliva piano il viale alberato, lasciando dietro di sé una nuvoletta di polvere. Il veicolo superò la cappella e si arrestò davanti a don Calogero, che aspettava in piedi sul gradino più basso della villa. Ormai era l’una dopo mezzogiorno, le donne del pianto e i braccianti si erano alternati per il pranzo. Il padrino aveva visto picciriddri e fimmene portare provviste alla sua casa, accolte da Assuntina, che, meschina, ringraziava con gli occhi mesti; ma né lui né donna Rosalia avevano ancora mangiato.

E lui di certo non ne sentiva il bisogno.

Uscì l’autista e fece scorrere il portellone posteriore.

Ne discese Doriana,  in nero, con gli occhiali scuri. Perfetta in ogni dettaglio. Senza voltarsi verso gli uomini che l'osservavano ammirati andò ad abbracciare lo zio.

«Figghia,» la strinse a sé il padrino, «andiamo, vieni a salutare Santuzzo.»

Nessuno aveva mai visto piangere un Mugnuso e lei non pianse. Baciò la zia, fissò per qualche momento le spoglie mortali del cugino e uscì assieme a don Calogero. Entrarono in casa.

«Come fu?» gli chiese, sedendosi sul divano e accavallando le gambe.

Don Calogero ammirò la sua creatura. Adesso, morto Enzuzzu, morto anche Santo, non gli rimaneva che lei per portare avanti quanto aveva realizzato in quella sua vita ormai agli sgoccioli. Assuntina non sarebbe mai stata in grado di prendere in mano l’azienda di Trenta Tornesi e tanto meno la Strober Holding. Oh, certo, l’aveva fatta studiare nelle scuole migliori, tutti i suoi figli avevano avuto il meglio dell’istruzione, perché don Calogero, che invece si era fermato alle classi dell’obbligo, capiva che il mondo va avanti veloce e che senza istruzione il cervello, anche se è buono, non basta per tenere il passo.

Ma, a proposito di Assuntina, sapeva che non si trattava di testa, che quella l’aveva, si trattava di fegato, di coraggio, che invece le mancava. Come mancava al marito, suo genero, al quale peraltro faceva difetto anche la testa.

Invece Doriana era perfetta.

Lei aspettava che rispondesse. Invece lui cavò di tasca una carta d’identità stropicciata e gliela porse.

«Cos’è?» chiese, prendendola.

«La teneva in sacchetta Santuzzo, quando me lo riportarono.»

«Il professore di Forlì!» sgranò gli occhi, «l’aveva stanato, quindi.»

Santo era andato per ben due volte a cercarlo a casa sua, a Forlì, per pareggiare il conto di Enzo, invece quello stava in Sicilia!

«Già,» rispose a sua nipote.

«Ma come andarono i fatti?»

«Ti raccontai di quello spione, il giornalista…»

«Giulio Cassioro…»

«Lui! Be’, una spia era, una biscia della specie peggiore. Aveva scoperto il magazzino con le scorie e lo teneva d’occhio. Ha seguito il camion coi barili fino al cantiere.» 

«Ho capito, e poi?»

«Poi, mi domandi? E che poteva succedere, Santuzzo se ne accorse! Il disgraziato pricipitò in uno dei pozzi delle fondazioni e amen.»

«E il professore si trovava lì?»

«No, arrivò dopo. Totonno e Tabbuto mi raccontarono tutto. U professuri ci tese un’imboscata a mio figghiu, e lo fece cadere dentro alla buca delle fondazioni, poi scappò via…»

«Santo è dunque caduto in quel foro. E poi?»

«Il pozzo non era profondo e la terra era smossa. Lo tirarono fuori e me lo riportarono. Il dottore lo visitò, disse che si sarebbe ripreso. Adelina rimase per assisterlo.»

«Invece l’ha avvelenato. Ma perché?»

«Per vendicare Turi, la bottana! Ingannò pure me, con quella faccia da santa.»

Gli vibrò la voce. Strinse il pugno per controllare l’ira e l’emozione.

«Forse non ti dissi,» riprese con voce ferma, «che Turi si era fatto fottere i soldi dell’ultimo carico…»

«Cinquecentomila euro?»

«Eh… capisti? Che doveva fare Santuzzu… dirgli grazie? Lo mandò a travagghiare al cantiere e lui, meschino, poco pratico era, perse l’equilibrio e precipitò. Per farla breve, figghia mia, una di quelle buche la tomba di Turi è diventata.»

«E la moglie s’è vendicata su Santo.»

Assuntina fece capolino dallo spiraglio della porta: «Papà, è in tavola… si è fatto tardi, i picciriddri hanno fame».

«Falli mangiare,» agitò la mano verso di lei, «fai mangiare anche tua madre. Io e Doriana ancora cose da dirci, teniamo. Mangiate, mangiate, noi veniamo dopo.»


domenica 22 dicembre 2024

L'intrusa - racconto - nuova edizione (Anteprima)

 





Puoi trovare il mio libro LA SIGNORA AMERICANA, da cui è tratto questo racconto, su Amazon. Questo il Link diretto: 

https://amzn.to/41SMcMC

Anteprima:

L’INTRUSA

 

Era il 25 di aprile e Sirio ragionava che la soluzione di quel caso singolarissimo era custodita nei ricordi di Alessandro Pastone, il giovane imputato. Uscì dalla Mercedes dell’avvocato Girovenale e discesero anche il professor Anselmo Urbani, stimato criminologo e consulente della difesa, e Duilio Pastone, padre dell’imputato.

La caserma dei carabinieri era una palazzina a due piani, circondata da un cortile recintato. Al primo piano, il maresciallo Luigi Indaga guardò fuori dalla finestra.

«Il legale e i periti di parte sono arrivati,» annunciò a Matteo Orripilante, il giudice per le indagini preliminari.

Andò direttamente alla porta.

«L’una precisa, che puntualità,» sorrise ai nuovi venuti.

«Lamartana, non c'è?» chiese l’avvocato guardandosi attorno.

«Il pubblico ministero,» rispose il GIP, «è stato trattenuto da precedenti impegni. Ma possiamo procedere ugualmente, in fin dei conti si tratta solo di un interrogatorio informale.»

Il giudice rivolse un rapido sguardo al padre dell’imputato.

«Ho qualche perplessità, circa la presenza del signor Pastone,» disse.

«È indispensabile,» reagì l’avvocato, col suo vocione abituato alle arringhe in tribunale, «ai fini procedurali lo consideri un incidente probatorio. Mi spiego, l’imputato è affetto da ritardo mentale lieve…»

«Non ne so niente. Agli atti non risulta…» si guardava attorno, il GIP.

«Si tratta, ripeto, di patologia cognitiva di lieve entità, e la presenza del padre non può che risultare utile ai fini dell’interrogatorio. Lo consideri un testimone, se preferisce. Sono certo che il Senatore…»

Aveva caricato di sottintesi l’ultima parola.

«Va bene, va bene, ho capito,» tagliò corto il giudice, «procediamo. Ma ricordi, avvocato, che effettueremo una registrazione audiovisiva.»

Sembrava una minaccia.

«Certamente,» Girovenale non si lasciò intimidire.

In fila indiana dietro al maresciallo Indaga, si avviarono lungo il corridoio fino alla stanza degli interrogatori. Prima di entrare, attraverso il cristallo unidirezionale, osservarono l’imputato. Era seduto a un tavolo al centro della stanza, ammanettato. Un brigadiere, in piedi accanto alla porta, lo sorvegliava.

Il giovane Alessandro, barbona scura folta e capelli crespi, aveva la stessa corporatura esile del padre. A testa china, immobile, fissava il ripiano del tavolo.

«Perché ha le manette?» chiese l’avvocato.

«Ve l’ho detto, ha scatti d’ira improvvisi. È una precauzione necessaria.»

Il padre, Duilio Pastone, si torceva le mani.

L’avvocato si rivolse al magistrato: «Sarebbe opportuno toglierle».

Orripilante fece un cenno affermativo al maresciallo, che si avvicinò al microfono e impartì l’ordine al brigadiere nella stanza di là dal cristallo.

Appena Pastone padre varcò la soglia, suo figlio gli si gettò tra le braccia. Un ventenne con la barba folta che piangeva come un bambino di undici anni.

Con parole e carezze, Duilio riuscì a calmarlo e sedette accanto a lui.

Gli altri occuparono delle sedie attorno al tavolo, Sirio si mise di fianco ad Alessandro.

«Questi signori,» disse Duilio al figlio, «ti devono fare delle domande.»

Alessandro, a occhi bassi, si guardò attorno imbronciato, con la testa appoggiata alla spalla del suo papà:

«Perché?»

 

Tutto era cominciato con la dipartita della signora Annamaria Siniboldi Castigliano in Ramino, che si era spenta serenamente nel proprio letto all’età di centodue anni, alle prime ore dell’alba del 20 di aprile, giorno della Pasqua di Resurrezione.

Le due badanti di nazionalità romena che l’accudivano amorevolmente da svariati anni, Alina e Catinca, giurarono in lacrime che fosse ancora calda quando erano entrate. Con le loro urla disperate, avevano svegliato il marito, il senatore Mario Ramino, che si era precipitato in pigiama. A questo punto, benché la notizia non fosse giunta del tutto inattesa, stante l’età della Siniboldi, si innescarono un susseguirsi di eventi, alcuni sì pianificati secondo il buon senso e l’uso comune, altri del tutto imprevedibili, per non dire sconvolgenti.

La signora Siniboldi Castigliano, nata nel 1912, era stata donna bellissima, di nobili natali, dalla vita intensa, dinamica, per certi versi frenetica. Il suo primo marito, il pittore francese Jean Philippe Christianne, di vent’anni più grande, durante un soggiorno a Forlì l’aveva notata e voluta, procace sedicenne, dapprima come modella, subito dopo in moglie. Matrimonio felice ma breve il loro. La primogenita Corinne aveva cinque anni e il piccolo Gabriel era ancora in fasce quando Jean Philippe se n’era andato, portato via da una polmonite fulminante.

Annamaria aveva amato intensamente Jean Philippe; e la sua natura romantica l’aveva indotta a considerare, malgrado all’epoca avesse appena ventiquattro anni, che quando fosse giunto il suo momento avrebbe voluto riposargli accanto. Così aveva avviato le procedure per la costruzione di una cappella funeraria e conosciuto Ettore Vianotti, architetto giovane ma ambizioso, dotato di indubbia genialità. Commissionatogli l’incarico, si era messo alacremente al lavoro.

Il Vianotti aveva suggerito più soluzioni, tutte assai valide, per il futuro monumento funebre, e il susseguirsi degli incontri per discutere il progetto era sfociato – quasi come le acque di un placido fiume in quelle burrascose dell’oceano – in una passione incontrollabile. Ettore e Annamaria convolarono a nozze nel 1939, giusto in tempo per mettere al mondo Benito e Rosa, prima che lui venisse chiamato a combattere sul fronte russo.

La costruzione della cappella – un monumento elegante, col tetto a falde e sul frontone il bassorilievo di un angelo che scende in volo a confortare le anime dei trapassati – venne completata in tempo per accogliere il corpo di Ettore alla fine del conflitto mondiale.

Dal suo terzo e attuale marito, il senatore Mario Ramino, di ben vent’anni più giovane, l’Annamaria Siniboldi non ebbe figli, accogliendo comunque amorevolmente Marco, nato dal primo matrimonio del senatore.

Ora, il 20 di aprile, giorno di Pasqua, alla sua morte, la Siniboldi Castigliano lasciava un patrimonio considerevole in immobili locati e titoli di Stato, oltre all’appartamento di pregio che abitava nel centro di Forlì; patrimonio equamente ripartito fra tutti gli aventi diritto così come disposto da documento testamentario redatto innanzi a notaio in piena facoltà di intendere e volere.

Le peripezie, anche drammatiche, che sopravvennero alla sua dipartita, non furono quindi da imputare a incuria o negligenza, ma a una casualità sconcertante e del tutto fortuita.

 

L’ottantaduenne senatore dormiva nella stanza attigua. Si svegliava ogni mattina intorno alle sei, ma si attardava ad ascoltare i rumori e le voci delle due badanti che accudivano sua moglie, filtrate dai muri. Poi l’andava a trovare, poiché la lucidità di pensiero non aveva abbandonato la Siniboldi Castigliano, e parlottavano un po’.

Quella mattina, le grida e i pianti che gli pervennero attraverso la parete divisoria, furono più che eloquenti. In pantofole e pigiama entrò nella stanza accanto. Annamaria, era ormai trapassata. Pallida e serena aveva infine trovato riposo dalla sua lunga intensa esistenza terrena. Ora bisognava attivare tutte quelle procedure che tante volte avevano pianificato assieme, quelle che fra loro avevano sempre chiamato le tre telefonate.

Il senatore aveva baciato sua moglie sulla fronte e si era ritirato nello studio.

Per primo aveva informato don Pasquino Bonsangue, parroco della chiesa di santa Lucia in Forlì, affinché intervenisse per l’ultimo Sacramento; poi suo figlio Marco perché estendesse la notizia ai figlioli di Annamaria e parenti tutti; infine la premiata ditta F.lli Taburri, con la quale erano stati presi accordi, Annamaria vivente, circa l’ultima cerimonia e l’allestimento della dimora finale.

 

Daniel Mihalake, cinquantatre anni, nativo di Slobozia, Romania, trasferitosi a Forlì da clandestino nel 1996, era un uomo felice. Faceva parte di quella schiera dell’umanità che, dopo averne passate tante e trovata infine una certa tranquillità, ebbene… questa tranquillità la apprezza. Lavorava per la Zanzini Marmi e il 22 aprile, insieme al giovane Florin, suo compaesano, ma immigrato in tempi recenti, avevano l’incarico di rimuovere la lastra provvisoria del loculo vuoto.

Daniel conosceva perfettamente il cimitero e non ebbe difficoltà a trovare la cappella con l’angelo a volo radente scolpito sul prospetto. Appoggiarono le borse con gli attrezzi e si accomodarono sui gradini, illuminati da un gradevole solicello. Erano le dieci, e i due, a quell’ora, facevano colazione. Scartarono i panini imbottiti e stapparono le birre.

Fra loro parlavano rumeno.

«Lo senti questo odore?» disse Florin dopo aver dato il primo morso, arricciando il naso.

Daniel annusò l’aria: «Non sento niente».

Florin disse: «Di cadavere».

Anche Daniel l’individuò. E gli venne da pensare che nel cimitero quell’odore mai l’aveva avvertito. 

giovedì 3 ottobre 2024

Una vecchia stampa di maniera - Racconto (Anteprima)

 



Il racconto completo è nella raccolta FRAMMENTI DI ADESSO pubblicato con lo pseudonimo Marcello Melis. E' disponibile in pre-ordine su Amazon a questo Link:

https://amzn.to/45MT6a0


Puoi trovare le altre pubblicazioni dell'autore su Amazon, cliccando su questo Link:

https://amzn.to/4mQCFPS


Anteprima:

UNA VECCHIA STAMPA DI MANIERA

 

Ho buona memoria, sempre avuta. A due anni ho imparato una filastrocca lunghissima da ripetere davanti al presepe; ma non pensavo a questo fuori dalla porta del bagno, in piedi davanti al quadro.

È una vecchia stampa, ingenua e di maniera, che quasi commuove per il piacere manifesto che dovette provare l’ignoto incisore nel far preciso tutto ciò che ci poteva entrare… questo esattamente pensavo.

C’è stato un grido e un tonfo. Poi strilli e risate.

Vengono dalla piscina.

Nel corridoio della villa in cui mi trovo, di qua e di là del muro su cui è affisso il quadro, ci sono due luminose portefinestre. Il sole di agosto usa i riquadri di vetro per accecarmi. Mi porto il palmo della mano sulla fronte e guardo fuori. Dall’acqua affiora una ragazza, ho sentito che si chiama Pamela, è un’amica della festeggiata. Si passa una mano sulla faccia grondante e allunga il braccio. Mostra il medio teso a quello che l’ha spinta in acqua. Lui è la versione rimpicciolita di Arnold Schwarzenegger, senza fucilone a raggi laser ma con bicipiti, pettorali e tartaruga al posto giusto. Tatuaggi dappertutto. Pamela si mette a ridere e tende la mano per farsi aiutare ad uscire. Anche mini Schwarzenegger ride, si accovaccia sul bordo, si protende per aiutarla a venir fuori dall’acqua. Tutti gli altri li fissano, sorridono, in attesa. Pensano che lei lo trascinerà in acqua a sua volta, ma non succede. Forse anche lui se lo aspetta e sta in guardia. Lei si siede sul bordo della piscina con i piedi ancora in acqua, poi si alza e lui l’abbraccia, mentre gli altri tornano a sorseggiare dalle cannucce, ad aspirare boccate dalle sigarette e dagli spinelli e a riprendere i discorsi di prima.

«Ti piace?»

Ha gli occhi verdi, grandi. Riempiono il campo visivo come quelli della ragazza afgana fotografata da Steve McCurry. Non l’ho sentita arrivare e non mi era stata presentata. Forse è venuta dopo.

Indica il quadro.

«Sì,» le dico, semplicemente, perché sul momento mi trovo spiazzato e non so cosa aggiungere.

«Ho notato che lo fissavi… eri pensieroso.»

«Stavi qui?»

Mi guardo attorno, nel breve corridoio.

Come ho potuto non accorgermi?

Lei tende la mano verso il dipinto. Una stampa, in verità, forse di fine ‘800, dietro al vetro in una cornice pretenziosa, dorata e con fregi in rilievo. Rappresenta due figure, un uomo e una donna, giovani, in una strada costeggiata da casette paesane, con le scale esterne, i muri scrostati, i gerani sui davanzali. I due indossano abiti d’epoca. Pantaloni annodati alla caviglia e un gilè, lui, lei una gonna lunga e un corpetto con i volant. L’uomo è sulla sinistra, frontale rispetto all’osservatore, ma la testa è girata verso la ragazza. Ha un’espressione interrogativa. Lei è di spalle, lo ha già superato, va verso il fondo di quella stradina altrimenti deserta, si allontana. Deve aver aspettato a voltarsi, di proposito, però adesso lo fissa con civetteria. I capelli scendono di lato lasciando scoperto il viso, ha il mento quasi adagiato sulla spalla, che la scollatura mostra nuda. Lo guarda maliziosa. Forse c’è un invito nascosto in quello sguardo.

«Mi ripetevo le parole di un racconto di Pirandello,» rispondo

«Conosci Pirandello a memoria?»

Sento le orecchie prendere fuoco.

«Certo che no. L’ho letto ieri! Le novelle per un anno, la filosofia dell’uno, nessuno e centomila, il teatro, la maschera…»

«Va bene, va bene, ho capito. Anche io studio, ma non è che ricordo tutto a memoria.»

Mi fa sentire uno scemo. Forse resto in silenzio troppo a lungo, forse lei vuole sdrammatizzare. Comunque aggiunge: «Va’ avanti, mi interessa».

Il seguito? Appena lo pubblico vi informo tramite social,  intanto leggete qualcos'altro, non manca da leggere, qui.

😁 

lunedì 9 settembre 2024

24.09.09 intervista de "Lafettadilibro"

 




Trovi le pubblicazioni dell'autore facendo CLIK

QUI


Intervista di @lafettadilibro (profilo Instagram) :

1)     Ci racconti qualcosa di te?

Sono nato nel 1951 in un paesino della provincia di Lecce, ho sempre vissuto a Roma e adesso, dopo il pensionamento, mi divido fra le due località.

2)     Da dove è nata l’idea del criminologo Sirio?

In passato avevo scritto dei racconti, solo per me, senza velleità di pubblicazione. Col vuoto della pensione ho deciso di scrivere un romanzo… ma, il genere?

Un giallo! ho pensato, ritenendo di semplificarmi la vita.

Invece: La trama, il delitto, il movente, il protagonista!

Di commissari, marescialli e investigatori privati ce n’erano quanti ne vuoi! E poi preti e casalinghe, avvocati e medici patologi, perfino antiquari, dotati di poteri paranormali e non, per non parlare di gente comune coinvolta per caso nei delitti. Io invece volevo un protagonista “inedito”, originale. Mi accorsi che, inspiegabilmente, il “posto” del criminologo era vacante.

A questo punto dovevo uscire dallo stereotipo: niente Poirot, Sherlock, o Maigret, per capirci. Ci voleva uno giovane, spigliato, soprattutto moderno. Ed ecco Sirio, un metro e ottanta di altezza per settantacinque chili di peso, fascinoso come la maggior parte dei giovani d’oggi e con una caratteristica fisica tutta sua: il setto nasale deviato a seguito di un pugno che gli conferisce un aspetto da farabutto.

3)     I tuoi libri rivelano una buona conoscenza del mondo delle indagini. Come mai?

Internet! Tanto Web e molto studio.

4)     Come mai tutti i tuoi racconti sono ambientati a Bologna?

Bella domanda: sono nato vicino Lecce, ho vissuto a Roma, come mai Bologna?

Dunque, ho accennato, cercavo il mio protagonista. In principio pensavo a un giovane poliziotto di secondo ordine, l’autista di un pubblico ministero, ad esempio, (un archivista della polizia no, già utilizzato da Scerbanenco) o qualcosa di similare. Casualmente sono incappato sul sito della facoltà di Criminologia di Bologna. Ci ho passato giorni e alla fine Sirio è entrato a far parte del corpo docente.

5)     Qual è la cosa più difficile, secondo te, per chi scrive gialli?

L’originalità.

Ormai il “mercato” è talmente inflazionato, fra letteratura, cinema e telefilm!

Per fortuna, ci insegna Calvino, la fantasia è un posto in cui ci piove dentro.

6)     Cosa non può mai mancare in un buon giallo, a tuo parere? 

Mi ripeto: L’originalità.

Porto un esempio. Ho riletto in questi giorni “Maigret e il produttore di vino”, di Simenon.

Ora, i componenti di un giallo sono: una vittima, un colpevole (con o senza alibi), un movente, la scena del crimine, l’arma del delitto e per finire un investigatore che conduca le indagini. Nel libro che ho citato, l’elemento originale si focalizza sul movente: l’assassino ha ucciso perché è stato umiliato, per così dire, “oltre misura”. È evidente che era necessaria la perizia di Simenon per far reggere questa trama, laddove la ragione di un omicidio è sempre o passionale o d’interesse.

A questo punto consentimi un po’ di auto pubblicità, anche se svelerò qualche piccolo segreto. In “Una lavagna di candida pelle” lo spunto originale verte sulla vittima, non dirò come e perché. In “ODIO”, sulla brutalità gratuita, l’assenza di empatia di certe menti deviate (il movente, quindi). In “La vittima” e “Il terzo movente”… be’, il titolo è già una risposta. In “Indagini nel web oscuro” è nell’indagine stessa. In “Violenza privata” la depravazione, in “Chi muore si salva” gli intrighi (sempre e ancora il movente, quindi). Nei racconti, spesso, lo spunto di originalità è affidato al coprotagonista, non di rado un bambino o un ragazzo autistico (ma questa è un’altra storia…)

7)     Quali sono i tuoi autori preferiti? Ti sei ispirato a loro nello scrivere i tuoi gialli?

Rispondo prima alla seconda domanda: qualsiasi giallista si è giocoforza ispirato a Sir Conan Doyle. Qualche esempio: Umberto Eco, nella scena del puledro Brunello fuggito dal convento, in “Il nome della rosa”, dota Guglielmo da Baskerville dello stesso intuito geniale di Sherlock, per non parlare di Poirot. Perfino in Jack Reacher di Lee Child ho trovato passi che me lo hanno ricordato. Venendo alla prima domanda, sono praticamente onnivoro: ho letto tutto (o quasi) di Moravia, Kundera, De Carlo, Grisham, King, Scerbanenco, Christie, Hesse, etc etc etc.

8)     Ci saranno altri romanzi delle avventure di Sirio?  

Dopo undici libri? Lo spero. Intanto, per riassumere, il primo è stato “Una lavagna di candida pelle”. Sono arrivato all’auto pubblicazione dopo cinque anni di lavoro. Pensa che con i vari capitoli “scartati” ho realizzato (riadattandoli) la raccolta “Indagini sulla morte di Betty”. Negli appunti (mi piace chiamarli zibaldone) ho trovato materiale per scrivere il seguito, “ODIO”. E ne avevo ancora per un terzo romanzo (di cui ho scritto le prime cento pagine circa). Chi sa se riuscirò a metterlo in stampa?

giovedì 29 agosto 2024

24.08.29 Intervista di Debby

 




Per scoprire le pubblicazioni dell'autore su Amazon CLICCA QUI



Intervista di Debbyna a Romano Greco

la trovate sul sito:

 Prima domanda: Come è nato il personaggio di Sirio?

 Avevo scritto dei racconti, anni prima, quando il lavoro mi concedeva ben poco spazio per altro. Poi, arrivato  al pensionamento, ho deciso di avventurarmi nella stesura di un romanzo e ho pensato a un thriller. Ma, a questo punto, chi sarebbe stato il protagonista? Volevo un personaggio originale. Sai che intendo, ci sono in giro troppi commissari e marescialli, troppi investigatori privati, troppi preti e arzille vecchiette e antiquari e medici patologi occupati a risolvere delitti. Casualmente sono incappato sul sito dell’università di Criminologia di Bologna ed è scoccata la scintilla. In letteratura, che io sapessi, non c’era alcun criminologo, quel “posto” era “vacante”. Si trattava adesso di dare al mio protagonista un nome, un aspetto fisico e una personalità. Lo volevo giovane e piacente ma non troppo perfetto (da qui il naso da pugile) e poi spigliato e arguto quanto basta per intuire trame scabrose.
 
Seconda domanda: Sirio cambia donna a ogni racconto o romanzo, c'è un perché al fatto di aver creato un criminologo Don Giovanni?
 
In effetti le ragioni sono due. La prima di coerenza formale: Sirio, simpatica canaglia, piace. La seconda è di necessità narrativa. Mi spiego: Il giovanotto è un professore, non un poliziotto o un magistrato, in teoria non dovrebbe prendere parte attiva a indagini di polizia. Può avere incarichi di consulenza (dal pubblico ministero o dalla difesa) ma, consegnata la relazione, “arrivederci e grazie”. Ecco dunque che a ogni nuova storia mi trovo nella necessità di studiare un “artificio” affinché abbia un motivo per indagare. In “Una lavagna di candida pelle” viene chiamato in causa in prima persona, dal momento che la vittima è sua sorella. In “ODIO” interviene, in vece del suo amico e mentore Anselmo Urbani, per scagionare un magistrato accusato ingiustamente di corruzione. In “Indagini nel web oscuro” assiste casualmente al recupero di un cadavere dal Tevere. In “Chi muore si salva” una sua ex allieva, divenuta giudice, lo coinvolge in maniera non ufficiale. In “Violenza privata” è un’assistente sociale (sua compagna del momento) a chiedergli aiuto. Vedi bene che se fosse un maresciallo o un commissario tutto sarebbe più semplice.
 
Terza domanda: Sirio è il protagonista di tutti i tuoi libri, come mai a un certo punto hai deciso di scrivere sia romanzi che racconti? E cosa ti piace scrivere di più tra i due generi?
 
Per scrivere “Una lavagna di candida pelle” ho impiegato cinque anni. Puoi immaginare le difficoltà. Per una vita avevo lavorato in un ambito ben lontano dalla letteratura e dal mondo della polizia giudiziaria. Problemi a ogni riga, credimi. Questo ha comportato un gran numero di tentativi, pagine su pagine scritte e poi, per un motivo o per l’altro, non utilizzate nel romanzo. Molto di questo materiale, rimaneggiato, è entrato a far parte dei racconti di “Indagini sulla morte di Betty” e molto altro per avviare la stesura di “ODIO”. Personalmente preferisco lavorare sui romanzi. Partire da una parola, da una sensazione per costruire una storia complessa, è stimolante. I racconti! Ho già spiegato la genesi di “Indagini sulla morte di Betty”, per “La signora americana” lo spunto mi è stato dato da un libro che avevo appena letto (“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon – libro bellissimo che consiglio) e che parla di un bambino autistico determinato a scoprire chi ha ucciso il suo “amico”. Anche per “La memoria della carta” l’imput mi è stato dato da libri che avevo letto: del maestro Camilleri, questa volta; più precisamente dalle indagini che lui definiva “sul filo della memoria” (in “Il cane di terracotta” e in due racconti de “Gli arancini di Montalbano”, se ricordo bene). “Piccoli crimini innocenti” sono invece 19 racconti che avevo scritto in passato e che ho riadattato per Sirio (Se sei curiosa, sul mio blog – https://romanogreco.blogspot.com/search/label/Una%20collina%20sospesa%20-%20Racconto – trovi la versione originaria de “Una collina sospesa”, scritta prima che Sirio nascesse! Poi rielaborato e confluito nella raccolta).
 
Quarta domanda: Hai mai pensato di ambientare i tuoi scritti anche fuori Italia?
 
In effetti in “Indagini nel web oscuro” il nostro Sirio è costretto a correre un bel po’ per l’Europa. Contrariamente a quanto verrebbe da credere leggendo il titolo si tratta di un romanzo d’azione. In breve (in effetti si tratta di un libro di 360 pagine), la trama è questa: Si susseguono omicidi di giovani hacker in Italia, Francia e Spagna e Sirio si ritrova a dar la caccia ai killer che ne sono gli autori.
 
Quinta domanda: Scriverai altri libri con un protagonista diverso?
 
Ho in mente una storia. Me la sto costruendo nella testa, come faccio sempre prima di mettermi alla tastiera. Intanto sto lavorando al seguito di “ODIO” (ho scritto un centinaio di pagine e ne mancano – immagino – almeno duecento) e dopo? chi sa?
 
Sesta domanda: Com'è il tuo rapporto con noi lettori e blogger? Hai trovato difficoltà nelle collaborazioni o con qualche recensione?
 
Sarò fortunato? Ho incontrato sempre persone carinissime. Certo, su Amazon, qualche stellina solitaria a volte capita, ma poi la media si avvicina sempre alle 4 su 5. D’altra parte non si può essere nei gusti di tutti, immagino.
 
Settima domanda: A leggere recensioni negative cosa provi? Cioè accetti ben volentieri pareri negativi?
 
Esamino le recensioni con grande attenzione. L’opinione dei lettori è importante e mai da sottovalutare. Sono convinto che si impari molto dal senso critico delle persone.

lunedì 26 agosto 2024

23.09.18 intervista di Maria Guidi

 



Trovi le pubblicazioni dell'autore a questo LINK:

https://amzn.to/4iLSGnq



Intervista di Maria Guidi a Romano Greco

La trovate sul sito:

https://consiglilibrosi.wordpress.com/2023/09/18/intervista-a-romano-greco-2/

 

18 settembre 2023

Romano Greco, che abbiamo già avuto modo di conoscere qualche tempo fa (trovate la precedente chiacchierata qui) ha pubblicato nel frattempo diversi nuovi romanzi, sempre dedicati al criminologo Sirio.

Andiamo a scoprire qualcosa di più.

 

Domanda: Ciao Romano, è appena uscito il tuo nuovo romanzo, “Chi muore si salva”. Il protagonista è il criminologo Sirio. Ci parli un po’ di lui e di questa nuova avventura?

 

Risposta:

Sirio!

Tre sillabe: Si-ri-o.

Cinque lettere d’alfabeto, di cui, tre vocali e due consonanti.

Quasi una simmetria, l’asse centrale fissato sulla R, affiancata dalle due I: s-iRi-o.

La parola si insinua, come un sussurro, come un sospiro, scorrendo semplicemente sulla esse iniziale, si adagia sulla piccola I, la vocale minutina, piccina, piccolina, che contrasta in maniera prepotente – quasi un ossimoro – con la successiva R, la consonante rude, ridondante, roboante, quella che rotola nel palato, che gonfia il petto mentre pronunci: “Riccardo cuor di Leone”!

La I successiva stempera il suono della voce, le dà musicalità, si pospone per blandirla e fa da anello di congiunzione con la O in chiusura di parola, l’anello finale della catena, il lucchetto serrato.

La scelta del nome, per il proprio personaggio principale, è importante, ne converrete. Basti pensare alla cura di Svevo nello scegliere “Zeno” per il suo protagonista (l’ultima consonante dell’alfabeto, contrapposta alla prima vocale, la A di Ada, Alberta e Augusta, le coprotagoniste femminili) o a Salvo e Augello di Camilleri (il riassunto, in una sola parola, del carattere dell’uno e dell’altro). Per il mio eroe volevo un nome inusuale, non scontato. Ho trascorso ore a sfogliare siti internet alla ricerca di quello giusto e li ho scartati tutti.

“Sirio” è arrivato per caso, forse al risveglio. È il nome di una stella e, che io sappia, nessuna persona si chiama così.

Criminologo!

Volevo un personaggio originale. Basta commissari, marescialli, preti e pensionati molto bravi a dipanare matasse per venire a capo di esecrabili delitti. Anche questo aspetto mi ha tenuto in sospeso per diverso tempo, poi, scorrendo l’immancabile Internet, ho scoperto che Forlì è sede di una prestigiosa facoltà di Criminologia. Incredibilmente nessun investigatore dei romanzi, a mia memoria, era un criminologo!

Giunti a questo punto, però, mancava ancora qualcosa, una descrizione fisica, una fotografia, per così dire, nonché un modus cogitandi, una personalità, delle caratteristiche peculiari che lo rendessero unico. Doveva essere perspicace, acuto e intuitivo almeno quanto Holmes, questo era inevitabile. Eroico, anche, ma di un eroismo nostrano, non un Rambo ammazzasette all’americana. Insomma un personaggio realistico, o almeno verosimile. Fisicamente immaginavo un trentasettenne intorno al metro e ottanta, castano chiaro, sui settantacinque chili di peso. La descrizione fisica di molti uomini che puoi incontrare per la strada, a dire il vero, con l’unica caratteristica specifica del naso schiacciato, ricordo di un pugno ricevuto nell’adolescenza da un rivale geloso.

Ora, prima di passare al mio ultimo romanzo “Chi muore si salva”, è necessaria qualche premessa relativa alla costruzione della trama.

Per i vari commissari Maigret, tenenti Colombo e marescialli Rocca è abbastanza scontato che vengano coinvolti nelle indagini afferenti un omicidio. La difficoltà sorge per un personaggio come Sirio, che in definitiva è soltanto un docente in criminologia. Può essere chiamato dagli inquirenti in qualità di profiler, poi, esperita la consulenza, l’inchiesta torna nella competenza degli investigatori istituzionali.

Insomma, l’autore deve escogitare sempre nuovi espedienti per fargli avviare, svolgere e portare a compimento un’indagine.

In “Chi muore si salva”, il sesto romanzo della serie, tutto ha inizio nel momento in cui Marianna, giudice al primo incarico e amica di vecchia data del nostro protagonista, si trova nella situazione di dover emettere una sentenza di colpevolezza a carico di un pensionato che, non avendo rispettato il semaforo rosso e malgrado non ci sia stato l’impatto fra i veicoli, è imputato di aver provocato la morte di un motociclista.

Nel visionare al rallentatore le immagini di una telecamera stradale però, la giudice nota che il centauro aveva abbandonato il manubrio e riversato indietro la testa in una maniera innaturale ancor prima di arrivare all’altezza dell’incrocio. Non le sembra la reazione istintiva di chi cerchi di evitare un ostacolo imprevisto, quanto piuttosto la caduta incontrollata di una persona raggiunta da un colpo di fucile. Allorché tenta di approfondire, scopre che il corpo della vittima è stato cremato, il casco smaltito in discarica e la motocicletta rottamata, come se una regia occulta si fosse preoccupata di eliminare qualsiasi possibilità di verifica postuma sul corpo e sugli altri elementi di indagine. Una serie di circostanze inquietanti, dunque, che lei non può ignorare, tanto più che Marco, l’uomo deceduto, era stato un suo amore adolescenziale e faceva parte del mondo della malavita.

 

D: In meno di un anno hai pubblicato ben tre libri: “La vittima”, “Il terzo movente” e “Chi muore si salva”. Come ci sei riuscito?

 

R: Se, come dice Calvino, “la fantasia è un posto dove ci piove dentro” la mia deve essere priva di qualsiasi riparo o copertura e deve trovarsi sotto un acquazzone. A volte basta una parola o una frase per scatenare immagini in successione.

“La vittima”. Riporto quale sia stato il percorso mentale per costruire la trama. Partendo dal presupposto (del tutto mio, non l’ho letto da nessuna parte) che Moravia cogliesse ispirazione da una parola (noia, disobbedienza, indifferenza, disprezzo, disperazione) e traslando l’idea nell’ambito del poliziesco avrei potuto scegliere “movente”, “testimone”, “arma del delitto”… ho scelto “vittima”. A questo punto è subentrato Poirot, in quanto protagonista de “Assassinio sull’Orient Express”, dove la vittima…

Non posso aggiungere altro! Premesso che a parte lo “spunto” per mettere in moto la mia trama non ci sono analogie fra i due libri, devo fermarmi qui. Se siete curiosi di sapere il come e il perché non vi rimane che leggere il libro.

“Il terzo movente”. Può valere lo stesso discorso, tutto parte dalla parola “movente”, ma, ragionando sulla trama, mi sono ritrovato a dover scegliere fra due moventi per così dire canonici: Amore e avidità, oppure, se preferite, sesso e soldi! Ma, a ben vedere, la trama di qualsiasi giallo, poliziesco o thriller che dir si voglia – e anche della maggior parte dei romanzi, in verità – si basa su uno dei due. Ecco allora che un rovescio improvviso di pioggia ha irrorato la mia fantasia, indirizzandola a immaginare un… terzo movente.

“Chi muore si salva”. Ne ho già accennato nella risposta precedente. Qui vorrei aggiungere solo una curiosità. All’inizio, nelle mie intenzioni, il romanzo si sarebbe dovuto intitolare Il calderone del diavolo, inducendo per vie subliminali l’immagine di un liquido scuro, viscoso e putrido in cui rimestare in cerca di verità; cosa che in effetti, fuori metafora, regolarmente avviene nel libro. Poi, a metà stesura, pur essendo consapevole che si tratta di una contraddizione in termini, ho deciso di cambiarlo in “Chi muore si salva”. Leggendolo ne capirete il motivo.

 

D: Stai già lavorando a qualcosa di nuovo? Sarà sempre Sirio il protagonista?

 

R: Ho iniziato un altro romanzo. Sempre Sirio! Il titolo, al momento, è “Violenza privata”. L’ispirazione, al contrario degli esempi precedenti, mi è stata fornita da due eventi di cronaca (molto raccapriccianti) di questi ultimi giorni. Il venirne a conoscenza, mi ha indotto due immediate considerazioni. Prima, come diceva Pirandello a proposito del suo “Il fu Mattia Pascal”, è che la realtà supera sempre la più sfrenata fantasia. La seconda è se la letteratura (con ciò intendendo non solo l’editoria ma anche la cinematografia) fomenti o sia uno specchio della violenza, insomma: chi emula chi? A meno che non si tratti di un circolo vizioso in cui l’una si alimenta dell’altra. Comunque, per quanto mi riguarda, immagino che nessun criminale sia mai stato fomentato dai cattivi assassini inventati da Agatha Christie, da Simenon o da Poe. Tanto meno dai miei.

 

D: Finora hai scritto gialli e thriller. C’è un genere a cui vorresti approcciarti, ma che non hai ancora avuto modo di affrontare?

 

R: Ho già avuto occasione di dire, proprio nel corso della tua precedente intervista del 21 settembre 2021 (già due anni!) che ho amato Pirandello, Moravia, Kundera e tanti altri. Ebbene, ho sempre desiderato di scrivere almeno una storia come una delle loro. Sì, ci ho pensato, ci penso, chi sa?

 

D: Che cosa fa Romano quando non scrive? Quali altre passioni hai?

 

R: Da 72 anni mi sforzo di dare ordine alle mie giornate. Alzarsi presto, colazione, scrivere per almeno tre ore, pranzare senza appesantirmi, una passeggiata, lettura, dedicare qualche ora ai miei figli e ai nipotini, frequentare una palestra eccetera. Alla fine faccio tutto questo, ma in maniera altamente caotica e casuale.

Ringrazio Romano per la sua disponibilità; vi ricordo che potete trovarlo sul suo blog, mentre i suoi romanzi sono disponibili su Amazon.

21.09.21 intervista di Maria Guidi

 



TROVI I LIBRI DELL'AUTORE PUBBLICATI CON AMAZON A QUESTO LINK DIRETTO

https://amzn.to/4iLSGnq


Intervista di Maria Guidi a Romano Greco

La trovate sul sito:

https://consiglilibrosi.wordpress.com/2021/09/21/intervista-a-romano-greco/

21 settembre 2021

Dopo aver letto “Piccoli crimini innocenti”, mi è venuta voglia di conoscere meglio l’autore.

 

Romano Greco, classe 1951, oltre alla serie dedicata al criminologo Sirio, ha all’attivo anche due romanzi e tre raccolte di racconti.

Andiamo a scoprire qualcosa di più su di lui!

 

Domanda: Ciao Romano, a che età e in che modo ti sei avvicinato alla scrittura?

 

Risposta: Innanzi tutto grazie Maria, per l’opportunità che mi offri di farmi conoscere per me stesso, oltre che come autore, a quanti amano lettura e letteratura. Questa premessa impone una micro biografia. Sono nato nel ’51 del secolo scorso in un paese salentino, dove adesso vivo per metà dell’anno. Nell’infanzia, cagionevole di salute… ecco: “Capitani coraggiosi”, “L’isola del tesoro”, “I tre Moschettieri”, “Vent’anni dopo”, tutti gli indimenticabili romanzi di Jules Verne… quante avventure per un bambino con la febbre nel letto. Poi, adolescente, scorpacciate di “Selezione dal Reader’s Digest” (per i più giovani, che non li conoscono, erano volumi a pubblicazione periodica che contenevano almeno quattro romanzi condensati, la traduzione di quelli stranieri era impeccabile, ottima palestra per imparare – a orecchio – la nostra lingua madre). Il passo, come molti di voi sanno, fra leggere, amare i libri e voler scrivere è breve. Ho cominciato, come molti di voi, con piccoli racconti, poesie, cose modeste rimaste soltanto mie e di cui conservo vaghi ricordi. Ma, come voi sapete, la vita spesso decide per noi, mi sono ritrovato a fare un mestiere diverso e distante dalla letteratura. Il sabato, la domenica, durante le ferie o le festività, sì, a volte buttavo giù qualche racconto; ne pubblicai anche un libro, a mie spese, che l’editore mi recapitò in numero di mille che giacciono ancora negli scatoloni intonsi su in soffitta. Poi, arrivato al vuoto della pensione, mi sono scatenato, l’ho riempito di storie e fantasia.

 

D: Con sette libri all’attivo, ti consideri ancora un esordiente?

 

R: Come dicevo mi sono scatenato: sette libri in sei anni, eppure sì, sono tuttora un esordiente. Inutile dire che la differenza, purtroppo e a dispetto delle più ottimistiche ambizioni di noi esordienti, la fa il mercato, la fa la lettrice o il lettore che spostandosi fra gli scaffali della libreria esclama: “Romano Greco ne ha pubblicato un altro!”

 

D: Hai scritto dei thriller e delle raccolte di racconti, due generi molto diversi. Cosa ti spinge verso l’uno o verso l’altro?

 

R: Piccola premessa: In tutti i libri il protagonista è Sirio, un giovane docente in Scienze criminologiche e psicologia criminale. I tre romanzi sono prettamente dei thriller, le quattro raccolte di racconti dei polizieschi a vario titolo. Per tornare alla domanda, ebbene, è diversa la genesi. Il romanzo, nel mio caso i tre thriller, appunto, hanno trame complesse, le quali costruisco sia mentalmente che mediante annotazioni per un certo lasso di tempo, finché mi sembra che tutti gli ingranaggi funzionano, allora comincio a scrivere. Il racconto invece nasce da una intuizione, una sensazione, un’immagine, una parola o una frase, a volte mi si presenta alla mente completo, altre devo giustapporre gli eventi, comunque mi ci metto subito a lavorare. Porto un esempio concreto: “Una collina sospesa” (lo trovate sul mio Blog nella versione originale scritta negli anni ’90 e in “Piccoli crimini innocenti” nella versione adattata alle finalità del libro) è nato percorrendo in automobile la litoranea a ridosso di “Porto Selvaggio” (Salento, posto bellissimo che vi invito a visitare) ebbene, forse la luce di quel momento del giorno, forse il leggero andamento collinare alberato… è stato un attimo, la storia era lì nella mia fantasia, completa di virgole e punti. Sono arrivato a casa e mi sono messo a scrivere.

 

D: Come mai hai scelto la strada del self publishing?

 

R: In due battute: Ho settant’anni, sono un impaziente. Volendo spiegare: Non so se mi resta il tempo di aspettare l’esame e i responsi degli editori (sempre a trovarne di interessati), così ho optato per la scorciatoia.

 

D: C’è un libro che ti piacerebbe aver scritto tu?

 

R: Praticamente tutti i libri che ho letto (tutti di Pirandello, Moravia, Calvino, Svevo, Camilleri, Faletti, De Carlo, Hesse, Kundera, Larsson, Follett, Grisham…) e vorrei arrivare a scriverne almeno uno come uno dei loro.

 

D: Qual è, tra quelli pubblicati fino a ora, il libro cui sei più legato? Perché?

 

R: Ogni libro, la metafora è inflazionata ma non me ne vengono di più calzanti, per l’autore è come un figlio. Preferisco parafrasare Manzoni: Al lettore l’ardua sentenza!

 

D: Stai già scrivendo qualcosa di nuovo? Puoi anticiparci qualcosa?

 

R: Sto costruendo (ma è ancora un lavoro soltanto mentale, se si escludono una ventina di pagine per lo più di appunti e scene scomposte) un romanzo a due trame. Devo fare una premessa: Ogni storia, affermo una cosa scontata, attrae e avvince se racconta un contrasto, una contrapposizione, una lotta interiore o contro un avversario; ebbene, qui, nell’idea, la prima delle due trame sarà un delitto nell’alta finanza, l’altra in una comunità di recupero dalla tossicodipendenza; due mondi agli antipodi. A Sirio, avversato come al solito da chi conduce le indagini ufficiali, il compito di sbrogliare le due matasse. Poi c’è da scrivere – dovrò decidermi – il seguito di “Odio”, dal momento che Sirio è sotto il mirino della mafia, la quale, si sa, non dimentica.

 

Ringrazio Romano per la disponibilità e la gentilezza e vi ricordo che tutti i suoi libri sono disponibili su Amazon.

 

– Una lavagna di candida pelle

– Odio

– Indagini nel web oscuro - IO, ILnIO

– Indagini sulla morte di Betty

– La signora americana

– La memoria della carta

– Piccoli crimini innocenti

 

Potete trovare l’autore sul suo blog.

Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

Post più popolari