mercoledì 6 maggio 2026

Solo un mille - Racconto (Anteprima)

 






Anteprima:

Solo un mille

Il cinese si era avvicinato sull’arenile ma non l’avevano sentito.

Sirio guardava Aziz, distesa a pancia in giù sul lettino da spiaggia accanto al suo. Aveva gli occhi chiusi e la guancia appoggiata sulle mani.

Attraverso gli intrecci del cappello di paglia con la falda ampia, il sole disegnava un ricamo di puntini luminosi sulla sua guancia color caffelatte.

Sirio, il giorno prima, nel chiosco bar del lido, si era innamorato del profilo di Aziz.

Era sola. Sedeva eretta sullo sgabello coi gomiti sul banco. Di tanto in tanto, svogliatamente, tendeva la testa verso la cannuccia e suggeva, infossando lievemente le guance. Il ripetersi monotono di quel gesto era molto seducente.

Nessuno le si era avvicinato per tutto il tempo.

La linea del suo profilo era un susseguirsi di curve. La fronte alta partiva da capelli crespi nerissimi: una foresta notturna osservata da un elicottero. Dolcemente si congiungeva all’insellatura del naso; precipitava verso le labbra, rialzate, carnose, selvagge e desiderabili insieme; combatteva per risalire l’onda di risacca del mento e sprofondava verso il solco tra i seni, piccoli e sporgenti.

Indossava un prendisole color arancia, trasparente, quasi impudico sul bikini bianco e l’incarnato scuro.

Era uscita, e lui l’aveva seguita.

Avevano camminato, lei avanti, Sirio qualche passo più indietro, sulla sabbia tiepida di maggio fino a un ombrellone prossimo al bagnasciuga. La brezza che spirava dal mare spingeva avanti le onde. Ritraendosi, spumeggiavano.

Lei, liberatasi del prendisole, si era distesa.

Quel giorno Sirio aveva raggiunto Cesenatico per uno di quegli impulsi da prefestivo vuoto che a volte prendono chi vive solo. In jeans e polo si era seduto sotto l’ombrellone vicino, rivolto verso di lei.

Ma non sembrava averlo notato. Si era sdraiata e aveva chiuso gli occhi.

Lui si era disteso a sua volta e, con i polsi sotto la nuca, era rimasto a fissare il mare attraverso le ciglia socchiuse. Qualche giovane temerario sollevava schizzi correndo verso il largo, si slanciava in bracciate frettolose, invitava la sua ragazza a seguirlo; poi la rincorreva, la prendeva in braccio mentre scalciava e infine la lasciava cadere fra spruzzi e risate. Qualche bambino protestava se il coetaneo gli rubava il secchiello e qualche mamma interveniva: «Non fa niente, poi te lo restituisce… giocate insieme».

Attorno a mezzogiorno, la ragazza dai capelli crespi aveva recuperato il prendisole color arancio ed era tornata al chiosco. Aveva ordinato un panino e una spremuta e se li era portati a un tavolo.

Gli altri erano tutti occupati.

«Posso?» le aveva chiesto Sirio.

Gli aveva sorriso.

«Certo.»

Aveva fatto un gesto verso la sedia di fronte. Il palmo chiaro della mano sembrava una porta aperta.

*

Il cinese rilasciava profumi.

Aziz, nel lettino accanto a quello di Sirio, aprì gli occhi con un allarme fugace. Si appoggiò sul gomito e lo fissò. Il giorno prima, al tavolo del chiosco bar, con la stessa espressione interrogativa aveva chiesto a Sirio: «Mi sta seguendo… dica la verità».

Aveva possibilità di negarlo?

«Confesso,» aveva alzato la mano, allo stesso modo con cui avrebbe detto “Lo giuro”.

Nel chiosco affollato si inseguivano voci e gesti. Mani volevano attenzione dai camerieri, richiami e scambi si incrociavano da posizioni distanti.

«C’è un perché o agisce d’istinto? Non sarà uno di quei serial qualcosa che vanno di moda sui crime della TV?»

«No, no. Sono un modello unico,» ridacchiò Sirio.

Lei gli mostrò i denti bianchissimi.

Sirio rimase a fissarla per qualche istante, lasciando che lei percepisse l’ammirazione. Poi si schiarì la voce.

«Sai che, tecnicamente, mi stai minacciando?» disse, mostrandosi serio.

Aziz si bloccò con la spremuta a mezz’aria: «Cosa?»

«Studi antropologici affermano che il sorriso è la metamorfosi di un ringhio,» rispose Sirio, con l’aria di trovarsi sulla pedana, in facoltà. «Un tempo equivaleva a esibire un’arma – i denti, appunto. Era il preludio a un attacco. Poi l'evoluzione ha trasformato quel gesto di minaccia in un segnale di pace, o di corteggiamento.»

Rivolgendole un sorriso contenuto e ambiguo, si godeva la sorpresa e il rincorrersi di congetture nei suoi occhi.

Insistette: «È un destino bizzarro, non trovi? La stessa espressione che gli antenati usavano per spaventare il nemico, oggi la usiamo come segnale di pace».

Qualcuno l’aveva urtato, passando. Sirio l’aveva ignorato.

Aziz, in silenzio, era sospesa tra lo stupore e il dubbio di trovarsi di fronte a un pazzo. Poi rovesciando indietro la testa scoppiò a ridere.

«Ma chi sei?» esclamò, passandosi un dito sotto l'occhio per portar via una lacrima di riso.

«Soltanto Sirio. E tu?»

Scosse la testa e agitò la mano: «Solo Aziz. E guarda che a proposito di mostrare i denti e tutte quelle altre cose, hai cominciato tu».

Gli fece una smorfia da ragazzina che rintuzza un compagno di giochi.

Lui sorrise: «Hai ragione».

Lei diede un morso al panino.

«Tu?» gli chiese. «Non prendi niente?»

«Sì. Vado a ordinare. Però, non sparire,» le aveva agitato contro l’indice.

* * *


> Ti è piaciuta l'anteprima? Questo racconto è nella raccolta "Scarti di cronaca" - Per l'acquisto su Amazon fai clik QUI

 

> Per visualizzare il profilo e tutte le pubblicazioni dell'autore fai clik QUI


 


venerdì 27 febbraio 2026

Io sono lui - Racconto (Anteprima)



 
Disponibile su Amazon, solo E-Book e Unlimited, facendo


 Sinossi: 

Sonia soffre di nictofobia, il terrore dell’oscurità. Quando viene rapita e bendata, il suo incubo ha una voce familiare: quella di Vanni, l'uomo che già l'aveva tormentata in passato. 

Ma Vanni è in prigione. 

Fra strade nebbiose e personaggi indecifrabili, Sirio e la sua compagna Karate si mettono alla ricerca di un predatore invisibile. Un uomo che ha rinunciato a se stesso per abitare la vita degli altri.

 Incipit: 

IO SONO LUI

Quando avrò finito di divertirmi con te, ti ucciderò. Lo sai questo?

*

L’edificio, per la parte visibile dal cancello d’ingresso, ricordava certe case rurali dell’alta Inghilterra o scozzesi, per come appaiono negli sceneggiati polizieschi d’oltre Manica. Forse dipendeva dal tetto spiovente e dal prato perfetto – molto inglese – che si estendeva fino al muro di recinzione. La targa in pvc sulla colonna diceva: ASL – REMS.

Percorso il viale inghiaiato di una cinquantina di metri, si scorgeva l’atrio vasto e luminoso, oltre la vetrata a tutta parete. Grandi immagini fotografiche riprendevano momenti felici di ricoverati e personale medico: nel refettorio, in palestra, in vari angoli del soggiorno e nell’ambulatorio.

Avviandosi per il corridoio, colpiva il silenzio, l’eco dei passi da casa disabitata.

Lo sguardo continuo delle telecamere pesava più di quell’assenza di suoni echeggiante.

Sirio conosceva il luogo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Identità Zero - Racconto (Anteprima)

 





Per visualizzare tutte le pubblicazioni dell'autore fai clik QUI

Anteprima:

Identità Zero

Sirio, sprofondato nella sua poltrona preferita, guardava svogliatamente i bagliori bluastri del telegiornale della sera. Da giorni si dava risalto a quello che i cronisti, col solito estro per i titoli, avevano battezzato lo Scandalo della Sanità vs AI. In pratica diceva tutto senza spiegare niente, per chi non avesse seguito le vicende fin dall’inizio.

Le notizie che promettono scandalo fanno audience, così, in breve, ai TG si erano accodati talkshow e programmi d’intrattenimento a vario titolo. Si erano avvicendati personaggi politici di ogni colore, direttori di testate editoriali e tuttologi di ogni genere. Avevano sciorinato opinioni e teorie, tanto variegate quanto confuse, inducendo nell’opinione pubblica più smarrimento che chiarezza.

Rosanna Vidor, bioetica di fama internazionale, nota per la sua moralità e considerata incorruttibile, aveva ricevuto l’incarico di istituire e condurre una commissione governativa finalizzata alla regolamentazione e all’utilizzo dell'intelligenza artificiale nella medicina di base. Il suo compito era tracciare il confine tra il diritto alla cura e il calcolo algoritmico. Poi, con la precisione di un attacco mirato, un video era emerso dai bassifondi del web ed era esploso nei palinsesti della cronaca, travolgendo la sua vita, la sua identità e il suo lavoro.

Nel filmato, Rosanna Vidor era in piedi, indossava una giacca azzurra dal taglio maschile e una camicia grigia aperta. Dal colletto si scorgeva la collana col crocifisso che portava sempre. Si scorgeva alle sue spalle una parete tinteggiata di grigio e soffusa nella penombra. Stampe di nature morte sulla parete. Era evidente un’espressione ingorda, vorace, della donna, che fissava un punto preciso davanti a sé, leggermente in basso, all’altezza del petto o delle mani di chi le stava di fronte.

Una voce d’uomo, greve, profonda, diceva: «Allora, d’accordo?»

Il tono era molto basso e le parole non si afferravano subito. Chi aveva immesso il video in rete aveva eseguito un montaggio, per cui la scena si replicava: espressione golosa, occhi attenti, voce dell’uomo che ripeteva in crescendo: «Allora, d’accordo… allora d’accordo?»

L’uomo, che probabilmente aveva nascosto su di sé una microcamera, rimaneva fuori dall’inquadratura.

Nel video, Rosanna Vidor rispondeva chiaramente: «Va bene».

Gesticolava e aggiungeva: «Adesso».

Compariva la mano dell’uomo nell’atto di porgerle una mazzetta di banconote, che la donna afferrava e nascondeva subito nella tasca della giacca.

Questa ripresa sarebbe fors’anche passata inosservata, se Antonella Sordoni, telecronista di Canale Surprise non avesse deciso di ricavarne uno scoop.

Aveva fatto accomodare l’ospite nella poltrona eccessiva di pelle bianca e l’aveva brevemente presentata ai telespettatori e al pubblico in sala.

Poi le aveva chiesto: «Dottoressa Vidor, ci parli più nel dettaglio del suo incarico, quali sono le finalità, i passi che intende intraprendere?»

Rosanna, per l’occasione, indossava un tailleur giacca e gonna grigio. Aveva toccato con gesto automatico il crocifisso al collo e aveva spiegato, rivolgendosi alla telecamera.

«Le nuove frontiere della tecnologia informatica aprono opportunità eccezionali per quanto riguarda i servizi sanitari. L’integrazione dell’intelligenza artificiale deve diventare lo strumento per garantire il diritto all’accesso tempestivo alle cure. Attraverso la modellazione dei dati, potremo gestire le liste d’attesa con precisione, velocizzando lo smistamento verso le visite specialistiche e i ricoveri. Il nostro obiettivo è eliminare quegli appesantimenti burocratici e le aree di discrezionalità che spesso favoriscono i clientelismi. Stiamo lavorando per trasformare la sanità in un sistema a trasparenza totale, dove l'efficienza non sia un calcolo matematico a freddo, ma un servizio reale al cittadino. Il nostro impegno è finalizzato a una migliore funzionalità e trasparenza ei servizi al cittadino.»

«Spieghi bene ai telespettatori. Vi rivolgerete al mercato esterno, per individuare lo sviluppatore delle tecnologie di intelligenza artificiale necessarie?»

«Certo, e non potrebbe essere altrimenti. Vi sono oggi realtà private, le cosiddette Società di Gestione Algoritmica, che detengono il monopolio della potenza di calcolo e dei brevetti sui modelli generativi più avanzati. Lo Stato non ha le infrastrutture per competere con lo sviluppo dei loro codici, ma ha il dovere di governarli. Queste aziende non vendono solo software; offrono architetture decisionali capaci di elaborare miliardi di dati in pochi millisecondi. Tuttavia, il punto critico non è l'efficienza tecnologica, ma la Black Box…»

«Mi perdoni,» l’aveva interrotta la telecronista. «Può essere più chiara, per gli spettatori?»

Rosanna aveva sospirato: «Certamente. Black Box, che significa scatola nera, è un termine tecnico reale, in informatica. Indica quando un'AI prende decisioni senza che gli umani possano capirne esattamente le motivazioni. Il compito della commissione è assicurarsi di scegliere e utilizzare algoritmi che svolgano criteri di selezione dei pazienti basati sul diritto alla salute e non su variabili di profitto o, peggio, di valore produttivo dell'individuo. La commissione è finalizzata a questo: garantire che la macchina resti uno strumento, non che diventi un giudice indipendente.»

«Quindi, se capisco bene, la commissione… per meglio dire lei, che la dirige, è titolata a individuare un’azienda del settore di Gestione Algoritmica cui affidare l’elaborazione e installazione sui server della Sanità di un software di intelligenza artificiale che serva allo scopo.»

«Per semplificare, sì.»

«Può farci i nomi di queste aziende?»

«Perché no. Esistono diversi attori globali che hanno presentato protocolli d'interesse. Parliamo di colossi come la Omnia Logics, che gestisce già sistemi predittivi per il mercato assicurativo asiatico, o la Neural Path Solutions, specializzata in bio-informatica applicata. C'è poi la Kratos-Med, che punta molto sull'integrazione tra dati genomici e cartelle cliniche.»

«La Sintesis SpA?»

«Anche. Ha sede a Milano. La conosco.»

«Non l’ha citata, però.»

Rosanna, inquadrata in primo piano, aveva sollevato di poco le spalle, con un’espressione che significava: Non ci ho pensato. Non credo sia grave.

La conduttrice si era sporta in avanti, riducendo lo spazio fisico tra sé e l’ospite; la voce si era fatta pressante.

«Dottoressa Vidor, restiamo con i piedi per terra. Stiamo parlando di un progetto che sposta equilibri miliardari. Non teme che l’entità economica in gioco possa innescare tentativi di manipolazione, di pressioni indebite volte a favorire un’azienda specifica a scapito della concorrenza?»

L’ospite aveva spostato leggermente il peso sulla poltrona dello studio.

Era tesa e si vedeva.

«Lo escludo.»

«È sicura?»

«Nella maniera più categorica.»

La conduttrice aveva il sorriso di chi sta per sferrare un colpo violento.

«Prima di lanciare la pubblicità, vorrei mostrarle un filmato.»

* * *


Ti è piaciuta l'anteprima?

Il racconto è inserito nella raccolta "Scarti di cronaca".

Lo trovi su Amazon facendo Clik QUI


mercoledì 11 febbraio 2026

26.02.11 Intervista di StoryBrooke.Books

 


Oggi, su Instagram,   Storybrookebooks   - che ringrazio - ha pubblicato una mia intervista, che riporto qui integralmente.

Per visualizzare il libro fai CLIK QUI

L'intervista:

✨ Ciao! grazie per essere qui per questa nuova intervista. Innanzitutto presentati a chi ci segue. Chi sei, che libri hai scritto e di che genere.

Risposta: «Grazie a te per l’invito! Sono un salentino d’origine, ma romano d’adozione. Ho settantacinque anni e, dopo una vita dedicata a una professione totalmente diversa, ho scelto di riempire il "tempo sospeso" della pensione con la scrittura.

Il mio esordio è stato una vera sfida: ho dedicato ben cinque anni a questo primo romanzo, navigando tra le incertezze sulla trama e la ricerca del protagonista ideale. La svolta è arrivata per caso: navigando in rete, ho scoperto l'eccellenza accademica di Forlì nel campo della Psicologia Criminale. Lì ho avuto l'illuminazione: un Criminologo! Mi sembrava un profilo ancora poco esplorato dalla letteratura di genere italiana (o almeno, allora lo era per me). Così è nato Sirio Bonanni, un giovane docente dal setto nasale deviato, che ha segnato il mio ingresso nel mondo del poliziesco. Da quel primo passo, ho scritto altri undici libri, affinando la tecnica e accorciando i tempi della creazione man mano che "l'arte dello scrivere" diventava la mia nuova lingua.»

🌟 Com'è nata la passione per la scrittura, cosa ti ha spinto in questo mondo?

Risposta: Posso affermare che la passione per la scrittura sia sempre esistita dentro di me, è semplicemente sfociata quando ha potuto. Inizialmente è stata una sfida con me stesso: volevo vedere se ero capace di costruire un mondo coerente partendo da un foglio bianco. Poi, quella sfida è diventata un bisogno vitale. Scrivere mi permette di vivere molteplici vite e di restare connesso con il mondo, mantenendo la mente lucida e lo sguardo attento ai dettagli — proprio come il mio protagonista, Sirio. Ma poi, a settantacinque anni ho scoperto che è più divertente dare la caccia ai criminali sulla carta che guardare i telegiornali.

✨ Avrai sicuramente un libro o più che ti hanno segnato come lettore e che ti hanno ispirato a pensare "voglio scrivere anche io"

Risposta: Sono sempre stato un lettore "vorace" di romanzi. Se dovessi fare un calcolo, direi di aver letto più di diecimila libri. È stata una dieta letteraria ricca e variegata: sono partito dai classici e dai grandi indagatori dell'animo umano come Pirandello, Moravia e Hesse, passando per le suggestioni di Kundera e la modernità di De Carlo. Tuttavia, la scintilla che ha acceso il desiderio di mettermi alla prova con il genere poliziesco e il thriller è arrivata da altri maestri. Devo sicuramente molto al rigore deduttivo di Conan Doyle, all’impareggiabile Agatha Christie, all’eccellente John Grisham e all’ottimo Giorgio Faletti (non che io voglia paragonarmi al “maestro”, ma la parabola di vita dimostra che non è mai troppo tardi per cambiare pelle).

🌟 Il tuo primo progetto di scrittura? Cosa ti ha ispirato per realizzarlo e a cosa ti ispiri in generale per i tuoi lavori?

Risposta: “Una lavagna di candida pelle”, il mio primo progetto, è nato da una sorta di sfida intellettuale: volevo scrivere un poliziesco che non si affidasse alla forza bruta o alla tecnologia d'avanguardia, bensì alla pura capacità di analisi. L'ispirazione è arrivata, come dicevo, dalla scoperta quasi fortuita del polo universitario di Forlì: l’idea di un criminologo, un accademico che si scontra con il fango della realtà criminale, è stata la scintilla di tutto. Per i lavori successivi l’ispirazione non è arrivata dai grandi eventi, ma da dettagli minimi, da gesti umani. Ho imparato a non sprecare nulla: la raccolta “Indagini sulla morte di Betty”, ad esempio, contiene racconti nati dai capitoli "scartati" dal primo romanzo. Il sequel, “Odio”, ha preso vita in soli sei mesi attingendo allo "zibaldone" di appunti che avevo accumulato durante la lunga stesura dell'esordio.

 Le mie fonti di ispirazione sono variegate. Molti dei miei racconti vedono come coprotagonisti personaggi portatori di handicap psichici, nati sulla scia emotiva lasciatami da “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon. Altre indagini scavano nel passato, influenzate da “Il cane di terracotta” del "Maestro" Camilleri. Per “Chi muore si salva”, invece, devo molto al film “La stangata” — anche se non posso svelarvi il perché per non rovinarvi la sorpresa. Infine, ci sono trame come quella di “Violenza privata” che affondano purtroppo le radici in tragici fatti di cronaca reale.

Ogni mio libro nasce, in definitiva, da una domanda molto semplice: "Cosa succederebbe se…" e, subito dopo: "Come si comporterebbe Sirio?"

 🌟 A chi consigli il tuo libro? Convinci nuovi lettori descrivendo il tuo libro in 5 parole e perché le hai scelte.

Risposta: Lo consiglio a chi non si accontenta della superficie. A chi ama le indagini classiche, ma cerca una profondità psicologica che vada oltre il semplice "chi è stato". Lo consiglio a chi vuole un investigatore che non usa la pistola, ma il cuore e l'intelletto.

Se dovessi descrivere la saga di Sirio in 5 parole, sceglierei queste:

Dettaglio: Perché, come insegna Sirio, è nell'infinitamente piccolo che si nasconde la verità più grande.

Umanità: Perché i miei personaggi, criminali inclusi, non sono mai macchiette, ma esseri umani complessi e fragili.

Logica: Per l'omaggio che rendo alla deduzione classica, quella "vecchia scuola" che non passa mai di moda.

Verosimiglianza: Perché ogni trama affonda le radici nel reale; voglio che il lettore pensi: "Questo potrebbe accadere davvero".

Riscatto: Perché Sirio è un uomo comune che, nonostante i propri limiti e le amarezze della vita, non smette mai di cercare la giustizia.

Le ho scelte perché credo che un buon poliziesco non debba solo intrattenere, ma debba lasciare al lettore una lente nuova con cui guardare il mondo, una volta chiusa l'ultima pagina.




martedì 20 gennaio 2026

L'amante - Racconto (Anteprima)

 


Per visualizzare tutte le pubblicazioni dell'autore fai clik QUI

Anteprima:


L’amante

Sirio lo vide entrare, trascinandosi dietro la nebbia di Bologna e l’oscurità precoce di gennaio. Si guardava intorno nell’enoteca in penombra e Sirio richiamò la sua attenzione con un gesto. Si alzò per abbracciarlo.

«Non sei cambiato,» disse Vittorio, fissandolo e trattenendolo per le spalle.

Vittorio era il primo della classe al liceo scientifico in via delle Sette Sale, a Roma. Passava i pomeriggi sui libri, non aveva amici e non andava dietro alle ragazze. Si riusciva a trascinarlo in pizzeria soltanto per la cena di fine anno. Era magrissimo; il taglio dei capelli e l’abbigliamento non seguivano le mode e portava occhiali neri dalle lenti spesse.

Dopo il diploma si erano persi di vista.

Adesso, appesantito, quasi calvo e con gli occhiali senza montatura, Sirio non l’avrebbe mai riconosciuto incontrandolo per strada.

Sere prima, Vittorio si era messo in contatto con lui tramite Facebook; avevano scambiato qualche ricordo in chat e si erano dati appuntamento nell’enoteca di piazza Salmastra.

«Dunque, informatico presso la Kore Systems di Bologna,» avviò un discorso da rimpatrio di ex studenti Sirio.

«E tu, docente di criminologia. Vent’anni fa, chi avrebbe detto che saremmo finiti così.»

Il tono era mesto. Sirio si rese conto che l’amico non aveva mai sorriso.

«Rimpianti?» gli chiese.

Vennero interrotti dalla cameriera spigliata sorridente che si avvicinò col tablet già pronto. Porse la lista dei vini e, da brava sommelier, prese a declamarli. Si stancò presto della serietà con cui la fissava Vittorio e si rivolse a Sirio, che le dava soddisfazione con espressioni ammirate.

Entrambi optarono per un Barbera.

«Fino a poco fa nessun rimpianto,» Vittorio scuoteva la testa. «Ma adesso…»

«Adesso cosa?»

Invece di rispondere, Vittorio disse: «Ho letto di te sul web, sei bravo nel tuo campo.»

«È solo un lavoro,» minimizzò Sirio. «Starai cercando i vecchi compagni per una rimpatriata, immagino».

«Cosa?» si sorprese Vittorio. «No, no, cercavo espressamente te, in verità.»

Arrivò la ragazza spigliata col vassoio. “Lucia”, annunciava il ricamo sul taschino della divisa azzurra. Appoggiò calici e stuzzichini, fece l’occhiolino a Sirio e si ritirò.

Vittorio scuoteva la testa: «È sposata».

«Come dici?»

«Ha la fede, è sposata.»

Sirio lasciò correre: «Parlami di te. Mi hai cercato per un motivo preciso, dicevi».

«Sei sposato?» aveva gli occhi sbarrati dietro le lenti.

«Sposato? Io? No… perché me lo chiedi?»

«Elena, mia moglie, mi tradisce,» si protese Vittorio sul tavolo, con la voce del cospiratore sul patibolo.

Buttata lì, la frase diceva tutto e niente.

«Spiegami meglio.»

«Siamo sposati da cinque anni. Finché stavamo a Roma, tutto ok. Poi, quando un anno fa sono stato assunto dalla Kore e ci siamo trasferiti, lei è cambiata.»

Occhi fissi sbarrati. Il massimo della chiarezza, secondo lui.

«In che senso, cambiata?»

«Distratta, apatica, nessuna effusione, non vuole più… intimità,» agitò le mani.

«Le donne attraversano periodi difficili… strappata al suo mondo, città diversa, abitudini nuove…»

«No, so quel che dico,» gli afferrò il polso. «Sirio, devi farla tornare da me.»

«Cosa? Ma se nemmeno la conosco.»

Tutto il discorso non aveva alcun senso.

«È il tuo lavoro. Ho letto del caso Pestinelli, di come l’hai fatto confessare. Sei bravo. Devi farlo per me, un amico!»

Sirio si appoggiò alla panca, mandò giù a fatica un piccolo sorso.

«Ma non è affatto il mio lavoro. Io insegno all’università e firmo perizie per i tribunali. I giornali travisano. Tu, se vuoi salvare il tuo matrimonio, rivolgiti a un consulente di coppia. Oppure consulta un avvocato divorzista.»

«Ma io mi sto distruggendo, non mi vedi?»

Sirio scosse la testa: «Mi dispiace».

«Ho capito. Allora farò a modo mio. Ma sappilo, qualsiasi conseguenza ricadrà su di te.»

Si alzò di scatto, gettò una banconota sul tavolo e uscì senza salutare.

*

Circa un mese dopo, Sirio ricevette una telefonata di Vittorio.

«Ti devo parlare!»

Aveva risposto di malavoglia, e cercava una scusa per scantonare.

Ma Vittorio aggiunse: «Per favore».

Lo disarmò.

Arrivarono davanti all’enoteca nello stesso momento, alle sette di sera di un febbraio fosco di pioggia. Entrarono assieme. Lucia, accorsa a riceverli, davanti a quei musi lunghi, indicò la sala pressoché vuota e si ritirò.

Vittorio scelse l’ultimo separé. Scivolò sulla panca fino ad accostarsi al muro.

Il paralume rosso gli dava un aspetto un po’ inquietante.

«Ho fatto come mi hai consigliato,» esordì. «Mi sono rivolto a un investigatore privato.»

Sirio non gli aveva suggerito nulla di simile, ma non replicò.

«Mi è costato parecchi soldi, che avrei voluto risparmiare.»

Non c’era di che controbattere e Sirio non lo fece.

«Si è innamorata di un mascalzone e criminale.»

Sirio, con i palmi appoggiati al bordo del tavolo, attese.

«L’investigatore mi ha fornito un dossier completo. Truffe, sfruttamento.»

«Dossier?»

«Ritagli di giornali, interviste a chi lo conosce.»

Pettegolezzi! considerò Sirio, ma lo tenne per sé.

«L’investigatore mi ha fornito fotografie di mia moglie col mascalzone, per strada. Né baci né atteggiamenti equivoci, solo camminare vicini o parlarsi a poca distanza. Gliele ho mostrate e lei, in principio, ha negato. Non provano niente, ha detto. Allora le ho mostrato l’altro dossier, le ho sbattuto in faccia che bestia sia quell’uomo. Lei ha risposto che è gentile e cortese, che la rispetta e non le farebbe mai del male. Ha detto che sono io il mostro, il bruto, il geloso d’altri tempi che non capisce il vero amore.»

«Si è allontanata dal tetto coniugale?»

«No. Ma dopo quella discussione ha iniziato a evitarmi. Si chiude a chiave in camera quando sono in casa. Un inferno, credimi. E non so come andrà a finire.»

Quell’uomo gli faceva pena, ma non aveva medicine per il suo male.

Lucia, da lontano, indicò il tablet. Sirio le fece segno di avvicinarsi.

Nessun sorriso, questa volta. Lei appuntò tutto e volò via.

«Perché hai voluto incontrarmi?» chiese Sirio a Vittorio.

«Se questa storia finirà in tragedia, la responsabilità sarà tua.»

* * *

Ti è piaciuta l'anteprima?

Questo racconto è nella raccolta "Scarti di cronaca", disponibile su Amazon facendo clik 

QUI




lunedì 19 gennaio 2026

Considerazioni su correzione di bozze ed editing

 


La mia esperienza con l'Editor Maria Guidi.

Per conoscere Maria Guidi fai Clik QUI

Perché un autore ha bisogno di un occhio esterno. 

Scrivere un libro è un atto solitario, ma trasformarlo in un prodotto editoriale di qualità è un lavoro di squadra. Molti autori emergenti commettono l'errore di ritenere che una buona storia basti a decretarne il successo, sottovalutando due figure chiave: il correttore di bozze e l'editor.

Quando si sceglie la strada del self-publishing, non si ha a disposizione lo staff di una casa editrice. In questo contesto, rivolgersi a professionisti seri non è un lusso, ma una necessità assoluta, se si intende ottenere un risultato che non sfiguri accanto ai titoli in libreria.

Infatti, per quanto si possa essere scrupolosi, i refusi sono "invisibili" agli occhi di chi scrive. Dopo aver riletto il proprio testo decine di volte, il cervello smette di leggere ciò che è scritto e inizia a proiettare ciò che ricorda. Si sorvola sulle parole, si ignorano le sviste. 

È qui che entra in gioco l’occhio allenato di un editor.

Ho conosciuto Maria quasi per caso – parliamo dell’ormai lontano 2022 – scorrendo Instagram. Mi colpì, in una sua recensione, la proprietà di linguaggio, la competenza, la profondità di valutazione dell’opera. Decisi di contattarla e ci trovammo subito in sintonia. Non esitai, appena terminato il romanzo su cui lavoravo, ad affidarle la revisione. 

È nata così una collaborazione che dura a tutt'oggi.

I risultati parlano chiaro. Non credo sia un caso se i miei tre romanzi passati sotto il suo vaglio — “La Vittima”, “Il terzo movente” e “Chi muore si salva” — abbiano ricevuto, a pochissimo tempo dal lancio, commenti lusinghieri e recensioni stellate su Amazon.

Dalle correzioni dei romanzi ai dubbi dell'ultimo minuto sui racconti o i capitoli, Maria è diventata il mio punto di riferimento. Quando ho un’incertezza, stilistica o strutturale, so che lei saprà trovare la soluzione appropriata.


martedì 13 gennaio 2026

L'oblò - Racconto (Anteprima)


 

Per visualizzare tutti i libri dell'autore, fai clik QUI

Anteprima:


L’oblò

«Le bambine spariscono. È normale.»

La voce femminile bisbigliata proveniva da una porta socchiusa. Sirio si bloccò sul corridoio del quarto piano.

«Non è normale,» replicò una seconda donna, sempre a bassa voce.

Entrambe parlavano in italiano, ma venivano da paesi lontani. Lo rivelavano le inflessioni e certe pause innaturali tra una parola e l'altra. La prima poteva essere dell’est Europa; l’altra, roca e leggermente nasale, era una voce del sud del mondo.

La prima voce insistette: «Invece sì, se la madre dice di stare sempre nascosta».

Sirio trattenne il respiro, mentre la prima donna aggiungeva: «Ieri, poi, dov’era finita?»

«Nel sacco della biancheria sporca, giù in lavanderia. Il sacco era chiuso col nodo.»

«Il sacco era legato… e lei dentro? Com’è possibile? Chi avrebbe fatto una cosa del genere?» rincarò la prima voce, che veniva dall’est.

«La caporala. Chi, se no? Sta sempre laggiù a fiutare la polvere,» la voce del sud trasudava rancore e paura.

«Anche ai piani, lei fiuta tutto.»

«Sì. Anche ai piani.»

«Vuoi che vado giù a vedere se Amina è là?» bisbigliò la prima voce.

«Sì, Wanda, per favore,» la voce del sud era bassissima e tremolante.

Una terza voce congelò il ripostiglio del piano.

«Professor Bonanni, necessita di qualcosa?»

Sirio, nel corridoio illuminato dell’hotel, si staccò dall’anta socchiusa del ripostiglio per andare incontro alla nuova venuta, appena sbarcata dall’ascensore.

«Buon giorno signora Irina.»

Si erano già incontrati, e il nome era sulla targhetta spillata al petto della divisa azzurra. Dalla porta socchiusa del ripostiglio, adesso, nemmeno un respiro.

«Mi godevo il vostro bel mare,» Sirio sorrise a Irina.

La finestra affacciava a occidente, sullo Ionio, che oltre la pineta e la torre rettangolare merlata rimandava bagliori puri di luce.

Irina era una tipica bellezza della sua terra natia: la Polonia, o forse l’Ucraina. Naso diritto, narici leggermente divaricate, quasi dispettose; rossetto rosa che falliva nel tentativo di nascondere la passione turgida della bocca; bionda, con i capelli raccolti in un moderno chignon di treccine elaborate. Nella sua posizione doveva esserle facile ottenere favori dalla parrucchiera che lavorava per l’albergo.

In quel momento, i suoi occhi azzurri si domandavano perché, oltre l’ascensore da cui era appena uscita, le porte delle camere fossero tutte chiuse e nessun carrello di servizio stazionasse nel corridoio.

«Cerca l’addetta al piano?» chiese Sirio. «Stavo giusto aspettando il cambio dell’accappatoio che le avevo chiesto.»

Sospinse l’anta, che cigolò leggermente.

Dalla semi oscurità del ripostiglio la donna di colore dal viso infantile sospinse fuori il carrello. Di fianco alla pila delle lenzuola pulite era adagiato un accappatoio candido.

Passò fra loro a occhi bassi e superò le porte ancora aperte dell’ascensore.

La camera di Sirio, la 453, era l’ultima in fondo sulla destra, dal lato opposto al mare. Si trovava davanti alla porta a vetri dell’uscita di sicurezza, da cui si scorgeva l’entroterra di quella parte d’Italia: una distesa monotona di stoppie giallastre schiacciate contro la terra brulla

Sirio, seguendo la cameriera di colore, induceva la governante a stargli dietro.

«Lei, Irina, lavora qui da molto?» le chiese.

Con la coda dell’occhio sorprese il movimento furtivo della cameriera dell’est – Wanda – che imboccava le scale in discesa.

La governante guardava avanti. «Dodici anni,» rispose.

«Parla molto bene l’italiano. Da dove viene esattamente?»

«Kiev.»

«Oh,» Sirio mosse ammirato la testa. «Ha una buona sistemazione, qui. Nell’albergo, intendo.»

Irina si lasciava corteggiare. O forse, semplicemente, accontentava il cliente gentile.

La giovane cameriera di colore aprì e riprese a rassettare la camera 453.

Sirio invece proseguì. Sorridendo alla governante arrivò alla porta vetrata che affacciava sulle scale di fuga.

«Deve esserle sembrata molto diversa dalla sua, fors’anche ostile, questa terra, all’inizio.»

Irina sorrise.

«Qualsiasi mondo è ostile, all’inizio.»

Sirio acconsentì con un leggero cenno pensoso.

«Le sue mansioni? Capo del personale, immagino.»

La donna non celò un certo orgoglio, negli occhi che riflettevano il cielo. Ma non rispose.

«Deve averne viste chi sa quante, in dodici anni, in questa terra dimenticata. D’inverno l’albergo sarà deserto.»

Lei non capiva bene il motivo delle domande, ma assecondava la curiosità del cliente.

«Oh, fino a non molti anni addietro la struttura chiudeva, ora ci adeguiamo alle richieste.»

La cameriera giovane di colore uscì a occhi bassi spingendo il carrello. Dal fondo riapparve la ragazza dell’est. Non ci furono sguardi né espressioni, nulla che Irina potesse cogliere. Ma Sirio sì.

“Hai trovato mia figlia?”

“No.”

* * *

Piaciuta l'anteprima?

Il racconto è inserito nella raccolta "Scarti di cronaca", raggiungibile su Amazon facendo clik

QUI

 


martedì 6 gennaio 2026

Senza restituzione - Racconto completo

 




6 gennaio 2026
Questo racconto completo è il mio regalo per l'Epifania.

Per visualizzare tutte le pubblicazioni dell'autore fai clik QUI


                                                   SENZA RESTITUZIONE

Sirio, passando dalla luce bianca e monotona dei neon nell’atrio, a quella tiepida, dicembrina, del piazzale antistante la facoltà, alle due e mezza del pomeriggio di giovedì non distinse subito il giovanotto appoggiato alla sella del motorino. Sorprese l’agitarsi della mano e si diresse verso di lui.

Si raggiunsero a metà della gradinata.

«Professore…»

Il ragazzo aveva occhiaie profonde. Non sorrideva.

«Mirko, che succede?»

«Ginestra è sparita.»

Mirko puzzava di tabacco e paura.

«Che intendi?»

«Sparita, non c’è più, non risponde.»

Aveva alzato la voce. Studenti che passavano accanto a loro giravano la testa, esitavano.

«Vieni con me in macchina. E intanto calmati.»

I contorni degli edifici disegnavano ombre nette e brevi sul lastricato. Camminarono di fretta fino all’antiquata Clio color vinaccia nei parcheggi. Sirio, con la chiave, aprì lo sportello del passeggero.

«Allora, spiegami per bene.»

Nel chiuso dell’abitacolo, dal giaccone felpato veniva odore di sudore stantio.

«Stanotte non è tornata.»

Sirio non sapeva che vivessero assieme. In effetti sapeva ben poco del giovane Mirko.

«Come mai non eri con lei?»

«Mi ha chiamato ieri sera che stava con certi tipi… da qualche parte… per lo sballo. Stava su di giri. Qualcosa aveva già preso.»

Sirio lo guardò di profilo. Il ragazzo fissava un punto immobile oltre il parabrezza.

«Non le hai chiesto dove fosse e con chi?»

«Che ne so. Non mi ricordo. Pure io avevo fumato qualcosa. Che ne so… la birra magari. Insomma che vuoi da me? Quando mi sono svegliato il letto era vuoto.»

«Capisco, Mirko, ma stai calmo. Aiutami a capire. Dunque, ti svegli e lei non è in casa. A che ora, questo?»

«Mezzogiorno, le dodici e mezza.»

«OK. A questo punto hai chiamato gli amici, immagino.»

Mirko sferrò un colpo a palmo aperto contro il finestrino.

«Certo. Che facevo sennò? Nessuno l’ha vista e sentita.»

«I suoi genitori?» chiese Sirio, imponendosi calma.

«Sei scemo? Magari lei sta smaltendo la sbornia da qualche parte e quelli fanno scoppiare la guerra mondiale. La fanno rinchiudere dentro quella cazzo di comunità un’altra volta e amen.»

«Uhm. Immagino che se ti suggerissi di informarne tuo zio la risposta sarebbe la stessa. E quindi, cosa ti aspetti da me? Vuoi che sia io a chiamare lo zio Aldo?»

Mirko doveva non averci pensato, soppesò la proposta, lo sguardo che oscillava tra la disperazione e il calcolo.

«No. Se lo sa lui, mette di mezzo mia madre e buonanotte libertà. Per come sono messo coi miei, finisce che ingabbiano pure me.»

Si agitò, strinse i pugni.

«Senti professore…»

«Chiamami Sirio.»

Scosse la testa esasperato: «Senti, devi trovarla. Tu fai questo di mestiere, dico bene?»

*

Sirio e Aldo Crescenti, agente di pubblica sicurezza e suo amico, qualche volta condividevano la penombra di un separé nel pub di via Sestri Levante, per una serata di Sangiovese Superiore e qualche risata scacciapensieri.

Una volta che aveva il vino triste, Aldo si era confidato.

Il nipote, figlio di sua sorella, stava prendendo una brutta piega. Compagnie sbagliate e via dicendo. Nessun reato, che si sapesse, fino a quel momento; ma i genitori erano preoccupati e lo zio, rimaste inutili raccomandazioni, avvertimenti e minacce, temeva di vederlo entrare in commissariato in manette, una volta o l’altra.

«Quanti anni ha?» aveva chiesto Sirio.

«Diciassette.»

«Età difficile.»

«Già,» aveva scosso la testa l’amico poliziotto.

Era dura vedere un uomo di quasi sessant’anni, in pieno vigore, un agente di polizia che nella propria carriera aveva affrontato situazioni d’ogni genere, frustrato in quel modo; ma è quanto fa spesso il vino, esfolia la scorza e denuda l’essenza.

«Potrei provare a parlargli,» aveva sospirato Sirio.

L’amico aveva scosso la testa: «Credi non ci abbia provato suo padre e io stesso?»

«Un tentativo non può far male,» aveva insistito. «Dopotutto ho a che fare con studenti di poco più della sua età ogni giorno, conosco le frequenze su cui trasmettono. Dai, fammelo conoscere.»

«E come?»

«Invitami a cena.»

Aldo si era lasciato andare a una smorfia di sconforto: «Sirio, forse non ti è chiaro, il ragazzo sì e no se rientra a dormire».

«Allora fammelo incontrare per caso. Saprai pure che posti frequenta.»

«Questo sì. Mi ha fatto un piacere personale un collega. L’ha pedinato. Ti ci porto.»

*

Ai Ronchi, procedendo a passo d’uomo con i finestrini abbassati lungo via dei Ciliegi, l’imbrunire sapeva di piscio e gomma bruciata. Sirio guidava, Aldo, in borghese, scrutava i marciapiedi. Avevano superato capannelli di giovinastri seduti ai tavoli fuori dai bar, oppure in piedi nei piazzaletti di minimarket, poi, nello slargo che circondava l’obelisco, un gruppetto fumava e beveva birra direttamente dalle bottiglie, appoggiato ai motorini parcheggiati in disordine. Mirko e una ragazzina più o meno della sua età erano seduti al ciglio del marciapiede, per conto loro. Sirio aveva accostato, senza spegnere il motore. Crescenzi si era sporto dal finestrino.

«Ohilà!»

Il tono sorpreso perfettamente credibile.

Il ragazzo e la sua amica si erano scambiati un’occhiata. Interrogativa lei, contrariata lui. Quelli sui motorini avevano smesso di ridere ed erano rimasti a guardare. Un po’ curiosi, un po’ perplessi.

Aldo era sceso e Sirio aveva girato attorno alla macchina per raggiungerlo.

«È qui che vi riunite?»

Recitava bene. Occhiata bonaria al gruppo, interesse per la signorinella con le ginocchia ancora infantili, espressione da zio contento d’aver incontrato il nipote per caso.

Mirko, controvoglia, si era alzato, passandosi la mano sui calzoni come per pulirseli. Anche la ragazza si era alzata, rimanendogli un passo indietro.

«Ciao, zio.»

Voce bassa, vergognosa.

Entusiasmo di Aldo: «Non mi presenti la tua amica?»

Lei aveva allungato una mano languida: «Ginestra».

Il poliziotto gliel’aveva stretta, poi: «Lui è Sirio, un mio amico. È un professore dell’università. Criminologia».

Sguardi furtivi si erano incrociati. Un’onda di riflusso aveva agitato il gruppo di quelli sugli scooter. Un paio avevano messo in moto e si erano allontanati.

«Perché non andiamo a prendere qualcosa al bar,» aveva proposto Aldo al nipote.

«No zio, meglio di no. Abbiamo da fare.»

Crescenti non aveva insistito. Lui e Sirio erano tornati alla macchina.

«E adesso?» aveva chiesto il poliziotto.

«Quelli con le bustine in tasca sono scappati subito, a scanso di guai. I duri sono rimasti a controllare gli sviluppi, tanto non correvano rischi; Mirko e la sua ragazzetta, che già stavano in disparte, forse verranno allontanati. Comunque saranno mantenuti ai margini.»

«Sempre dell’idea di incontrarlo solo a solo?»

Sirio aveva guardato nello specchietto retrovisore.

Mirko e Ginestra erano ancora in piedi, due figure piccole e isolate nello slargo.

Erano rimpicciolite rapidamente, inghiottite dalle ombre dei Ronchi.

*

Nella Clio, nel parcheggio dell’università, l’aria era ferma. Le ultime parole del ragazzo riverberavano ancora come l’eco riflessa di un diapason: Devi trovarla. Tu fai questo di mestiere.

Sirio guardava il profilo di Mirko e ragionava che se a Ginestra era successo qualcosa di brutto, Aldo o chi per lui, dopo una notte sui terminali della questura, lo saprebbe già, e avrebbe avvisato il nipote. Restava però l'ipotesi che il dramma – magari un'overdose non ancora scoperta – fosse rimasto nell'ombra. In quel caso, assecondare il silenzio di Mirko non avrebbe cambiato nulla. Ma poteva benissimo trattarsi di un rapimento, di un malore o di un altro qualsiasi accidente in cui ricerche tempestive potevano rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

E loro due stavano lì a cincischiare!

«No, Mirko, trovare ragazze scomparse non è il mio mestiere. Spetta alla polizia.»

Mirko era sul punto di piangere, ma la maschera che aveva scelto di duro non glielo consentiva.

«Sei tu il criminologo, cazzo,» urlò.

Una reazione isterica, che Sirio cercò di arginare.

«Lasciami chiamare tuo zio, vedrai che saprà gestire ogni cosa senza far scoppiare il finimondo con i tuoi, o con la famiglia della tua ragazza.»

«No. Se ti azzardi, ti sputo in faccia e sparisco pure io.»

Gli occhi non mentivano, e se davvero Mirko si rendeva irreperibile, con lui sarebbe sparito l’unico sentiero che portasse a Ginestra in tempi brevi.

«Va bene. Facciamo a modo tuo, per ora,» cedette. «Dunque, ieri pomeriggio, Ginestra ti ha chiamato per dirti che si stava divertendo. Ma non ricordi dov’era e con chi. Giusto?»

Mirko scosse la testa: «Avevo fumato e bevuto, e poi lei parlava a raffica, era eccitata, non me lo ricordo quello che diceva».

«Va bene, va bene. Ma con chi era uscita… questo, almeno, lo sai?»

«Doveva incontrarsi con Natasha.»

«Bene. E naturalmente tu, verso mezzogiorno o la mezza, quando ti sei accorto che Ginestra non era tornata, l’hai chiamata!?»

«Certo, per prima. E non ne sapeva niente. Dice che a un certo punto se n’era andata.»

«Se n’era andata? Senza un perché? Avevano discusso?»

«Boh, ma che ne so. Natasha dice che aveva un impegno.»

«Andiamo da lei.»

«A che serve? Ha detto che se n’era andata e non ne sa niente. Stop.»

«Una faccia mente meno di una lingua. Portami da lei.»

*

«Sta là sotto,» indicò Mirko. La voce si perdeva nel grigiore degli edifici.

Su quel lato, il palazzo di quattro piani che sovrastava i garage, non aveva finestre.

Scesero dalla Clio e presero giù per la rampa. L’aria si fece più fredda man mano che scendevano; densa dell’odore di gas di scarico stagnante, quando arrivarono al chiuso. Nessuna cellula fotoelettrica attivò l’illuminazione del lungo corridoio costeggiato da serrande abbassate. Mirko tirò dritto per qualche metro e martellò col pugno sul metallo. Un colpo isolato, poi tre in rapida successione. Da dentro venne un tramestio e il rumore di qualcosa che cadeva, e poi una voce maschile impastata di fastidio: «Chi cazzo è?»

«Mirko.»

«Qui Ginestra non c’è. Sparisci.»

«Apri. Voglio parlare con Natasha.»

Dopo un’attesa e un conciliabolo sottovoce, la serranda sferragliò verso l’alto.

Un fornello da campeggio sopra un mobile da cucina con la formica scrostata, una bombola del gas, piatti unti in un lavandino a pozzetto, indumenti che pendevano dai cassetti aperti di un comò, un motorino e uno scooter inclinati contro il muro si mostrarono man mano che la serranda saliva. C’era puzza di benzina, di piatti sporchi e di corpi in calore.

Nell’angolo lontano, su un letto a due piazze senza spalliere, Natasha sedeva nuda, a gambe incrociate.

Il muscoloso che aveva manovrato l’apertura, un uomo sulla trentina e i boxer macchiati di un liquido recente, indicò Sirio a palmo teso e testa reclinata: «Questo chi è?»

«Sta con me,» tagliò corto Mirko.

Sirio entrò, prima che approfondissero.

«Che vai cercando?» sibilò la ragazza. «T’ho detto tutto quello che sapevo. Che altro vuoi?»

«E che deve volere,» intervenne Sirio, concentrandosi sul muscoloso, rimasto in piedi accanto al comando elettrico. «O va alla polizia, o cerca in giro. Tu non faresti lo stesso?»

L’uomo scrollò le spalle, andò a sedersi a bordo del materasso. Si sistemò braccia conserte.

Natasha invece si accigliò: «E tu, non sei un poliziotto?»

«No,» rispose Mirko, riprendendo un briciolo di spavalderia. «Se volevo andare alla questura mica venivo qui.»

«Facciamola finita,» sbuffò il muscoloso. «Che volete?»

«Poche domande,» Sirio mostrò i palmi aperti in un gesto di finta resa. «Se Ginestra è in pericolo, solo noi possiamo tirarla fuori.»

Natasha sbuffò e guardò il pavimento alla sua sinistra. Un segnale di fuga mentale.

«Tu l’hai vista per ultima,» riprese Sirio, inchiodandola con gli occhi. «Dove stavate, quando vi siete lasciate?»

«Dentro un bar. Quello di via Rosaspina.»

«Cosa è successo?»

«Niente. Due chiacchiere prima di cena. Una cosa normale.»

«Avete preso qualcosa? Pasticche, erba?»

«Lei ha fumato. Un dieci minuti prima di entrare, sulle panchine fuori.»

«Cosa? Roba pesante?»

«Ma va, cobrino? Mica siamo sceme. Solo Erba.»

«E alcol?» Sirio sapeva che il mix di THC e alcol è il preludio perfetto per la perdita di controllo.

«Stavamo in un bar, certo che bevevamo. Ma che sei, mio padre, con tutte ‘ste domande?»

Natasha, raccolse un lembo del lenzuolo e lo fece passare sotto le ascelle, coprendosi.

«Sono uno che vuole sapere che fine ha fatto Ginestra.»

«Va bene, va bene, ho capito. Una birra o due, fuori. Un Jägermeister al bar, assieme a qualche patatina e fesserie così.»

«E poi?»

Lei balenò gli occhi verso Mirko, esitante.

«C’erano due tipi al tavolo vicino. Facevano gli scemi… con lei. Me mi schifavano. E lei, all’inizio, finché stavano per conto loro, li schifava pure lei. Poi, quando si sono seduti con noi, s’è messa a fare la cretina. Risatine, gomitate, rideva che sputava noccioline.»

Ha guardato Mirko vergognosa e si è girata verso l’uscita.

Eh no, pensò Sirio, non ti lascio scappare!

«Com’erano? Alti, bassi… colore dei capelli? qualche segno particolare?»

«Ma che ne so. Io non ci badavo,» sfuggiva gli occhi del muscoloso.

Geloso? Manesco?

Al momento non aveva importanza, contava solo seguire la traccia che portava a Ginestra.

«Ho capito che non ti interessavano, ma avrai pur visto com’erano vestiti…»

«Normale. Ah… il tatuaggio. Quello più carogna, che parlava sempre lui, aveva un tatuaggio di serpente sul collo.»

«Si sono mai chiamati, fra loro?»

«No,» scosse la testa. «Mai fatti nomi.»

«E poi?»

«Ginestra se n’è andata con quelli.»

«E tu?»

«Sei cretino? Me mi schifavano.»

Era la seconda volta, in poche ore, che si beccava del cretino!

«Hanno accennato a dove andavano? Che so, una festa, un ritrovo.»

«No, no, niente».

«Sono andati via con una macchina, una motocicletta o…»

«Ma che ne so. Sono usciti e basta.»

«E dopo? Qualche telefonata di Ginestra, SMS?»

Lei esitò, poi rispose: «T’ho detto niente».

Sirio era certo che mentiva.

*

Sirio aprì e Mirko montò in macchina. Prima di salire a sua volta, Sirio diede un’occhiata allo smartphone. L’SMS di Aldo Crescenti diceva: “Ieri pomeriggio i cellulari di Natasha e Ginestra sono rimasti nel bar di via Rosaspina fino alle sei e un quarto. Quello di Ginestra è sparito poco dopo le sei e mezza in via della Maga Circe, a giusto un quarto d’ora di macchina dal bar. Stiamo cercando se qualche altro telefono si trovava nei due posti nello stesso momento e stiamo lavorando anche sul tatuaggio, ma ci vuole tempo. Continua a lasciare acceso lo smartphone. Appena andate via, una squadra entra a fare due chiacchiere con quelli nel garage”.

«Andiamo in via Rosaspina,» disse Mirko.

Era molto sicuro di sé, adesso.

«Quella tua amica mentiva,» disse Sirio, posando il cellulare nel porta oggetti della Clio.

«Che ne sai?»

«I messaggi inconsci del corpo.»

Mirko scosse le spalle.

«Ha paura di buscarle dal suo uomo, se non l’avessi capito. Comunque noi dobbiamo cercare quello col tatuaggio. Andiamo al bar.»

«D’accordo.»

Sirio inserì la prima.

«Spiegami una cosa. È normale che la tua ragazza se ne vada in cerca di sballo senza di te?»

«Che c’è di male?»

«Vuoi dire che non ti importerebbe, se si… lasciasse andare con un altro?»

«Non lo farebbe mai,» la voce non era così sicura.

«Le hai mai dato uno schiaffo?»

Mirko si girò di scatto: «Come ti viene in mente?»

«Ricordi la sera che io e tuo zio siamo capitati ai Ronchi? Ginestra aveva un livido in faccia. Non era il risultato di un bacio.»

«Era caduta.»

«Uhm. Conosci la mia professione…»

Il ragazzo l’interruppe: «Come no. Il linguaggio del corpo, il mentalista!»

«Insomma, ieri avevate litigato sì o no?»

«Ma che ti frega? che importanza ha?»

«Diventa importante se Ginestra avesse deciso di fartela pagare. Potrebbe essere da un’amica, in questo momento, e aver semplicemente spento il telefono. Natasha le starebbe reggendo il gioco, mentre io e te staremmo cercando farfalle.»

Mirko rimase a fissare davanti a sé per un pezzo.

«Non ci avevo pensato,» disse.

«Quindi?»

«È vero, avevamo discusso, e mi è scappata una sberla.»

«Succedeva spesso?»

«Uhm, qualche volta.»

«E lei come reagiva?»

«Be’, piangeva un po’, io le chiedevo scusa e facevamo pace.»

«Quindi escludi che possa aver accettato la corte di chicchessia solo per farti dispetto.»

«Vuoi dire che se n’è andata di proposito, con quello col tatuaggio?»

«È un’altra ipotesi.»

Mirko si prese la testa tra i pugni: «Non ci sto capendo più niente».

*

Via Rosaspina, giù ai Ronchi, era una traversa tortuosa quasi al buio, alle sei del pomeriggio. Il bar era un buco con le luci al neon troppo bianche, persisteva odore di caffè bruciato – e va bene – e di candeggina. Al bancone c’era un uomo sulla cinquantina con i capelli unti; una ragazza, poco più che ventenne, con le occhiaie coperte da troppo correttore, stava passando uno straccio sul pavimento, vicino a un tavolino dov’era caduto qualcosa. Fra i giovani attorno a un tavolo più avanti, Sirio riconobbe qualcuno che stava in via dei Ciliegi, la sera che c’era passato con Crescenti. Mirko tirò dritto al bancone, Sirio un passo dietro.

«Senti, Massimo, sto cercando Ginestra. Natasha m’ha detto che ieri è uscita da qua assieme a due tipi, gente di fuori, secondo lei. Ne sai niente?»

«E che dovrei sapere?»

«Uno aveva un tatuaggio di serpente sul collo, li avevi mai visti?»

«E chi ci ha badato? Ho da lavorare, io.»

La ragazza stava uscendo da un ripostiglio, dove aveva lasciato lo spazzolone.

«E tu?» le chiese Mirko, «li avevi visti mai?»

Lei fece spallucce: «Perché non chiedi agli amici tuoi, laggiù?»

Un attimo di esitazione, e Mirko si avviò verso il gruppo.

Prima che parlasse, uno con la felpa tre taglie più grande e un sorriso da prenderlo a schiaffi, stravaccandosi sulla sedia disse: «Arriva il bell’abbandonato assieme al criminologo».

Sirio lo riconobbe, era quello scappato per primo.

Gli amici sghignazzavano.

Mirko, scuro in viso, accelerò il passo a pugni serrati. Felpa si alzò e gli si piazzò davanti. Lo superava di tutta la testa e lo guardava cattivo. Gli altri tenevano d’occhio Sirio.

Felpa disse: «Rassegnati, merlo, la tua bella t’ha mollato. L’hanno vista ai capannoni abbandonati dietro la ferrovia. Quelli della vecchia zona industriale. Dicono che quello col tatuaggio ha le chiavi di un magazzino e un coltello di trenta centimetri. Dopo una notte e un giorno che se la sbattono, se corri, magari ne trovi ancora un pezzetto».

Felpa scoppiò a ridere. Gli amici al tavolo lo imitarono. Mirko sembrava un pupazzo di cera coi vestiti di Mirko. Si voltò verso Sirio, gli occhi gli ballavano nelle orbite.

«I capannoni. Dobbiamo andare ai capannoni!»

Sirio studiava Felpa, che per un attimo sostenne lo sguardo, poi sbatté le palpebre troppo velocemente.

Sta mentendo, capì Sirio.

«Come ti chiami?» gli chiese.

E quello, arrogante: «Kevin, perché?»

Sirio cavò di tasca il cellulare. La linea con Crescenti era aperta. Scattò una foto del gruppo, Kevin in primo piano.

Ci fu un movimento di tutti contro di lui.

«Commissario!?»

Una parola magica. Scandita nel telefono, bloccò sul nascere il sollevarsi da sedie e lo scattare in avanti.

«Aldo,» aggiunse Sirio, «ti mando una foto. Vale la pena di interrogarli a uno a uno, questi amici di tuo nipote. Sono certo che procurato allarme, intralcio alle indagini, favoreggiamento o qualche altro reato puoi trovarlo. Ci vediamo ai capannoni.»

*

Venti minuti dopo, le volanti illuminavano a giorno il cemento crepato dei magazzini della ferrovia. I poliziotti avevano sfondato tre portoni e setacciato ogni angolo, tra polvere, amianto e lerciume.

Aldo uscì togliendosi i guanti in lattice. Aveva la faccia di chi ha mangiato sabbia. Si avvicinò alla Clio, dove Mirko, seduto sul sedile del passeggero, stava tremando.

«Niente,» disse il poliziotto, aprendo lo sportello dalla sua parte. «Vuoto. Solo ratti e vecchi giornali.»

Sirio, appoggiato al volante, guardò lo zio e poi il ragazzo. Mirko si coprì la faccia con le mani.

«Era solo uno scherzo idiota,» disse Crescenti. «Mirko, il tuo amico Kevin si è divertito alle tue spalle.»

«E Ginestra?» Mirko tirò su col naso.

«Tutte le forze dell’ordine, continueranno a cercarla. E preghiamo che anche la sua scomparsa sia solo uno scherzo.»

Un ispettore di polizia era quasi alla Clio, lo seguiva un agente. Crescenti si rialzò, portando la mano alla visiera. L’ispettore l’invitò ad avvicinarsi con un gesto. Gli disse qualcosa sottovoce e si avviò verso una volante.

La suoneria troppo alta di un cellulare vibrò nell’abitacolo.

Mirko mostrò lo smartphone.

«È Natasha,» sussurrò.

«Metti in vivavoce,» ordinò Sirio.

Che poteva essere accaduto, ancora?

Crescenti stava tornando.

Dal telefono nessun saluto, solo un respiro corto, spezzato da quello che sembrava il rumore del traffico di una circonvallazione.

«Che succede?» chiese Mirko

«È pieno di poliziotti qui. Riccardo sa chi è quello col tatuaggio. Gliel’ha detto.»

«Chi è?» strinse Mirko il cellulare.

«Uno di Bologna, del giro dei VIP, quelli che pagano,» Natasha era disperata. «Imbottite di Scoop, capisci? cedute per tutto il tempo che vogliono e per l’uso che ne vogliono fare. Hai capito? Sadici e bastardi di ogni genere! E quelle che non ce la fanno, spariscono.»

Parlava a singhiozzi, sottovoce. Non tutto si capiva, ma bastava quello che si sentiva.

Alla parola Scoop, Mirko si era come accasciato verso il cruscotto, Sirio aveva provato un senso chimico di freddo risalirgli per la schiena. Conosceva la sigla clinica del gamma-butirrolattone, del 1,4-butanediolo, delle Benzodiazepine. Droghe dello stupro, capaci di trasformare un essere umano in un oggetto inerme, un corpo senza memoria di cui poter disporre a piacimento.

Guardò il ragazzo: era diventato grigio.

Qualcuno urlò nel microfono di Natasha: «Da’ qua quel cellulare, tu.»

La comunicazione cadde.

Aldo Crescenti era allo sportello.

«Sono risaliti a quello col tatuaggio,» sospirò. «Brutta gente.»

L’ispettore stava urlando ordini. Le radiotrasmittenti gracchiavano codici che trasmettevano urgenza. Due autopattuglie sgommarono nel fango, accendendo le sirene. Un elicottero attraversò la notte in quel momento. Sfrecciò dritto a nord ovest.

I lampi bluastri dei lampeggianti delle auto rimaste continuavano a tagliare il buio con la regolarità di un pendolo privato dei rintocchi.

«Io e te non possiamo fare più niente,» disse Sirio a Mirko. «Se non aspettare.»

«Andate via,» disse l’agente Aldo Crescenti. «Sirio portalo a casa. Qui non c’è più niente da vedere.»

*

Quando Sirio entrò puntuale alle sette di sera, in casa di Aldo Crescenti tutti lo aspettavano in piedi, ignorando il tavolo imbandito. Ginestra corse per abbracciarlo, Mirko si avvicinò ciondoloni e gli porse la mano. Aldo procedette alle presentazioni. Anna, sua moglie, una donna florida con le gote arrossate che usciva dalla cucina slacciandosi il grembiule. Sua sorella Aurora, che, magra e la faccia preoccupata, non gli somigliava affatto. Osvaldo, il padre di Mirko, alto e magrissimo a sua volta. E poi Donatella e Dario, i genitori di Ginestra, col sorriso di chi l’ha scampata a un bombardamento di droni. E tutti avevano domande da porgli, a quanto pareva.

Aldo li lasciò fare per un po’, poi si impose e invitò tutti a prendere posto.

«Gente, lasciate in pace Sirio. Abbiamo tutta la sera per fargli domande».

Invece Sirio, che aveva letto i rapporti di polizia – proprio Aldo glieli aveva mostrati qualche ora prima – non aveva alcuna intenzione di soddisfare curiosità sull’argomento, apprensive o morbose che fossero.

Il tappo dello spumante saltò col botto secco di un piccolo sparo festoso. Aldo riempì i calici con una foga eccessiva, e la guantiera d’argento si macchiò di spuma dorata.

Sirio osservava Ginestra. La ragazza non aveva preso il calice. Le sue dita tormentavano l’orlo della tovaglia, un movimento ipnotico e compulsivo. Quando gli altri brindarono, prima di sollevarlo, coprì l’orlo col palmo della mano, quasi per evitare che il contenuto venisse inquinato.

REFERTO MEDICO. STATO DI SHOCK CATATONICO INDOTTO MEDIANTE SOMMINISTRAZIONE FORZATA DI PSICOTROPI.

Vennero serviti gli antipasti, che furono consumati in silenzio.

Sembrava che nessuno avesse argomenti, o che l’unico che interessava non venisse affrontato.

Poi il padre di Mirko chiese a Ginestra: «Ma tu, davvero non ti ricordi che t’hanno fatto?»

L’argine, inesorabilmente, era stato sbrecciato.

Ginestra si fermò con un pezzo di crostino a metà strada. Sirio notò le unghie, un tempo smaltate di nero, adesso rovinate, mangiucchiate fino alla carne.

RAPPORTO MEDICO-LEGALE: LE LESIONI UNGUEALI E LE ECCHIMOSI SUGLI AVAMBRACCI INDICANO TENTATIVI DI DIFESA NELLE PRIME ORE DEL SEQUESTRO.

«Uffa,» Ginestra si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. La pelle, vicino alla tempia, era di un candore innaturale, quasi traslucida. «Saranno cento volte che ripeto tutta la storia, alla polizia, ai giudici... a voi tutti, mille volte!»

«Non a Sirio, però.»

Lui si sentì addosso gli occhi di tutti.

Che speravano? Che entrasse nella testa della ragazza per recuperare ventiquattr’ore di buio?

Ginestra si addolcì: «Be’, che vuoi sapere?»

L’avevano messo in campo a tradimento. Eppure, quale altro argomento poteva interessare quelle persone, quel giorno? Di certo sapevano – sospettavano – che lui sapesse – come in effetti sapeva, avendo letto i rapporti – compresa Ginestra, che invece ignorava tutto, o fingeva di ignorare.

AUSL BOLOGNA – PRESIDIO OSPEDALIERO "MAGGIORE" - UNITÀ OPERATIVA OSTETRICIA E GINECOLOGIA - Servizio di Soccorso Violenza Sessuale

PAZIENTE: Ginestra xxxxxxx    ANNI: 17

OGGETTO: Verbale di accertamento clinico post-rinvenimento.

Si certifica che in data odierna, alle ore 04:50, la minore è stata sottoposta a visita medica generale. Si riscontra stato di torpore residuo da ipnotici, ecchimosi multiple agli arti superiori e irritazione cutanea ai polsi. Invitata a procedere con l’esame ispettivo ginecologico per la ricerca di tracce biologiche (Kit Antiviolenza), la paziente ha manifestato una ferma, lucida e reiterata opposizione. Nonostante il consenso espresso dai genitori presenti, l’equipe medica, valutata la capacità di intendere della minore e al fine di evitare ulteriore nocumento psicofisico (vittimizzazione secondaria), prende atto del dissenso informato. L'accertamento ginecologico non viene eseguito. Resta pertanto l’impossibilità clinica di confermare o escludere l’avvenuta violenza sessuale.

Gli occhi grigio verdi di Ginestra aspettavano e si prestò al gioco, rivolgendole la domanda più indolore: «Qual è l’ultima situazione di cui hai memoria?»

Ginestra saettò gli occhi verso Mirko: forse a lui l’aveva già detto, forse no.

«Nel bar, quello col tatuaggio e l’altro, avevano fatto il filo a Natasha per tutto il tempo, dal tavolo accanto. Poi si erano seduti con noi. Lei, tutta sorrisi e cosce scoperte, gli dava corda. Quando ha visto fuori dai vetri Riccardo che smontava dallo scooter, è uscita di fretta.»

«E tu sei rimasta da sola con i due sconosciuti,» concluse suo padre.

«Sì. E poi non ricordo nient’altro.»

«Quindi non ti sei accorta se hanno versato qualcosa nel tuo bicchiere,» insistette la madre.

Doveva averglielo chiesto chi sa quante volte. Ginestra scosse le spalle e la guardò male.

Seguì un lungo silenzio. Qualcuno spostava il cibo nel piatto, qualcuno sorseggiava, qualcuno si tamponava le labbra. Nessuno la guardava direttamente.

Sirio analizzava. Ginestra aveva fornito una risposta troppo pulita: la memoria, dopo un’esperienza del genere, non sparisce come un file cancellato, lascia dei pixel bruciati, delle sensazioni termiche o uditive. Lei stava offrendo la versione ufficiale, quella che serviva a tenere in piedi la cena, alla quale lei stessa voleva credere per difendersi da una realtà dolorosa.

«Non rispondi a tua madre?» rincarò Dario, il padre, come se a quel vuoto di parole corrispondesse il denso peso del non detto.

La ragazza rispose di malavoglia: «L’avranno fatto quando mi sono girata per guardare fuori».

I suoi genitori avevano le facce di chi sente l’arrivo dei droni. Non li vedevano, non volevano conoscerli, ma seguitavano a fissare da quella parte.

La madre insistette: «Ti hanno portata a Bologna, tenuta sequestrata quasi due giorni, possibile che non ricordi proprio niente?»

Ginestra esplose.

Non un grido, ma un sibilo: «Se mi hanno violentata? Se mi hanno ceduta a qualche maniaco come dicono? È questo che vi importa? Non lo so e non me ne frega niente. A chi importa davvero, qui dentro?»

ESTRATTO VERBALE INTERROGATORIO di IVAN Vvvvv. (Serpente): Interrogato sul coinvolgimento di terzi, l’arrestato dichiara: «Noi forniamo solo l'ambiente e il "prodotto". Chi entra paga per l'uso esclusivo. Non facciamo domande, non chiediamo nomi. Il cliente voleva una "brava ragazza di provincia". L'abbiamo trovata ed era a sua disposizione».

Ginestra guardava a uno a uno tutti i presenti.

Le sue parole rimanevano sospese. Mirko abbassò la testa, le orecchie rosse di vergogna e rabbia impotente.

Sirio conosceva la dinamica: Ginestra stava usando il "non ricordo" come un'arma difensiva. Se non ricordava, non era successo. Se non era successo, non doveva provare vergogna. Era la suprema barriera contro i postumi dello Scoop: il diritto all'oblio coatto.

«A noi importa, Ginestra,» disse il padre.

«No,» lo interruppe lei, guardandolo con durezza. «A voi importa sapere se sono ancora intera, la brava ragazza di Forlì che va a scuola col motorino. Be’, quella ragazza si è persa strada facendo. E voi immaginate pure quello che vi pare.»

RELAZIONE DI SERVIZIO DELLA SQUADRA MOBILE, BOLOGNA: Rilevamento ambientale in Villa "Le Ortensie". L'irruzione avviene senza resistenza. Sequestrata una videocamera montata su treppiede nel seminterrato. Sullo schermo, il fermo immagine di una ragazza bionda in stato di incoscienza indotta.

Sua madre sospirò.

«Ci importa solo che sei qui.»

APPENDICE TECNICA AL RAPPORTO N. 88/B – ANALISI TRAFFICO CELLE AREA BOLOGNA SUD.

L’esame dei ripetitori nell’area limitrofa alla villa ha evidenziato il transito di apparati mobili (n. 14 visitatori), durante il periodo di contenzione della minore. I presenti al momento dell’irruzione (sei donne e due uomini) hanno rilasciato dichiarazioni che si accludono. Nel periodo in esame sono stati rilevati n. 4 terminali unici (IMEI non censiti) rimasti attivi all'interno del perimetro per tempi variabili dai 45 ai 90 minuti. Tali dispositivi risultano riconducibili a utenze fittizie o intestate a prestanome. La Procura ha disposto il tracciamento dei suddetti terminali al fine di identificare i soggetti che hanno avuto accesso alla villa. L’obiettivo è stabilire la natura dei contatti con la vittima, la quale, a causa della somministrazione di benzodiazepine, non è in grado di fornire riscontri testimoniali sull'entità degli abusi o sul numero degli assalitori.

Sirio bevve un sorso di spumante. Era dolce, troppo dolce. Guardò Mirko, poi Aldo. Capì che quella cena non era una celebrazione, ma il primo atto di una lunga finzione. Lo schiaffo di Mirko, le bugie di Natasha, lo scherzo idiota di Kevin erano stati solo l'innesco; la vera tragedia era quella polvere chimica che aveva reso la verità irrilevante.

ESTRATTO di INTERCETTAZIONE TELEFONICA n. 445/SN.

DATA: Giovedì ccccccc

SOGGETTI: Ivan Vnnnn. (Serpente)/Soggetto Ignoto (S.I.  / È in corso accertamento identità).

Serpente: «Hai visto il film. La biondina è a posto. Non la cerca nessuno, per adesso. Perciò deciditi. Se non la vuoi... sai quanti ne trovo.»

S.I.: «Va bene, la voglio.»

Serpente: «Per i soldi?»

S.I.: «T’ho detto va bene. Portamela domani sera alle otto.»

Serpente: «Per l’apericena? (Risata)»

S.I.: «La voglio docile.»

Serpente: «Nessun problema. È già piena di Scoop, non sa nemmeno come si chiama.»

S.I.: «Bene... Ah, un’altra cosa.»

Serpente: «Che c’è ancora?»

S.I.: «Per quel prezzo... il contratto si intende senza restituzione...»

Serpente: «Uhm... senti, io te la mollo. Poi fa’ come ti pare, ma non chiamarmi per il ritiro degli scarti. A quello ci pensi da solo.»

S.I.: «Ma come faccio?»

[FINE DELLA COMUNICAZIONE]

Per Sirio era inutile e crudele seguitare le torture su quella vittima. Per cambiare discorso, chiese a Mirko: «Ricordi com’è cominciata questa storia? Tuo zio voleva allontanarti dalla strada e io mi ero offerto di parlarti e cercare di convincerti. Una volta mi hai chiesto cosa ti avrei detto. Be’, non l’ho mai saputo con certezza. Forse semplicemente che per un uomo c’è altro, oltre lo sballo e la birretta in compagnia.»

«Adesso lo so.»

Ginestra gli prese la mano.

«Diglielo,» lo incitò.

«Be’… dopo il liceo, vorrei che mi insegnasse la sua professione.»

«Le iscrizioni sono aperte… e ai miei corsi possono partecipare anche i liceali, già da domani.»

Post più popolari