giovedì 19 giugno 2025

Dedizione gratuita - Racconto (Anteprima)


 

 

Il racconto completo è nella raccolta FRAMMENTI DI ADESSO pubblicato con lo pseudonimo Marcello Melis. E' disponibile in pre-ordine su Amazon a questo Link:

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 Anteprima:

DEDIZIONE GRATUITA

 

Trastevere è ancora avvolta nel silenzio del mattino, le strade sono vuote e il cielo ha quella sfumatura di azzurro pallido che promette una giornata luminosa. Io abito i vicoli antichi, dove arrivando per la prima volta come è capitato a me, ti aspetteresti di incontrare un carretto attaccato a un mulo, con a cassetta un artigiano di allora, con i baffoni arricciolati e il cappello con le falde flosce. Dipende forse dalle strade lastricate di sampietrini (come chiamano qui i cubi di selce che usano), o forse dalle palazzine basse, accostate l’una all’altra, o dai tetti di tegole scure, oppure dai balconcini minuti con le ringhiere ricoperte di gerani pendenti. Ma Roma non è così da per tutto, anzi, tutt’altro. Anche per questo il mio monolocale mansardato mi è piaciuto e ci sono rimasto, malgrado mi ci voglia più di un’ora per arrivare in facoltà e poi un’altra per ritornare. Comunque per me non è un problema, io mi sveglio presto; sarà per l’abitudine della campagna siciliana, dove sono nato e cresciuto fino a tre anni fa. Faccio colazione in casa, per risparmiare, con una tazza di latte e qualche fetta di pane. La strada, quando scendo, ha l’aspetto straniante di una piazza dopo un concerto rock, oppure dello stadio deserto. Non è una via di transito. A quest’ora del mattino incontri solo i residenti che rincasano dal turno di notte e quelli che vanno al lavoro. Poi, nel corso della mattinata le cose cambiano, si alzano le serrande dei negozi, arrivano i furgoncini dello scarico merci e i primi turisti curiosi. Più tardi i due ristoranti sul marciapiede di fronte allestiscono i tavoli, apparecchiano per il pranzo; e ancora dopo, col crepuscolo, comincia l’afflusso della movida, il ricambio delle generazioni. Arrivano i ragazzi e le ragazze con i jeans calati e le magliette sbrindellate e i tatuaggi e i piercing, si aggirano con in mano la birra tenuta per il collo e vanno a occupare i tavoli lasciati dagli stranieri, si siedono ai gradini davanti alle porte, formano gruppi, vanno avanti e indietro, e così fanno notte.

Quando esco io tutto questo è passato, le pedane dei due ristoranti sono quiete, i tavoli lasciati nudi dai camerieri sembrano abbandonati, le sedie aspettano il nuovo turno impilate da un lato. Io cammino veloce, l’aria è ancora frizzante, conserva il profumo della rugiada. Camminare veloce mi aiuta a riscaldarmi. Con la coda dell’occhio colgo una stonatura, di qualcosa fuori posto. Devo tornare indietro qualche passo, per controllare. La donna è seduta – no, meglio, riversa – sulla soglia del ristorante, nascosta dai tavoli. Indossa un vestito rosso, abbastanza lungo. I capelli che le ricadono dalla testa reclinata nascondono il viso. Non è raro il caso di senzatetto che trovi a dormire nei cantoni più incredibili, o di ubriachi e tossici rimasti accasciati dove sia, in attesa di riprendersi e ritrovare la via di casa. Io di solito tiro dritto, tanto la cosa, nella sua normalità – o anormalità – si risolve da sé. Questa volta è diverso. Mi avvicino, ma non la tocco. Non le vedo bene il petto, in quella sua posizione, con la spalla in avanti e il braccio che le ricade fino a terra. Non so stabilire se respira.

«Scusi,» dico.

Mi rendo conto di aver usato un tono troppo basso, indeciso.

Mi faccio coraggio e le scuoto piano il braccio, ma non reagisce.

Devo chiamare il 112, penso.

Mentre cerco il telefonino, lei solleva la testa; mi fissa strizzando gli occhi per mettermi a fuoco; con la fronte contratta cerca di raccapezzarsi, di ricostruire fatti.

«Dove sono?» dice.

«Come si sente?» chiedo io, invece di rispondere.

«Che è successo?»

Se sono i postumi di una sbornia, l’ha presa brutta, penso.

«Non ricorda niente? Vuole che chiami l’ambulanza?»

«No, no…» si porta la mano alla fronte, «sto bene.»

In effetti sembra solo confusa.

«Mi dia la mano, l’aiuto ad alzarsi, se la sente?»

Fa di sì con la testa, si tira su a fatica. Barcolla leggermente, si appoggia al muro, si regge alla mia mano.

Devo dire che è bella, davvero molto bella. Potrà avere una ventina d’anni più di me, intorno ai quaranta, quindi. È vestita da sera, ma senza gioielli.

«La mia borsetta?» si guarda attorno.

Guardo anch’io: non ci sono borsette.

«Com’è finita qui? Vuole che chiami suo marito, qualcuno?» agito appena il telefonino.

Ma lei: «No, no. Mi faccia sedere, un momento».

Libero la sedia in cima alla pila e l’aiuto a sedersi.

Ha la mano aperta davanti alla fronte, come per ripararsi dal sole.

«A teatro,» dice.

In effetti c’è un teatro, a poche traverse da lì.

«Era a teatro? Da sola? E poi, che è successo?»

Scuote la testa: «Non ricordo».

Non vedo lividi sulla fronte o altri segni che facciano pensare a una caduta o che abbia battuto la testa. Davvero non so che pensare.

«Dunque era a teatro, ma non ricorda cos’è successo prima e dopo. Ma se è sposata e come si chiama, questo deve saperlo.»

Mi rendo conto di aver usato un tono impaziente.

Lei fa di no con la testa: «Non sono sposata. Vivo sola. Mi chiamo Tiziana, avevo prenotato con internet, doveva venire anche una mia amica che si chiama Luisa, poi non si sentiva bene e sono venuta da sola. C’era un tipo, nella poltrona accanto, uno spigliato, sorridente, ha attaccato discorso, si è presentato, si chiama Mario, faceva commenti spiritosi sulle battute degli attori, sottovoce, accostandosi al mio orecchio. Durante la pausa mi ha offerto da bere. Poi… non ricordo più niente...

Il seguito? Appena lo pubblico vi informo tramite social,  intanto leggete qualcos'altro, non manca da leggere, qui.

😁 

 

domenica 15 giugno 2025

25.06.12 intervista di Veronica Sorrentino

 



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Intervista di Veronica Sorrentino del 12 giugno 2025

la trovate sul sito:
lacittasegreta.blogspot.com

Domanda:

Nei tuoi romanzi segui le indagini di Sirio, un criminologo che affronta casi complessi e spesso legati a misteri sfuggiti alle autorità. Com’è nato questo personaggio e in che modo si è evoluto nel tempo?

Romano:

Negli anni precedenti, durante i ritagli di tempo, nei giorni liberi da altri impegni, avevo scritto delle storie brevi, dei racconti. Quindi, volendo infine indossare una veste “professionale”, dovevo cimentarmi con un romanzo e affrontare tutto ciò che comporta.

Il genere. Avevo letto, più o meno in quei giorni, la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson, rimanendone – e come poteva essere altrimenti? – affascinato. Non pretendevo competere o emulare, sia chiaro, ma il mondo creato da questo grandissimo autore mi aveva coinvolto. Dopo aver riflettuto un po’ ho optato per il poliziesco.

Il protagonista rappresentava il passo successivo. Lo volevo diverso dagli stereotipi di detective e marescialli e commissari già visti e rivisti. Ma dove cercare? mi sembrava che letteratura e cinema avessero saturato tutte le possibilità: non mancavano uomini della strada, casalinghe, pensionati, scrittrici di gialli, falegnami e perfino preti, impegnati a risolvere delitti intricatissimi. La soluzione mi è venuta incontro casualmente, cercando nel web non so più cosa: a Forlì esiste una rinomata facoltà di criminologia! Era incredibile, nessun criminologo, che io sapessi, aveva calpestato il palcoscenico e tanto meno animato le pagine di un romanzo poliziesco.

Le caratteristiche del protagonista. Lo volevo diverso da Sherlock, Poirot, Colombo e altri inquirenti dai caratteri “eccessivi”. Il mio eroe, quindi, sarebbe stato del tutto “normale” – al massimo col setto nasale leggermente deviato –, giovane e affascinante – perché no? – e naturalmente dotato di intuito e perspicacia, caratteristiche irrinunciabili per un investigatore di talento.

La scelta del nome. Per un autore, ne converrete, come si chiamerà il suo personaggio principale è importante. Basti pensare alla cura di Svevo nello scegliere “Zeno” per il protagonista della “Coscienza” (l’ultima consonante dell’alfabeto, contrapposta alla prima vocale, la A – che lui riservava al gentil sesso, l’alfa della vita – e aveva dedicato ad Ada, Alberta e Augusta, le coprotagoniste femminili); oppure al Salvo e Augello di Camilleri (il condensato, in una sola parola, delle caratteristiche peculiari dell’uno e dell’altro). Anch’io – più modestamente – volevo per il mio eroe un nome inusuale. Non saprei dire quante ore ho trascorso a sfogliare siti internet alla ricerca di quello giusto. “Sirio” è arrivato per caso, forse al risveglio, quando la mente riposata e insegue soluzioni. Sirio è il nome di una stella e, che io sappia, nessuna persona si chiama così. Tre sillabe: Si-ri-o. Cinque lettere d’alfabeto, di cui, tre vocali e due consonanti. Quasi una simmetria, l’asse centrale fissato sulla R, affiancata dalle due I: s-iRi-o. La parola si insinua, come un sussurro, come un sospiro, scorrendo semplicemente sulla S iniziale, si adagia sulla piccola I, la vocale minutina, piccina, piccolina, che contrasta in maniera prepotente – quasi un ossimoro – con la successiva R, la consonante rude, ridondante, roboante, quella che rotola nel palato, che gonfia il petto mentre pronunci: “Riccardo cuor di Leone”. La I successiva stempera il suono della voce, le dà musicalità, si pospone per blandirla, fa da anello di congiunzione con la O in chiusura di parola, l’anello finale della catena, il lucchetto serrato.

Come si è evoluto nel tempo. Sirio, dalla pubblicazione di UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE, avvenuta nel 2020, ha risolto indagini in ben 8 romanzi e 4 raccolte di racconti. In quattro anni – l’ultimo libro, MIA È LA VENDETTA, è di gennaio 2025 – è rimasto il professore disponibile e pronto ad affrontare qualsiasi rischio pur di risolvere misteri. Che cosa lo spinge? “Curiosità,” ha affermato in qualche occasione, “di scoprire quali passioni spietate si celano sotto la maschera degli esseri umani, e quali storture ne derivino.” E c’è da credergli.

Domanda:

Le tue storie affrontano temi forti come mafia, corruzione, crimini tecnologici, psiche umana e giustizia. Quanto c’è di reale in ciò che scrivi, e da dove trai ispirazione per i tuoi intrecci narrativi?

Romano:

Mi poni una domanda articolata e per rispondere devo necessariamente partire dal primo romanzo: UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE, che getta le basi per i successivi. Dunque avevo il protagonista e il genere letterario, mi serviva una trama, che volevo complessa, non un semplice omicidio per gelosia o per accaparrarsi l’eredità. E mi serviva un “antagonista forte”, che facesse risaltare il mio eroe. Cosa di meglio, quindi, di uno psicopatico che fosse anche un imprenditore di successo sostenuto e spalleggiato dalla mafia?

Questi temi sono poi stati ripresi nei due sequel ODIO e MIA È LA VENDETTA (tutti, comunque, autoconclusivi). INDAGINI NEL WEB OSCURO è invece il frutto di una constatazione: la tecnologia informatica sta progressivamente, e in maniera inarrestabile, soppiantando l’essere umano. Basti guardare l’organizzazione di Amazon: il computer programma, dirige e organizza. Gli addetti di magazzino e i corrieri (Umani) eseguono meccanicamente. Nel romanzo tutto questo viene traslato (Dio non voglia) a dei killer, che agiscono orchestrati da AI (è uno spoiler del finale, tuttavia mi auguro che i lettori non rinuncino a leggerlo). La ricerca di originalità ha comunque guidato la stesura di trame più convenzionali in LA VITTIMA, IL TERZO MOVENTE, VIOLENZA PRIVATA e CHI MUORE SI SALVA (non dico di più per non rivelare di nuovo i finali). VIOLENZA PRIVATA è stato ispirato da due casi di cronaca raccapriccianti, che confermano come la realtà, purtroppo, sia più cruda e crudele di qualsiasi fantasia.

Domanda:

Il romanzo “Chi muore si salva” affronta un caso in cui la verità è abilmente nascosta sotto una superficie di apparenze. Cosa ti ha spinto a scrivere questa storia e cosa ti ha colpito di più durante la stesura?

Romano:

Il problema che spesso mi si presenta, accingendomi a una nuova indagine di Sirio, è di coinvolgerlo. Non è un poliziotto, per cui gli inquirenti ufficiali spesso lo contrastano, ritenendolo un intruso inopportuno. In CHI MUORE SI SALVA viene chiamato in causa per una verifica ufficiosa che l’amica Marianna – giovane magistrato alla prima esperienza in tribunale – gli chiede dopo aver visionato le riprese di una telecamera stradale: un motociclista, coinvolto in un incidente, sembra essere stato colpito da una fucilata. Da qui la sua indagine che, capitolo dopo capitolo, disvelerà un imprevedibile sottobosco criminale. In VIOLENZA PRIVATA un giudice tutelare lo incarica di trovare il padre di una bambina rimasta orfana della mamma che è appena stata assassinata, coinvolgendolo così nell’inchiesta per l’omicidio. In LA VITTIMA sono i padroni di casa che l’avevano ospitato da studente a chiedergli di scagionare un loro nipote accusato di omicidio. In IL TERZO MOVENTE è l’amico criminologo Anselmo Urbani a volere “una mano” per redigere una “perizia” da presentare al magistrato che indaga sull’omicidio di Gabriella Provvidi.

Domanda:

 Attualmente stai pubblicando su Wattpad “La vita nuova”, un romance molto diverso dai tuoi thriller. Cosa ti ha spinto a cimentarti in questo nuovo genere e come sta reagendo il pubblico a questa svolta narrativa?

Romano:

Sono un impaziente! Dal 2020 a oggi ho pubblicato 12 libri, in media tre ogni anno, tutti fra le 200 e le 400 pagine. MIA È LA VENDETTA era l’ultimo, a lungo rinviato, della trilogia sulla famiglia mafiosa dei Mugnuso, dopo UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE e ODIO. Mi è sembrato un traguardo, e ho sentito la necessità di rinnovarmi, di tentare nuove strade. Nella mia impazienza non ho saputo aspettare di aver completato LA VITA NUOVA per pubblicarlo, così mi sono rivolto a WattPad. Al momento ho scritto una cinquantina di capitoli e ne ho offerti al pubblico una trentina, a cadenza più o meno giornaliera. Le visualizzazioni sono costanti, il che mi fa supporre che molti si stiano affezionando, e la cosa mi rende felice.

 Domanda:

Le tue raccolte di racconti esplorano non solo il crimine, ma anche le coincidenze e i piccoli eventi che cambiano il destino. C’è una storia, tra tutte quelle scritte, che ti ha colpito particolarmente o ti rappresenta di più?

Romano:

Il discorso sarebbe lungo e articolato, mi limito a qualche curiosità. INDAGINI SULLA MORTE DI BETTY si è scritto praticamente da solo. Nei cinque anni impiegati a lavorare su “LAVAGNA” avevo buttato giù diverse versioni di sottotrame che servissero a presentare le peculiarità investigative del protagonista. Questi capitoli, rielaborati, sono diventati dei racconti, poi entrati a far parte della raccolta. Una delle short story in LA SIGNORA AMERICANA mi è stata ispirata da un libro che avevo letto in quel periodo, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon – un libro bellissimo il cui protagonista, un quattordicenne affetto dalla sindrome di Asperger, affronta delle sfide che per noi sono la normalità: uscire di casa, prendere l’autobus. In LA MEMORIA DELLA CARTA è stato il maestro Camilleri a ispirarmi, sia col suo “Il cane di terracotta” che con alcuni racconti “sul filo della memoria”, come diceva lui. Invece la raccolta PICCOLI CRIMINI INNOCENTI è formata per la maggior parte da storie brevi scritte negli anni novanta, rielaborati e inseriti in un trait d'union narrativo dal punto di vista di Sirio. Alla domanda “quale storia io senta più mia”, senza dubbio 1934 O IL CANTO DELLA SIRENA, nella raccolta “La memoria della carta”. L’anteprima è sul mio Blog https://romanogreco.blogspot.com/, mentre sulla presentazione del libro su Amazon è possibile leggere il racconto completo.

 Domanda:

La tua è un’attività da autore indipendente, con pubblicazioni in self su Amazon. Quali sono i pro e i contro che hai vissuto nel mondo del self-publishing, e che consiglio daresti a chi vuole intraprendere questo percorso?

Romano:

Ho già detto: sono un impaziente. Non saprei aspettare i tempi per sondare, interpellare, relazionarmi con le Case Editrici (sempre a trovarne una disposta a pubblicare i lavori di un Romano Greco qualsiasi), quindi il self è stata l’unica opzione. Per capire quanto questa mia impazienza mi vincoli, sempre a titolo di curiosità, cito che sia UNA LAVAGNA DI CANDIDA PELLE che LA VITTIMA hanno superato la prima selezione del concorso IO-SCRITTORE, rispettivamente nel 2019 e nel 2022, quella dedicata alle prime 60.000 cartelle editoriali (circa 30 pagine). Nel primo caso su 3.000 concorrenti, nel secondo su 4.000. Non ho inviato il romanzo completo perché – eh, l’impazienza! – lo avevo già pubblicato con Amazon.

Domanda:

Guardando al futuro: hai già in mente nuove avventure per Sirio o pensi di continuare a esplorare nuovi generi e personaggi, come stai facendo con “La vita nuova”?

Romano:

Pietro, il protagonista de LA VITA NUOVA, ha più o meno la mia età ed è, in certa misura, un mio alter ego. Sirio è una forza della natura, quello che un po’ tutti vorremmo – o avremmo voluto – essere. Non so chi dei due, o se qualcun altro ancora fra le nuvole vorrà accompagnarmi per quel che resta del giorno.

 


mercoledì 11 giugno 2025

Amnesia - Racconto (Anteprima)

 



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Anteprima

AMNESIA

Le dieci di sera. Per molti la giornata si avvia al suo termine naturale: divano, televisione, Buonanotte cara… buonanotte caro, letto; per me sta per cominciare. L’Amnesia è un locale dalle parti del Gasometro, chi conosce Roma sa dov’è.  Ci passo le notti del sabato, bisogna pur vivere, no? Il basso della musica non è ancora frastuono, ma una vibrazione sorda, un battito cardiaco che risale dal pavimento attraverso le suole delle scarpe e va a installarsi nello sterno. L’aria odora ancora del profumo chimico del detersivo al limone, che entro un’ora sarà cancellato, quando l'alito alcolico della folla, il sudore e un miscuglio di profumi costosi e deodoranti pubblicizzati si mescoleranno in un unico, soffocante aroma. Io mi muovo dietro il bancone, nella mia isola illuminata immersa in un acquario che si prepara a ribollire. Controllo le scorte, allineo i bicchieri, taglio i lime con la precisione meccanica dei gesti abituali. Faccio calcoli, anche. Se mi va male con le mance, questa notte pagherà due ore di affitto della mia stanza a San Lorenzo; se mi va bene, anche una rata delle tasse universitarie. Sono un contabile del divertimento altrui, un fantasma che serve pozioni per rendere la notte colorata a chi può permetterselo.

La gente comincia ad affluire, prima a piccoli gruppi, poi a ondate. Eccoli, i miei clienti. Non conosco i loro nomi, ma ormai so distinguerli per categorie. Gli Erasmus, che si accontentano di qualche birra; i turisti, che chiedono cocktail improbabili sentiti nelle serie TV; quelli delle borgate, che ordinano super alcolici e si guardano attorno in cerca di tossici da rifornire, di cellulari da rubare e di ragazze da portarsi in macchina; e poi ci sono loro, quelli che spendono senza star lì a contare i soldi e che le ragazze se le scelgono, le prendono e lasciano: perché possono. Un gruppo di questi viene ogni sabato, arrivano verso le undici, rumorosi come un'onda anomala che si prende il suo spazio, occupano il privé rialzato sulla sinistra, che considerano il loro palco personale. Mi hanno dato l’incarico – e mance appropriate – per tenerglielo libero, e io lo faccio. Il capo del branco è un tipo con la mascella dura e l'aria di chi non ha mai ricevuto un rifiuto, ho sentito che lo chiamano Lillo, o Antonello. La sua ragazza si chiama Tiziana, è bionda, carina e ben fatta. Stasera indossa un vestito nero così corto che è difficile girarsi da un’altra parte; mentre si allaccia le scarpe sportive e infila sotto al tavolino quelle eleganti, ride a una battuta del suo uomo. Ride, ma forse nemmeno l’ha sentita. I suoi denti perfetti sono il risultato di costose mascherine trasparenti e di ottimi dentisti, ma il sorriso non riesce a scaldarle gli occhi. Per me è solo La ragazza del tavolo sette.

I loro amici si attardano, si guardano attorno, indicano il deejay, indicano qualcuno sulla pista. Quando finalmente si siedono, Lillo o Antonello fa un cenno secco nella mia direzione.

Il primo ordine della serata. Inizia il rituale. Mentre mi avvicino, lui passa il braccio sulle spalle di Tiziana, un gesto ostentato, di possesso, più che di affetto. Sembra quasi mi voglia dimostrare qualcosa, per come mi fissa. La musica è alta, mi chino per captare le ordinazioni, comincio dal tipo più vicino e dalla ragazza con i capelli rossi accanto a lui, e poi man mano tutti gli altri. Loro gridano, ma la musica è più alta. Quello che non riesco a sentire lo leggo sul labiale, interpreto i gesti, ricostruisco dalle serate precedenti: Whisky, Vodka, Aperol Spritz, Mojito… scorza di limone… niente ghiaccio… doppio ghiaccio… liscio… scecherato…

Tengo tutto a mente, è la pratica.

Al banco si è fatta la fila e io sono solo. Servo quelli davanti a me, già sudati ma con la fretta di tornare in lizza. Preparo per i tavoli. Porto il vassoio in equilibrio, evitando quanti si aggirano per la sala fregandosene di me. Lillo o comunque si chiami mi tiene d’occhio – ho l’impressione – manda occhiate sbieche alla sua ragazza – mi sembra.

Problemi suoi, penso, appoggiando i bicchieri davanti a ognuno.

Sto per tornarmene al mio posto quando lui mi punta contro l’indice e abbassa il pollice.

Mi spara!

Perché poi?

Mah… ne trovi di gente strana!

Fingo di non aver visto e tiro dritto al bancone, che già è circondato da più gironi di assetati in attesa.

Per un'ora va avanti così. Ordinazioni ai tavoli, servizio in sala, servizio al banco… non ho tempo di pensare a nient’altro. Poi li vedo, Lillo e Tiziana, vengono verso di me, sono accaldati, lei si tampona con un fazzolettino di carta, lui gronda senza ritegno.

«Champagne,» fa lui.

«In calice?» all’Amnesia vogliono che si chieda.

«Bottiglia, cretino,» assesta uno schiaffo con la manona sul banco.

È già ubriaco, si vede.

Do un’occhiata verso il buttafuori accanto all’uscita ma poi lascio correre.

Chi me lo fa fare di rischiare il posto per questo qui?

Appoggio la bottiglia sul tavolo senza chiedergli che marca preferisca o altro. Con una certa perfidia gli mollo la più costosa e ritiro i gettoni che ha lasciato sul bancone bagnato.

«Portamela al divano,» fa lui.

Passa la mano dietro la vita alla sua ragazza e si avvia.

Le tocca il sedere, mentre camminano, senza nessuna discrezione.

Mi vergogno per lui, posso dirlo?

Il seguito? Appena lo pubblico vi informo tramite social,  intanto leggete qualcos'altro, non manca da leggere, qui.

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sabato 7 giugno 2025

La ragazza sul balcone - Racconto (Anteprima)


 

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LA RAGAZZA SUL BALCONE

Capelli neri, lunghi fino alle spalle, la vedevo ogni giorno fra le 13 e le 14. Non distinguevo bene i lineamenti, ma brutta non era; e posso assicurare che le gambe avrebbero compensato qualunque difetto. Per chi sa quale gioco urbanistico, per quale studiato incastro di volumi, il mio palazzo fronteggiava il suo. Io mi trovavo al primo piano, lei al quarto e trascorrevamo quell’ora del dopopranzo a scambiarci occhiate da balcone a balcone, o meglio, io la guardavo… e mi sembrava che lo facesse anche lei.

Ero un fuorisede, un leccese trapiantato nella magniloquente caotica Roma; il mio universo si riduceva a un pendolo oscillante tra la Facoltà di Architettura alla Sapienza e uno studio di progettazione dalle parti di Piramide. A giorni alterni frequentavo i corsi inseguendo la laurea, negli altri mi seppellivo nello studio, dove svolgevo calcoli di stabilità per ingegneri che avevano molta fretta e poca pazienza. Ormai la mia esistenza era un diagramma di forze, un computo di tensioni e compressioni, e, in tutto questo rincorrere, tempo per lo svago e le ragazze ne rimaneva ben poco… anzi, a essere onesti, direi niente. Lo studio si trovava a una sola fermata di metropolitana dal monolocale in affitto, così potevo sfuggire al triste rito del panino al bar assieme ai colleghi. Dalla facoltà riuscivo a rientrare più o meno nello stesso tempo. Mi scaldavo un boccone di pasta avanzata e uscivo sul balcone.

Era maggio. Le giornate a quell’ora avevano il tepore della natura al risveglio; il prato tra il mio palazzo e quello della ragazza bruna profumava di erba fresca e di margherite appena sbocciate; il rumore del traffico, in quella periferia di città, era solo un mormorio distante. Mi sedevo sulla mia sdraio con in mano un libro che non avrei letto e guardavo in su, con cautela, senza farmene accorgere. Lei era sempre lì, sul suo balcone. A volte usava una bottiglia per annaffiare i vasi, altre riordinava qualcosa, si spostava, si affacciava, si ritirava; l’incarnato rosa delle sue gambe mi ammiccava dall’ombra della gonna, mentre si voltava. Io speravo di sorprendere il colore delle mutandine, che immagino nere, oppure color carne, e mi ritrovavo a fantasticare che forse non le indossava affatto. Altre volte, anche lei sulla sdraio, leggeva un libro o una rivista, forse si appisolava, per qualche minuto. Sedeva sempre con le gambe rivolte verso di me, facendomi sognare.

Per tutto il periodo antecedente al fatto che sto per raccontarvi, non le avevo mai fatto un cenno. Oh, non per timidezza, ma perché non ero mai sicuro che mi stesse veramente guardando. Io stesso, per non farle immaginare che sbirciavo, usavo una tecnica furtiva: a testa bassa fingevo di leggere o di mangiare un frutto e alzavo soltanto gli occhi. Eppure sentivo che si era creato un feeling fra noi, un legame sottile, teso attraverso il vuoto che ci separava, invisibile eppure persistente, una relazione costruita su traiettorie di sguardi, su coincidenze di orari, sulla condivisione della medesima porzione di vita.

Non ci eravamo mai incontrati per il quartiere, forse per via degli orari, o semplicemente perché l’ingresso del suo palazzo affacciava sulla strada alle sue spalle (ad est) e quello del mio sulla via dietro di me (ad ovest). Ma presentivo che prima o poi sarebbe successo.

L’occasione è stata un ritardo. L’ingegnere mi aveva trattenuto per una questione urgente: una verifica strutturale dell’ultimo momento, col cliente che aspettava in anticamera. Tastiera, computer, formule statiche, algoritmi. Percussione di tasti, sequenze di formule, calcoli ultraveloci. Erano passate le tre, quando ho ritirato i tabulati dalla stampante.

«Dovrei andare in pausa pranzo,» ho detto sottovoce all’ingegnere, mentre glieli passavo.

La sua priorità era il cliente in attesa. «Vai pure,» ha risposto distratto.

Metropolitana. La mia fermata.

Affiorando dalle scalette nel sole del pomeriggio ho visto la ragazza bruna. Non era una sagoma umana a venti metri di distanza, una figura femminile distorta dalla prospettiva, ma lei, meravigliosamente donna. Veniva diritta verso di me e finalmente distinguevo i dettagli. Occhi scuri, fissi, decisi; naso diritto, bocca che non sente il bisogno del rossetto. Aveva la giacca ripiegata sul braccio, i capelli oscillano, la minigonna svolazzava a ogni passo delle gambe nervose e perfette. Fermo sull’ultimo gradino aspettavo che si avvicinasse. Era il momento di trasformare ogni fantasia in una realtà concreta e meravigliosa.

Le ho sorriso.

Ciao, sono io, ci vediamo ogni giorno dal balcone… stavo per dirle.

Sono stato sul punto di afferrarla per il braccio.

Lei mi è passata accanto col naso che puntava le scale della metropolitana. È sparita in quell’antro buio.

Non mi ha visto, volevo giustificarla.

Invece ero sicuro che mi aveva notato, riconosciuto e ignorato.

Il seguito? Appena lo pubblico vi informo tramite social,  intanto leggete qualcos'altro, non manca da leggere, qui.

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sabato 8 febbraio 2025

La vita nuova - Romanzo

 







Trovi i primi capitoli de LA VIA NUOVA anche su WattPad (che puoi leggere gratuitamente) a questo Link:

https://www.wattpad.com/myworks/389529074-la-vita-nuova

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1.

Nell'atrio delle partenze internazionali del Leonardo da Vinci, volti sconosciuti attraversavano lo spazio con il passo deciso di chi sa esattamente dove andare e cosa lo aspetta. Mancavano ancora due ore, e il mio volo non era comparso sul tabellone. Mi sono fermato a fissarlo a lungo, quasi che quell’assenza fosse un presagio della nuova vita che mi attendeva, poi ho trascinato il mio piccolo trolley fino al banco del check-in. La mia decisione da vecchio pazzo era così radicale che avevo scelto di portare solo il minimo indispensabile per i primi giorni. Un taglio netto, insomma, con tutto ciò che era stato il mio passato.

L’addetta al banco ha controllato i miei documenti di viaggio.

«Solo bagaglio a mano?» ha chiesto, sollevando lo sguardo.

«Solo questo,» ho risposto, indicando il trolley.

Lei mi ha restituito biglietto e passaporto e mi ha spiegato che avrei dovuto dirigermi verso il gate assegnato, ma che era ancora presto per l’imbarco.

La sala d’attesa era piuttosto ampia, con una parete completamente vetrata che dava sulle piste. Vi si scorgevano degli aerei, in lontananza, e dei carrelli carichi di valigie. Sembravano i trenini dei parchi giochi, ma tristi e silenziosi. Una coppia di anziani guardava fuori e mi sono chiesto se fossero diretti a Lisbona per il mio stesso motivo. Le agenzie di viaggio facevano sponsorizzazioni accattivanti, non potevo essere l’unico ad aver creduto alle loro promesse.

Ma forse no, erano ben vestiti, avevano accanto valigie griffate. Dopotutto chi sta bene non cambia. Forse volevano soltanto trascorre le festività imminenti in una località diversa. Avrebbero soggiornato in un bell’albergo, visitato la città, trascorso qualche serata in un ristorante dal profumo esotico e sarebbero rientrati. Oppure andavano semplicemente a trovare i figli e a coccolarsi i nipotini, a passare qualche giorno fuori dall’ordinario, per poi tornarsene alla solita vita. 

Un viaggio definitivo è un’altra cosa. È una speranza, solo chi non ha altra scelta decide di andare via.

Di fronte a me sedevano due genitori con la figlia di una decina d’anni. La bambina faceva domande, il padre le rispondeva, era immerso nel suo ruolo di genitore-educatore, si vedeva. La moglie fingeva di essere presa dalla lettura della sua rivista, la tradiva il linguaggio del corpo, la rigidezza, il sollevare in alto gli occhi, ogni tanto, quando non si trovava d’accordo con le risposte del marito. È un meccanismo che conosco, per averlo sperimentato. A me è costato il matrimonio ma non è una regola, forse per loro sarebbe stato diverso.

Con l’approssimarsi della partenza la sala si andava riempiendo. È entrato un gruppo di suore, parlavano portoghese, sottovoce, sono andate a prendere posto in fondo. Sono entrate due coppie di ragazzi tatuati, creando un po’ di scompiglio mentre si liberavano degli zaini, si sono seduti scomposti, parlavano a voce alta. Gli anziani vicino alla vetrata gli lanciavano occhiate infastidite, la mamma insoddisfatta scuoteva la testa. È entrata la comitiva di un viaggio organizzato, in testa una signora magrissima che subito ha ammainato la bandierina di una qualche associazione cattolica. Ho immaginato fossero diretti a Fatima.

Da quando mi è balenata quest’idea di andarmene, mi sono un po’ documentato sul Portogallo, prima ne conoscevo a malapena il nome. Quarant’anni a piallare tavole in una falegnameria di Fiumicino per otto ore al giorno, più quattro di viaggio, non ti lasciano molto tempo per altro. Molte volte mi sono ritrovato a pensare che se non avessi abitato nella casa lasciatami da mia madre, dove non pagavamo l’affitto, ci saremmo trasferiti, io, Giulia e la bambina, e tutto sarebbe andato in maniera diversa. Poi mi dicevo che diversa non vuol dire migliore. Se ti ripari dalla pioggia sotto un cornicione non ti bagni, ma nessuno ti assicura che ti salverai, se crolla.

È entrata un’hostess, ha annunciato in italiano e in inglese che era tempo di avviarci e ci ha invitati a seguire la collega, che dalla parte opposta stava aprendo il varco verso la pista. La coppia anziana vicino alla vetrata si è avviata per prima, poi man mano tutti gli altri. Io sarei stato fra gli ultimi, comunque mi sono alzato, in attesa del mio turno.

L’hostess sulla porta verso l’aeroporto stava per chiudere, quando un ticchettio di passi affrettati è risuonato sul pavimento, mentre una voce femminile ansimava: «Aspettate…»

La donna, rotondetta, giacca e gonna celesti, ha fatto irruzione cercando di riprendere l’equilibrio sui tacchi a spillo, ha annaspato con le braccia come in cerca di un appiglio invisibile e mi è precipitata addosso. Credo siano stati gli anni in falegnameria a salvarmi, l’abitudine a spostare carichi e pesi. Ho barcollato, ma non sono caduto. Ci siamo ritrovati abbracciati per qualche secondo, prima che l’hostess avesse il tempo di accorrere in soccorso e l’aiutasse a rimettersi in equilibrio sulle proprie gambe.

La nuova arrivata ci ha guardati con espressione confusa,  ha preso a lisciarsi la gonna con gesti impacciati, non la finiva più di scusarsi. Tutti gli altri erano usciti e l’assistente di volo ci ha invitati a seguirli.

Era quasi mezzogiorno, e benché mancassero appena due giorni a Natale, un solicello tiepido illuminava lo spiazzo. Il bus navetta aspettava a pochi metri.

«Io sono Lucia,» mi ha passato la mano sotto il gomito.

Zoppicava leggermente, così le ho chiesto: «Si è fatta male?»

«Alla caviglia, ma non è niente.»

«Farà bene a chiedere del ghiaccio, appena saremo a bordo.»

«Lei dice?»

Aveva una voce delicata e una intonazione leggermente bambinesca.

«Certo,» ho risposto, «rischia che le si gonfi.»

Arrivati al bus navetta, un inserviente in tuta della compagnia aerea ha preso in consegna la sua valigetta, poi l’ha aiutata a salire. Ci siamo ritrovati in due posti distanti. L’automezzo era silenzioso, forse aveva un motore elettrico. Scorreva sulla pista accompagnato solo da un sibilo leggero. Quando ci siamo fermati sotto l’ala dell’aereo, ho visto che l’hostess e uno steward aiutavano Lucia a scendere prima degli altri passeggeri. Uno per lato la sostenevano, mentre procedevano verso la scaletta. Una volta sull’aereo ho cercato Lucia con lo sguardo, ma non la vedevo. Mi è venuto di pensare che non le aveva detto il mio nome: mi sembrava una scortesia.

Una assistente di volo ha sistemato il mio bagaglio a mano nella cappelliera, e dopo qualche minuto il velivolo ha cominciato a rollare sulla pista. Ben presto Roma ha preso a ruotare sotto di noi, mentre l’aereo virava per orientarsi a ponente e immettersi sulla giusta rotta. Per pochi secondi ho avuto l’impressione di riconoscere i palazzoni del mio quartiere, lunghi e paralleli come i denti di un pettine, prima che la città si allontanasse alle mie spalle.

Non sapevo se l’avrei rivista.

2.

Si prevedeva un volo di circa tre ore. Per effetto del fuso orario saremmo atterrati a Lisbona intorno alle 14,30, ora locale. Ho aspettato che si accendesse la scritta “Potete slacciare le cinture” e mi sono avviato verso le toilettes, in coda all’aereo. Lucia occupava un posto in una delle ultime file, dalla parte del finestrino. L’uomo accanto a lei sembrava molto preso dal laptop che teneva appoggiato sulle ginocchia. Ha sollevato appena un sopracciglio quando lei mi ha salutato: «Ehilà».

Ho notato che aveva un bel sorriso e ho cercando di indovinarne l’età, attestandomi sui sessantacinque portati bene. La pelle chiara e liscia, caratteristica delle persone leggermente in carne che fanno poca vita all’aperto, le donava freschezza. I capelli biondi, lunghi fino alla spalla, con la riga da una parte, accentuavano questa impressione.

«Come va la caviglia?» le ho chiesto.

Ha sollevato il gomito dal bracciolo e ha fatto oscillare la mano, con le dita ben aperte.

«Così, così,» ha risposto, «il personale di bordo è stato gentile, mi ha fatto un impacco.»

«Io mi chiamo Pietro,» ho detto io.

Subito ho pensato che fosse un’uscita intempestiva. L’uomo con il laptop ha emesso un suono simile a un grugnito, che poteva essere una risata trattenuta. E d’improvviso mi sono sentito al centro di un’attenzione curiosa e beffarda anche da parte dei passeggeri vicini.

Lucia non è sembrata rilevarlo. Ha sorriso di nuovo.

«Piacere,» ha detto.

Avrei voluto chiederle dove fosse diretta, avviare una conversazione, ma a trovarmi nel corridoio e sentirmi gli occhi e le orecchie di tutti concentrati su di me, mi ha fatto rinunciare. Ho accennato un saluto e mi sono diretto verso la toilette, poco più avanti.

Quando sono uscito, l’ho trovata in piedi, nel punto dove mi ero fermato poco prima.

«Pietro, mi aiuterebbe?» ha chiesto.

Mi sono affrettato a sostenerla, mentre lei cercava di muovere qualche passo.

«Ahi,» si è lamentata quasi subito, poi ha aggiunto, con un sorriso, «non faccia il timido, mi passi il braccio dietro la schiena.»

L’ho fatto, e lei, a sua volta, si è aggrappata alla mia spalla.

«Signora le serve aiuto?» ci è giunta la voce di un’hostess, dietro di noi.

«No, no, così va bene,» ha risposto Lucia.

Abbiamo percorso pochi passi e siamo arrivati davanti alla porta dei bagni.

«Non se ne vada,» mi ha ammonito agitando l’indice in una maniera buffa, prima di chiudersi dentro.

In quei pochi minuti di attesa, ho pensato a quanto tempo fosse passato dalla mia ultima relazione, ammesso che tale potesse definirsi quella con Nella, culminata in un litigio clamoroso tre anni prima.

Lei è uscita: sorrideva.

La caviglia, che vedevo trasbordare dalla scarpetta col tacco sottile, doveva dolerle, eppure sorrideva. Aveva un che di amabile quel sorriso, una velatura di seducente serenità.

«Mi aiuti?»

Senza la barriera del Lei, la sua voce suonava intima, familiare.

«Certo.»

«Dove sei diretto?»

«A Porto.»

«Ah.»

A ogni scambio di battute facevamo un passo. Nell’ultima sua esclamazione ho colto della delusione, o così mi è sembrato.

Eravamo di nuovo accanto al tipo col laptop, che ci ha guardati con la faccia di quello che domanda: Che faccio, mi alzo?

«Grazie,» gli ha risposto decisa Lucia.

Laptop non ha sbuffato, ma era chiaro che avrebbe voluto. Ha staccato il filo dalla presa, appoggiato lo smartphone e le cuffiette sul portatile e si è districato con impaccio dal sedile.

«Prego.»

Intanto ci aveva raggiunti una delle hostess.

«Signora, devo avvisarla che all’atterraggio ci sarà un’autoambulanza, ad attenderla. Ce lo impone la Compagnia, per via dell’infortunio. Può usare lo smartphone, se desidera avvertire qualcuno.»

Ha chiesto se aveva bisogno di qualcosa e Lucia ha risposto di no e ha ringraziato, così se n’è andata.

«Perché la Compagnia,» ha rimarcato, «si impiccia dei fatti miei?»

«Problemi con le assicurazioni, immagino,» le ho risposto.

«Che scocciatura,» si è lamentata. Ha guardato fuori dall’oblò, come se potesse trovare una soluzione fra le nuvolette che galleggiavano in lontananza.

«Devi avvertire?» le ho ricordato la raccomandazione dell’hostess.

«No, no, non occorre»

Era distratta, sembrava molto presa da quelle nuvolette indolenti.

Mister Laptop continuava a grugnire e a sbuffare, così me ne sono tornato al mio posto.

Non molto dopo, dagli altoparlanti si è diffusa la voce di una delle assistenti di volo per annunciare che stavamo sorvolando Lisbona. Ci ha invitati ad allacciare le cinture.

Avevo volato in un’unica occasione, in precedenza, con Giulia, per il nostro viaggio di nozze. Mi sono ricordato che l’aereo aveva sobbalzato più volte, toccando la pista e mi sono preparato a questo impatto traumatico stringendo i braccioli. Invece a un certo punto ho percepito che l’aereo rallentava e poi si fermava. Eravamo atterrati e non me n’ero accorto. In quel momento, per chi sa quale associazione d’idee, quell’evento, in sé insignificante, mi è sembrato una metafora profonda della mia vita: la speranza, se non proprio la promessa, che il futuro, da quel momento in poi, sarebbe stato diverso dal disastroso passato con Giulia.

Quando i passeggeri hanno cominciato a scendere, sono rimasto al mio posto e l’hostess me ne ha chiesto il motivo.

«Aspetto per vedere se la mia amica ha bisogno di qualcosa,» ho spiegato.

Attraverso l’oblò vedevo l’ambulanza, che era venuta a fermarsi vicino alla scaletta. Dopo un po’ è salito il medico, seguito da due barellieri, ha fatto distendere per quanto possibile Lucia sui sedili e ha controllato le condizioni della caviglia.

«La porteranno in ospedale,» ha spiegato a me, mentre i paramedici la sistemavano sulla barella.

Ha scritto qualcosa su un taccuino e ha staccato la pagina: «Questi sono i recapiti, se vuole raggiungerla».

Quando sono sceso dalla scaletta, l’ambulanza era già partita. Sono uscito dall’aerostazione e mi sono messo in fila per il taxi.

Erano passate da poco le tre del pomeriggio e il treno per Porto sarebbe partito alle sei, avevo tutto il tempo che mi serviva.


3.

Mezz’ora dopo il tassì si è fermato davanti a un edificio ottocentesco con le facciate rosa. C’erano delle statue sui piedistalli, nello spazio fra le finestre del piano più basso.

Ho chiesto al tassista dove fosse il pronto soccorso e credo non mi abbia capito. Di sicuro io non ho capito le sue risposte. Poi ha ripetuto la parola Urgencia e ha fatto gesti insistenti verso una stradina. Siccome non ci intendevamo nemmeno sul costo della corsa, gli ho allargato a ventaglio delle banconote e lui ne ha prese alcune, con la faccia contenta. Ha aspettato che scendessi ed è ripartito.

La prima delle parole che imparavo, di quella che nelle intenzioni sarebbe stata la mia nuova lingua, era dunque urgencia.

L’interno del pronto soccorso era un ambiente moderno, col pavimento in linoleum, il soffitto a riquadri e le sedute a schiera in plastica azzurra. Ho mosso qualche passo fra le persone in attesa e osservato volti. Lucia non c’era. Essendo arrivata in ambulanza, doveva essere stata condotta direttamente agli ambulatori, ho immaginato.

E adesso, come ritrovarla?

Sentivo voci sommesse attorno a me, coglievo parole che non capivo.

Mi sono accostato agli sportelli. Pazienti e accompagnatori pronunciavano rapide richieste, il personale oltre i cristalli forniva rapidissime risposte, perfettamente incomprensibili. Senza molte speranze, mi sono messo in coda, e arrivato il mio turno ho chiesto:

«Cerco Lucia… non so il cognome, è italiana… è stata portata dall’aeroporto in ambulanza…»

«Eu não entendi.»

Per me era facile: Eu, io; não, non; entendi, capisco.

«Lucia,» ho sillabato, «italiana… ambulanza…»

Sembravo un muto che imita chi parla.

Però l’impiegato, un giovanotto riccioluto con gli occhi vispi, ha colto una parola:

«Italiano? Espere.»

Ha preso il suo smartphone e ha digitato qualcosa. Me lo ha mostrato.

“Digiti qui la sua richiesta,” diceva il piccolo display.

Un traduttore, come avevo fatto a non pensarci?

Una volta di più mi sono reso conto di appartenere alla schiera dei vecchi, di quelli che faticano ad apprendere queste tecnologie tanto utili. Il ragazzo aveva la faccia di chi ha inferto un colpo diretto all’ottusità, e forse aveva ragione.

Ho digitato la mia domanda e il giovane operatore mi ha mostrato la risposta sorridendo: “È in ortopedia, uscirà al termine della medicazione dalla porta alla sua destra”.

Ho ringraziato e sono andato ad appostarmi dove mi aveva indicato.

Erano le quattro e mezza del pomeriggio e il mio treno sarebbe partito alle sei.

Avevo tempo.

Ho visto i simboli dei wc su una porta lì vicino e sono entrato, sperando che Lucia non uscisse proprio in quei pochi minuti. Purtroppo, alla mia età, la vescica non ha pazienza. Poi ho preso uno spuntino dalla macchina automatica, considerato che dopo il break in aereo non avevo mangiato più niente.

Le cinque!

Ho cercato su un sito in italiano quale fosse il tempo di percorrenza fra l’ospedale e la stazione ferroviaria: sette minuti!

Ce la potevo fare.

Si è aperta la porta e ne è uscita una donna anziana in carrozzella, sospinta da un’infermiera. Io ho sbirciato all’interno, ma ho visto solo un corridoio vuoto. Poco più tardi è uscita una giovane con un neonato in braccio; i familiari l’hanno circondata, ponendole domande in tono apprensivo.

Le cinque e un quarto…

Non potevo più aspettare, ho cercato in internet il numero di telefono dei taxi e ho inoltrato la chiamata. Rispondendo in italiano all’operatrice, le ho chiesto una vettura.

«Davanti al pronto soccorso dell’ospedale,» ho precisato.

«Va bene, sarà lì entro dieci minuti,» ha risposto in un discreto italiano.

Mi sono voltato per andarmene e in quel momento ho sentito che Lucia mi chiamava: «Pietro».

Si appoggiava a una stampella e non aveva più i tacchi a spillo, ma delle pantofole azzurre. Al piede infortunato portava un tutore, del colore della pelle. L’inserviente che l’accompagnava mi ha passato la sua piccola valigia ed è rientrato.

«Mi hai aspettata,» ha detto lei, con quella sua vocina briosa e un po’ fanciullesca, «che gentile.»

«Ho chiamato un tassì…»

Volevo spiegarle che dovevo affrettarmi alla stazione, ma non me ne ha lasciato il tempo.

«Hai fatto bene,» ha detto, «è stata un’ottima idea.»

Mi ha passato la mano sotto il gomito e mi ha indirizzato verso l’uscita.

«Risparmieremo un’ora, rispetto al treno… e poi io, con questo piede…»

Per un istante ho immaginato che dovessimo andare nella stessa direzione, tanto più che le avevo confidato di essere diretto a Porto, ma lei ha aggiunto: «Saremo ad Albufeira per le otto, sarai nostro ospite, naturalmente».

Albufeira si trovava dalla parte opposta, rispetto alla mia destinazione finale. Non ho protestato subito, e questo ha deciso del nostro futuro. La mia fatale esitazione era stata causata da una parola che lei aveva detto in tutta innocenza: Nostro.

Il plurale presupponeva la presenza di un’altra persona, oltre lei. Un marito? Un compagno? In entrambi i casi qualcuno che non desideravo incontrare e con cui non ritenevo di avere alcunché da spartire.

Ma ancora una volta il destino, nelle sembianze della donna che mi stringeva il braccio, ha deciso per me. Il tassista ha preso la sua valigetta e il mio trolley e li ha riposti nel baule posteriore, poi ha aperto lo sportello.

«Sali per primo,» mi ha chiesto Lucia, «così potrai aiutarmi meglio.»

Infatti, il tassista da fuori, io dall’interno, l’abbiamo sorretta. Sia pure con qualche difficoltà è riuscita a salire e subito ha comunicato la destinazione al conducente.

L’orologio sul cruscotto indicava che ormai mancavano pochi minuti alla partenza del mio treno, in ogni caso l’avevo perso, così mi sono appoggiato allo schienale e ho cercato di rilassarmi, di ignorare la frustrazione. Pazienza, mi sono detto. Una volta ad Albufeira avrei cercato un albergo e l’indomani sarei ripartito per l’appartamento che dall’Italia avevo prenotato a Porto. In fin dei conti si trattava solo di un contrattempo, niente di più. E tempo ne avevo.

Era una considerazione che mi ero ripetuto più volte da quando ero andato in pensione, due anni prima. Nei primi tempi mi ero iscritto a una scuola di ballo e a una di inglese, per riempire il vuoto che subentrava al lavoro nella falegnameria. Poi era intervenuta un’apatia inconsapevole, che mi aveva fatto rinunciare a quegli interessi effimeri.

Lo strombazzare di un’auto al semaforo passato al verde, mi ha riportato al presente.

Lucia era silenziosa. Guardava i passanti incappottati sui marciapiedi, illuminati dalle insegne; osservava da lontano le vetrine addobbate per il natale e le lucine intermittenti appese alle ringhiere dei balconi. La città ci scorreva accanto, sconosciuta e insieme familiare come ogni città.

«Ti aspetta qualcuno a Porto?» si è riscossa, a un certo momento.

«No, nessuno,» ho cercato di dare un tono indifferente alla risposta.

«È la prima volta che vieni in Portogallo?»

«Sì, la prima.»

Adesso mi studiava.

«Ma non sei qui per turismo, ti vuoi trasferire.»

Se prima ero stato ben disposto nei suoi confronti, adesso quelle domande mi sembravano una intromissione gratuita. Che diritti aveva su di me? Mi chiedevo. Al primo incontro-scontro nella sala d’attesa, e poi durante il volo, avevo colto dell’interesse da parte sua; il desiderio di conoscenza e forse di frequentazione che io stesso provavo. Invece avevo scoperto di essermi sbagliato, che la sua era stata semplice curiosità, quella confidenza che nasce fra compagni di viaggio e che si esaurisce all’arrivo.

Comunque, con tono neutro, ho risposto: «Sì, a Porto. Mi sembra un buon posto, per invecchiare».

«Da solo?»

«Certo.»

«E non ti fa paura?»

«Cosa?»

«La prospettiva della solitudine… del vuoto intorno a te, intendo.»

Ho scosso le spalle: «Qualcuno incontrerò, immagino».

«Oh,» ha sospirato lei, «Porto è un luogo triste, la natura è avversa. Ci sono stata… e subito sono fuggita per andarmi a rifugiare al sud.»

Avevano detto qualcosa di simile anche nell’agenzia, in Italia, dove mi ero informato più volte. Ma era stato proprio il desiderio di isolamento a farmi scegliere quella località. Però, con Lucia, non ho replicato.

Lei si è estraniata, ha guardato fuori. I fari illuminavano un tratto di autostrada, davanti a noi; luci di case lontane scorrevano nei finestrini, come in televisori senza volume.

Da parte mia ero curioso di sapere di lei, avrei voluto chiederle quali rapporti intercorressero con quel suo marito o compagno che l’aspettava ad Albufeira, se fosse felice o non volesse a sua volta una vita diversa. Però non osavo chiedere. In fin dei conti, che diritti avevo, a mia volta?

Abbiamo percorso alcuni chilometri senza parlare, accompagnati dal brusio del vento e dal ronzio sommesso del motore. Però, quel silenzio, mi sembrava contenesse l’attesa di qualcosa rimasto in sospeso, di una giustificazione, da parte mia, che stemperasse la rudezza delle parole precedenti.

«Non sopportavo più di incontrare la mia ex moglie,» ho detto.

La voce, mi sono reso conto, ha tradito la dose residua di rancore che provavo nei confronti di Giulia. Ma non ho aggiustato il tiro, non ho aggiunto qualcosa che stemperasse.

Lei è tornata a guardarmi: «È da molto che siete separati?»

«Trentaquattro anni.»

Doveva sembrarle – e lo era – un lasso di tempo lunghissimo.

«Vi frequentavate ancora?»

Era meravigliata,  non capiva. E come avrebbe potuto?

«Ci incontravamo, e la cosa, a distanza di anni, ancora mi disturbava.»

Si trattava di una spiegazione a metà, mi era evidente, ma adesso, dopo essere stato io ad aprire il discorso, non mi sentivo più di andare oltre, anche per via dell’autista, che forse non capiva una parola o forse sì.

«Non potevi evitarla?»

Ormai ero alle strette, dovevo rispondere.

«No. Abita col suo compagno nel palazzo di fronte. La vedevo se usciva sul balcone e attraverso le finestre, mentre girava per casa, e poi la incontravo per strada, dal fruttivendolo, dal panettiere… e lo stesso accadeva col suo marito di seconda mano.»

«Adesso mi spiego la fuga,» ha commentato, «ma dev’esserci dell’altro.»

E c’era, ma ero stanco di confidenze inutili. L’indomani io e Lucia ci saremmo salutati e probabilmente non ci saremmo mai più rivisti. Questo pensavo, sbagliando.

I fari del taxi hanno illuminato un cartello stradale e il tassista ha esclamato: «Senhores, chegamos».

«Siamo arrivati,» ha esultato Lucia.

Io mi sono incupito ancora di più.

4.

Le villette si susseguivano lungo una strada abbastanza larga. Costruzioni recenti, col prato di erbetta rasata che arrivava al marciapiede, la cassetta per la posta infissa a un palo e il vialetto lastricato. Attraverso le finestre illuminate si scorgevano alberi di natale e famiglie riunite. Lucine variopinte facevano l’occhiolino sugli abeti addobbati nei giardini. Lucia, poco prima, aveva fatto una telefonata per avvertire, e un gruppo di persone l’aspettava all’inizio del vialetto. Appena è scesa si sono levate voci di Benvenuta e ben tornata e di Come stai e che bello rivederti! Ci sono stati abbracci e interessamento per la caviglia lussata e spiegazioni e parole di conforto. Io intanto, al colmo dell’imbarazzo, cercavo di convincere il tassista ad accettare la mia carta di credito italiana, dal momento che non avevo contante sufficiente. E nello stesso tempo speravo che le mie contrattazioni passassero inosservate. Invece Lucia se n’è accorta e ha pagato lei la corsa, subito stroncando le mie rimostranze e pretese di rimborsarla.

«Lui è Pietro,» mi ha presentato.

Ho stretto mani e ricevuto pacche cameratesche da parte di sconosciuti, poi qualcuno ha esclamato: «Entriamo in casa».

Un uomo ha preso Lucia sottobraccio, un altro le ha portato la borsa da viaggio, qualche donna continuava a parlare con lei strada facendo. Io sono rimasto indietro, con il mio trolley che ballonzolava sul prato umido di rugiada.

Una volta in casa ho potuto soffermarmi sulla compagnia. L’età media era di settant’anni, ma sembrava non pesassero a nessuno. Un minuscolo presepe, sul mobile dell’ingresso, dava il benvenuto all’ombra di un altrettanto minuscolo alberello illuminato. Nel soggiorno, un tavolo imbandito e le sedie che lo attorniavano prendevano quasi tutto lo spazio. Si erano formati vari gruppi e qualcuno aveva riempito calici. Facce allegre si scambiavano commenti. Lucia era in fondo, circondata dai suoi amici e dalle sue amiche, mentre io, rimasto vicino all’ingresso con il mio trolley e il cappotto addosso, ero tentato di andarmene.

Lucia mi ha chiamato agitando la mano: «Pietro, vieni qui».

Scusandomi con quanti incontravo sul cammino, ho trascinato il trolley fino a lei.

«Vieni,» mi ha detto, «togliti il cappotto, lascia qui la valigia.»

Ha aperto l’uscio di una camera matrimoniale. C’erano altri cappotti sul letto.

«Le case non sono molto grandi,» mi ha spiegato, «ma sono belle, non trovi anche tu? E si è formata una bella compagnia.»

«Tutti italiani?» le ho chiesto.

«Oh, no, molte case sono le residenze estive di persone del posto, ma la nostra è una colonia di pochi ma buoni,» ha fatto una risatina.

«A tavola, a tavola,» ha sovrastato tutte le altre la voce di una donna.

Lucia mi ha voluto accanto a sé, e all’altro suo fianco si è seduto l’uomo che l’aveva sostenuta sul vialetto, un tipo alto, con le spalle larghe e i baffetti bianchi. Ne ho concluso fosse lui il suo compagno.

Questa banale considerazione me l’ha reso antipatico fin da subito, provocando un’impennata di quel malumore che mi aveva accompagnato per tutto il viaggio in taxi.

A quanto pareva, prima del nostro arrivo erano stati consumati gli antipasti. La donna che mi era stata presentata col nome di Stefania, la padrona di casa, ha finito di portare via gli avanzi e ha posto a centro tavolo una zuppiera fumante di tortellini in brodo. Si sono levati applausi.

Lucia si è protesa verso di me.

«Non è bello qui?» mi ha chiesto, a bassa voce.

Ho lanciato un’occhiata a Baffetti bianchi, che mi è parso interessato a quel che mi stava dicendo. Se c’era un ruolo che intendevo evitare, era quello del terzo incomodo manipolato per ingelosire l’amante. Ho risposto con un gesto vago e mi sono rivolto verso la donna alla mia sinistra, un tipo che giudicavo snob, col decolté scarno adornato da una collana di perle forse vere e forse no e vari bracciali a entrambi i polsi. Mi è parso che si aspettasse la mia attenzione, perché subito ha chiesto:

«Pietro… vieni da Roma, vero?»

«Sì, da Roma.»

«Ne ero certa, per via dell’accento, capisci. E sarai qui per i soliti motivi…»

Non essendomi chiaro di quali motivi potesse trattarsi, ho risposto con un gesto vago.

«Eh,» ha sospirato lei, leggermente melodrammatica, «tutti noi, qui, fuggiamo da qualcosa, non trovi anche tu?»

Ha fatto una pausa, in cerca del mio consenso; poi ha proseguito, accennando col mento all’uomo che ci sedeva di fronte, un tipo accaldato con le guance arrossate dal vino.

«Ettore, per esempio. Si è ritirato dagli affari, dice lui; è scappato dai creditori, dico io,» mi ha rivolto con gli occhi una richiesta di approvazione, che non ho potuto accordarle.

«E Antonella?» ha ripreso.

La donna, una signora di passati i sessanta, dalla vita sottile e i fianchi leggermente arrotondati, deve aver colto la nostra attenzione: ci ha sorriso ed è tornata a interessarsi ai discorsi del suo vicino di posto.

«Sono cinquant’anni che cerca di dimenticare. Ne avrai sentito parlare… da ragazzina è rimasta prigioniera per giorni in mano a quattro balordi che l’hanno violentata in tutti i modi possibili e immaginabili. È riuscita a evadere… dalla prigione fisica, capiscimi bene, ma… dai ricordi?»

La domanda, lasciata in sospeso, conteneva in sé la risposta. Non ho obiettato, mentre lei proseguiva con le presentazioni a distanza.

«Guarda Stefano, a capo tavola, e Stefania, accanto a lui. Non solo hanno lo stesso nome – che secondo me è già un indicatore – ma fanno gli stessi discorsi e si intendono per telepatia. Beh, due persone così uguali, ti chiederai, da che possono fuggire? Dalla monotonia, ti rispondo. Capisci che voglio dire?»

Il prossimo, secondo l’ordine che stava seguendo, sarebbe stato Baffetti bianchi, ma lei si è rivolta a me direttamente: «E tu, Pietro?»

Mi fissava, indagando, forse cercando sul mio volto la risposta che non le fornivo. D’altra parte, che confidenze poteva pretendere da una persona che frequentava da pochi minuti? Però non si è data per vinta.

«Ma forse tu non stai fuggendo,» ha concluso, con quella sua intonazione da attrice nella parte, «tu sei in cerca di qualcosa. Correggimi se sbaglio, dell’amore.»

Mi sarei messo a ridere, se non avessi incontrato la serietà del suo sguardo.

Ho cercato una scappatoia: «Anche tu di Roma?»

Ha sorriso: «No, mi ci sono trasferita ai tempi dell’università e poi, sai come succede, incontri questo, frequenti quell’altro, ci sono rimasta».

Voleva riportare il discorso sulle questioni di cuore, io no.

«Laureata, quindi, in cosa?»

«Economia e commercio. Ho esercitato da fiscalista per circa trent’anni e alla fine eccomi qui. Non mi chiedi da cosa ho voluto allontanarmi?»

Ho sollevato leggermente il sopracciglio, e lei: «I figli!»

Ho colto nostalgia, più che rancore.

«I figli?» le ho chiesto.

«Oh, non i miei, non ne ho avuti, sebbene li desiderassi. Quelli dell’uomo che ho commesso l’errore di sposare. Due sanguisughe, assieme a lui.»

Non volevo altre confidenze, da parte di quell’estranea. Mi ha salvato Stefania, di ritorno dalla cucina con un vassoio che profumava di arrosto. Lo ha posato a centro tavola. «Servitevi,» ha detto, «vado a prendere i contorni.»

Lucia si è impossessata delle posate di servizio e mi ha messo due fette nel piatto.

«Stefania è una brava cuoca.»

La frase era banale, ma le era servita per riprendere contatto con me; questo mi era sembrato. Intanto Baffetti bianchi era impegnato a chiacchierare col padrone di casa, alla sua destra.

Non sapevo come interpretare quell’interesse di Lucia e allo stesso tempo non volevo trovarmi nella posizione scomoda della reticella sul tavolo da ping pong.

«Senti,» le ho detto, per mettere in chiaro le mie intenzioni, «si sta facendo tardi e vorrei prenotare l’albergo. Ne conosci qualcuno a buon prezzo o cerco in internet?»

«Non se ne parla,» si è incupita, «se mi fai una cosa del genere non ti guarderò più in faccia.»

È rientrata la padrona di casa, annunciando: «I contorni!»

C’è stato il solito seguito di apprezzamenti e qualche battimano. Stefania, tornando a sedersi, ha detto qualcosa a Lucia, che ha dovuto prestarle attenzione.

Melodrammatica mi ha appoggiato la mano sul braccio: «Posso ospitarti io, se vuoi».

CAPITOLO 5°. Simpatie e antipatie

 Avevo avuto le mie relazioni, naturalmente, più o meno coinvolgenti e più o meno durature, sia prima del matrimonio che dopo la separazione da Giulia. Ma adesso, arrivato a sessantasette anni, non pensavo più ad avventure o convivenze, mi sembravano fuori luogo e fuori tempo massimo. Sapevo di colleghi e colleghe che avevano formato coppie in età avanzata, avevo sentito anche di amori sbocciati negli ospizi, ma ero convinto che non facessero per me. Eppure le avances esplicite e inattese della donna in cerca d'amore mi hanno lusingato.

Intanto lei mi teneva sotto il tiro di due occhi maliziosi e io non sapevo come uscire dall'impasse.

Ho scelto il modo meno adatto.

«Scusa,» le ho detto, «non ricordo come ti chiami.»

Ho sbagliato i tempi, come con Lucia sull'aereo, quando mi ero presentato. Ma la reazione della donna è stata diversa: si è voltata di scatto alla sua sinistra e si è intrufolata nei discorsi degli amici.

Sono rimasto isolato, all'interno di quel frastuono festoso. Però non mi infastidiva. Al contrario, rafforzava in me la volontà di partire al più presto per il mio eremo al nord, di prendere possesso quanto prima dell'appartamento isolato che avevo scelto, lontano da cene chiassose e ricerca dell'eterna gioventù. Infatti, guardandomi attorno, fin dall'inizio avevo percepito nei presenti una volontà diffusa di trattenere il normale scorrere del tempo, di rimandare per quanto possibile la consapevolezza dell'età che avanza. Tutto questo mi sembrava innaturale e artefatto, non si addiceva alla mia natura disillusa.

Mi ha riportato al presente lo scoppio provocato dal tappo di una bottiglia di spumante. Calici si sono protesi verso il padrone di casa, intento a versare, e mani hanno preso fette di pandoro offerte da sua moglie Stefania. Tre persone alla mia sinistra, due donne e un uomo di cui non ricordavo i nomi, hanno fatto il giro attorno al tavolo per andare a servirsi. Le due donne si somigliavano: stessa altezza e identico castano dei capelli. Due tipi anonimi. Invece l'aspetto dell'uomo si faceva notare: magro e un po' curvo, ma con le gote arrossate. All'anulare sinistro portava un anello col brillante e al polso un orologio d'oro. Non sono un intenditore, ma avrei giurato che valessero almeno quanto un anno della mia pensione.

Lucia ha passato un calice anche a me e ha fatto in modo di indugiare con le sue dita sopra le mie, o così mi è sembrato.

«Ti auguro di trovare la felicità che cerchi,» ha detto, avvicinandosi.

Ero stato preso un po' in contropiede.

«Anche a te,» le ho risposto.

Lei ha fatto tintinnare il suo calice contro il mio e ha sorseggiato, seguitando a fissarmi da sopra il cristallo rilucente. In quel momento aveva uno sguardo che sapeva di miele, una dolcezza ingenua di adolescente che non stonava col suo aspetto di donna matura.

A quel punto tutti eravamo in piedi. Baffi bianchi, dopo di lei, allungava il braccio per toccare bicchieri, poi ha cercato il suo e lei si è voltata verso di lui. Non ho potuto cogliere le loro espressioni e non sapevo che pensare. «Pietro, auguri,» mi ha chiamato qualcuno dalla mia sinistra. Ho sorriso, ho brindato e scambiato frasi preconfezionate di circostanza, poi Melodramma mi ha fatto l'occhiolino. «Il mio invito è sempre valido,» mi ha sussurrato, molto vicino all'orecchio. Il suo respiro odorava di cibo e di vino.

«Già l'una, è ora di andare,» ha annunciato qualcuno.

Sono cominciati i saluti, gli abbracci, gli scambi di battute che sapevano di nostalgia per la bella serata e di vaghe programmazioni di cose da fare l'indomani, vigilia di natale. Cappotti, cappelli, guanti, l'esodo è iniziato. Ordinato e un po' melanconico il codazzo si è avviato per il viottolo lastricato, incontro al nebbiasco notturno. Io, che non avevo ancora una destinazione, ho indugiato; così, alla fine, oltre a me e ai padroni di casa, erano rimasti Melodramma, Lucia e Baffi bianchi.

Sembrava che il futuro di molti dipendesse da me solo, e questo ruolo di arbitro dei destini non mi si confaceva.

«Vado a prendere il mio trolley,» ho detto al padrone di casa, indicando verso la loro camera.

«Prendi anche la mia borsa,» mi ha chiesto Lucia, mentre mi avviavo.

Poi si è rivolta a Baffi bianchi: «Grazie Aldo, sono pochi passi, mi aiuterà Pietro».

Aldo ha allargato le braccia, «Come vuoi,» ha risposto, «Melania, facciamo la strada assieme?» si è rivolto alla donna del melodramma.

Lucia e io siamo usciti per ultimi.

«È qui a destra, saranno cento metri,» mi ha detto, mentre imboccavamo il marciapiede, inoltrandoci nella foschia densa.

Camminavamo adagio, per via della stampella.

Avevo studiato i luoghi, prima della partenza, assieme all'agente del turismo. Sapevo che Albufeira sorge per buona parte in cima a una scogliera a strapiombo sul mare. La nebbia assorbiva ogni suono, eppure, ogni tanto, avvertivo, o così mi sembrava, il fragore smorzato della risacca. Era impossibile, naturalmente, ma assieme a quel suono potente – reale o immaginario che fosse – avvertivo anche il profumo agre e volatile del salmastro marino.

«Albufeira ti piacerà,» ha detto Lucia.

La sua voce, così vicina, mi è parso provenisse da una distanza incredibile. Da un'altra dimensione, forse, o dall'aldilà. E la sua figura sfocata non faceva che accrescere questa suggestione. Ma la presa sul mio braccio era reale. Non ho replicato, così, dopo qualche passo, lei ha aggiunto: «Domani si va a Benagil, mi accompagnerai, vero?»

Mi ha confuso un'altra volta: intendeva con tutti i suoi amici, o io e lei soltanto?

La mia risposta, o meglio, quel che doveva determinare la mia decisione, supponevo, dipendeva da una eventualità o dall'altra. Inutile negare che quella donna esercitava un fascino trascinante su di me. Che l'atteggiamento di distacco avuto nei confronti di quell'Aldo mi dava speranze. Che la sua vicinanza, in qualche modo, mi assoggettava.

«Certo,» le ho risposto.

Dopo pochi altri passi si è fermata.

«Ecco, è qui,» ha detto.

Io non vedevo la casa e scorgevo appena un tratto iniziale del prato. Mi sono lasciato guidare.

Il vialetto lastricato bastava per una persona, ho dovuto camminare nell'erba umida, trascinando il trolley e reggendo la sua borsa sotto il braccio. Siamo arrivati a dei gradini, che lei ha salito a fatica. Ha aperto e siamo entrati. La disposizione delle camere era identica a quella della casa da cui eravamo appena usciti. Lei si è lasciata cadere su una poltrona.

«Sono esausta,» ha detto.

Mi ha spiegato come accendere la caldaia dei termosifoni, perché, Brr, era intirizzita.

«Dovrei anche fare una doccia,» ha considerato poi, «ma non me la sento. Però tu non fare complimenti.»

L'ho ringraziata. Anche io ero molto stanco.

Ho indicato il divano: «Dormirò lì, starò benissimo».

Lei ha provato ad alzarsi, ma non ci riusciva.

«Aiutami,» ha chiesto, «accompagnami di là.»

Una volta in camera da letto, ha indicato l'armadio: «Lì dentro ci sono le lenzuola e il piumone. Io mi sdraio, tu fa' come se fosse casa tua».

L'ho aiutata a distendersi, vestita, come aveva chiesto, e l'ho coperta. Poi ho preso il necessario e l'ho portato in soggiorno. Uscendo ho tirato l'anta, per chiuderla, ma lei mi ha fermato: «No, lascia aperto».

Avevo un pigiama, nel trolley. Sono andato a cambiarmi in bagno.

Avevo soggezione a mostrarmi svestito. In fin dei conti, appena quella mattina mi trovavo a Roma, immerso in un'altra vita, e adesso a chilometri di distanza, in una casa che non era la mia, in una vita presa in prestito.

Ho spento la luce, prima di tornare al divano.

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Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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