lunedì 4 gennaio 2021

Il vortice - Racconto (Anteprima)

 



Anteprima:

Il vortice

 

Fernando Carofigghio era sagrestano della chiesa di Santa Lucia da oltre quarant’anni, cioè da quando l’allora parroco don Simplicio l’aveva preso a svolgere quel servizio dopo l’incidente di motocicletta che gli aveva offeso la gamba sinistra. Alle diciannove e trenta del ventitré di dicembre, antivigilia di Natale, uscì claudicando dalla sagrestia, che aveva riordinato e pulito, e si avviò verso la prima bussola. Meccanicamente diede un’occhiata intorno per accertarsi che non ci fosse più nessuno e passando accanto ai confessionali scostò le tende. Una volta ci si erano nascosti due fidanzatini a sbaciucchiarsi, un’altra ci aveva sorpreso un paio di ladruncoli in attesa che chiudesse. Sprangò la porta esterna e passò a verificare la bussola successiva. Tirò i catenacci anche alla seconda porta e si voltò per ritornare alla sagrestia. Era stanco, infreddolito e voleva soltanto andarsene a casa.

Ritornando verso l’altar maggiore lo vide.

Vide il vecchio Aldo Conversi disteso supino sul terz’ultimo banco, i piedi divaricati come Charlot. Gli occhi sgranati fissavano il soffitto, il collo era stranamente gonfio sotto il mento, dove una bavetta giallognola gli si era aggrumata. Una linea rossastra di sangue rappreso gli segnava la guancia dal naso giù fino all’orecchio.

Indossava i guanti, notò il sagrestano.

Il vecchio Conversi era sempre stato magrissimo, ma adesso, col cappotto e la giacca che ricadevano aperti, sembrava che la camicia contenesse un fagotto schiacciato.

Se n’era rimasto una manciata di secondi a fissare il cadavere, e gli era venuto da pensare, chi sa poi perché, che il morto non portava il cappello. E questo pensiero del cappello lo riscosse.

Trascinando la gamba offesa si affrettò verso la sagrestia e l’uscita.

Dimenticò di coprirsi.

E fuori nevicava in abbondanza. Gli intrise di gelo il pullover. Un vento dispettoso faceva mulinare i fiocchi in aria come in una sorta di danza scompigliata. Il sagrestano uscì d’impeto, sul marciapiede scivolò sulla gamba rigida, si riprese sull’altra; i lampioni stradali si specchiavano nella neve sciolta; si slanciò per attraversare senza prestare attenzione. Non si avvide del motociclista che sopraggiungeva a bassa velocità.

  

Quell’anno il ventitré di dicembre, antivigilia di Natale, cadeva di lunedì. Alle diciannove e trenta Sirio Bonanni e il professor Anselmo Urbani si trovavano nella canonica di don Pasquino Bonsangue, al primo piano di una palazzina dirimpetto alla chiesa di Santa Lucia. Fuori dai vetri appannati, fiocchi di nevischio si intravvedevano alla luce dei lampioni stradali.

Don Pasquino, un sessantenne basso di statura e col volto magro attraversato dalle rughe, aveva ereditato dalla madre triestina la carnagione chiara, che lasciava trasparire le venuzze sulle gote, e dal padre il temperamento partenopeo, che quelle gote infiammava se trascendeva dalla virtù della Temperanza. Parroco della piccola diocesi da circa un anno, si ostinava a sfidare il professor Urbani al gioco degli scacchi, uscendone continuamente sconfitto.

«Eh, professore» disse don Pasquino con la sua cadenza di Trieste «così le mangio la regina. Vuol ritirare la mossa?»

Sirio, che a quell’epoca si trovava al quarto anno di facoltà, in una poltroncina a due passi dal tavolo degli sfidanti stava studiando un volume dal titolo Teoria e applicazione delle tecniche per l'investigazione scientifica, argomento che avrebbe dovuto sostenere nel prossimo esame, subito dopo la pausa per le festività natalizie. Sollevò gli occhi sulla scacchiera, memorizzò la posizione dei pezzi e si concentrò sul viso del suo amico, il professor Urbani.

Le espressioni del volto sono veicolate da circa quarantatré muscoli facciali, per lo più volontari, altri inconsapevoli. Un attore è capace di padroneggiarne una parte, riuscendo a fingere in maniera più o meno credibile la felicità, il dolore, la sorpresa e tutta una gamma di sentimenti, ma non può controllarli tutti. Sirio, per sua dote naturale oltre che per conoscenza didattica, sapeva cogliere le sfumature invisibili delle espressioni sincere.

Urbani fingeva disappunto – borbottò qualcosa di incomprensibile – ma tra sé gongolava la vecchia volpe, stringendo nel pugno il pizzetto candido della barba e lisciandoselo verso il basso, gli occhi che scattavano tra i pezzi sulla scacchiera.

«No, no» disse Urbani al parroco «in questo gioco le mosse non si ritirano e chi sbaglia deve pagare.»

«Quand’è così!» disse don Pasquino, e sostituì la regina nera di Urbani con la propria.

Sirio non aveva mai visto il professor Urbani perdere una partita. Sulla scacchiera aveva preparato una trappola, una trappola sofisticata che nel gergo degli appassionati si chiama Vortice. Consiste nel mettere sotto scacco contemporaneamente sia il re che un altro pezzo dell’avversario, il quale, per salvare la partita deve rinunciare al pezzo minore. Così facendo però si sottopone a un successivo scacco doppio, e poi a un altro, e via di seguito, in un vortice appunto, una sorta di maledizione che pezzo dopo pezzo decima il suo esercito costringendolo a capitolare.

Urbani si leccò il labbro come un bambino che pregusta la marmellata.

«Eh, don Pasquino» disse «meglio un eccesso di prudenza che uno scrupolo di coscienza.»

Spostò il cavallo e lo posizionò a difesa del proprio Re; quindi a sua volta disse: «Scacco».

Don Pasquino fece una faccia sorpresa e scontenta. D’improvviso si rese conto che per salvare il proprio Re avrebbe a sua volta perso la Regina. Mise in salvo il Re, e, una mossa dopo l’altra, il Cavallo nero di Urbani, continuando a saltellare sui riquadri della scacchiera, lo privò in successione, oltre che della Regina appunto, anche di un Alfiere e due Torri.

Don Pasquino non aveva più esercito.

Il sangue napoletano che gli scorreva nelle vene gli imporporò il viso. Sfogò il malcontento sul proprio Re innocente ribaltandolo sulla scacchiera e si protese verso il rivale.

«Lei è il demonio…» gli sibilò a un palmo dalla faccia.

Sirio si era accostato alla finestra. Riconobbe la figura del sagrestano che usciva di corsa dalla porta della sagrestia, senza cappotto, benché nevicasse in abbondanza e un vento dispettoso facesse mulinare i fiocchi in aria come in una sorta di danza scompigliata. Il sagrestano uscì d’impeto e si slanciò per attraversare. Un motociclista sopraggiungeva, a bassa velocità, caracollò per evitarlo, gli mostrò il pugno, urlò qualcosa che Sirio non poté afferrare e proseguì scuotendo la testa.

Il trillo insistente del citofono distolse don Pasquino e il professore dalle loro contese sulla partita.

  

Don Pasquino Bonsangue, al cospetto della morte, si segnò. Il sagrestano, dopo essersi fatto il segno della croce anche lui, rimase un passo indietro, con le spalle dimesse. Il professor Urbani, valente criminologo, raccomandò: «Teniamoci a distanza. Evitiamo di inquinare la scena del delitto. I carabinieri saranno qui a momenti».

Don Pasquino avrebbe voluto proporre una preghiera, per quell’anima appena tornata alla casa del Signore. Invece Sirio lo precedette:

«Erano in due».

Guardava, o più propriamente studiava da una certa distanza le spoglie mortali del povero Aldo Conversi disteso sulla panca.

«Da cosa lo deduci?» gli chiese il professor Urbani.

«Lo hanno trascinato» rispose Sirio facendo scorrere due dita sul palmo dell’altra mano «guardi le scarpe professore, hanno le punte graffiate. Uno dei due è un gigante.»


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lunedì 21 dicembre 2020

Mistersmit - Racconto (Anteprima)

 



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Anteprima:

Mistersmit

Sirio, il cannone del Gianicolo aveva sparato da non più di dieci minuti, abbandonò il tavolino del bar titolato a Trilussa e tenne dietro ai due giovani che svoltavano nel vicolo.

Il ragazzo si chiamava Dario, la ragazza Ginestra.

Dario andava avanti a passo veloce trascinando la ragazza per il polso. Ginestra aveva un vistoso ematoma sullo zigomo, il braccio destro abbandonato. Non protestava, con le gambe legnose cercava di tener dietro al compagno.

L’acciottolato sconnesso e grigio odorava di urina stantia e muffa ancestrale. Il sole non lo lambiva da quando esisteva; da secoli si fermava alle mansarde senza mai arrivare laggiù. Un topo che rovistava in una busta abbandonata di rifiuti, sgusciò via assorbito da un tombino della strada.

Davanti a un portoncino Dario e Ginestra si fermarono; e mentre il ragazzo armeggiava con le chiavi per aprire, lei si appoggiò al muro, riversò all’indietro la testa contro la parete.

Sirio li raggiunse e disse:

«L’avete ucciso voi, Mistersmit?»

  

Primo carnevale, cominciò a leggere Sirio “Io uccido”, il libro di Faletti. Con la professione che si era scelto cosa meglio di un thriller, per sdrammatizzare?

Sirio si trovava a Roma per un convegno. Sarebbe iniziato domani, patrocinato dal Ministero degli Interni e avrebbe riunito i massimi esperti del campo. Dibattiti e interventi sarebbero stati incentrati sul tema Criminalità organizzata, trasformazioni nei metodi criminali, i curatori avevano pensato anche a un sottotitolo: Camuffamento dell’alibi. L’intervento di Sirio era programmato per la terza giornata dei lavori.

Per adesso Sirio, a un tavolino all’ombra di un bar titolato a Trilussa, si godeva il tepore di un luglio clemente, mitigato dai leggeri aliti della tramontana che in qualche modo riusciva a districarsi per i vicoli della vecchia Trastevere. La giornata era magnifica, il cielo di una trasparenza incredibile; il grigio dei cubetti di selce rimandava riflessi giallastri di luce, ombre nette si stagliavano sulle facciate delle palazzine di fronte.

Un movimento richiamò l’attenzione di Sirio. Ebbe la fugace visione di una testa che si ritraeva dietro un comignolo.

  

Il morto nella sedia pieghevole con le testa reclinata sulla spalliera fissava il cielo terso di luglio con gli occhi sbarrati.

Che fosse morto non potevano esserci dubbi. Certi mosconi col dorso lucido verde si contendevano sciamando la bavetta giallognola rappresa sul mento, gli formicolavano sulla lingua e uscivano dalla cavità oscura della bocca come carbonai alla fine del turno.

Mollica, accovacciato sul bordo del tetto a tegole, ebbe una smorfia di disgusto e distolse lo sguardo.

Nella vecchia Trastevere le case si susseguivano attaccate muro a muro, disegnavano vicoli, contornavano cortili e Mollica, spostandosi per i tetti, conosceva ogni percorso tra Porta Portese e il Gianicolo, fra piazza Trilussa e le Mura Aureliane. Ci si spostava come un altro va dalla cucina al soggiorno.

Molti dei residenti li conosceva per nome, gli capitava di coglierli, sempre accucciato dietro i comignoli o i muretti degli abbaini, mentre si spostavano in casa o discorrevano sulle terrazze. Ma lui, Mollica, i residenti li rispettava. Andava invece in cerca dei provvisori, i turisti che più o meno in ogni stagione affittavano i miniappartamenti ricavati dalle mansarde e dai lavatoi di condominio.

Il morto era un residente. Per le viuzze attorno lo conoscevano un po’ tutti, perché era un tipo col sorriso e la battuta pronta. E gli piaceva fare scherzi.

Si serviva dalla panetteria del sor Giorgione, prendeva il primo cappuccino al bar di Beppo, l’aperitivo delle sei alla caffetteria all’angolo con via della Renella e cenava da Gaspare l’Amatriciano, sempre allo stesso tavolo. Per Trastevere lo chiamavano Mistersmit, perché il cognome, più russo che americano, era impronunciabile e anzi, i trasteverini veri, quelli di sette generazioni e qualcuno della vecchia guardia, credendolo nomignolo di mala, lo chiamavano Er Mistersmit.

Mistersmit stava in Italia da chi sa quanto, c’era chi diceva dalla guerra; non risultava avesse mai lavorato, ciò non di meno campava bene, di rendita, si sussurrava; capiva il romanesco meglio di chi c’era nato, ma parlava l’italiano ancora come un inglese.

Mollica si fece forza per guardarlo. Sangue non ne vedeva. Forse un infarto.

Che faccio? Si chiese. Niente, si rispose. Lui, Mollica, non era qui, accovacciato sullo scivolo delle tegole a reggersi al comignolo. Che avrebbe potuto dire? Che girava per i tetti in cerca di collane da rubare alle tedesche, portafogli agli americani o Nikon ai giapponesi?

No che non poteva.

Stava per girarsi e gli cadde l’attenzione sulla valigetta ventiquattrore appoggiata sul tavolino accanto al morto. Preso da Mistersmit nemmeno l’aveva notata. Era aperta, come in certe scene di film di spionaggio o di scambio soldi-droga, dove il cattivo che compra la tiene a coperchio sollevato per far vedere il contenuto al cattivo che vende. E proprio come in quei film, conteneva mazzette di dollari nuovi, fascettate e impilate l’una accanto all’altra.

Almeno un milione di dollari, a dar retta ai film.

Che faccio? Tornò a chiedersi Mollica.

Per entrare nelle case usava dei guanti di tela da giardiniere – con quelli in lattice gli sudavano le mani – li indossò. C’era un morto, e stavolta più che mai non poteva permettersi di lasciare tracce. Stava per calarsi sul terrazzino quando dall’interno gli arrivò un rumore di mobili spostati.

Mollica si ritirò dietro al comignolo e attese.

  

Era stata una visione fugace, forse l’ombra di qualche uccello in picchiata, e Sirio ritornò al suo libro:

“L’uomo è uno e nessuno. Porta da anni la faccia appiccicata alla testa e l’ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale pesa di più”.

Una folla variopinta di turisti in maniche corte proiettava ombre pesanti sul selciato a cubetti. Ragazze bionde in minigonne sgargianti, t-shirt colorate. Risate ai tavoli accanto. Una donna grassa dal passo trafelato con a tracolla una ingombrante borsa sponsorizzata da un supermarket attraversò la strada e girò la chiave nel portone più avanti.

«Ah Elèna» la bloccò il sessantenne che usciva «sale da Mistermit?»

«Come tutti i mercoledì» disse la donna che si chiamava Elèna, aveva un accento slavo.

«Dev’essere uscito presto, perché non ho sentito rumori, da sopra.»

La donna era entrata, il sessantenne veniva verso il bar.

«Hai visto Mistersmit?» chiese a uno seduto a un tavolo che leggeva il giornale.

«No, oggi no. Vedrai che è qualcuno dei suoi scherzi.»

Il sessantenne possedeva una voce vibrante.

«Nico, un caffè» chiese al cameriere che si era affacciato sulla porta del bar, poi sedette al tavolino di quello col giornale.

“Qualche volta prova l’impulso irrefrenabile di staccarle e appenderle a un chiodo…” riprese Sirio la lettura del suo libro.

 

 

Elèna Masknova entrò con le chiavi e appoggiò la borsetta sul divano. Era in ritardo e andava di fretta. Appena le dieci e già il caldo era insopportabile. Nel sollevare le sedie avvertì il proprio sudore. Sempre di corsa da una casa all’altra, aveva già fatto due servizi e nemmeno il tempo di darsi una lavata sotto le ascelle. Da Mistersmit si faceva pagare due ore, però più di una non la faceva mai. Finito qui era attesa da una che si spacciava per Contessa e abitava sull’altra sponda del Tevere. Se fosse contessa davvero Elèna non lo sapeva, ma pagava bene e solo questo le importava.

Elèna, suonati cinquant’anni, alla morte della madre aveva finalmente trovato il coraggio di scappare sia da Ulzyn, il villaggio miserabile dov’era nata e suo malgrado costretta a vivere, che dalla miseria in cui la costringeva un marito sfaccendato e arrogante. A Roma aveva trovato lavoro, una certa tranquillità, e un uomo che la trattava in maniera decente; però la miseria ancora le faceva paura.

Elèna afferrò le sedie per la spalliera e le rigirò sul tavolo, poi si affrettò verso il ripostiglio in cui Mistersmit nascondeva le ramazze, recuperò lo spazzolone e riempì il secchio con l’acqua. Mistersmit non si era mai lamentato se gli faceva trovare un lavoro affrettato, e nemmeno quella volta che gli aveva frantumato il vaso di cristallo. L’unico oggetto cui sembrava tenere era una brutta maschera di cartapesta appesa nel soggiorno, un naso nero penzolante e due buchi al posto degli occhi. Una volta l’aveva tirata per le lunghe perché, diceva lui, non l’aveva spolverata. Così ci passò di fretta il panno e si mise a lavare il pavimento.

Si faceva tardi e sudava per il caldo e la fretta. Evitò di spostare le poltrone e girò attorno al tappeto; arrivò alla vetrata che dava sul terrazzo. Tirò le tende e lo vide. Vide Mistersmit nella sedia da regista azzurra col pomo d’Adamo quasi fuori dal bianco esangue della pelle e le mani abbandonate in grembo. Elèna era di religione ortodossa, e dopo il primo attimo di smarrimento si segnò sulla fronte e sul petto. Poi vide la valigetta aperta e vide i soldi, tanti soldi quanti non sapeva immaginare.

Girò la maniglia della vetrata e sentì che qualcuno entrava dalla porta.


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venerdì 18 dicembre 2020

Naso di gomma - Racconto (Anteprima)





Naso di gomma

 

Sirio, nudo fino alla cintola, la testa ripiegata contro la spalla di Gianna, russava leggermente. Invece a lei il freddo l’aveva svegliata. Quell’anno Forlì, a metà ottobre, di notte raggiungeva temperature polari.

Gianna tirò la trapunta e la rincalzò sotto il collo di Sirio; scese più in basso nel letto per coprirsi fino alle orecchie.

Gianna e Sirio si incontravano a cadenza più o meno mensile. Era sempre lei a cercarlo. E ogni volta, benché Gianna si prefiggesse, mentre faceva il numero, di passare qualche ora a discorrere da buoni amici, invariabilmente finivano nudi sulla prima superficie più o meno morbida che si trovasse a portata di mano, un letto, un divano, una parete senza mobilio o il sedile reclinabile della Clio color melanzana di Sirio.

Andava avanti così da una decina d’anni, da quando lei, lasciata Genova e i genitori per iscriversi al primo anno di psicologia criminale, l’aveva conosciuto per i corridoi della facoltà.

Giovanotto atletico, il naso un po’ schiacciato alla Walter Chiari, la faccia da farabutto e gli occhi maliziosi, Gianna, notandolo la prima volta, era rimasta interdetta se ritenerlo uno studente di quelli che alla laurea non ci arrivano mai perché c’è un papà che paga le rette; ma l’abito azzurro, la cravatta intonata e i capelli castani tagliati corti e pettinati con cura l’avevano messa in dubbio si trattasse di un professore.

Aveva chiesto un po’ in giro. Così aveva scoperto che Urbani, un docente sessantenne, lo considerava una specie di genio, tanto da portarselo dietro se doveva risolvere una qualche consulenza in ambito investigativo.

Ce n’era d’avanzo per incuriosire una studentessa del primo anno.

   

Anche questa era finita come le altre volte. Cinque minuti a baciarsi nell’ingresso e le successive due ore a rotolarsi nel letto di Sirio. Così Gianna dei soldi non gliene aveva parlato. E dire che l’aveva chiamato appositamente per questo.

Le cifre a LED della sveglia sul comodino segnavano le tre e mezza.

Sirio nel sonno ebbe un’apnea di qualche secondo, le stropicciò contro le costole quella specie di naso di gomma che aveva e riprese a respirare con la testa appoggiata al suo seno.

Fra poco sarebbe dovuta andare. Sarebbe rientrato Emanuele, suo marito.

Con Emanuele l’amore era durato poco purtroppo.

Se ne era innamorata per così dire di slancio. Impressionata forse dal celeste degli occhi, dalla barba curata o dal biondo dei capelli, molto simile ai suoi; oppure da quel modo di parlare che aveva così rassicurante e persuadente.

Col tempo si era rivelato un autoritario e un accentratore. Le aveva sottratto spazio e interessi. E adesso, dopo quasi cinque anni, ciò che la opprimeva del matrimonio era il piattume, sì, quella specie di monotonia di svegliarsi alla stessa ora, spicciare le solite faccende. Ogni giorno sempre uguale, in definitiva. Ed Emanuele che rientrava al mattino, ti raccontava del capo reparto che era un fetente, giusto quattro parole, sempre più o meno le stesse, buttate lì di fretta per andarsene a dormire, perché aveva passato la notte a guidare il treno, e quando poi si svegliava per pranzo, se gli andava, ti trascinava nel letto per la sua personale razione di sesso… e il diversivo della giornata finiva lì.

Ogni tanto c’era Sirio. Lei lo cercava col proposito di parlarci e invariabilmente finivano a letto. Non che le dispiacesse, ma sentiva il bisogno di altro.

Una bella scarica di adrenalina, forse di questo aveva bisogno.

Gianna tese il collo. Le cifre a LED indicavano le quattro. Tempo di andare.

Sirio stava sempre con la testa sotto la sua ascella, il naso appoggiato al suo seno, quel suo naso che sembrava fatto di gomma, glielo strapazzò piano per non svegliarlo e si sciolse dall’abbraccio.

Rigirò le coperte, recuperò gli orecchini di Swarovski dal comodino e gli abiti dalla spalliera della sedia e si diresse in bagno a piedi nudi.

Le quattro e venti. Sirio dormiva nella stessa posizione di prima. Le dispiaceva svegliarlo. E doveva andare.

Della faccenda dei soldi gliene avrebbe parlato in un altro momento.

   

Nell’ambiente lo chiamavano il Dritto, che a Roma significa furbo. Che il vero nome fosse Roberto lo sapevano in pochi. Era nato nel ’66 in una casa che affacciava sulla via Prenestina, di fronte al quartiere del Quarticciolo. La strada faceva da confine.

Di là della strada aveva imparato come si ruba, si spaccia e si uccide. Di qua come essere anonimo. Adesso, a cinquant’anni, un paio di accoltellamenti mai scoperti, un inizio da protettore, svariati scippi e furti d’appartamento, aveva messo su una piccola organizzazione di spaccio e il tutto con ancora la fedina penale pulita e sconosciuto dal fisco. E per questo lo chiamavano Dritto.

Il Dritto occupava una casa popolare del Comune, ma messa su bene ed era soddisfatto di dov’era arrivato.

Erano quasi le due.

Appoggiato alla spalliera del letto si stava facendo una partita a poker sul tablet. Vinceva.

Il cellulare silenziato si illuminò sul comodino.

Roberto non si preoccupò di trattenere la voce, tanto Marta, che dormiva sul bordo del letto girata di spalle non la svegliavano nemmeno le granate di un attacco dei Marines.

Riconobbe il numero.

«Che succede?» chiese.

«Senti Robe’» attaccò la voce del Cioffo «non t’arrabbiare…»

Roberto si fece attento.

«Allora?» lo incitò, visto che non parlava.

«Ti volevo spiegare… per quella faccenda della consegna… mi ha telefonato Aldo, ce l’ha con me ma io i soldi li ho portati al treno come al solito…»

«Che soldi?»

«Glieli ho dati tutti… al ferroviere, come le altre volte. Tu mi conosci…»

Roberto bestemmiò.

Chiuse col Cioffo e chiamò subito Aldo.

«Ho sentito adesso il bolognese, farfugliava dei soldi, ma che… mi nascondi qualcosa?»

«Ah… Roberto, t’avrei chiamato… ma niente, niente, sistemo tutto in giornata…»

«E sarebbe? Spiegami un po’…?!»

«Be’, dentro allo zaino che m’ha passato il ferroviere i soldi non c’erano…»

«E dici niente!? Parliamo di centomila euro, mica di una lira…! Ma non avevi controllato?»

«Stavamo sul marciapiede della stazione Termini… un sacco di gente, poliziotti, quelli dell’antiterrorismo colle mitragliatrici… ci ho dato un’occhiata come al solito, sopra c’erano soldi… invece sotto…»

«Tutte chiacchiere» Roberto era furioso «quello che so io è che i soldi se li è fregati uno di voi tre, o il bolognese, o il ferroviere o tu.»

«No, io no. Ma che, sospetti pure di me?»

«È stata tua questa bell’idea di far fare i trasporti al ferroviere. Adesso sbrogliatela e riportami i soldi miei.»

«Be’, per un anno ti è andata più che bene mi pare, hai risparmiato bei quattrini su ogni viaggio; consegne in giornata e niente rischi, niente cani antidroga, niente posti di blocco, niente corrieri che spariscono coi soldi o la polvere…»

Aldo stava quasi urlando e Roberto sibilò: «I miei soldi sono spariti mi pare…»

«Ma questo ferroviere mica è del giro, mica se ne scappa in Brasile; questo ci ha una casa e una moglie… e dove scappa? I soldi me li ridà. Ci vado io a casa sua e me li faccio ridare.»

 

Gianna come ogni volta era uscita senza svegliarlo. Sirio si avvicinò alla finestra. Fuori un nebbiasco denso nascondeva il prato e le case al di là della strada. Doveva essere in facoltà per le undici ed erano le otto, aveva tutto il tempo per un’oretta di footing e una doccia; indossò tuta e scarpe sportive e il K-way incerato. Il piccolo cancello in fondo al vialetto, al solito era aperto, perché la molla di richiamo era rotta. Uscito sul marciapiede tirò il cappuccio sulla testa e prese in direzione del parco comunale. Seguiva sempre lo stesso percorso, e incontrava più o meno le stesse persone. Due donne sulla sessantina che in tenuta ginnica procedevano a passo veloce chiacchierando fra loro, per lo più di ricette di cucina; l’addetto comunale col carrettino che vuotava i cestini dei rifiuti, l’altro che ramazzava le foglie; l’anziano col colletto del cappotto tirato sopra le orecchie e il cappello stile borsalino che camminava adagio e incitava il cagnetto bianco; la ragazza atletica dalle lunghe falcate che nell’incrociarlo gli sorrideva sempre.

Nelle mattinate nebbiose i rumori si diffondevano trattenuti, come nell’ovatta. Le voci delle due sessantenni affiorarono assieme alle loro sagome annebbiate; gli addetti del comune rimanevano ombre silenziose emerse e riassorbite; lo scricchiolio della ghiaia calpestata dalla ragazza atletica si confuse con quello prodotto da Sirio.

Il timer gli segnalò che era tempo di rientrare e Sirio imboccò il viale centrale che conduceva all’uscita.

Fuori dal parco la nebbia si era alzata, un quattro o cinque operaie col camice grigio che sporgeva da sotto le giacche a vento o i cappotti pedalavano verso lo stabilimento che sorgeva poco più avanti. Un furgone azzurro col portellone posteriore spalancato sostava davanti al negozio di generi alimentari, il garzone trasportava all’interno le ceste del pane; automobili ben poche. Sirio svoltò nella traversa in direzione di casa e accanto gli sfilò una Smart azzurra col tettuccio verniciato di rosso. Sirio lesse la targa.

La Smart di Gianna!

Il furgone bianco della Ford sopraggiunse subito dopo. Accelerò fino a speronare la Smart e la sospinse contro le auto in sosta.

La scena che seguì si svolse in pochi secondi. Dal furgone saltò a terra un giovanotto in calzoni e giubbotto jeans, spalancò lo sportello della Smart e tornò di corsa impugnando le cinghie di uno zainetto scolastico nero. In quel breve tragitto guardò nello zainetto e lo gettò a terra. Salì al posto di guida, manovrò per districarsi e accelerò lasciandosi dietro una scia scura di gasolio bruciato.

Pochi secondi. Come se il mondo attorno si fosse fermato. Sirio mandò a mente il numero di targa del furgone bianco e corse verso la Smart di Gianna.

Il corpo, in quel che rimaneva della piccola autovettura, era schiacciato tra lo schienale e lo sterzo. Un ciuffo di capelli biondi affiorava dall’airbag esploso. Vi si intravvedeva un minuscolo orecchino di Swarovski. Il taglio lungo il collo al disotto della barba non era compatibile con l’incidente, ma con la lama di un coltello sì.


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giovedì 10 dicembre 2020

L'intrusa - Racconto (Anteprima)

 



Questo racconto è nella raccolta "La signora americana"

Anteprima:

L’intrusa

 

 

 

La signora Annamaria Siniboldi Castigliano in Ramino si spense serenamente nel proprio letto all’età di centodue anni alle prime ore dell’alba del venti di aprile, giorno della Pasqua di Resurrezione.

Le due badanti di nazionalità romena che l’accudivano amorevolmente da svariati anni, Alina e Catinca giurarono in lacrime che fosse ancora calda, quando si erano recate come ogni mattina alle otto per accudirla. Disperate, dovevano aver svegliato il marito, il senatore Mario Ramino, perché se l’erano visto entrare nella stanza in pigiama. A questo punto, benché la notizia non fosse giunta del tutto inattesa stante l’età della Siniboldi Castigliano, si innescarono un susseguirsi di eventi, alcuni sì pianificati secondo il buon senso e l’uso comune, altri non del tutto scontati e prevedibili, per non dire sconvolgenti.

La signora Siniboldi Castigliano, nata nel 1912, era stata donna bellissima, di nobili natali, dalla vita intensa, dinamica, per certi versi frenetica. Il suo primo marito, il pittore francese Jean Philippe Christianne, di vent’anni più grande, durante un soggiorno a Forlì l’aveva notata e voluta, procace sedicenne, dapprima per modella, subito dopo in moglie.

Matrimonio felice ma breve il loro. La primogenita Corinne di cinque anni, il piccolo Giacomo ancora in fasce, e Jean Philippe se n’era andato, portato via da una polmonite fulminante.

Annamaria aveva amato intensamente Jean Philippe; e la sua natura romantica l’indusse a considerare, malgrado all’epoca avesse appena ventiquattro anni, che quando fosse giunto il suo momento avrebbe voluto riposargli accanto. Così aveva avviato le procedure per la costruzione di una cappella funeraria e conosciuto Ettore Vianotti, architetto giovane ma ambizioso, dotato di indubbia genialità, messosi alacremente all’opera. L’architetto Vianotti le propose alcune soluzioni, tutte assai valide, per il futuro monumento funebre e il susseguirsi degli incontri per discutere il progetto sfociarono, quasi come le acque di un placido fiume nelle acque burrascose dell’oceano, in una passione incontrollabile; tant’è che Ettore e Annamaria convolarono a nozze nel 1939, giusto a tempo per mettere al mondo Benito e Rosa, prima che Ettore venisse chiamato a combattere sul fronte russo.

La costruzione della cappella – un monumento elegante col tetto a falde e sul frontone il bassorilievo di un angelo che scendeva in volo a confortare le anime dei trapassati – venne completata a tempo per accoglierlo alla fine del conflitto mondiale.

Dal suo terzo e attuale marito, il senatore Mario Ramino, di ben vent’anni più giovane, questo, l’Annamaria Siniboldi Castigliano non ebbe figli, accogliendo comunque amorevolmente Marco, nato dal primo matrimonio del senatore.

Ora, il venti di aprile, giorno della Pasqua di resurrezione, alla sua morte, la Siniboldi Castigliano lasciava un patrimonio considerevole in immobili locati e titoli di Stato, oltre all’appartamento di pregio che abitava in centro di Forlì; patrimonio equamente ripartito fra tutti gli aventi diritto così come disposto da documento testamentario redatto innanzi a notaio in piena facoltà di intendere e volere.

Le peripezie, anche drammatiche, che sopravvennero alla sua dipartita, non furono quindi da imputare a incuria o negligenza, ma a una casualità sconcertante e del tutto fortuita.

 

 

 



mercoledì 9 dicembre 2020

La memoria della carta - Raccolta di racconti

 





La memoria della carta - Racconti (Collana editoriale: Sirio e le sue indagini) 

di Romano Greco (Autore)  



Sirio sapeva che al primo contatto il cervello registra automaticamente dei dettagli rilevanti e si concentrò a focalizzarli. Avevano avuto una relazione, Sirio e Gilda, qualche tempo prima, quando lei era ancora al primo anno di Scienze Criminologiche; una relazione breve ma incandescente.  

“Il nonno ha tentato il suicidio. Ha lasciato un biglietto, ho ucciso l’uomo sbagliato, c’è scritto” disse Gilda.

I neuroni nella testa di Sirio ebbero un’accelerazione.

“Senti Sirio, mia madre ha tenuto nascosto il biglietto… non se la sente di ufficializzare questa faccenda… polizia, giudici, interrogatori… Vorrebbe che tu accertassi come stanno veramente le cose prima di prendere una decisione qualsiasi.”

I neuroni di Sirio accelerarono alla velocità della luce..

“Te la senti?” chiese Gilda.

Sirio non ebbe bisogno di starci a pensare: “Subito è troppo presto?”




martedì 1 dicembre 2020

La memoria della carta - Racconto (Anteprima)

 



ANTEPRIMA:

La memoria della carta

 

Nella mensa della facoltà, alle due del pomeriggio del primo sabato di maggio, pochi tavoli erano ancora occupati; un gruppo di studenti si stava alzando e raccoglieva le stoviglie; un capannello si attardava accanto a una colonna a discutere. Sirio adocchiò un tavolo discosto vicino a una finestra e ci si diresse col vassoio.

Gilda Cinterini stava indicando alla cameriera dietro al banco una qualche pietanza attraverso il cristallo. Quando si voltò incrociò lo sguardo di Sirio e venne verso di lui.

Avevano avuto una relazione, Sirio e Gilda, qualche tempo prima, quando lei era ancora al primo anno di Scienze Criminologiche; una relazione breve ma incandescente, consumatasi in poche notti di sesso come un fuoco pirotecnico che illumina la notte di stelle colorate per poi spegnersi al culmine dello splendore. Bionda, e tuttora esile e pallida, Sirio ricordò che all’epoca era rimasto colpito dagli irrequieti occhi celesti, di come si accendessero d’eccitazione improvvisa nei momenti più inaspettati.

«Sirio, permetti?» chiese Gilda appoggiando il vassoio sul tavolo.

«Certo» le sorrise Sirio.

Gilda occupò la sedia accanto a Sirio, con le spalle alla finestra.

Sirio era certo che l’avesse raggiunto per un motivo preciso. La osservò mentre spostava i pezzetti di spezzatino nel piatto senza infilzarli, a testa bassa, come assorta.

«Qualcosa non va?» le chiese.

«Mio nonno materno è in ospedale…»

«Oh… mi dispiace.»

Sirio posò la forchetta e si appoggiò allo schienale.

«Ha tentato il suicidio.»

Suicidio. Una delle parole che provocavano un sommovimento dei neuroni nella testa di Sirio.

«Come?»

«Mio nonno vive in campagna, si è tagliato le vene dei polsi con un falcetto. Il mezzadro era entrato nel capanno… l’ha trovato agonizzante.»

«Quanti anni ha tuo nonno?»

«Ottanta.»

Ottanta!

Sirio considerò che forse la questione poteva interessare più un geriatra o uno psichiatra, piuttosto che un criminologo.

Disse: «Una forma di depressione? Con l’età…»

«Ha lasciato un messaggio, guarda…»

Gilda gli passò lo smartphone.

Sirio ingrandì l’immagine del foglio di carta sul touch screen fino a poter leggere:

“Ho ucciso l’uomo sbagliato e non posso perdonarmi”.

Adesso sì che la faccenda si faceva interessante. I neuroni nella testa di Sirio ebbero una accelerazione.

«Ed esiste qualche concreta eventualità che non si tratti di una fantasia?» chiese restituendole il telefonino.

«Che confonda sogni o pensieri con la realtà? Una forma di delirio vuoi dire?» tradusse da brava studentessa del terzo anno Gilda il suo pensiero «non lo so. Di sicuro mi suona strano che un vecchio di ottant’anni si metta ad ammazzare gente…»

«Non è detto che si tratti di un omicidio recente… se di omicidio si tratta.»

«Be’» insistette Gilda «mi suona strano anche un pentimento a posteriori. Come fa un vecchio a scoprire dopo dieci, venti o trent’anni di aver ucciso l’uomo sbagliato, per come dice nel biglietto? Ma poi, ucciso chi? E il corpo dov’è?»

«Se sei convinta di quanto affermi, perché sei seduta davanti a me?»

Gilda scosse la testa: «Adesso il nonno è fuori pericolo, pare che lo dimetteranno entro pochi giorni, ma la mamma ha paura che possa riprovarci, perché… perché è sempre stato un gran testardo, uno che non desiste…»

Gilda gli rivolse uno sguardo mesto: «Mia madre vorrebbe parlare con te».

«Con me?»

Gilda ebbe come un fremito, nello sguardo niente scintille adesso: «Senti Sirio, mia madre sa di noi… sa di te; sì, insomma… della tua professione. Ha tenuto nascosto il biglietto… non se la sente di ufficializzare questa faccenda… polizia, giudici, interrogatori, perizie psichiatriche… a un vecchio. C’è da capirla. Senti, vorrebbe che tu accertassi come stanno veramente le cose prima di prendere qualsiasi decisione.»


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venerdì 23 ottobre 2020

Il poligono irregolare - Racconto (Anteprima)






ANTEPRIMA:


Il poligono irregolare


Giovedì.

«Da queste parti ci abita una che conosco, si chiama Lisa» disse Ric accanto al casco a barchetta di Marc.

Marc diede gas e fece impennare il motorino, così Ric, che stava dietro, dovette abbracciarlo per non cadere.

In verità Marc si chiamava Marco e Ric Enrico. Questa cosa dei nomi americani se l’era inventata qualcuno a inizio anno scolastico e tutti l’avevano ripresa, anche qualche professore progressista come il Tullio; la vecchia Triburzi invece, quella quasi pretendeva che le dessero del lei. Il Tullio era giovane, era al primo anno di insegnamento e li aveva messi al banco assieme, Ric e Marc.

Il motorino tornò sulle due ruote e Marc chiese, girando un po’ la testa: «Ah… e  com’è questa Lisetta?»

Marc era alto e robusto, dimostrava diciott’anni invece dei quindici che aveva. Era alto, robusto e prepotente; il duro della classe, quello che non aveva paura nemmeno del preside e che se non gli andava di entrare se ne rimaneva a fumare appoggiato al muro accanto al portone della scuola sfidando con lo sguardo la Triburzi, e anche il preside, a dirgli qualcosa. Invece Ric non arrivava al metro e mezzo e pesava quarantacinque chili. Ric si era trasferito da Bologna quest’anno e il Tullio, il primo giorno, l’aveva messo al banco con Marc, dal momento che con lui nessuno ci resisteva e stava solo. Invece loro due erano diventati amici e si dividevano le sigarette di tabacco che comprava Ric e gli spinelli che Marc rubava a suo padre. Sniffare non sniffavano, anche se Marc avrebbe potuto attingere dalla scorta di suo padre; non sniffavano perché Marc non voleva diventare come sua madre, che era più il tempo che passava al centro di recupero di quello che stava a casa.

«È bionda… ha dodici anni» rispose Ric. Che intendesse Marc l’aveva capito, ma non gli andava di raccontargli che era magra, piatta e con l’apparecchio per i denti.

«Ah… e i suoi lavorano?»

Ric rispose senza rifletterci: «Sì, tutt’e due». Poi capì il motivo vero della domanda e si pentì di avergliene parlato.

Alle due del pomeriggio, in aprile, Forlì dormicchiava, e per la zona dei villini avevano incontrato solo un paio di ragazze in bicicletta e un vecchio col cane al guinzaglio; dai villini arrivava soltanto il frusciare degli alberi e nessun altro sospiro.

«Be’» disse Marc «se abita qui, almeno è ricca. L’andiamo a trovare?»

Ric non sapeva come uscirne.

«Ma no» disse «oggi non mi va, qualche altra volta semmai…»

«Te la vuoi spassare da solo, eh macho» sghignazzò Marc.

Ric gli fece una risata accanto al casco, voleva essere una risata da macho vero, ma non gli venne troppo bene.

Marc diede gas e Ric dovette affrettarsi ad abbracciarlo.

Il motorino si impennò un’altra volta.



Sirio, alle due del pomeriggio, ritornava a piedi verso casa. Era giovedì, aveva pranzato alla mensa dell’università e pregustava di andarsene in riviera per godersi un pomeriggio da Pasqualone e riflettere sul caso del brevetto trafugato; il quale, così lineare nell’esposizione dell’industriale Matteo Massolombardo, secondo Sirio presentava non secondari e inquietanti risvolti morbosi. Ci rimuginava da lunedì sera, quando erano usciti dalla riunione e Urbani aveva esclamato: «Finalmente un incarico semplice, ce lo risolviamo in una settimana… mi sembrano quasi soldi rubati».

Poi, siccome glielo aveva promesso, intorno alle otto doveva essere di nuovo a Forlì per assistere alla semifinale del torneo di scacchi. Il professor Urbani gareggiava per accaparrarsi il titolo, per il terzo anno consecutivo, e non gli avrebbe perdonato una defezione.

I due adolescenti sul motorino uscirono dalla traversa giusto davanti a lui. Quello alla guida robusto, con la fibbia del casco ciondoloni; l’altro minuto, col naso a punta e gli occhi un po’ sporgenti; entrambi portavano al lobo sinistro un orecchino, identici fra loro, due piccoli rubini sicuramente di valore, sicuramente appartenuti a una donna. Sirio ragionò rapidamente sul ventaglio di implicazioni possibili per cui gli orecchini di una donna fossero finiti al lobo di due adolescenti. Imboccato il viale costeggiato dai villini il motorino si impennò e percorse alcuni metri sulla ruota posteriore, col ragazzo seduto dietro che abbracciava l’altro per non essere sbalzato di sella.

Sirio memorizzò la targa.


Lo stabilimento balneare di Pasqualone a Cesenatico in aprile era chiuso. Ma Pasqualone teneva aperto il chiosco bar tutto l’anno, e a richiesta faceva anche da mangiare. Ci campava.

Sirio ci andava perfino d’inverno, se il tempo era buono e non aveva impegni. Ci si trovava bene e Pasqualone, napoletano verace, era simpatico e metteva buonumore.

Invece quel giovedì tirava vento di tramontana sul litorale di Cesenatico, e Sirio aveva chiesto a Pasqualone di sistemargli la sdraio da spiaggia in un cantuccio del locale da cui, attraverso i vetri della portafinestra, poteva scorgere il mare in burrasca.

Il chiosco era fatto di robusta muratura e all’interno il frastuono dei marosi e il sibilo del vento arrivavano attutiti.

Seduto nella sdraio Sirio aveva ricostruito ogni dettaglio, ogni impressione dell’incontro nell’ufficio dell’industriale Matteo Massolombardo.

Sirio non credeva che la verità sia quella che ci si mostra, anzi, spesso è quella che ci viene nascosta. La verità svelata, che concerneva l’ambito economico, era il furto del brevetto da parte di un’azienda concorrente di un prodotto di proprietà della Massolombardo Farmaceutica. Le verità nascoste, al momento, rivestivano un carattere per così dire… sentimentale. Ma soldi e sesso vanno spesso a braccetto, si sa.

Quanto poi alla verità bell’e pronta del dipendente sorpreso a carpire i segreti aziendali riversandoli su una pennetta USB… be’, troppo lineare, troppo semplice per non meritare una verifica.

Non c’erano altri avventori e Pasqualone, finito di lustrare il ripiano del banco, riempì due bicchieri e venne da Sirio.

«Whiskey, professore, di quello buono; ma ditemi, che vi succede? oggi non siete del vostro solito umore.»

«Segga accanto a me Pasqualone, le vorrei raccontare una storia, della quale, purtroppo, non conosco ancora il finale. Le va di sentirla, o ha da fare?»

«Da fare? No, no, con questo tempo non entrerà nessuno.»

Pasqualone aprì una seconda sdraio accanto a Sirio e riuscì ad incastrarcisi.

«Tutto comincia col furto di una molecola.»

«Una molecola, professo’?»

«Già, un integratore per gli sportivi…»

«E chi l’ha rubato?»

«È quanto dobbiamo scoprire, caro Pasqualone. Ma cominciamo dall’inizio.»



Il lunedì precedente.

La segretaria bionda e perfetta che aveva aperto sovrastava il professore di tutta la testa.

«Puntualissimi» sorrise lanciando un’occhiata all’orologio digitale appeso sopra il tornello per le presenze dei dipendenti, che in quel momento era scattato a segnare le 19:01 di Lun. 12 Apr. «Sono tutti di là. Faccio strada.»

Le mannequin sulla passerella spostano avanti il piede in modo da appoggiarlo su una linea all’interno dell’altro. Dà loro eleganza. E comporta lo spostamento di lato dell’anca, molto seducente; specie se osservato di spalle. Ebbene la segretaria, più sobria, allineava il tacco del piede che spingeva avanti alla punta dell’altro, senza per questo risultare meno seducente o elegante; cosa che Sirio poté apprezzare per il breve tratto del corridoio in cui li precedette.

L’ufficio dell’industriale Matteo Massolombardo era vasto e luminoso. L’ampia finestra affacciava sullo stabilimento e due basse ciminiere dissolvevano nell’aria un filamento di fumo bianco. Al di qua di una scrivania di ultima generazione col piano di cristallo tanto lucido da credere che fosse refrattario alla polvere, sedevano un uomo atletico sui quaranta e una donna molto bella, che si voltarono subito verso la porta, due sorrisi da Beautiful della prima stagione televisiva. L’industriale Massolombardo, doppiopetto gessato, capelli sale e pepe ancora folti pettinati indietro, si alzò dalla scrivania e venne ad abbracciare il professore, suo vecchio compagno di scuola.

La stessa età eppure così diversi.

Il professore, la testa con qualche capello bianco all’intorno appoggiata su un corpo a forma di uovo, presentò Sirio come: «Il mio assistente».

L’industriale appoggiò la mano sulla spalla della bella signora dallo splendido sorriso: «Mia moglie Eleonora, nonché Presidente della Massolombardo Farmaceutica e socio di maggioranza», quindi su quella del quarantenne atletico «e Giorgio Dediscentis, il mio legale, nonché amico».

Tutti presero posto attorno allo scrittoio, il professore al centro, l’avvocato e la bella moglie alla sua sinistra e Sirio a destra, un po’ arretrato, in quanto Assistente; mentre la segretaria bionda, a un cenno d’assenso di Matteo Massolombardo faceva la spola fra un tavolino imbandito e gli ospiti per porgere tazzine di caffè, liquori e pasticcini, impegnata nell’esercizio impossibile di non voltare le spalle a nessuno mentre si chinava. Nel porgere l’ultima tazzina, quella destinata al titolare, si protese verso lo scrittoio nello spazio ristretto fra le sedie di Urbani e Dediscentis. Nessuno avrebbe dovuto vedere, e nessuno avrebbe potuto vedere la mano di Dediscentis infilarsi sotto la gonna e indugiare in una carezza sulle belle gambe, se non Sirio, dalla sua posizione arretrata.

«Cercherò di essere breve» esordì Matteo Massolombardo girando il cucchiaino nel caffè e rivolgendosi al professore «come sai noi produciamo essenzialmente integratori per lo sport. È un mercato inflazionato, per cui è inevitabile scontrarsi con una concorrenza spietata. La soluzione è distinguersi, rinverdire, prendere le distanze dagli altri produttori, soprattutto rinnovare l’offerta. Così, circa un anno fa ho incaricato il nostro settore di ricerca affinché studiasse una nuova miscela energizzante da destinare agli sportivi. Un investimento di ordine economico considerevole, giunto finalmente a maturazione e pronto a ripagarci con risultati concreti.»

La segretaria bionda prese a ritirare tazzine e bicchieri.

Questa volta, per raggiungere Massolombardo, girò attorno allo scrittoio.

Esiste una distanza minima, una specie di aura individuale che viene inconsapevolmente rispettata. Varia in base a motivi legati alla cultura del posto. Negli Stati Uniti è stimata intorno ai centoventi centimetri, in Italia scende a circa sessanta fra gli estranei per arrivare a quaranta fra conoscenti e amici. Il contatto fisico, al difuori delle strette di mano e degli abbracci di saluto è limitato ai familiari o alle persone intime. Nel prendere la tazzina la segretaria bionda appoggiò il seno alla spalla di Massolombardo, e lui non si ritrasse. Forse non se ne rese conto, perché stava dicendo:

«Ebbene, finalmente il nuovo prodotto era pronto; decidemmo di chiamarlo Besmance, avevamo anche lo slogan, The best for your performance, se non che, al momento di depositare la richiesta di brevetto scoprimmo che era stata presentata la settimana precedente un’istanza per la nostra stessa molecola dalla Interium, un’azienda nostra concorrente.»

«Spionaggio industriale» esclamò il professore.

«Bravo» si diede una pacca sul ginocchio Massolombardo «più precisamente furto di informazioni aziendali riservate…»

«Che intendi?» domandò il professore.

«Che non c’è stato spionaggio dall’esterno, la nostra molecola è stata trafugata da qualcuno all’interno. E sappiamo anche chi è.»



Sempre giovedì.

Nel parco comunale che delimitava il quartiere dei villini era vietato introdurre motocicli. Marc, questo era certo, il motorino incustodito non lo lasciava; così si fermarono alla prima panchina, ombreggiata da un pino, in modo da tenerlo d’occhio; sedettero sulla spalliera e appoggiarono i piedi sulla seduta, le guance sui pugni, i gomiti sulle ginocchia. Ogni tanto passava qualcuno in pantaloncini e canotta e correndo faceva scricchiolare la ghiaia, ma per lo più era silenzio, il ronzio del trafficò, al di là della siepe lungo il perimetro, quasi non arrivava. Avevano mangiato un panino fuori dalla bottega del pane e Ric aveva pagato le birre; un paio se l’erano scolate mentre mangiavano e la terza era posata vicino ai piedi fra loro; ogni tanto si chinavano a prenderla e mandavano giù un sorso, a turno. Poi riappoggiavano le guance sui pugni.

Un po’ veniva sonno.

Ric pensava a Lisa, la ragazzina che abitava ai villini. L’aveva conosciuta l’estate precedente al lido, avevano gli ombrelloni vicini e i genitori avevano preso discorso e anche loro due si erano parlati e avevano fatto il bagno assieme. Negli ultimi giorni erano anche usciti, con altri ragazzi che conosceva lei, a prendere il gelato e passeggiare sul lungomare. A Ric un po’ gli piaceva, ma non le aveva detto niente. All’inizio perché gli sembrava presto, poi perché a giorni si sarebbero separati; lui per tornare a Bologna, lei a Forlì. Ric si diceva che si sarebbero potuti sentire, scambiarsi le foto tramite WhatsApp come facevano un po’ tutti… ma quando poi stava con lei rimandava e insomma non gliel’aveva detto.

A settembre la famiglia di Ric si era trasferita a Forlì.

Sua madre, infermiera, aveva finalmente ottenuto il trasferimento e sarebbe potuta stare vicina ai genitori, anziani, che non stavano troppo bene; e suo padre, che era magazziniere, avrebbe pendolato da Forlì a Imola che tanto già pendolava da Bologna e, fatti i conti, ci voleva stesso tempo e stessa spesa.

Così un pomeriggio che Ric stava con la madre fuori dal centro commerciale vicino al Parco della Resistenza avevano incontrato la madre di Lisetta. Come stai? Come mai qui…? Insomma erano finiti a casa sua a prendere il tè. E Ric aveva rivisto Lisa, si erano chiusi nella sua cameretta e lei gli aveva mostrato sul tablet le fotografie dell’estate e gli aveva fatto leggere certe poesie che ogni tanto scriveva lei, perché le piaceva scriverle.

Poi non si erano più rivisti.

Sua madre qualche volta nominava la madre di Lisa e di andarli a trovare, ma suo padre non era  propenso, diceva che non gli pareva il caso, che gli sembravano gente snob, e lui col marito di lei non ci si ritrovava perché non c’erano argomenti in comune.

Così non se n’era fatto niente.

Adesso pensava di potarci andare con Marc, e fantasticava di come sarebbe stato e di che si sarebbero detti… ma poi no, non era una buona idea di andarci con Marc.

Arrivarono due guardie del comune, due donne, con la divisa bianca e il berretto; una era robusta e la divisa le schiacciava il seno, l’altra magra, col naso a becco. Indossavano i guanti di garza bianca. Quella robusta fece di no col dito e Ric capì e si lasciò scivolare fino a sedersi per bene; e subito invidiò Marc, che al solito se n’era fregato, da vero macho.

Le due vigilesse fecero finta di nulla e tirarono dritto chiacchierando fra loro.

Marc gli bussò sulla spalla e gli porse uno spinello. Accese il suo con l’accendino e glielo passò.

«Che dici, ci andiamo dalla tua amichetta del villino?»

Il sapore del fumo era dolce, e gli dava subito alla testa… un passero saltellò sulla ghiaia qualche metro più in là e gli sembrò molto buffo, gli venne da ridere.

«No, no, oggi no. Qualche altro giorno ci andiamo.»

Dovette scivolare in avanti per poter appoggiare la testa alla spalliera. Guardò Marc, che sembrava una torre puntata verso il cielo, stava aspirando con la testa rivolta verso l’alto, teneva dentro il fumo e poi ne soffiava un poco guardando in su.

Ric chiuse gli occhi, perché gli veniva da vomitare, ma non poteva farlo, perché sarebbe stata la fine anche con Marc, così prese aria e tenne gli occhi chiusi, sperando di riprendersi presto. Sentì Marc che diceva:

«E che fanno i genitori della tua amichetta, che vivono ai villini?»

«I ricercatori.»

«E che mestiere è? Ci si guadagna bene?»

«Boh? Una casa farmaceutica, forse inventano medicine.»



Pasqualone vuotò il bicchiere in un sorso.

«Professo’, ma che… la segretaria se l’intende con l’avvocato e pure col principale? Un triangolo insomma.»

«Sembrerebbe… Ma cerchiamo di non arrivare a conclusioni affrettate. Erano soltanto impressioni, al momento.»

«Se lo dite voi…!»

Pasqualone si grattò la tempia: «Ma poi, se hanno scoperto il ladro, dal professore amico vostro, che vogliono? Andate avanti professo’, che sta cosa va chiarita».

La segretaria bionda aveva passato una cartella al professore.

«È tutto nel dossier» aveva detto l’industriale Matteo Massolombardo indicando la cartella, quindi aveva teso la mano verso l’avvocato Giorgio Dediscentis, come a dire: Tocca a te.

La segretaria bionda già pronta alle spalle dell’avvocato con un personal computer acceso glielo passò.

«Guardate!»

Dediscentis aveva una voce profonda e carezzevole. Scandiva ogni parola come concentrato affinché avesse la giusta intonazione. Premette il tasto di invio e rivolse lo schermo verso il professor Urbani.

Un uomo dall’ampia stempiatura, in camice da laboratorio, era ripreso dall’alto. A bordo immagine la stampigliatura della data di una diecina di giorni prima e l’orario: 17:58.

«Quest’uomo si chiama Antonio Diroberto, è il tecnico cui era stato affidato l’incarico di realizzare la molecola. Bene, sul suo monitor potete vedere che sta copiando la cartella del Besmance su una pennetta USB.»

Dediscentis zumò in maniera tale che potessero distinguere i dettagli.

«Bene, adesso ponete attenzione alla telefonata che sta per ricevere.»

Sul tavolo del tecnico di laboratorio ronzò un telefono cellulare, invisibile, perché l’uomo col suo corpo lo copriva alla telecamera: «Pronto».

L’uomo ascoltò. Poi disse: «Sto copiando adesso il file».

Ascoltò.

«Va bene, te lo porto subito.»

Dediscentis mise in pausa.

«Come vedete» disse «abbiamo il colpevole.»

«Perché non lo denunciate?» chiese il professor Urbani.

«Non possiamo esibire questa prova. Le leggi sulla privacy ci vietano di effettuare riprese video dei dipendenti durante il lavoro. Ma…»

Era il re dell’oratoria Dediscentis, aveva pensato Sirio, perfino le pause a effetto.

Dediscentis riprese, riavviando la registrazione:

«Come potete notare, il tecnico Antonio Diroberto risponde alla telefonata alle diciotto e zero due, ed estrae la memoria USB alle diciotto e zero quattro. Tutto quello che accade dalle diciotto, termine dell’orario di lavoro, in poi, può essere oggetto di prova a carico. Ma c’è di più…» altra pausa a effetto, prolungata, interminabile «il tecnico Antonio Diroberto, da quel giorno, non si è più presentato al lavoro. È scomparso!»

Il professor Anselmo Urbani si schiarì la voce: «In conclusione cosa vi aspettate che io faccia?»

L’industriale Matteo Massolombardo disse: «Anselmo, la Massalombardo Farm ha investito capitali ingenti in questo progetto. Se non torniamo in possesso della formula e avviamo la produzione si rischia la bancarotta. Questo significa che il ladro, quell’analista, deve essere giudicato colpevole, in modo tale da indurre la Interium a restituire il brevetto.»

«Capisce professore l’importanza della cosa?» si intromise la bella signora Eleonora.

L’avvocato, per non essere da meno, scattò in piedi; sembrava volesse gridare Vostro onore mi oppongo. Brandiva il portatile come Mosè le Tavole della legge.

«Dobbiamo inchiodare quest’uomo! Vogliamo una perizia autorevole e circostanziata da presentare nel momento in cui decideremo di adire le vie legali! Il suo incarico consiste in questo!»

Il piano di cristallo refrattario alla polvere era sostenuto da lucentissime gambe di acciaio: Specchi.

Nessuno avrebbe dovuto vedere, nessuno avrebbe potuto vedere se la gamba più prossima alla signora Eleonora non l’avesse riflessa mentre infilava la mano sotto il cavallo dei calzoni dell’avvocato, in un gesto intimo, orgoglioso e complice.

E Sirio la vide.



Pasqualone si menò una fragorosa pacca sulla coscia.

«Professo’, ma allora la moglie se l’intende coll’avvocato! Un altro triangolo!»

Nella foga scosse il proprio bicchiere, che era vuoto, l’appoggiò e prese quello di Sirio, che era pieno. Lo vuotò d’un sorso. Si puntò entrambi gli indici alle tempie.

«Insomma, se capisco bene. La segretaria se l’intende col principale e l’avvocato. L’avvocato con la moglie del principale e la sua segretaria; il principale… altro che triangoli, questo è un politico irrazionale! No. Com’è che si dice, professo’?»

«Poligono irregolare.»

«Ecco, bravo, quello! E poi c’è la faccenda del furto della molecola.»


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Racconto

Piccole considerazioni di retorica spicciola.

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