mercoledì 31 marzo 2021

Svicolava - Racconto (Anteprima)


 
Puoi accedere a tutte le pubblicazioni dell'autore facendo clik sul link qui sotto:

Anteprima:

Svicolava

Sapete quelle giornate di agosto, quando le foglie smettono di frusciare e le cicale di frinire, quando la città si svuota e le strade deserte ti assordano di silenzio e la lancetta delle ore sembra ferma sul mezzogiorno? Ebbene in uno di questi pomeriggi – a nulla era valso a Sirio di sollecitare il professore a raggiungere la riviera; perché, infine, la sessantenne indolenza del professore l’aveva spuntata – ebbene, in un giorno così si trovavano nell’ombra relativa del patio del professor Anselmo Urbani, in via dei Villini a Forlì; e l’attenzione del professore era assorbita unicamente da elucubrazioni silenziose e immobili se spostare l’alfiere o la torre.

«Le ho mai raccontato, professore, di quel mio amico… ero al primo anno, qui a Forlì, ed io e lui si abitava insieme in una camera affittataci da un certo Mario Grandi, giusto alle spalle dell’università?»

Il professore mugugnò qualcosa di indistinto, inseguendo, con l’indice che sorvolava la scacchiera a volo radente, degli spostamenti di Torri e Regine che vedeva soltanto lui. Così Sirio si sentì autorizzato a proseguire:

«Be’, Nicola, questo amico, un napoletano dal cuore enorme come tanti delle sue parti, si era sposato giovane, con Carla, sua coetanea. L’aveva dovuta lasciare a Napoli e venire da solo a Forlì perché… Be’, questo è il succo di tutta la storia e glielo dico dopo… così non le tolgo il gusto…»

Il professore spostò la Torre.

Si conoscevano da anni, e Sirio continuava a dargli del lei. Mentre il professore, fin dal primo momento, gli dava del tu.

«Guarda» disse con l’espressione di un dodicenne che ha smontato l’automobilina e pregusta di rimontarla.

Siro fissò la Torre bianca che, minacciosa, aveva invaso il territorio del proprio schieramento.

Avanzò un Pedone e difese le retrovie.

Il professore bofonchiò e riprese a perscrutare la scacchiera con gli occhi accigliati.

«”Dunque le cose stanno così” mi disse Nicola un bel giorno, dopo un po’ che dividevamo la stanza e avevamo preso confidenza, e mi raccontò che faceva il magazziniere allo Spesafacile, giù a Napoli; sa professore, la catena dei supermercati, e Carla, che sarebbe diventata sua moglie, faceva la cassiera, sempre lì. Stavano bene, m’aveva fatto il gesto dei soldi sfregandosi l’indice col pollice.»

Il professore sollevò l’indice, come quando, in piedi davanti alla cattedra, preannunciava un qualche diktat essenziale della lezione. Invece lo rivolse alla scacchiera e non disse niente: pensava alla Regina e alle Torri… lui.

«Ma la vuol sentire questa storia, professore?»

«Dimmi, dimmi» sventolò in aria le dita il professore senza sollevare la testa.

Sirio soppesò se era il caso.

Ma sì, si disse.

Doveva pur riempire i vuoti fra una mossa e l’altra del professore.

«Allora le racconterò la storia di Nicola con le sue stesse parole, per quanto mi sarà possibile ricordare.»

«Eh? Ah, sì.»

«”Il giorno che Giovanni mi aveva chiesto il prestito… ‘In nome della nostra vecchia amicizia’…” mi disse Nicola scuotendo la testa e mimando la voce dell’amico, con quella intonazione ironica che hanno i napoletani anche quando raccontano storie tristi “non avevo esitato”...»

Il professore portò avanti l’Alfiere di casa nera per minacciare la Regina.

Si appoggiò allo schienale con la faccia che diceva: Eh? Che te ne pare?

Sirio coprì col cavallo la linea di tiro.

Il professore si protese di nuovo a studiare strategie e Sirio chiese: «Le interessa, questa storia?»

«Certo, certo, va’ avanti…»

Sirio nutriva sospetti, ma l’afa di agosto schiacciava anche il silenzio. 

mercoledì 10 febbraio 2021

"Indagini sulla morte di Betty" - 2^ edizione - Raccolta di racconti


24 DICEMBRE 2022 - La nuoiva copertina:






7 febbraio 2021


 

PUOI RAGGIUNGERE LE PUBBLICAZIONI DELL'AUTORE SU AMAZON TRAMITE IL SEGUENTE LINK DIRETTO:

https://amzn.to/4iKpcWU



La seconda edizione di "Indagini sulla morte di Betty è su Amazon.

Ho proceduto a una revisione completa del libro, riscrivendo alcuni racconti, eliminandone uno, "Rallenty", perché confluito fra i capitoli di "Una lavagna di candida pelle", e inserendone uno nuovo, "Mistersmit". 

Il risultato?

Mi rimetto al giudizio del lettore.

Al momento il libro è in offerta su Amazon.

lunedì 4 gennaio 2021

Il vortice - Racconto (Anteprima)

 



Anteprima:

Il vortice

 

Fernando Carofigghio era sagrestano della chiesa di Santa Lucia da oltre quarant’anni, cioè da quando l’allora parroco don Simplicio l’aveva preso a svolgere quel servizio dopo l’incidente di motocicletta che gli aveva offeso la gamba sinistra. Alle diciannove e trenta del ventitré di dicembre, antivigilia di Natale, uscì claudicando dalla sagrestia, che aveva riordinato e pulito, e si avviò verso la prima bussola. Meccanicamente diede un’occhiata intorno per accertarsi che non ci fosse più nessuno e passando accanto ai confessionali scostò le tende. Una volta ci si erano nascosti due fidanzatini a sbaciucchiarsi, un’altra ci aveva sorpreso un paio di ladruncoli in attesa che chiudesse. Sprangò la porta esterna e passò a verificare la bussola successiva. Tirò i catenacci anche alla seconda porta e si voltò per ritornare alla sagrestia. Era stanco, infreddolito e voleva soltanto andarsene a casa.

Ritornando verso l’altar maggiore lo vide.

Vide il vecchio Aldo Conversi disteso supino sul terz’ultimo banco, i piedi divaricati come Charlot. Gli occhi sgranati fissavano il soffitto, il collo era stranamente gonfio sotto il mento, dove una bavetta giallognola gli si era aggrumata. Una linea rossastra di sangue rappreso gli segnava la guancia dal naso giù fino all’orecchio.

Indossava i guanti, notò il sagrestano.

Il vecchio Conversi era sempre stato magrissimo, ma adesso, col cappotto e la giacca che ricadevano aperti, sembrava che la camicia contenesse un fagotto schiacciato.

Se n’era rimasto una manciata di secondi a fissare il cadavere, e gli era venuto da pensare, chi sa poi perché, che il morto non portava il cappello. E questo pensiero del cappello lo riscosse.

Trascinando la gamba offesa si affrettò verso la sagrestia e l’uscita.

Dimenticò di coprirsi.

E fuori nevicava in abbondanza. Gli intrise di gelo il pullover. Un vento dispettoso faceva mulinare i fiocchi in aria come in una sorta di danza scompigliata. Il sagrestano uscì d’impeto, sul marciapiede scivolò sulla gamba rigida, si riprese sull’altra; i lampioni stradali si specchiavano nella neve sciolta; si slanciò per attraversare senza prestare attenzione. Non si avvide del motociclista che sopraggiungeva a bassa velocità.

  

Quell’anno il ventitré di dicembre, antivigilia di Natale, cadeva di lunedì. Alle diciannove e trenta Sirio Bonanni e il professor Anselmo Urbani si trovavano nella canonica di don Pasquino Bonsangue, al primo piano di una palazzina dirimpetto alla chiesa di Santa Lucia. Fuori dai vetri appannati, fiocchi di nevischio si intravvedevano alla luce dei lampioni stradali.

Don Pasquino, un sessantenne basso di statura e col volto magro attraversato dalle rughe, aveva ereditato dalla madre triestina la carnagione chiara, che lasciava trasparire le venuzze sulle gote, e dal padre il temperamento partenopeo, che quelle gote infiammava se trascendeva dalla virtù della Temperanza. Parroco della piccola diocesi da circa un anno, si ostinava a sfidare il professor Urbani al gioco degli scacchi, uscendone continuamente sconfitto.

«Eh, professore» disse don Pasquino con la sua cadenza di Trieste «così le mangio la regina. Vuol ritirare la mossa?»

Sirio, che a quell’epoca si trovava al quarto anno di facoltà, in una poltroncina a due passi dal tavolo degli sfidanti stava studiando un volume dal titolo Teoria e applicazione delle tecniche per l'investigazione scientifica, argomento che avrebbe dovuto sostenere nel prossimo esame, subito dopo la pausa per le festività natalizie. Sollevò gli occhi sulla scacchiera, memorizzò la posizione dei pezzi e si concentrò sul viso del suo amico, il professor Urbani.

Le espressioni del volto sono veicolate da circa quarantatré muscoli facciali, per lo più volontari, altri inconsapevoli. Un attore è capace di padroneggiarne una parte, riuscendo a fingere in maniera più o meno credibile la felicità, il dolore, la sorpresa e tutta una gamma di sentimenti, ma non può controllarli tutti. Sirio, per sua dote naturale oltre che per conoscenza didattica, sapeva cogliere le sfumature invisibili delle espressioni sincere.

Urbani fingeva disappunto – borbottò qualcosa di incomprensibile – ma tra sé gongolava la vecchia volpe, stringendo nel pugno il pizzetto candido della barba e lisciandoselo verso il basso, gli occhi che scattavano tra i pezzi sulla scacchiera.

«No, no» disse Urbani al parroco «in questo gioco le mosse non si ritirano e chi sbaglia deve pagare.»

«Quand’è così!» disse don Pasquino, e sostituì la regina nera di Urbani con la propria.

Sirio non aveva mai visto il professor Urbani perdere una partita. Sulla scacchiera aveva preparato una trappola, una trappola sofisticata che nel gergo degli appassionati si chiama Vortice. Consiste nel mettere sotto scacco contemporaneamente sia il re che un altro pezzo dell’avversario, il quale, per salvare la partita deve rinunciare al pezzo minore. Così facendo però si sottopone a un successivo scacco doppio, e poi a un altro, e via di seguito, in un vortice appunto, una sorta di maledizione che pezzo dopo pezzo decima il suo esercito costringendolo a capitolare.

Urbani si leccò il labbro come un bambino che pregusta la marmellata.

«Eh, don Pasquino» disse «meglio un eccesso di prudenza che uno scrupolo di coscienza.»

Spostò il cavallo e lo posizionò a difesa del proprio Re; quindi a sua volta disse: «Scacco».

Don Pasquino fece una faccia sorpresa e scontenta. D’improvviso si rese conto che per salvare il proprio Re avrebbe a sua volta perso la Regina. Mise in salvo il Re, e, una mossa dopo l’altra, il Cavallo nero di Urbani, continuando a saltellare sui riquadri della scacchiera, lo privò in successione, oltre che della Regina appunto, anche di un Alfiere e due Torri.

Don Pasquino non aveva più esercito.

Il sangue napoletano che gli scorreva nelle vene gli imporporò il viso. Sfogò il malcontento sul proprio Re innocente ribaltandolo sulla scacchiera e si protese verso il rivale.

«Lei è il demonio…» gli sibilò a un palmo dalla faccia.

Sirio si era accostato alla finestra. Riconobbe la figura del sagrestano che usciva di corsa dalla porta della sagrestia, senza cappotto, benché nevicasse in abbondanza e un vento dispettoso facesse mulinare i fiocchi in aria come in una sorta di danza scompigliata. Il sagrestano uscì d’impeto e si slanciò per attraversare. Un motociclista sopraggiungeva, a bassa velocità, caracollò per evitarlo, gli mostrò il pugno, urlò qualcosa che Sirio non poté afferrare e proseguì scuotendo la testa.

Il trillo insistente del citofono distolse don Pasquino e il professore dalle loro contese sulla partita.

  

Don Pasquino Bonsangue, al cospetto della morte, si segnò. Il sagrestano, dopo essersi fatto il segno della croce anche lui, rimase un passo indietro, con le spalle dimesse. Il professor Urbani, valente criminologo, raccomandò: «Teniamoci a distanza. Evitiamo di inquinare la scena del delitto. I carabinieri saranno qui a momenti».

Don Pasquino avrebbe voluto proporre una preghiera, per quell’anima appena tornata alla casa del Signore. Invece Sirio lo precedette:

«Erano in due».

Guardava, o più propriamente studiava da una certa distanza le spoglie mortali del povero Aldo Conversi disteso sulla panca.

«Da cosa lo deduci?» gli chiese il professor Urbani.

«Lo hanno trascinato» rispose Sirio facendo scorrere due dita sul palmo dell’altra mano «guardi le scarpe professore, hanno le punte graffiate. Uno dei due è un gigante.»


Il seguito potrai leggerlo sulla raccolta :

"Indagini sulla morte di Betty"

Disponibile su Amazon - offerta di lancio:

 - Kindle............................  pagine 145 ............................... €.0,90

- Copertina flessibile   ......  pagine 160 ................................€. 5,20





lunedì 21 dicembre 2020

Mistersmit - Racconto (Anteprima)

 



QUESTO RACCONTO FA PARTE DELLA RACCOLTA "INDAGINI SULLA MORTE DI BETTY". ECCO IL LINK DIRETTO ALLA PUBBLICAZIONE. FAI CLIC SUBITO, E' IN OFFERTA:

Anteprima:

Mistersmit

Sirio, il cannone del Gianicolo aveva sparato da non più di dieci minuti, abbandonò il tavolino del bar titolato a Trilussa e tenne dietro ai due giovani che svoltavano nel vicolo.

Il ragazzo si chiamava Dario, la ragazza Ginestra.

Dario andava avanti a passo veloce trascinando la ragazza per il polso. Ginestra aveva un vistoso ematoma sullo zigomo, il braccio destro abbandonato. Non protestava, con le gambe legnose cercava di tener dietro al compagno.

L’acciottolato sconnesso e grigio odorava di urina stantia e muffa ancestrale. Il sole non lo lambiva da quando esisteva; da secoli si fermava alle mansarde senza mai arrivare laggiù. Un topo che rovistava in una busta abbandonata di rifiuti, sgusciò via assorbito da un tombino della strada.

Davanti a un portoncino Dario e Ginestra si fermarono; e mentre il ragazzo armeggiava con le chiavi per aprire, lei si appoggiò al muro, riversò all’indietro la testa contro la parete.

Sirio li raggiunse e disse:

«L’avete ucciso voi, Mistersmit?»

  

Primo carnevale, cominciò a leggere Sirio “Io uccido”, il libro di Faletti. Con la professione che si era scelto cosa meglio di un thriller, per sdrammatizzare?

Sirio si trovava a Roma per un convegno. Sarebbe iniziato domani, patrocinato dal Ministero degli Interni e avrebbe riunito i massimi esperti del campo. Dibattiti e interventi sarebbero stati incentrati sul tema Criminalità organizzata, trasformazioni nei metodi criminali, i curatori avevano pensato anche a un sottotitolo: Camuffamento dell’alibi. L’intervento di Sirio era programmato per la terza giornata dei lavori.

Per adesso Sirio, a un tavolino all’ombra di un bar titolato a Trilussa, si godeva il tepore di un luglio clemente, mitigato dai leggeri aliti della tramontana che in qualche modo riusciva a districarsi per i vicoli della vecchia Trastevere. La giornata era magnifica, il cielo di una trasparenza incredibile; il grigio dei cubetti di selce rimandava riflessi giallastri di luce, ombre nette si stagliavano sulle facciate delle palazzine di fronte.

Un movimento richiamò l’attenzione di Sirio. Ebbe la fugace visione di una testa che si ritraeva dietro un comignolo.

  

Il morto nella sedia pieghevole con le testa reclinata sulla spalliera fissava il cielo terso di luglio con gli occhi sbarrati.

Che fosse morto non potevano esserci dubbi. Certi mosconi col dorso lucido verde si contendevano sciamando la bavetta giallognola rappresa sul mento, gli formicolavano sulla lingua e uscivano dalla cavità oscura della bocca come carbonai alla fine del turno.

Mollica, accovacciato sul bordo del tetto a tegole, ebbe una smorfia di disgusto e distolse lo sguardo.

Nella vecchia Trastevere le case si susseguivano attaccate muro a muro, disegnavano vicoli, contornavano cortili e Mollica, spostandosi per i tetti, conosceva ogni percorso tra Porta Portese e il Gianicolo, fra piazza Trilussa e le Mura Aureliane. Ci si spostava come un altro va dalla cucina al soggiorno.

Molti dei residenti li conosceva per nome, gli capitava di coglierli, sempre accucciato dietro i comignoli o i muretti degli abbaini, mentre si spostavano in casa o discorrevano sulle terrazze. Ma lui, Mollica, i residenti li rispettava. Andava invece in cerca dei provvisori, i turisti che più o meno in ogni stagione affittavano i miniappartamenti ricavati dalle mansarde e dai lavatoi di condominio.

Il morto era un residente. Per le viuzze attorno lo conoscevano un po’ tutti, perché era un tipo col sorriso e la battuta pronta. E gli piaceva fare scherzi.

Si serviva dalla panetteria del sor Giorgione, prendeva il primo cappuccino al bar di Beppo, l’aperitivo delle sei alla caffetteria all’angolo con via della Renella e cenava da Gaspare l’Amatriciano, sempre allo stesso tavolo. Per Trastevere lo chiamavano Mistersmit, perché il cognome, più russo che americano, era impronunciabile e anzi, i trasteverini veri, quelli di sette generazioni e qualcuno della vecchia guardia, credendolo nomignolo di mala, lo chiamavano Er Mistersmit.

Mistersmit stava in Italia da chi sa quanto, c’era chi diceva dalla guerra; non risultava avesse mai lavorato, ciò non di meno campava bene, di rendita, si sussurrava; capiva il romanesco meglio di chi c’era nato, ma parlava l’italiano ancora come un inglese.

Mollica si fece forza per guardarlo. Sangue non ne vedeva. Forse un infarto.

Che faccio? Si chiese. Niente, si rispose. Lui, Mollica, non era qui, accovacciato sullo scivolo delle tegole a reggersi al comignolo. Che avrebbe potuto dire? Che girava per i tetti in cerca di collane da rubare alle tedesche, portafogli agli americani o Nikon ai giapponesi?

No che non poteva.

Stava per girarsi e gli cadde l’attenzione sulla valigetta ventiquattrore appoggiata sul tavolino accanto al morto. Preso da Mistersmit nemmeno l’aveva notata. Era aperta, come in certe scene di film di spionaggio o di scambio soldi-droga, dove il cattivo che compra la tiene a coperchio sollevato per far vedere il contenuto al cattivo che vende. E proprio come in quei film, conteneva mazzette di dollari nuovi, fascettate e impilate l’una accanto all’altra.

Almeno un milione di dollari, a dar retta ai film.

Che faccio? Tornò a chiedersi Mollica.

Per entrare nelle case usava dei guanti di tela da giardiniere – con quelli in lattice gli sudavano le mani – li indossò. C’era un morto, e stavolta più che mai non poteva permettersi di lasciare tracce. Stava per calarsi sul terrazzino quando dall’interno gli arrivò un rumore di mobili spostati.

Mollica si ritirò dietro al comignolo e attese.

  

Era stata una visione fugace, forse l’ombra di qualche uccello in picchiata, e Sirio ritornò al suo libro:

“L’uomo è uno e nessuno. Porta da anni la faccia appiccicata alla testa e l’ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale pesa di più”.

Una folla variopinta di turisti in maniche corte proiettava ombre pesanti sul selciato a cubetti. Ragazze bionde in minigonne sgargianti, t-shirt colorate. Risate ai tavoli accanto. Una donna grassa dal passo trafelato con a tracolla una ingombrante borsa sponsorizzata da un supermarket attraversò la strada e girò la chiave nel portone più avanti.

«Ah Elèna» la bloccò il sessantenne che usciva «sale da Mistermit?»

«Come tutti i mercoledì» disse la donna che si chiamava Elèna, aveva un accento slavo.

«Dev’essere uscito presto, perché non ho sentito rumori, da sopra.»

La donna era entrata, il sessantenne veniva verso il bar.

«Hai visto Mistersmit?» chiese a uno seduto a un tavolo che leggeva il giornale.

«No, oggi no. Vedrai che è qualcuno dei suoi scherzi.»

Il sessantenne possedeva una voce vibrante.

«Nico, un caffè» chiese al cameriere che si era affacciato sulla porta del bar, poi sedette al tavolino di quello col giornale.

“Qualche volta prova l’impulso irrefrenabile di staccarle e appenderle a un chiodo…” riprese Sirio la lettura del suo libro.

 

 

Elèna Masknova entrò con le chiavi e appoggiò la borsetta sul divano. Era in ritardo e andava di fretta. Appena le dieci e già il caldo era insopportabile. Nel sollevare le sedie avvertì il proprio sudore. Sempre di corsa da una casa all’altra, aveva già fatto due servizi e nemmeno il tempo di darsi una lavata sotto le ascelle. Da Mistersmit si faceva pagare due ore, però più di una non la faceva mai. Finito qui era attesa da una che si spacciava per Contessa e abitava sull’altra sponda del Tevere. Se fosse contessa davvero Elèna non lo sapeva, ma pagava bene e solo questo le importava.

Elèna, suonati cinquant’anni, alla morte della madre aveva finalmente trovato il coraggio di scappare sia da Ulzyn, il villaggio miserabile dov’era nata e suo malgrado costretta a vivere, che dalla miseria in cui la costringeva un marito sfaccendato e arrogante. A Roma aveva trovato lavoro, una certa tranquillità, e un uomo che la trattava in maniera decente; però la miseria ancora le faceva paura.

Elèna afferrò le sedie per la spalliera e le rigirò sul tavolo, poi si affrettò verso il ripostiglio in cui Mistersmit nascondeva le ramazze, recuperò lo spazzolone e riempì il secchio con l’acqua. Mistersmit non si era mai lamentato se gli faceva trovare un lavoro affrettato, e nemmeno quella volta che gli aveva frantumato il vaso di cristallo. L’unico oggetto cui sembrava tenere era una brutta maschera di cartapesta appesa nel soggiorno, un naso nero penzolante e due buchi al posto degli occhi. Una volta l’aveva tirata per le lunghe perché, diceva lui, non l’aveva spolverata. Così ci passò di fretta il panno e si mise a lavare il pavimento.

Si faceva tardi e sudava per il caldo e la fretta. Evitò di spostare le poltrone e girò attorno al tappeto; arrivò alla vetrata che dava sul terrazzo. Tirò le tende e lo vide. Vide Mistersmit nella sedia da regista azzurra col pomo d’Adamo quasi fuori dal bianco esangue della pelle e le mani abbandonate in grembo. Elèna era di religione ortodossa, e dopo il primo attimo di smarrimento si segnò sulla fronte e sul petto. Poi vide la valigetta aperta e vide i soldi, tanti soldi quanti non sapeva immaginare.

Girò la maniglia della vetrata e sentì che qualcuno entrava dalla porta.


Il seguito potrai leggerlo sulla raccolta :

"Indagini sulla morte di Betty"

Disponibile su Amazon - offerta di lancio:

 - Kindle............................  pagine 145 ............................... €.0,90

- Copertina flessibile   ......  pagine 160 ................................€. 5,20


venerdì 18 dicembre 2020

Naso di gomma - Racconto (Anteprima)





Naso di gomma

 

Sirio, nudo fino alla cintola, la testa ripiegata contro la spalla di Gianna, russava leggermente. Invece a lei il freddo l’aveva svegliata. Quell’anno Forlì, a metà ottobre, di notte raggiungeva temperature polari.

Gianna tirò la trapunta e la rincalzò sotto il collo di Sirio; scese più in basso nel letto per coprirsi fino alle orecchie.

Gianna e Sirio si incontravano a cadenza più o meno mensile. Era sempre lei a cercarlo. E ogni volta, benché Gianna si prefiggesse, mentre faceva il numero, di passare qualche ora a discorrere da buoni amici, invariabilmente finivano nudi sulla prima superficie più o meno morbida che si trovasse a portata di mano, un letto, un divano, una parete senza mobilio o il sedile reclinabile della Clio color melanzana di Sirio.

Andava avanti così da una decina d’anni, da quando lei, lasciata Genova e i genitori per iscriversi al primo anno di psicologia criminale, l’aveva conosciuto per i corridoi della facoltà.

Giovanotto atletico, il naso un po’ schiacciato alla Walter Chiari, la faccia da farabutto e gli occhi maliziosi, Gianna, notandolo la prima volta, era rimasta interdetta se ritenerlo uno studente di quelli che alla laurea non ci arrivano mai perché c’è un papà che paga le rette; ma l’abito azzurro, la cravatta intonata e i capelli castani tagliati corti e pettinati con cura l’avevano messa in dubbio si trattasse di un professore.

Aveva chiesto un po’ in giro. Così aveva scoperto che Urbani, un docente sessantenne, lo considerava una specie di genio, tanto da portarselo dietro se doveva risolvere una qualche consulenza in ambito investigativo.

Ce n’era d’avanzo per incuriosire una studentessa del primo anno.

   

Anche questa era finita come le altre volte. Cinque minuti a baciarsi nell’ingresso e le successive due ore a rotolarsi nel letto di Sirio. Così Gianna dei soldi non gliene aveva parlato. E dire che l’aveva chiamato appositamente per questo.

Le cifre a LED della sveglia sul comodino segnavano le tre e mezza.

Sirio nel sonno ebbe un’apnea di qualche secondo, le stropicciò contro le costole quella specie di naso di gomma che aveva e riprese a respirare con la testa appoggiata al suo seno.

Fra poco sarebbe dovuta andare. Sarebbe rientrato Emanuele, suo marito.

Con Emanuele l’amore era durato poco purtroppo.

Se ne era innamorata per così dire di slancio. Impressionata forse dal celeste degli occhi, dalla barba curata o dal biondo dei capelli, molto simile ai suoi; oppure da quel modo di parlare che aveva così rassicurante e persuadente.

Col tempo si era rivelato un autoritario e un accentratore. Le aveva sottratto spazio e interessi. E adesso, dopo quasi cinque anni, ciò che la opprimeva del matrimonio era il piattume, sì, quella specie di monotonia di svegliarsi alla stessa ora, spicciare le solite faccende. Ogni giorno sempre uguale, in definitiva. Ed Emanuele che rientrava al mattino, ti raccontava del capo reparto che era un fetente, giusto quattro parole, sempre più o meno le stesse, buttate lì di fretta per andarsene a dormire, perché aveva passato la notte a guidare il treno, e quando poi si svegliava per pranzo, se gli andava, ti trascinava nel letto per la sua personale razione di sesso… e il diversivo della giornata finiva lì.

Ogni tanto c’era Sirio. Lei lo cercava col proposito di parlarci e invariabilmente finivano a letto. Non che le dispiacesse, ma sentiva il bisogno di altro.

Una bella scarica di adrenalina, forse di questo aveva bisogno.

Gianna tese il collo. Le cifre a LED indicavano le quattro. Tempo di andare.

Sirio stava sempre con la testa sotto la sua ascella, il naso appoggiato al suo seno, quel suo naso che sembrava fatto di gomma, glielo strapazzò piano per non svegliarlo e si sciolse dall’abbraccio.

Rigirò le coperte, recuperò gli orecchini di Swarovski dal comodino e gli abiti dalla spalliera della sedia e si diresse in bagno a piedi nudi.

Le quattro e venti. Sirio dormiva nella stessa posizione di prima. Le dispiaceva svegliarlo. E doveva andare.

Della faccenda dei soldi gliene avrebbe parlato in un altro momento.

   

Nell’ambiente lo chiamavano il Dritto, che a Roma significa furbo. Che il vero nome fosse Roberto lo sapevano in pochi. Era nato nel ’66 in una casa che affacciava sulla via Prenestina, di fronte al quartiere del Quarticciolo. La strada faceva da confine.

Di là della strada aveva imparato come si ruba, si spaccia e si uccide. Di qua come essere anonimo. Adesso, a cinquant’anni, un paio di accoltellamenti mai scoperti, un inizio da protettore, svariati scippi e furti d’appartamento, aveva messo su una piccola organizzazione di spaccio e il tutto con ancora la fedina penale pulita e sconosciuto dal fisco. E per questo lo chiamavano Dritto.

Il Dritto occupava una casa popolare del Comune, ma messa su bene ed era soddisfatto di dov’era arrivato.

Erano quasi le due.

Appoggiato alla spalliera del letto si stava facendo una partita a poker sul tablet. Vinceva.

Il cellulare silenziato si illuminò sul comodino.

Roberto non si preoccupò di trattenere la voce, tanto Marta, che dormiva sul bordo del letto girata di spalle non la svegliavano nemmeno le granate di un attacco dei Marines.

Riconobbe il numero.

«Che succede?» chiese.

«Senti Robe’» attaccò la voce del Cioffo «non t’arrabbiare…»

Roberto si fece attento.

«Allora?» lo incitò, visto che non parlava.

«Ti volevo spiegare… per quella faccenda della consegna… mi ha telefonato Aldo, ce l’ha con me ma io i soldi li ho portati al treno come al solito…»

«Che soldi?»

«Glieli ho dati tutti… al ferroviere, come le altre volte. Tu mi conosci…»

Roberto bestemmiò.

Chiuse col Cioffo e chiamò subito Aldo.

«Ho sentito adesso il bolognese, farfugliava dei soldi, ma che… mi nascondi qualcosa?»

«Ah… Roberto, t’avrei chiamato… ma niente, niente, sistemo tutto in giornata…»

«E sarebbe? Spiegami un po’…?!»

«Be’, dentro allo zaino che m’ha passato il ferroviere i soldi non c’erano…»

«E dici niente!? Parliamo di centomila euro, mica di una lira…! Ma non avevi controllato?»

«Stavamo sul marciapiede della stazione Termini… un sacco di gente, poliziotti, quelli dell’antiterrorismo colle mitragliatrici… ci ho dato un’occhiata come al solito, sopra c’erano soldi… invece sotto…»

«Tutte chiacchiere» Roberto era furioso «quello che so io è che i soldi se li è fregati uno di voi tre, o il bolognese, o il ferroviere o tu.»

«No, io no. Ma che, sospetti pure di me?»

«È stata tua questa bell’idea di far fare i trasporti al ferroviere. Adesso sbrogliatela e riportami i soldi miei.»

«Be’, per un anno ti è andata più che bene mi pare, hai risparmiato bei quattrini su ogni viaggio; consegne in giornata e niente rischi, niente cani antidroga, niente posti di blocco, niente corrieri che spariscono coi soldi o la polvere…»

Aldo stava quasi urlando e Roberto sibilò: «I miei soldi sono spariti mi pare…»

«Ma questo ferroviere mica è del giro, mica se ne scappa in Brasile; questo ci ha una casa e una moglie… e dove scappa? I soldi me li ridà. Ci vado io a casa sua e me li faccio ridare.»

 

Gianna come ogni volta era uscita senza svegliarlo. Sirio si avvicinò alla finestra. Fuori un nebbiasco denso nascondeva il prato e le case al di là della strada. Doveva essere in facoltà per le undici ed erano le otto, aveva tutto il tempo per un’oretta di footing e una doccia; indossò tuta e scarpe sportive e il K-way incerato. Il piccolo cancello in fondo al vialetto, al solito era aperto, perché la molla di richiamo era rotta. Uscito sul marciapiede tirò il cappuccio sulla testa e prese in direzione del parco comunale. Seguiva sempre lo stesso percorso, e incontrava più o meno le stesse persone. Due donne sulla sessantina che in tenuta ginnica procedevano a passo veloce chiacchierando fra loro, per lo più di ricette di cucina; l’addetto comunale col carrettino che vuotava i cestini dei rifiuti, l’altro che ramazzava le foglie; l’anziano col colletto del cappotto tirato sopra le orecchie e il cappello stile borsalino che camminava adagio e incitava il cagnetto bianco; la ragazza atletica dalle lunghe falcate che nell’incrociarlo gli sorrideva sempre.

Nelle mattinate nebbiose i rumori si diffondevano trattenuti, come nell’ovatta. Le voci delle due sessantenni affiorarono assieme alle loro sagome annebbiate; gli addetti del comune rimanevano ombre silenziose emerse e riassorbite; lo scricchiolio della ghiaia calpestata dalla ragazza atletica si confuse con quello prodotto da Sirio.

Il timer gli segnalò che era tempo di rientrare e Sirio imboccò il viale centrale che conduceva all’uscita.

Fuori dal parco la nebbia si era alzata, un quattro o cinque operaie col camice grigio che sporgeva da sotto le giacche a vento o i cappotti pedalavano verso lo stabilimento che sorgeva poco più avanti. Un furgone azzurro col portellone posteriore spalancato sostava davanti al negozio di generi alimentari, il garzone trasportava all’interno le ceste del pane; automobili ben poche. Sirio svoltò nella traversa in direzione di casa e accanto gli sfilò una Smart azzurra col tettuccio verniciato di rosso. Sirio lesse la targa.

La Smart di Gianna!

Il furgone bianco della Ford sopraggiunse subito dopo. Accelerò fino a speronare la Smart e la sospinse contro le auto in sosta.

La scena che seguì si svolse in pochi secondi. Dal furgone saltò a terra un giovanotto in calzoni e giubbotto jeans, spalancò lo sportello della Smart e tornò di corsa impugnando le cinghie di uno zainetto scolastico nero. In quel breve tragitto guardò nello zainetto e lo gettò a terra. Salì al posto di guida, manovrò per districarsi e accelerò lasciandosi dietro una scia scura di gasolio bruciato.

Pochi secondi. Come se il mondo attorno si fosse fermato. Sirio mandò a mente il numero di targa del furgone bianco e corse verso la Smart di Gianna.

Il corpo, in quel che rimaneva della piccola autovettura, era schiacciato tra lo schienale e lo sterzo. Un ciuffo di capelli biondi affiorava dall’airbag esploso. Vi si intravvedeva un minuscolo orecchino di Swarovski. Il taglio lungo il collo al disotto della barba non era compatibile con l’incidente, ma con la lama di un coltello sì.


   Il seguito potrai leggerlo sulla raccolta :

"Indagini sulla morte di Betty"

Disponibile su Amazon - offerta di lancio:

 - Kindle............................  pagine 145 ............................... €.0,90

- Copertina flessibile   ......  pagine 160 ................................€. 5,20



giovedì 10 dicembre 2020

L'intrusa - Racconto (Anteprima)

 



Questo racconto è nella raccolta "La signora americana"

Anteprima:

L’intrusa

 

 

 

La signora Annamaria Siniboldi Castigliano in Ramino si spense serenamente nel proprio letto all’età di centodue anni alle prime ore dell’alba del venti di aprile, giorno della Pasqua di Resurrezione.

Le due badanti di nazionalità romena che l’accudivano amorevolmente da svariati anni, Alina e Catinca giurarono in lacrime che fosse ancora calda, quando si erano recate come ogni mattina alle otto per accudirla. Disperate, dovevano aver svegliato il marito, il senatore Mario Ramino, perché se l’erano visto entrare nella stanza in pigiama. A questo punto, benché la notizia non fosse giunta del tutto inattesa stante l’età della Siniboldi Castigliano, si innescarono un susseguirsi di eventi, alcuni sì pianificati secondo il buon senso e l’uso comune, altri non del tutto scontati e prevedibili, per non dire sconvolgenti.

La signora Siniboldi Castigliano, nata nel 1912, era stata donna bellissima, di nobili natali, dalla vita intensa, dinamica, per certi versi frenetica. Il suo primo marito, il pittore francese Jean Philippe Christianne, di vent’anni più grande, durante un soggiorno a Forlì l’aveva notata e voluta, procace sedicenne, dapprima per modella, subito dopo in moglie.

Matrimonio felice ma breve il loro. La primogenita Corinne di cinque anni, il piccolo Giacomo ancora in fasce, e Jean Philippe se n’era andato, portato via da una polmonite fulminante.

Annamaria aveva amato intensamente Jean Philippe; e la sua natura romantica l’indusse a considerare, malgrado all’epoca avesse appena ventiquattro anni, che quando fosse giunto il suo momento avrebbe voluto riposargli accanto. Così aveva avviato le procedure per la costruzione di una cappella funeraria e conosciuto Ettore Vianotti, architetto giovane ma ambizioso, dotato di indubbia genialità, messosi alacremente all’opera. L’architetto Vianotti le propose alcune soluzioni, tutte assai valide, per il futuro monumento funebre e il susseguirsi degli incontri per discutere il progetto sfociarono, quasi come le acque di un placido fiume nelle acque burrascose dell’oceano, in una passione incontrollabile; tant’è che Ettore e Annamaria convolarono a nozze nel 1939, giusto a tempo per mettere al mondo Benito e Rosa, prima che Ettore venisse chiamato a combattere sul fronte russo.

La costruzione della cappella – un monumento elegante col tetto a falde e sul frontone il bassorilievo di un angelo che scendeva in volo a confortare le anime dei trapassati – venne completata a tempo per accoglierlo alla fine del conflitto mondiale.

Dal suo terzo e attuale marito, il senatore Mario Ramino, di ben vent’anni più giovane, questo, l’Annamaria Siniboldi Castigliano non ebbe figli, accogliendo comunque amorevolmente Marco, nato dal primo matrimonio del senatore.

Ora, il venti di aprile, giorno della Pasqua di resurrezione, alla sua morte, la Siniboldi Castigliano lasciava un patrimonio considerevole in immobili locati e titoli di Stato, oltre all’appartamento di pregio che abitava in centro di Forlì; patrimonio equamente ripartito fra tutti gli aventi diritto così come disposto da documento testamentario redatto innanzi a notaio in piena facoltà di intendere e volere.

Le peripezie, anche drammatiche, che sopravvennero alla sua dipartita, non furono quindi da imputare a incuria o negligenza, ma a una casualità sconcertante e del tutto fortuita.

 

 

 



mercoledì 9 dicembre 2020

La memoria della carta - Raccolta di racconti

 





La memoria della carta - Racconti (Collana editoriale: Sirio e le sue indagini) 

di Romano Greco (Autore)  



Sirio sapeva che al primo contatto il cervello registra automaticamente dei dettagli rilevanti e si concentrò a focalizzarli. Avevano avuto una relazione, Sirio e Gilda, qualche tempo prima, quando lei era ancora al primo anno di Scienze Criminologiche; una relazione breve ma incandescente.  

“Il nonno ha tentato il suicidio. Ha lasciato un biglietto, ho ucciso l’uomo sbagliato, c’è scritto” disse Gilda.

I neuroni nella testa di Sirio ebbero un’accelerazione.

“Senti Sirio, mia madre ha tenuto nascosto il biglietto… non se la sente di ufficializzare questa faccenda… polizia, giudici, interrogatori… Vorrebbe che tu accertassi come stanno veramente le cose prima di prendere una decisione qualsiasi.”

I neuroni di Sirio accelerarono alla velocità della luce..

“Te la senti?” chiese Gilda.

Sirio non ebbe bisogno di starci a pensare: “Subito è troppo presto?”




martedì 1 dicembre 2020

La memoria della carta - Racconto (Anteprima)

 



ANTEPRIMA:

La memoria della carta

 

Nella mensa della facoltà, alle due del pomeriggio del primo sabato di maggio, pochi tavoli erano ancora occupati; un gruppo di studenti si stava alzando e raccoglieva le stoviglie; un capannello si attardava accanto a una colonna a discutere. Sirio adocchiò un tavolo discosto vicino a una finestra e ci si diresse col vassoio.

Gilda Cinterini stava indicando alla cameriera dietro al banco una qualche pietanza attraverso il cristallo. Quando si voltò incrociò lo sguardo di Sirio e venne verso di lui.

Avevano avuto una relazione, Sirio e Gilda, qualche tempo prima, quando lei era ancora al primo anno di Scienze Criminologiche; una relazione breve ma incandescente, consumatasi in poche notti di sesso come un fuoco pirotecnico che illumina la notte di stelle colorate per poi spegnersi al culmine dello splendore. Bionda, e tuttora esile e pallida, Sirio ricordò che all’epoca era rimasto colpito dagli irrequieti occhi celesti, di come si accendessero d’eccitazione improvvisa nei momenti più inaspettati.

«Sirio, permetti?» chiese Gilda appoggiando il vassoio sul tavolo.

«Certo» le sorrise Sirio.

Gilda occupò la sedia accanto a Sirio, con le spalle alla finestra.

Sirio era certo che l’avesse raggiunto per un motivo preciso. La osservò mentre spostava i pezzetti di spezzatino nel piatto senza infilzarli, a testa bassa, come assorta.

«Qualcosa non va?» le chiese.

«Mio nonno materno è in ospedale…»

«Oh… mi dispiace.»

Sirio posò la forchetta e si appoggiò allo schienale.

«Ha tentato il suicidio.»

Suicidio. Una delle parole che provocavano un sommovimento dei neuroni nella testa di Sirio.

«Come?»

«Mio nonno vive in campagna, si è tagliato le vene dei polsi con un falcetto. Il mezzadro era entrato nel capanno… l’ha trovato agonizzante.»

«Quanti anni ha tuo nonno?»

«Ottanta.»

Ottanta!

Sirio considerò che forse la questione poteva interessare più un geriatra o uno psichiatra, piuttosto che un criminologo.

Disse: «Una forma di depressione? Con l’età…»

«Ha lasciato un messaggio, guarda…»

Gilda gli passò lo smartphone.

Sirio ingrandì l’immagine del foglio di carta sul touch screen fino a poter leggere:

“Ho ucciso l’uomo sbagliato e non posso perdonarmi”.

Adesso sì che la faccenda si faceva interessante. I neuroni nella testa di Sirio ebbero una accelerazione.

«Ed esiste qualche concreta eventualità che non si tratti di una fantasia?» chiese restituendole il telefonino.

«Che confonda sogni o pensieri con la realtà? Una forma di delirio vuoi dire?» tradusse da brava studentessa del terzo anno Gilda il suo pensiero «non lo so. Di sicuro mi suona strano che un vecchio di ottant’anni si metta ad ammazzare gente…»

«Non è detto che si tratti di un omicidio recente… se di omicidio si tratta.»

«Be’» insistette Gilda «mi suona strano anche un pentimento a posteriori. Come fa un vecchio a scoprire dopo dieci, venti o trent’anni di aver ucciso l’uomo sbagliato, per come dice nel biglietto? Ma poi, ucciso chi? E il corpo dov’è?»

«Se sei convinta di quanto affermi, perché sei seduta davanti a me?»

Gilda scosse la testa: «Adesso il nonno è fuori pericolo, pare che lo dimetteranno entro pochi giorni, ma la mamma ha paura che possa riprovarci, perché… perché è sempre stato un gran testardo, uno che non desiste…»

Gilda gli rivolse uno sguardo mesto: «Mia madre vorrebbe parlare con te».

«Con me?»

Gilda ebbe come un fremito, nello sguardo niente scintille adesso: «Senti Sirio, mia madre sa di noi… sa di te; sì, insomma… della tua professione. Ha tenuto nascosto il biglietto… non se la sente di ufficializzare questa faccenda… polizia, giudici, interrogatori, perizie psichiatriche… a un vecchio. C’è da capirla. Senti, vorrebbe che tu accertassi come stanno veramente le cose prima di prendere qualsiasi decisione.»


Il seguito è su:

https://www.amazon.it/memoria-della-carta-racconti-indagini-ebook/dp/B08PRWGKX3/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=sirio+e+le+sue+indagini&qid=1607511707&sr=8-2


Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

Post più popolari