venerdì 2 aprile 2021

Catenaccio - Racconto (Anteprima)

 



Questo racconto fa parte della raccolta PICCOLI CRIMINI INNOCENTI che puoi raggiungere subito facendo CLIC al link qui sotto:

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Anteprima:

Il catenaccio

 

Sirio venne catapultato seduto da un colpo particolarmente violento del cuore, dopo… quanto? Un’ora?

Un’ora e ventidue minuti da che si era messo a letto, gli rivelarono i LED della sveglia sul comò, che in quell’istante passarono a segnare le 2:42 – 01 Apr.

Sirio premette il pulsante di microfono alzato sullo smartphone più in fretta che poté pur di farlo zittire.

«Professore, che succede?»

«Sirio, che soprassalto!»

Già, lui…!

«Sirio sapessi che spavento…»

Una rapina? Una vendetta? Un malore? Pensava Sirio.

Riversò le coperte, pronto a precipitarsi.

Il professore, nella sua carriera di consulente della giustizia, qualche innocente lo aveva scagionato, ma, per contro, diversi balordi li aveva fatti incriminare.

E minacce ne riceveva…!

Inoltre, passati i sessanta… sovrappeso… chi sa, il cuore? Ma anche: mangiava troppo, e beveva di più… Il fegato…? Trepidava Sirio.

«Alla tredicesima…!»

La tredicesima?

Ecco che tutto si spiegava: il professore era impazzito!

«Calma, professore, respiri, mantenga la calma arrivo subito…»

Sirio era in piedi, in mutande e canotta, teso come un corridore dei cento a ostacoli sulla linea di partenza.

«Se tu, alla tredicesima mossa, avessi spostato l’alfiere di casa bianca in c4, mi avresti battuto con un matto imparabile in sette mosse.»

Sirio si ritrovò seduto a bordo del letto a fissare nello specchio, alla luce mesta del lume sul comodino, un’espressione di se stesso che gli era sconosciuta.

«È per questo che mi ha svegliato?»

«Dormivi?»

«Che ore sono, professore?»

«Le due e cinquanta…»

Il sonno era ormai perduto, pensava Sirio – dopo quel rimbombo del cuore! – tanto valeva rimanersene sveglio. E poi, perché no? Perché privarsi di una piccola vendetta nei confronti di chi ne era la causa?

«Sa professore, questa cosa dell’alfiere in c4 mi ricorda una storia che mi ha raccontato tempo addietro una mia amica…»

«Amica?»

Il professore aveva abboccato.

«Sì. Peraltro molto bella, la quale aveva un amante… già, proprio così! Lei si chiamava Annarita e l’amante…»



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Anteprima:

Confidenze di letto

 

 

 

 

 

 

 

Sirio avrebbe saputo consigliarla.

Il venticinque le passò accanto ed Erika fece una corsetta fino alla fermata; in dieci minuti l’avrebbe scaricata in stazione.

Sirio tutto sembrava fuorché un professore, con quel naso da pugile e l’espressione da farabutto. Avevano avuto una relazione, all’incirca quattro mesi addietro. Breve. Perché quando era tornata dalle vacanze invernali già stava con un’altra. Ma gli stavano dietro un po’ tutte, quindi un po’ se l’aspettava. Niente telefonate, niente messaggi, se si escludeva un laconico “buon Natale!”

Comunque nessuna scenata o broncio. Ne avevano parlato civilmente, seduti al tavolino della mensa, durante la pausa pranzo, e avevano convenuto che sarebbero rimasti buoni amici.

Scese dal venticinque e si affrettò verso l’ingresso della stazione ferroviaria.

Da Bologna a Forlì, un’oretta. Per le nove sarebbe stata in facoltà.

Aveva trovato posto accanto al finestrino.

Il Regionale sferragliava, mentre fuori scorrevano campi e casolari, gli alberi in fioritura.

Erika era al primo anno, stava preparando un esame di psicologia e ne aveva già superati un paio con una buona media. Sirio non era un suo docente, l’aveva conosciuto e cominciato a frequentare semplicemente perché esisteva e non potevi non notarlo e non potevi non rimanere ad ascoltare se ti parlava.

Tutt’altra cosa di Moreno, uno grezzo, con la testa rasata e l’orecchino, che le si era messo dietro in discoteca. Dopo uno spinello e qualche bicchiere di birra se l’era ritrovato nel letto. Faceva l’elettricista, veniva da un paese sperduto della Calabria e passava due ore ogni sera in palestra a sollevare pesi. Aveva la fissazione di diventare ricco!

Tra loro andava avanti senza infamia né lode da circa un mese. Qualche cena a base di pizza, qualche drink pomeridiano e qualche serata in discoteca; nel letto, un po’ frettoloso, ma accettabile.

Però!

Se non ci fossero i però la vita sarebbe come il panorama che scorreva fuori dal finestrino del treno, senza suoni. Case, alberi, persone, animali anonimi e fugaci. Insomma, tremendamente monotona.

Ma il però di Moreno la inquietava.

Ne parlerò a Sirio. Lui saprà cosa è meglio fare. Si ripetette.

 

Imbastito sul manichino, il modello aveva perso il suo fascino.

Sabrina, capelli neri legati a coda, quarantadue anni portati con eleganza, ci girò attorno una seconda volta, mentre la sarta l’osservava con il puntaspilli a mezz’aria.

«Non ti piace?» le chiese la sarta.

«Me l’aspettavo diverso. Forse è il tessuto, forse la fantasia… oppure il colore…»

Le squillò il telefonino e si voltò per rispondere: «Michele?»

«Senti,» rispose suo marito, «non vengo per pranzo, devo vedere il direttore della banca e poi quelli dell’ufficio acquisti di un’azienda che vuole rinnovare il parco macchine…»

«Come mai il direttore di banca?» l’interruppe, «altri problemi?»

«Niente che non posso gestire,» tagliò corto Michele, e chiuse.

Durante la telefonata la sarta era tornata al banco da lavoro e Sabrina la raggiunse.

«Prova a tagliarlo su velluto di cotone e poi chiamami,» le disse, avviandosi verso gli uffici.

Suo marito stava diventando una preoccupazione. Da qualche parte doveva esserci un’emorragia: soldi che uscivano, senza che lei avesse idea di dove finissero. Era già dovuta intervenire per risanare i bilanci del suo autosalone ed evitargli la bancarotta. Quando si erano sposati, cinque anni prima, lei aveva il proprio atelier e lui l’attività di rivendita di automobili d’occasione; ciascuno aveva seguitato a curare i propri affari in maniera indipendente, conservando i vecchi conti bancari; anche quelli personali. Di comune accordo si erano limitati a creare una cassa per le spese del menage familiare. Quindi Sabrina non aveva idea di quanto guadagnasse e di che fine facesse fare ai suoi soldi. Che si permettesse una vita dispendiosa lo vedeva, che potesse avere un’amante – una sanguisuga – non lo escludeva, che non sapesse amministrarsi lo dava ormai per scontato.

I sentimenti avevano poco o niente a che vedere in tutto questo. Entrambi erano gente pratica. Si erano conosciuti e amati – o avevano creduto di amarsi – poi la passione era scivolata nel disinteresse, quindi nell’indifferenza. Ormai andavano avanti per inerzia.

Quante volte succede?

Inerzia! Pensò che era la parola più appropriata.

Non avevano mai nemmeno considerato l’ipotesi di una separazione o del divorzio. Non ce n’era motivo, perché nemmeno litigavano. Poi, un giorno, un paio d’anni prima, le aveva chiesto di aiutarlo a rialzarsi, proprio così aveva detto.  Le aveva raccontato di aver contratto dei debiti con un istituto di credito, ipotecando i locali dell’autosalone, e se non avesse pagato entro la scadenza fissata, avrebbe perso tutto. Chiaramente lei aveva ripianato i suoi ammanchi, ma la cosa si era ripetuta a distanza di un anno e Sabrina era dovuta intervenire di nuovo.

Adesso riconosceva le premesse per una terza richiesta di aiuto.

Era combattuta. Per un verso era ben decisa a non lasciarsi coinvolgere e addirittura, se del caso, a dare un taglio netto al matrimonio, prima di venir trascinata in chi sa quale complicazione. Dall’altro esitava, e se fossero soltanto fantasie? si diceva.

La curiosità di scoprire se i sospetti fossero fondati era più forte del senso pratico, per adesso. Comunque non avrebbe aspettato che gli eventi le precipitassero addosso, un sistema per scoprire come stessero effettivamente le cose lo poteva trovare.

Aveva in animo di far svolgere qualche indagine da un’agenzia investigativa, prima di prendere una decisione definitiva.

 

Erika, sotto la trapunta, si strofinò al corpo nudo di Sirio.

 «Sono una donna,» disse, «che ci vedi di strano se sono curiosa?»

Il braccio dietro la nuca gli formicolava e Sirio lo tolse e si aggiustò meglio sul cuscino addossato alla spalliera, Erika si accomodò alla nuova posizione.

«Insomma,» disse Sirio, «questo tuo Moreno parla nel sonno…»

«Non hai capito,» gli rispose piccata.

«Diciamo che ho capito ma non mi convince.»

«Eppure non è così strano. Lui, dopo aver fatto l’amore, comincia a raccontare. Di solito racconta dell’infanzia, o degli amici, o di qualche altra cosa… e mentre racconta diciamo che va in trance…»

«Ma come in trance… si addormenta, vuoi dire.»

«Uffa Sirio. Uno che si addormenta si mette a russare. Quand’anche parlasse nel sonno direbbe frasi sconclusionate e poi, se lo svegli e gli domandi, lui risponderebbe che sognava e ti racconterebbe il sogno…»

«Allora un dormiveglia.»

«Nemmeno. Perché lui non farfuglia, ha la voce limpida, racconta tutto chiaramente e alla fine, prima di addormentarsi, dice Adesso dormo. Tutto qui! Ma la cosa più importante è il foglietto!»

«Ecco, il foglietto,» Sirio si appoggiò sul gomito, «perché tu sei curiosa e gli hai frugato in tasca e l’hai trovato. Un disegno fatto a mano con su scritto “armadio frigo”, “ufficio”, “atelier”, “4343” e “telecamera”.»

«Be’, ma la confessione resa in trance, più il biglietto fanno una prova.»

Sirio si mise a ridere.

«Ragazzina, hai fatto due esami e già ti senti una criminologa.»

Erika gli mollò un pugno nel fianco: «Ti odio».

«Allora spicciatela da sola,» scherzò Sirio.

«Ma dai. Se sono venuta da te è perché non so cosa fare. Mica posso andare alla polizia, no? E che gli racconto? A dir poco mi prendono per scema.»

Finalmente erano arrivati al punto centrale della questione. Sirio la spronò:

«Allora smettila di girarci attorno e riferiscimi esattamente come stanno le cose».

«Va bene, ti racconto tutto parola per parola. Ieri sera io e Moreno siamo stati a ballare, abbiamo fatto le tre, lui si è fumato di tutto. Quando siamo usciti dal locale parlava a raffica e, appena arriviamo a casa mia, lui mi butta sul divano e… insomma… hai capito,» fece rotolare l’indice a mezz’aria, «comunque, dopo, non la smetteva più di straparlare… Stava con gli occhi chiusi come se dormisse, intanto continuava a… Bla bla bla. E mi fa, Se quello si decide, divento ricco in un’ora. La moglie ha una pellicceria… un mucchio di soldi… in certi momenti le parole non si capivano, ma il senso era chiaro… e continua, Il marito mi passa le chiavi, entro e porto via tutto. Sei strafatto e vaneggi gli dicevo io. E lui, Strafatto, sì… mi si rigira lo stomaco e la testa… ma mica scemo. Allora gli ho domandato, Perché il marito avrebbe scelto proprio te? E lui, Perché sono elettricista. Posso disconnettere gli allarmi e le telecamere… Chi glielo farebbe? Ho cercato di farlo ragionare, Moreno, gli ho detto, lascia perdere, non mi piace… Invece lui s’è arrabbiato, Sei scema, mi fa, con tutti i soldi che mi ha promesso la posso pure ammazzare la sua Sabrina. Poi ha vomitato sul mio divano e stamattina non ricordava più niente. Non so che pensare… Visto mai che lui o il marito uccidono sul serio quella della pellicceria. Tu che ne pensi?»

Sirio non rispose. Rimase assorto qualche istante poi disse:

«Ripensavo alle tue parole, in trance, e ho fatto una associazione d’idee. Senti, tu hai visto il film Salon Kitty di Tinto Brass?»

«Non guardo certi film… io!»

«Be’, è ambientato in un postribolo di Berlino durante l’ultima guerra. Si basa sul presupposto che l’intimità che si instaura durante un rapporto amoroso spinga alla confidenza. Nel film diventa lo strumento per carpire ai gerarchi nazisti i cosiddetti segreti di letto, di smascherare i traditori sulla base di confessioni rilasciate in tutta buona fede.»

«Però non mi hai risposto. Per quanto riguarda Moreno?»

«Diciamo che voglio assicurarmi che non fossero allucinazioni. Poi ci regoleremo di conseguenza.»

 

Sabrina stava ritoccando il figurino di un tailleur e cercava di immaginarlo indosso a una donna reale. La moda si trasforma in continuazione, con flussi e riflussi, come li chiamano gli addetti ai lavori, e lei intendeva proporre un revival anni ‘50 contaminato da fantasie orientalizzanti.

Dal momento che Michele non era rientrato a casa per pranzo, aveva consumato un tramezzino al bar ed era tornata in ufficio. Adesso, intorno alle tre del pomeriggio, le era venuto un po’ di languore allo stomaco. Allungò la mano verso l’interfono per chiedere che le preparassero un caffè, ma squillò prima:

«C’è una chiamata per te. Un uomo. Non ha voluto dire come si chiama».

«Va bene, passamelo.»

«Sabrina?»

Questa voce… Impossibile!

«Sirio?!»

«Bravissima!»

«Ma come hai fatto a trovarmi, dopo tutti questi anni.»

«Almeno dieci.»

«Già. Tu ancora studiavi… quella materia strana. Ti sei poi laureato?»

«Adesso sono io a insegnarla, la materia strana.»

Sabrina lo sentì ridere. La voce non era cambiata di molto, leggermente più greve, forse. Una relazione durata non più di cinque o sei incontri. Fece un rapido calcolo. Se lei adesso andava per i quarantadue, lui doveva averne intorno ai trentatré o trentaquattro. Si erano conosciuti in fila al botteghino di un cinema, a Bologna, una sera che pioveva e lui le sgrondava l’ombrello sulle scarpe. Non che lo stesse facendo di proposito ma, dopo qualche scusa e qualche sorriso se l’era ritrovato nella poltrona accanto e non era più riuscita a scrollarselo di dosso. Nessuna recriminazione. Erano stati bene, il tempo che era durata la loro relazione. Poi era finita, punto e basta. Invece adesso si stava ripetendo la stessa situazione.

«Sabrina, ti devo parlare, ma per telefono è complicato. Dobbiamo incontrarci, pensavo di invitarti a cena.»

«Parlarmi? E di cosa! Vedi che sono sposata.»

«No, non mi fraintendere. È una questione che ti riguarda, molto delicata, dobbiamo incontrarci.»

L’insistenza la stava irritando e glielo disse.

«Il codice di sblocco dell’impianto antifurto da digitare sulla pulsantiera che si trova a destra del portoncino di accesso agli uffici che stanno al piano superiore del tuo atelier è 4343,» le disse tutto d’un fiato.

Subentrò una lunga pausa di silenzio.

«Sirio,» gli chiese, «ma cosa sta succedendo? Che ne sai tu delle mie faccende riservate?»

«In effetti ho solo un quadro d’insieme abbastanza nebuloso. Dai pochi elementi che mi sono stati riferiti, ritengo ci sia qualcuno che vuole farti del male. Ripeto, dobbiamo discuterne a quattr’occhi. Ho bisogno di alcune precisazioni che soltanto tu puoi fornirmi. Dobbiamo incontrarci.»

«Certo… certo. Ti aspetto qui, allora.»

«Parto immediatamente da Forlì e sarò a Bologna entro un’ora. Un’altra cosa, la questione tempo… Non so esattamente quando intendano agire. Potrebbe essere oggi stesso… e siamo impreparati.»

«Hanno in animo di agire… Chi, per fare cosa? Siamo impreparati? Sirio, ma di che parli?»

«Sabrina, ti fidi di me?»

«Devo dire che mi stai terrorizzando. Comunque sì, mi fido.»

«Allora devi procurare delle apparecchiature, nell’ora che impiegherò ad arrivare.»

«Capisco… Anzi, non capisco! Ma sta bene. Invia un elenco al mio indirizzo di posta elettronica.»

Glielo dettò.






mercoledì 31 marzo 2021

Svicolava - Racconto (Anteprima)


 
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Anteprima:

Svicolava

Sapete quelle giornate di agosto, quando le foglie smettono di frusciare e le cicale di frinire, quando la città si svuota e le strade deserte ti assordano di silenzio e la lancetta delle ore sembra ferma sul mezzogiorno? Ebbene in uno di questi pomeriggi – a nulla era valso a Sirio di sollecitare il professore a raggiungere la riviera; perché, infine, la sessantenne indolenza del professore l’aveva spuntata – ebbene, in un giorno così si trovavano nell’ombra relativa del patio del professor Anselmo Urbani, in via dei Villini a Forlì; e l’attenzione del professore era assorbita unicamente da elucubrazioni silenziose e immobili se spostare l’alfiere o la torre.

«Le ho mai raccontato, professore, di quel mio amico… ero al primo anno, qui a Forlì, ed io e lui si abitava insieme in una camera affittataci da un certo Mario Grandi, giusto alle spalle dell’università?»

Il professore mugugnò qualcosa di indistinto, inseguendo, con l’indice che sorvolava la scacchiera a volo radente, degli spostamenti di Torri e Regine che vedeva soltanto lui. Così Sirio si sentì autorizzato a proseguire:

«Be’, Nicola, questo amico, un napoletano dal cuore enorme come tanti delle sue parti, si era sposato giovane, con Carla, sua coetanea. L’aveva dovuta lasciare a Napoli e venire da solo a Forlì perché… Be’, questo è il succo di tutta la storia e glielo dico dopo… così non le tolgo il gusto…»

Il professore spostò la Torre.

Si conoscevano da anni, e Sirio continuava a dargli del lei. Mentre il professore, fin dal primo momento, gli dava del tu.

«Guarda» disse con l’espressione di un dodicenne che ha smontato l’automobilina e pregusta di rimontarla.

Siro fissò la Torre bianca che, minacciosa, aveva invaso il territorio del proprio schieramento.

Avanzò un Pedone e difese le retrovie.

Il professore bofonchiò e riprese a perscrutare la scacchiera con gli occhi accigliati.

«”Dunque le cose stanno così” mi disse Nicola un bel giorno, dopo un po’ che dividevamo la stanza e avevamo preso confidenza, e mi raccontò che faceva il magazziniere allo Spesafacile, giù a Napoli; sa professore, la catena dei supermercati, e Carla, che sarebbe diventata sua moglie, faceva la cassiera, sempre lì. Stavano bene, m’aveva fatto il gesto dei soldi sfregandosi l’indice col pollice.»

Il professore sollevò l’indice, come quando, in piedi davanti alla cattedra, preannunciava un qualche diktat essenziale della lezione. Invece lo rivolse alla scacchiera e non disse niente: pensava alla Regina e alle Torri… lui.

«Ma la vuol sentire questa storia, professore?»

«Dimmi, dimmi» sventolò in aria le dita il professore senza sollevare la testa.

Sirio soppesò se era il caso.

Ma sì, si disse.

Doveva pur riempire i vuoti fra una mossa e l’altra del professore.

«Allora le racconterò la storia di Nicola con le sue stesse parole, per quanto mi sarà possibile ricordare.»

«Eh? Ah, sì.»

«”Il giorno che Giovanni mi aveva chiesto il prestito… ‘In nome della nostra vecchia amicizia’…” mi disse Nicola scuotendo la testa e mimando la voce dell’amico, con quella intonazione ironica che hanno i napoletani anche quando raccontano storie tristi “non avevo esitato”...»

Il professore portò avanti l’Alfiere di casa nera per minacciare la Regina.

Si appoggiò allo schienale con la faccia che diceva: Eh? Che te ne pare?

Sirio coprì col cavallo la linea di tiro.

Il professore si protese di nuovo a studiare strategie e Sirio chiese: «Le interessa, questa storia?»

«Certo, certo, va’ avanti…»

Sirio nutriva sospetti, ma l’afa di agosto schiacciava anche il silenzio. 

mercoledì 10 febbraio 2021

"Indagini sulla morte di Betty" - 2^ edizione - Raccolta di racconti


24 DICEMBRE 2022 - La nuoiva copertina:






7 febbraio 2021


 

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La seconda edizione di "Indagini sulla morte di Betty è su Amazon.

Ho proceduto a una revisione completa del libro, riscrivendo alcuni racconti, eliminandone uno, "Rallenty", perché confluito fra i capitoli di "Una lavagna di candida pelle", e inserendone uno nuovo, "Mistersmit". 

Il risultato?

Mi rimetto al giudizio del lettore.

Al momento il libro è in offerta su Amazon.

lunedì 4 gennaio 2021

Il vortice - Racconto (Anteprima)

 



Anteprima:

Il vortice

 

Fernando Carofigghio era sagrestano della chiesa di Santa Lucia da oltre quarant’anni, cioè da quando l’allora parroco don Simplicio l’aveva preso a svolgere quel servizio dopo l’incidente di motocicletta che gli aveva offeso la gamba sinistra. Alle diciannove e trenta del ventitré di dicembre, antivigilia di Natale, uscì claudicando dalla sagrestia, che aveva riordinato e pulito, e si avviò verso la prima bussola. Meccanicamente diede un’occhiata intorno per accertarsi che non ci fosse più nessuno e passando accanto ai confessionali scostò le tende. Una volta ci si erano nascosti due fidanzatini a sbaciucchiarsi, un’altra ci aveva sorpreso un paio di ladruncoli in attesa che chiudesse. Sprangò la porta esterna e passò a verificare la bussola successiva. Tirò i catenacci anche alla seconda porta e si voltò per ritornare alla sagrestia. Era stanco, infreddolito e voleva soltanto andarsene a casa.

Ritornando verso l’altar maggiore lo vide.

Vide il vecchio Aldo Conversi disteso supino sul terz’ultimo banco, i piedi divaricati come Charlot. Gli occhi sgranati fissavano il soffitto, il collo era stranamente gonfio sotto il mento, dove una bavetta giallognola gli si era aggrumata. Una linea rossastra di sangue rappreso gli segnava la guancia dal naso giù fino all’orecchio.

Indossava i guanti, notò il sagrestano.

Il vecchio Conversi era sempre stato magrissimo, ma adesso, col cappotto e la giacca che ricadevano aperti, sembrava che la camicia contenesse un fagotto schiacciato.

Se n’era rimasto una manciata di secondi a fissare il cadavere, e gli era venuto da pensare, chi sa poi perché, che il morto non portava il cappello. E questo pensiero del cappello lo riscosse.

Trascinando la gamba offesa si affrettò verso la sagrestia e l’uscita.

Dimenticò di coprirsi.

E fuori nevicava in abbondanza. Gli intrise di gelo il pullover. Un vento dispettoso faceva mulinare i fiocchi in aria come in una sorta di danza scompigliata. Il sagrestano uscì d’impeto, sul marciapiede scivolò sulla gamba rigida, si riprese sull’altra; i lampioni stradali si specchiavano nella neve sciolta; si slanciò per attraversare senza prestare attenzione. Non si avvide del motociclista che sopraggiungeva a bassa velocità.

  

Quell’anno il ventitré di dicembre, antivigilia di Natale, cadeva di lunedì. Alle diciannove e trenta Sirio Bonanni e il professor Anselmo Urbani si trovavano nella canonica di don Pasquino Bonsangue, al primo piano di una palazzina dirimpetto alla chiesa di Santa Lucia. Fuori dai vetri appannati, fiocchi di nevischio si intravvedevano alla luce dei lampioni stradali.

Don Pasquino, un sessantenne basso di statura e col volto magro attraversato dalle rughe, aveva ereditato dalla madre triestina la carnagione chiara, che lasciava trasparire le venuzze sulle gote, e dal padre il temperamento partenopeo, che quelle gote infiammava se trascendeva dalla virtù della Temperanza. Parroco della piccola diocesi da circa un anno, si ostinava a sfidare il professor Urbani al gioco degli scacchi, uscendone continuamente sconfitto.

«Eh, professore» disse don Pasquino con la sua cadenza di Trieste «così le mangio la regina. Vuol ritirare la mossa?»

Sirio, che a quell’epoca si trovava al quarto anno di facoltà, in una poltroncina a due passi dal tavolo degli sfidanti stava studiando un volume dal titolo Teoria e applicazione delle tecniche per l'investigazione scientifica, argomento che avrebbe dovuto sostenere nel prossimo esame, subito dopo la pausa per le festività natalizie. Sollevò gli occhi sulla scacchiera, memorizzò la posizione dei pezzi e si concentrò sul viso del suo amico, il professor Urbani.

Le espressioni del volto sono veicolate da circa quarantatré muscoli facciali, per lo più volontari, altri inconsapevoli. Un attore è capace di padroneggiarne una parte, riuscendo a fingere in maniera più o meno credibile la felicità, il dolore, la sorpresa e tutta una gamma di sentimenti, ma non può controllarli tutti. Sirio, per sua dote naturale oltre che per conoscenza didattica, sapeva cogliere le sfumature invisibili delle espressioni sincere.

Urbani fingeva disappunto – borbottò qualcosa di incomprensibile – ma tra sé gongolava la vecchia volpe, stringendo nel pugno il pizzetto candido della barba e lisciandoselo verso il basso, gli occhi che scattavano tra i pezzi sulla scacchiera.

«No, no» disse Urbani al parroco «in questo gioco le mosse non si ritirano e chi sbaglia deve pagare.»

«Quand’è così!» disse don Pasquino, e sostituì la regina nera di Urbani con la propria.

Sirio non aveva mai visto il professor Urbani perdere una partita. Sulla scacchiera aveva preparato una trappola, una trappola sofisticata che nel gergo degli appassionati si chiama Vortice. Consiste nel mettere sotto scacco contemporaneamente sia il re che un altro pezzo dell’avversario, il quale, per salvare la partita deve rinunciare al pezzo minore. Così facendo però si sottopone a un successivo scacco doppio, e poi a un altro, e via di seguito, in un vortice appunto, una sorta di maledizione che pezzo dopo pezzo decima il suo esercito costringendolo a capitolare.

Urbani si leccò il labbro come un bambino che pregusta la marmellata.

«Eh, don Pasquino» disse «meglio un eccesso di prudenza che uno scrupolo di coscienza.»

Spostò il cavallo e lo posizionò a difesa del proprio Re; quindi a sua volta disse: «Scacco».

Don Pasquino fece una faccia sorpresa e scontenta. D’improvviso si rese conto che per salvare il proprio Re avrebbe a sua volta perso la Regina. Mise in salvo il Re, e, una mossa dopo l’altra, il Cavallo nero di Urbani, continuando a saltellare sui riquadri della scacchiera, lo privò in successione, oltre che della Regina appunto, anche di un Alfiere e due Torri.

Don Pasquino non aveva più esercito.

Il sangue napoletano che gli scorreva nelle vene gli imporporò il viso. Sfogò il malcontento sul proprio Re innocente ribaltandolo sulla scacchiera e si protese verso il rivale.

«Lei è il demonio…» gli sibilò a un palmo dalla faccia.

Sirio si era accostato alla finestra. Riconobbe la figura del sagrestano che usciva di corsa dalla porta della sagrestia, senza cappotto, benché nevicasse in abbondanza e un vento dispettoso facesse mulinare i fiocchi in aria come in una sorta di danza scompigliata. Il sagrestano uscì d’impeto e si slanciò per attraversare. Un motociclista sopraggiungeva, a bassa velocità, caracollò per evitarlo, gli mostrò il pugno, urlò qualcosa che Sirio non poté afferrare e proseguì scuotendo la testa.

Il trillo insistente del citofono distolse don Pasquino e il professore dalle loro contese sulla partita.

  

Don Pasquino Bonsangue, al cospetto della morte, si segnò. Il sagrestano, dopo essersi fatto il segno della croce anche lui, rimase un passo indietro, con le spalle dimesse. Il professor Urbani, valente criminologo, raccomandò: «Teniamoci a distanza. Evitiamo di inquinare la scena del delitto. I carabinieri saranno qui a momenti».

Don Pasquino avrebbe voluto proporre una preghiera, per quell’anima appena tornata alla casa del Signore. Invece Sirio lo precedette:

«Erano in due».

Guardava, o più propriamente studiava da una certa distanza le spoglie mortali del povero Aldo Conversi disteso sulla panca.

«Da cosa lo deduci?» gli chiese il professor Urbani.

«Lo hanno trascinato» rispose Sirio facendo scorrere due dita sul palmo dell’altra mano «guardi le scarpe professore, hanno le punte graffiate. Uno dei due è un gigante.»


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lunedì 21 dicembre 2020

Mistersmit - Racconto (Anteprima)

 



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Anteprima:

Mistersmit

Sirio, il cannone del Gianicolo aveva sparato da non più di dieci minuti, abbandonò il tavolino del bar titolato a Trilussa e tenne dietro ai due giovani che svoltavano nel vicolo.

Il ragazzo si chiamava Dario, la ragazza Ginestra.

Dario andava avanti a passo veloce trascinando la ragazza per il polso. Ginestra aveva un vistoso ematoma sullo zigomo, il braccio destro abbandonato. Non protestava, con le gambe legnose cercava di tener dietro al compagno.

L’acciottolato sconnesso e grigio odorava di urina stantia e muffa ancestrale. Il sole non lo lambiva da quando esisteva; da secoli si fermava alle mansarde senza mai arrivare laggiù. Un topo che rovistava in una busta abbandonata di rifiuti, sgusciò via assorbito da un tombino della strada.

Davanti a un portoncino Dario e Ginestra si fermarono; e mentre il ragazzo armeggiava con le chiavi per aprire, lei si appoggiò al muro, riversò all’indietro la testa contro la parete.

Sirio li raggiunse e disse:

«L’avete ucciso voi, Mistersmit?»

  

Primo carnevale, cominciò a leggere Sirio “Io uccido”, il libro di Faletti. Con la professione che si era scelto cosa meglio di un thriller, per sdrammatizzare?

Sirio si trovava a Roma per un convegno. Sarebbe iniziato domani, patrocinato dal Ministero degli Interni e avrebbe riunito i massimi esperti del campo. Dibattiti e interventi sarebbero stati incentrati sul tema Criminalità organizzata, trasformazioni nei metodi criminali, i curatori avevano pensato anche a un sottotitolo: Camuffamento dell’alibi. L’intervento di Sirio era programmato per la terza giornata dei lavori.

Per adesso Sirio, a un tavolino all’ombra di un bar titolato a Trilussa, si godeva il tepore di un luglio clemente, mitigato dai leggeri aliti della tramontana che in qualche modo riusciva a districarsi per i vicoli della vecchia Trastevere. La giornata era magnifica, il cielo di una trasparenza incredibile; il grigio dei cubetti di selce rimandava riflessi giallastri di luce, ombre nette si stagliavano sulle facciate delle palazzine di fronte.

Un movimento richiamò l’attenzione di Sirio. Ebbe la fugace visione di una testa che si ritraeva dietro un comignolo.

  

Il morto nella sedia pieghevole con le testa reclinata sulla spalliera fissava il cielo terso di luglio con gli occhi sbarrati.

Che fosse morto non potevano esserci dubbi. Certi mosconi col dorso lucido verde si contendevano sciamando la bavetta giallognola rappresa sul mento, gli formicolavano sulla lingua e uscivano dalla cavità oscura della bocca come carbonai alla fine del turno.

Mollica, accovacciato sul bordo del tetto a tegole, ebbe una smorfia di disgusto e distolse lo sguardo.

Nella vecchia Trastevere le case si susseguivano attaccate muro a muro, disegnavano vicoli, contornavano cortili e Mollica, spostandosi per i tetti, conosceva ogni percorso tra Porta Portese e il Gianicolo, fra piazza Trilussa e le Mura Aureliane. Ci si spostava come un altro va dalla cucina al soggiorno.

Molti dei residenti li conosceva per nome, gli capitava di coglierli, sempre accucciato dietro i comignoli o i muretti degli abbaini, mentre si spostavano in casa o discorrevano sulle terrazze. Ma lui, Mollica, i residenti li rispettava. Andava invece in cerca dei provvisori, i turisti che più o meno in ogni stagione affittavano i miniappartamenti ricavati dalle mansarde e dai lavatoi di condominio.

Il morto era un residente. Per le viuzze attorno lo conoscevano un po’ tutti, perché era un tipo col sorriso e la battuta pronta. E gli piaceva fare scherzi.

Si serviva dalla panetteria del sor Giorgione, prendeva il primo cappuccino al bar di Beppo, l’aperitivo delle sei alla caffetteria all’angolo con via della Renella e cenava da Gaspare l’Amatriciano, sempre allo stesso tavolo. Per Trastevere lo chiamavano Mistersmit, perché il cognome, più russo che americano, era impronunciabile e anzi, i trasteverini veri, quelli di sette generazioni e qualcuno della vecchia guardia, credendolo nomignolo di mala, lo chiamavano Er Mistersmit.

Mistersmit stava in Italia da chi sa quanto, c’era chi diceva dalla guerra; non risultava avesse mai lavorato, ciò non di meno campava bene, di rendita, si sussurrava; capiva il romanesco meglio di chi c’era nato, ma parlava l’italiano ancora come un inglese.

Mollica si fece forza per guardarlo. Sangue non ne vedeva. Forse un infarto.

Che faccio? Si chiese. Niente, si rispose. Lui, Mollica, non era qui, accovacciato sullo scivolo delle tegole a reggersi al comignolo. Che avrebbe potuto dire? Che girava per i tetti in cerca di collane da rubare alle tedesche, portafogli agli americani o Nikon ai giapponesi?

No che non poteva.

Stava per girarsi e gli cadde l’attenzione sulla valigetta ventiquattrore appoggiata sul tavolino accanto al morto. Preso da Mistersmit nemmeno l’aveva notata. Era aperta, come in certe scene di film di spionaggio o di scambio soldi-droga, dove il cattivo che compra la tiene a coperchio sollevato per far vedere il contenuto al cattivo che vende. E proprio come in quei film, conteneva mazzette di dollari nuovi, fascettate e impilate l’una accanto all’altra.

Almeno un milione di dollari, a dar retta ai film.

Che faccio? Tornò a chiedersi Mollica.

Per entrare nelle case usava dei guanti di tela da giardiniere – con quelli in lattice gli sudavano le mani – li indossò. C’era un morto, e stavolta più che mai non poteva permettersi di lasciare tracce. Stava per calarsi sul terrazzino quando dall’interno gli arrivò un rumore di mobili spostati.

Mollica si ritirò dietro al comignolo e attese.

  

Era stata una visione fugace, forse l’ombra di qualche uccello in picchiata, e Sirio ritornò al suo libro:

“L’uomo è uno e nessuno. Porta da anni la faccia appiccicata alla testa e l’ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale pesa di più”.

Una folla variopinta di turisti in maniche corte proiettava ombre pesanti sul selciato a cubetti. Ragazze bionde in minigonne sgargianti, t-shirt colorate. Risate ai tavoli accanto. Una donna grassa dal passo trafelato con a tracolla una ingombrante borsa sponsorizzata da un supermarket attraversò la strada e girò la chiave nel portone più avanti.

«Ah Elèna» la bloccò il sessantenne che usciva «sale da Mistermit?»

«Come tutti i mercoledì» disse la donna che si chiamava Elèna, aveva un accento slavo.

«Dev’essere uscito presto, perché non ho sentito rumori, da sopra.»

La donna era entrata, il sessantenne veniva verso il bar.

«Hai visto Mistersmit?» chiese a uno seduto a un tavolo che leggeva il giornale.

«No, oggi no. Vedrai che è qualcuno dei suoi scherzi.»

Il sessantenne possedeva una voce vibrante.

«Nico, un caffè» chiese al cameriere che si era affacciato sulla porta del bar, poi sedette al tavolino di quello col giornale.

“Qualche volta prova l’impulso irrefrenabile di staccarle e appenderle a un chiodo…” riprese Sirio la lettura del suo libro.

 

 

Elèna Masknova entrò con le chiavi e appoggiò la borsetta sul divano. Era in ritardo e andava di fretta. Appena le dieci e già il caldo era insopportabile. Nel sollevare le sedie avvertì il proprio sudore. Sempre di corsa da una casa all’altra, aveva già fatto due servizi e nemmeno il tempo di darsi una lavata sotto le ascelle. Da Mistersmit si faceva pagare due ore, però più di una non la faceva mai. Finito qui era attesa da una che si spacciava per Contessa e abitava sull’altra sponda del Tevere. Se fosse contessa davvero Elèna non lo sapeva, ma pagava bene e solo questo le importava.

Elèna, suonati cinquant’anni, alla morte della madre aveva finalmente trovato il coraggio di scappare sia da Ulzyn, il villaggio miserabile dov’era nata e suo malgrado costretta a vivere, che dalla miseria in cui la costringeva un marito sfaccendato e arrogante. A Roma aveva trovato lavoro, una certa tranquillità, e un uomo che la trattava in maniera decente; però la miseria ancora le faceva paura.

Elèna afferrò le sedie per la spalliera e le rigirò sul tavolo, poi si affrettò verso il ripostiglio in cui Mistersmit nascondeva le ramazze, recuperò lo spazzolone e riempì il secchio con l’acqua. Mistersmit non si era mai lamentato se gli faceva trovare un lavoro affrettato, e nemmeno quella volta che gli aveva frantumato il vaso di cristallo. L’unico oggetto cui sembrava tenere era una brutta maschera di cartapesta appesa nel soggiorno, un naso nero penzolante e due buchi al posto degli occhi. Una volta l’aveva tirata per le lunghe perché, diceva lui, non l’aveva spolverata. Così ci passò di fretta il panno e si mise a lavare il pavimento.

Si faceva tardi e sudava per il caldo e la fretta. Evitò di spostare le poltrone e girò attorno al tappeto; arrivò alla vetrata che dava sul terrazzo. Tirò le tende e lo vide. Vide Mistersmit nella sedia da regista azzurra col pomo d’Adamo quasi fuori dal bianco esangue della pelle e le mani abbandonate in grembo. Elèna era di religione ortodossa, e dopo il primo attimo di smarrimento si segnò sulla fronte e sul petto. Poi vide la valigetta aperta e vide i soldi, tanti soldi quanti non sapeva immaginare.

Girò la maniglia della vetrata e sentì che qualcuno entrava dalla porta.


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Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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